Diario di bordo
Maria G. Di Rienzo. Donne colpevoli di “streptococco”
Riposa in pace con la tua creatura, Giovanna. Eri amata e lo sei ancora.
Riposa in pace con la tua creatura, Giovanna. Eri amata e lo sei ancora. 
05 Gennaio 2016
 

Tra il 25 e il 31 dicembre 2015 sono morte di parto, in Italia, cinque donne (alcune alla prima gravidanza, alcune con già altri figli). Le indagini sulle cause dei decessi sono per la maggior parte ancora in corso. Onestamente, mi ero trattenuta dallo scriverne sino a oggi nonostante i giornali italiani sembrassero fare a gara per convincermi del contrario; non sapendo un beato nulla delle vicende i professionisti dell’informazione, pur di non ammetterlo, si sono ingegnati a essere assai “disinformanti”. Voluta o meno, la direzione indicata dai testi era chiarissima: dare la colpa alle donne morte. In due articoli ora scomparsi, forse per sopraggiunto pudore, si suggerisce che le partorienti siano decedute perché “troppo vecchie” per fare figli – mentre la loro età va dai 23 ai 39 anni, oppure perché “obese” – e in Italia ormai si definiscono tali tutte le donne adulte che pesano più di 40 chili (bagnate). E possiamo ipotizzare con ragionevole approssimazione che fossero le età andate dai 18 ai 22 anni e tutte le taglie fossero state inferiori alla 38, le donne sarebbero comunque colpevoli di essere “troppo giovani” e “sottopeso”. Noi non andiamo mai veramente bene, sapete.

Il picco è comunque raggiunto in un pezzo odierno che tratta della donna scomparsa a Brescia il 31 dicembre u.s.: Giovanna Lazzari, 30 anni, già mamma di due bambini, morta assieme al feto di otto mesi. Incipit: Il batterio dello Streptococco, sarebbe all’origine “della catena di eventi che hanno portato alla morte della bambina e della sua mamma” a Brescia.

Proprio così, uno Streptococco maiuscolo e mortale con inutile virgola dopo di sé. Ma gli streptococchi – ne esistono diversi, infatti, e non tutti sono patogeni – SONO BATTERI. Il batterio del batterio cos’è, un’evoluzione della bioingegneria, una forma superlativa di infezione, un esercizio poetico del tipo “un batterio è un batterio è un batterio”?

Riportando fra virgolette le parole del direttore generale della struttura ospedaliera in cui Giovanna è morta, l’articolo reitera: Abbiamo approfondito ciò che è accaduto ed è emerso che tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto. La paziente è stata gestita nel miglior modo possibile. Era affetta da una forma batterica, un’infezione da Streptococco, che ha scatenato gli eventi che hanno portato alla morte di entrambe. Certamente questo è un batterio che viene contratto normalmente nella vita di tutti giorni, purtroppo per una donna incinta e quindi nelle condizioni della nostra paziente si è rivelato davvero devastante, ma è certamente un’infezione che è stata contratta prima dell’ingresso in ospedale.

Ripeto, vogliate o meno omaggiare della maiuscola il sig. streptococco (io mi rifiuto) vorremmo sapere di quale streptococco si trattava. C’è quello della faringite, quello della meningite, quello della polmonite, quello dell’erisipela, quello di alcuni tipi di necrosi dei tessuti e persino quello necessario a produrre l’Emmenthal. Le uniche cose chiare in questa manfrina sono: 1) chi ha redatto il pezzo non sa cos’è uno streptocco; 2) l’ospedale non ha colpa alcuna, responsabilità zero, fa sempre tutto nel migliore modi e come poteva sapere che la signora si era portata uno streptococco da casa, eh?

Ma se le analisi non le fa un ospedale da 3.700 parti l’anno chi deve farle, io?

 

Maria G. Di Rienzo

(da Lunanuvola's Blog -testo e immagine-, 5 gennaio 2015)


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