In tutta libertà
Gianfranco Cercone. “Fuochi d’artificio in pieno giorno” di Diao Yinan: la Cina è lontana?
18 Agosto 2015
 

È forse inevitabile che, assistendo a un film cinese, noi spettatori stranieri, cerchiamo di comprendere – oltre il racconto, attraverso il racconto – qualcosa del paese di origine del film. È magari una pretesa, foriera di tanti possibili travisamenti. Più corretto sarebbe cercare di comprendere i film cinesi attraverso la conoscenza della Cina.

Eppure: vedendo un film cinese di qualità appena uscito, un anno dopo aver vinto l’Orso d’Oro al festival di Berlino – Fuochi d’artificio in pieno giorno di Diao Yinan – si coglie un’atmosfera, forse uno “spirito del tempo”, che non appartengono al cinema italiano o europeo, e che dunque possono sembrarci caratterizzare la Cina, o almeno la Cina vista dall’autore del film.

Si tratta di un film di genere poliziesco, anzi di un giallo, di grande successo in patria, che non ha apparenti intenzioni di denuncia. È vero che i rapporti tra uomini e donne sono improntati, a più riprese, da una certa brutalità maschile. Ma tale brutalità non risulta condannata; anzi, in una scena che si svolge in ambiente operaio (si mostra un approccio scherzoso, ma aggressivo, di una guardia giurata nei confronti di un’operaia ritrosa) tale brutalità è considerata apertamente con simpatia, almeno dai personaggi presenti.

Quanto al comportamento dei poliziotti al momento degli arresti e degli interrogatori, appare anch’esso in un primo tempo brutale e arbitrario: ma poi i criminali, oggetti di tali disinvolte procedure, si rivelano così efferati da giustificarle, nelle presumibili intenzioni dell’autore.

Ma non sono questi gli aspetti del film che risultano più inconsueti allo spettatore occidentale perché situazioni analoghe, da punti di vista analoghi, si possono ritrovare per esempio in certi film americani.

Sono in primo luogo le ambientazioni del racconto, molto accurate, mai generiche, a determinare un’atmosfera, un clima originali.

La storia si svolge in una cittadina della Cina del Nord, in due anni diversi: il 1999 e il 2004; anni in cui sono perpetrati omicidi che seguono una procedura analoga: il corpo della vittima è smembrato in tanti pezzi che, la prima volta, sono rinvenuti in molteplici stabilimenti per la lavorazione del carbone. Le indagini sono eccezionalmente laboriose perché la dissezione del cadavere vale a camuffare l’identità della vittima, in un’epoca in cui la polizia ancora non si avvale dell’esame del DNA. Soltanto alla fine del film, come vuole la convenzione, scopriremo l’identità e il movente del colpevole del primo omicidio.

Ma intanto l’indagine e lo sviluppo del racconto ci hanno condotti attraverso una sfilata di luoghi: che siano una tintoria di quartiere, tavole calde a basso prezzo, una sala da ballo o una pista da pattinaggio in periferia – luoghi di lavoro o di svago – appaiono, più che poveri e disadorni, irrimediabilmente malinconici, come i loro abitanti. Perché i personaggi del film, che appartengano al novero dei colpevoli, o delle vittime, o degli investigatori, sono contrassegnati ognuno da una specifica pena segreta, sopportata in silenzio, per anni, come se l’esistenza di ognuno di loro si trascinasse in un perpetuo inverno interiore.

E l’insegna luminosa, variopinta, fantasmagorica del locale il cui nome dà il titolo al film, esprime, anziché la gioia, un’esplosione di dolore.

Un dolore rassegnato, vissuto troppo a lungo perché si possa ancora nutrire una speranza, è ciò che davvero racconta il film. E chissà che non sia il clima di un paese, di un’epoca; o un loro aspetto.

 

Gianfranco Cercone

(da Notzie Radicali, 11 agosto 2015)


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