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Flavio Ermini. La poesia? Un mistero in piena luce, nell’enigma dell’evidenza/ 3.
(foto P. Garofalo)
(foto P. Garofalo) 
05 Dicembre 2016
 

La poesia impone che si resti costantemente su posizioni di ricerca. È un processo che si genera nello spirito tramite il prodigio della forma, una forma che in contrasto con i nostri ferrei concetti, spinge a un processo di cui il poeta ha piena coscienza, un processo che muove dall’intelletto, in stretta relazione con gli elementi verbali; non muove dalle ossessioni dell’Io, ma dall’essere indefinito da cui proveniamo e al quale siamo destinati.

Solo la forza poetica coglie nell’uomo l’essere originario. Solo la parola poetica chiama la vita dell’uomo alla competizione sublime con l’essere al mondo. È un sogno di pienezza e verità che fa conoscere al poeta lo scacco e che inevitabilmente consegna chi scrive all’infelicità. Ma è anche, d’altro canto, un sogno che il poeta non potrà non perseguire.

Non c’è comunque altro modo per far sì che la poesia diventi lo spazio verbale in cui la natura originaria, in tutta la sua purezza, giunga a prendere coscienza di sé.

 

Ma chi è colui che parla al poeta nel suo testo poetico? E che nome dare a questo avvenimento?

Valéry in una nota dei suoi Cahiers sembra chiarire: «Mallarmé voleva che fosse il linguaggio stesso. Per me sarebbe l’Essere vivente e pensante… Insomma il linguaggio generato dalla Voce, piuttosto che la voce del linguaggio».

 

Seguendo l’esempio di Poe, Mallarmé si dedicherà a una poesia dell’impersonale, «all’interno della quale» precisa Bonnefoy «l’essere personale sarà non solo abolito, ma dimenticato, dissolto senz’ombra nell’assoluto dell’opera poetica». Così come Poe pretende di soffocare i propri fantasmi sotto un’architettura verbale controllata dalla ricerca letteraria, attraverso il dispiegarsi di una forma, allo stesso modo Mallarmé cercherà di reprimere le rivendicazioni dell’essere.

 

Le acque oscure nelle quali Mallarmé sente di immergersi non offrono molti punti di riferimento. E la liberazione dall’elemento temporale non fa che aumentare la perdita di orientamento. Anche se altro modo pare che non ci sia per incarnare all’interno della scrittura l’autenticità della vita, una vita che si vorrebbe configurata come totalmente autonoma dall’Io. Forse non resta che affidarsi a parti vaghe e marginali della coscienza che è sempre minacciata dall’anarchica invadenza dell’Io. Il risultato è alla fine la rappresentazione a-temporale dell’essere, la dignità del finito, la precisione della visione.

 

Pensiamo al grande corvo nero di Poe, questa apparizione più oscura della notte stessa, una figura che, come annota con precisione Bonnefoy, «non rappresenta tanto un essere vivente, quanto piuttosto un’epifania […] del non-senso insito nel tutto». Sarà lo stesso corvo a svelare che il suo nome è «Nevermore»…

Spetterà a Mallarmé il compito di radicalizzare l’idea suggerita da «Il corvo»: prendere coscienza della mancanza assoluta di senso delle forme della materia; comprendere che la conquista dell’assoluto non è mai stata altro che una chimera; capire che le nostre convinzioni non sono state altro che dei miti.

Rinunciare alla parola, allora? Oh, no. Il compito del poeta è di favorire il ritorno dell’essere dotato di parola al suo luogo originario: la natura. Per farlo è necessario eliminare ogni progetto di decodificazione concettuale, ogni desiderio di possesso, ogni speculazione del pensiero.

 

Insomma, l’uomo libero vive solo per se stesso. Parimenti la poesia esiste solo per se stessa.

È a questo punto che Bonnefoy legittimamente si chiede «che cosa fare dopo l’apparizione di questa certezza dal valore autenticamente inaugurale»… Ebbene, Mallarmé si prefigge proprio di aprirsi alla compiuta bellezza della natura, di annullarsi in essa; consapevole che per compiere tale prodigio non occorra alcun evento straordinario, ma solo la ferma intenzione di liberarsi dalla servitù degli scopi e accedere a una condizione di libertà; sottrarsi dunque ai bisogni che provengono dall’uomo, i quali pretenderebbero di ridurre tutte le cose al valore di meri strumenti.

 

Il proposito di Valéry è di «liberarsi da tutto», per usare le sue stesse parole; senza nemmeno cedere alla tentazione del suo amico Mallarmé di farsi testimone di fenomeni naturali, quali, per esempio, i riflessi di luce sull’acqua…

Rifiutare l’esistenza per la parola? Affrancare l’Io dalle contingenze della vita? Sì, a Valéry appare possibile. E lo sarà proprio come a un certo punto lo è stato Mallarmé, quando ha indicato che il «dovere», il «nuovo dovere» del poeta è rifiutare le pulsioni possessive, accecanti e vane dell’Io. Dopo aver trovato il Nulla, scrive, va trovato il Bello: il fiore che si sottrae a ogni bouquet.

 

 

 

Flavio Ermini, La poesia? Un mistero in piena luce,

nell’enigma dell’evidenza

Postfazione a: Yves Bonnefoy, Il secolo di Baudelaire
nella traduzione di Anna Chiara Peduzzi (Moretti&Vitali, 2016)

 

3 – segue


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