In libreria/ Giulia Zandonadi. Le pietre e la carne
28 Gennaio 2015
   

«Levigare l’uomo non è compito della vita» scrive Giulia Zandonadi, perché il tempo cancella «le pieghe e i panneggi di pietra» ma inasprisce «rughe e solchi/ di pelle e di carne». Interessante raccolta, Le pietre e la carne, dove la parola è accuratamente cercata, mai eccessiva. La dimensione temporale è fortemente presente: ogni passo consuma un po’ l’arco che va verso la fine, in un percorso che comunque continua anche oltre di noi, su cui «siamo punti e siamo virgole», dove ci muoviamo spinti dal desiderio di raccogliere sogni, come «accattoni di stelle cadute», come anime che vegliano «in attesa della meta».

Non è possibile cancellare la paura, perché dovunque regna il buio che nasconde le impronte anche di giorno. Perché il mondo degli uomini non è tutto materiale stellare, siamo limitati, fragili e difettosi: «Cosa siamo/ se non lembi elettrici/ di carne divisa/ nuda materia pensante/ modellata in serie/ con qualche distrazione?» Viviamo in un tempo “lacerato”, ci sentiamo addosso le colpe dei padri, come in una nemesi storica. Del resto, scrive la Zandonadi, la storia non cambia, forse Omero aveva già capito tutto, e nessuno ci dice che domani sarà diverso da oggi, il domani è pura illusione. Ma «il tempo lacerato di oggi» non deve essere una scusa «per le difficoltà di domani». Un invito a costruire, a riscattarsi, dunque. Il mito introduce immagini simbolicamente significative: «Una virgola disegnata/ sull’Elicona/ è il colpo di uno zoccolo/ di sangue petroso,/ il punto di una sorgente,/ l’omega dell’ispirazione/ il canto dei poeti». In un unico insieme pietra, sangue, ispirazione, vita, poesia.

Se esiste una feritoia di luce la possiamo trovare solo nella forza del pensiero e nella conoscenza che ci sollevano dall’abbrutimento. Il pensiero è magia che ci salva, che ci porta alla consapevolezza, che ci regala coscienza e senso estetico. E la parola è lo strumento che dà voce al pensiero, che ci affranca dalla solitudine e da quell’oblio che spaventa perché suggella la finitudine umana.

Se siamo “virgole” contribuiamo anche noi a costruire la storia, a conservare la memoria, allora il contatto umano, le relazioni, diventano uno strumento imprescindibile, perché siamo immersi nella vita degli altri, ogni contatto e passaggio conserva qualcosa: «Siamo superfici/ appiccicose/ a cui aderiscono pezzi/ frammenti stracci/ di parole di emozioni/ fieramente incompresi./ Sono guaine di memoria». La parola poetica protegge la memoria e rappresenta quella feritoia di luce.

 

Marisa Cecchetti

 

Giulia Zandonadi, Le pietre e la carne

LCE edizioni Biblioteca dei Leoni, 2014, pp. 64, € 11


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