Lo scaffale di Tellus
Matteo Moca. “La settimana bianca” di Emmanuel Carrère
09 Giugno 2014
   

La settimana bianca di Emmanuel Carrère, ripubblicato in questi giorni da Adelphi, è una storia terrificante, il racconto delle inquietudini di un bambino. Nicolas, il protagonista, è un bambino, timido e introverso, uno di quelli che non invita mai gli amici a casa né viene invitato da loro, un bambino che ha cambiato città abbandonando le radici e gli amici e che non vede mai il padre, sempre in viaggio con la sua R 25. Riguardo a Carrère c'è ben poco da aggiungere: scrive da 30 anni, oltre che alla letteratura si è dedicato alla televisione e al cinema (da cui, tra l'altro, ha cominciato, con il ruolo di critico cinematografico). Ed è proprio con il cinema che è legato a doppio filo: il suo romanzo L'Avversario è diventato un film con protagonista Daniel Auteil e lo stesso Carrère è stato giurato al Festival di Cannes nella giuria presieduta da Tim Burton, oltre ad essere sceneggiatore di serie televisive. Tornando alla letteratura, lo scrittore francese è salito (con grande merito) alla ribalta con il romanzo Limonov, libro che narra la storia della nascita del partito nazional-bolscevico (Naz-Bol) e delle sue figure di spicco, una su tutte quella di Eduard Limonov, vero e proprio anti-eroe contemporaneo, personaggio meraviglioso e terribile, mirabilmente descritto dalla penna dello scrittore francese e per cui non basterebbe un articolo intero per sottolinearne la grandiosità (sua e dell'autore); qua ci accontenteremo di molto meno, concentrandoci sul romanzo ristampato da Adelphi, edito nel 1996, per la prima volta, da Einaudi.

Il bambino Nicolas è oppresso dalla protezione esagerata dei suoi genitori e vive, durante la settimana bianca con i suoi piccoli compagni di classe, i giorni più importanti e terribili della sua vita. Già l'inizio della gita scolastica è ammantato da una differenza che segna ancora più il divario tra il bambino Nicolas e i suoi compagni, mentre tutti si spostano verso le montagne con l'autobus, lui no, si reca alla casa con suo padre, in macchina (macchina che avrà un peso fondamentale nel proseguire del romanzo, ergendosi sia come luogo di riparo che come luogo di morte). Ecco che quindi il bambino prova già prima di arrivare quel sentimento triste di immettersi in una realtà che si è già consolidata senza la sua presenza, nel viaggio in autobus, nei pasti che hanno già fatto insieme, lui che non resta neanche durante la scuola a mensa, perdendo tutti quei momenti nei quali più si intrecciano i rapporti tra i bambini.

Il romanzo breve di Carrère descrive l'aumentare del disagio e del panico nel bambino, il nascere della consapevolezza che tutto si sta compiendo senza che lui possa fare niente, attraverso una scrittura leggere ma implacabile, sempre calibrata nella sua misura e nel tema di cui tratta. Questa discesa negli Inferi è frutto della fantasia infantile, coltivata nella sua solitudine, che si mischia con le spaventose letture che lui compie di nascosto a casa, fiabe terrorizzanti, leggende sul traffico d'organi e le prime pulsioni sessuali. La grandezza di questo libro sta nel fatto che Carrère deleghi le paure e le tristezza ad un bambino di 10 anni, depositario di assurde profezie che poi, contro ogni razionalità, si rivelano vere. Già dalla copertina si intuisce che quella settimana bianca non sarà una settimana come le altre; il bianco della montagna di Walter Niedermayr, autore del disegno, non è un bianco naturale, ma una tonalità calda e malata che si fonde con il cielo quasi dello stesso colore e che consegna, ancor prima di aprire il libro, il presentimento che qualcosa accadrà, qualcosa, ovviamente, di irreparabile.

In un'intervista ad Anais Ginori, Carrère dice di non essere religioso, ma di credere comunque in qualcosa, che «il nostro inconscio abbia un immenso potere. È dentro di noi ma non ci appartiene del tutto». Ed è forse questo tipo di inconscio, questa entità quasi sovrannaturale che spinge la mente di Nicolas verso mondi oscuri e difficilmente scrutabili ma, nello stesso tempo, carichi di una preveggenza inestricabile, libera da vincoli di volontà. Le pagine finali dell'anticipato ritorno a casa del protagonista sono sospese in un vuoto immateriale, in un viaggio in macchina di 430 chilometri, un viaggio che segna la rottura di quell'innocenza infantile che Carrère, in ogni modo, cerca di conservare ma che, con nessuna possibilità, è possibile preservare.

 

Matteo Moca


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