Diario di bordo
Narcoguerra. Cattura di El Chapo Guzman: morto un papa se ne fa un altro…
12 Gennaio 2016
 

Firenze – È sulle cronache dei media di tutto il mondo. Il boss dei boss del narcotraffico messicano, El Chapo Guzman, in ottimi rapporti con la nostrana 'ndrangheta calabrese, è stato arrestato. La vicenda, i contorni, i fatti, i video, le storie… tutto è come se facesse parte di un film già visto e che vedremo per tanti altri anni,* a meno che non si decida di cambiare strada.

Gli Usa, ovviamente, principale mercato di consumo dei prodotti di El Chapo, si sono già mossi per estradare il boss e processarlo con la loro giustizia. Ma sembra che la cosa non sia così semplice: Guzman, ormai leone ferito, è per l'appunto ferito e non morto, e la semina di narcodollari che ha fatto in questi anni del suo incontrastato potere col cartello di Sinaloa, comprando anche più di quel mezzo mondo che avrebbe dovuto contrastarlo, continua a dare i suoi sperati e voluti frutti. Nonostante i potenti mezzi economici e dissuasivi degli Usa in Messico, la vicenda sarà lunga e non facile.

E nel frattempo?

Nel frattempo... niente! Morto un papa se ne fa un altro. O -meglio, visto l'ambito- il nuovo papa si farà da solo, coi soliti metodi iper-violenti che contraddistinguono il settore della delinquenza organizzata e articolata con poteri statuali (e non) in ogni angolo del mondo.

Fintanto che il problema non verrà affrontato alla radice, di “papi Guzman” ne avremo a iosa: col machete facile per la decapitazione di chiunque vi si opponga, col doppiopetto dei grandi business di riciclaggio bancario e industriale, col turbante dei contadini disgraziati dell'Afghanistan o degli altipiani del Marocco, coi laboratori olandesi delle psicodroghe o coi contadini disperati delle alture di Bolivia, coi guerriglieri del Triangolo d'Oro tra Thailandia e Birmania o coi campi di piantagioni in Albania, fino ai “campetti di cannabis” del nostro Stivale.

Problema da affrontare alla radice, per l'appunto. Ci stanno provando in alcuni Stati Usa e nel minuscolo Uruguay, mentre in Europa si tende solo a farsi meno male con un po' di riduzione del danno (decriminalizzazione dei consumi a macchia di leopardo). All'Onu, fra qualche mesetto si affronterà il problema con una speciale sessione… ma non sarebbe una novità che prima che l'Onu si muova i Guzman di tutto il mondo continueranno ad imperversare, e a seminare morte e distruzione umana e civica. Per ora, possiamo solo fidare su alcune coraggiose politiche nazionali come, per l'appunto, quella dell'Uruguay e di alcuni Stati Usa tipo Colorado. Ma poco, troppo poco. Quasi inutile? No, ma solo tendenza. Con forti contrasti ovunque, anche e soprattutto da parte dei tantissimi (destra, sinistra o centro politico… c'e' scarsa differenza) che continuano a credere che vietare sia istruttivo e salutare.

Ma noi, che viviamo nel 2016 e che siamo stufi di tutti i vecchi e nuovi Guzman e di chi li produce e alimenta, “diamoci una mossa”. Anche culturalmente. A partire dai nostri figli che si fanno gli spinelli negli intervalli a scuola tra una lezione e un'altra. Capire per meglio conoscere e meglio gestirsi. La battaglia è essenzialmente culturale, di quella cultura che ci deve poi portare a scegliere chi ci deve rappresentare nelle istituzioni, non solo perché ci dia la pagnotta e il companatico, ma anche il cuore e la libertà. E noi siamo quelli della libertà d'azione e di pensiero, nel rispetto degli altri e, soprattutto, di scelta: libertà a cui i divieti fanno solo male.

 

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

 

 

* Qui diverse notizie e approfondimenti sulla vicenda.


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