In tutta libertÓ
Gordiano Lupi. La morte del gatto e la rivoluzione
20 Settembre 2014
 

La muerte del gato, è un film di Lilo Vilaplana che sta facendo discutere molto negli ambienti intellettuali avaneri. Sembra un film pericoloso – se ci passate il termine – perché le persone vicine al governo lo definiscono tremendo e i più pavidi lo guardano di nascosto, negando in pubblico di aver assistito alla proiezione. Il film dura soltanto 15 minuti, ma sono minuti intensi, critici nei confronti dei problemi cubani e del governo, che seguono la linea dei corti di Nicanor, prodotti e diretti da uno scrittore coraggioso come Eduardo del Llano.

La muerte del gato segue la tradizione del cinema cubano, fonde tragedia e umorismo, ma la novità è un attacco diretto a Fidel Castro, criticato in maniera esplicita dai personaggi in una sequenza memorabile. Una foto del Comandante simboleggia le cose fatte male, senza criterio, come già in passato era accaduto in vecchie pellicole e programmi televisivi. Se si vuole, anche in Memorias del subdesarrollo di Tomás Gutiérrez Alea – un classico del cinema cubano – il protagonista (Sergio) criticava la necessità che ci siano uomini forti alla guida dei popoli proprio mentre sullo sfondo compariva un manifesto con la foto di Fidel. Niente di nuovo sotto il sole, quindi? Si conferma l'idea – da molti sostenuta – che Cuba è una dittatura blanda, che lascia gli intellettuali abbastanza liberi di esprimere le loro idee.

Non è facile esprimere un'opinione, come sempre accade con Cuba, perché se facciamo un'analisi accurata degli episodi del passato incontriamo esempi di repressione (Padilla e il suo Fuori dal gioco) e di libertà (molto cinema, ma anche letteratura). La muerte del gato vede l'interpretazione di quattro importanti attori cubani: Alberto Pujol, Bárbaro Marín, Coralia Veloz e Jorge Perugorría, chiamati a raccontare la tragedia di tre amici che vivono in un quartiere popolare avanero e decidono di vendicarsi di una vecchia comunista delatrice, responsabile di aver fatto finire in galera un amico. La vecchia spiona, Delfina, serve a criticare i Comités de Defensa de la Revolución, un'organizzazione creata per controllare la società cubana dal basso, facendo forza sui cittadini più propensi a seguire una doppia morale. Il gatto nero è un'allegoria chiara dei danni compiuti dalla Rivoluzione e su quanto sia stata negativa. Per questo motivo, i protagonisti desiderano ucciderlo e vogliono far mangiare a Delfina i suoi resti purificati dal fuoco. La spiona rivoluzionaria – in definitiva – deve cibarsi della stessa Rivoluzione e morire con lei.

Il film è ambientato nel 1989, l'ultimo anno di vita dell'Unione Sovietica, in pratica l'inizio del periodo speciale, una crisi economica molto dura per Cuba. La storia è scritta a quattro mani da Lilo Vilaplana e Alberto Pujol, presenta alcuni errori di ambientazione e una messa in scena imprecisa, ma è importante perché rappresenta un attacco diretto al castrismo e al comunismo. In passato abbiamo visto film che affrontavano i problemi di Cuba in maniera critica, ma questo sembra più coraggioso – pur nella sua brevità – perché esplicito nell'indicare i colpevoli di una situazione deficitaria. Ricordiamo film come Lisanka (crisi dei missili del 1963), La vida en rosa (si parlava di libertà), e i recenti Conducta, Casa vieja e Habanastation (critica del realismo socialista). Vent'anni fa Alicia en el pueblo de Maravilla fece scandalo, ma oggi La muerte del gato pare ancora più sconvolgente. Sono cambiati i tempi? Certo, se una pellicola come quella di Lilo Vilaplana può passare di mano in mano ed essere vista liberamente, qualcosa a Cuba sta accadendo...

 

Gordiano Lupi


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