Archeologia editoriale
Angelo Andreotti. POLAROID (1999)/ A un passo
Vincent Van Gogh,
Vincent Van Gogh, 'Natura morta con rose', 1890 
06 Giugno 2014
   

Il giardino delle pietre

Uno spazio fatto scendere

dall’azzurrità diventa una

terraferma dov’è possibile

illudersi di vivere.

Flavio Ermini

 

 

A un passo

 

In quell’ora della sera che è già notte, ma il cielo è ceruleo e le stelle fioccano lente, lui sta pensando che mai, davvero mai, avrebbe sperato di trovarsi così vicino al suo sogno, a un passo dal dargli spazio e tempo.

Perciò ora sposta lo sguardo da quel cielo indeciso e lo porta giù dabbasso, nell’area del giardino di lei, dove lui riposa su una sdraio, e l’umidità inizia piano piano a rinfrescargli la pelle, le ossa.

Un brivido, freddo, che risolve con un fremito che per un po’ lo acquieta. Ma poi ricomincia di nuovo, a tratti, intenso. Sarà la digestione. Sarà questo grumo di emozione chiusa a pugno nella bocca dello stomaco, che preme, e lo costringe a contenere un tremore profondo e remoto, continuo.

Allora afferra il pullover e se lo mette sulle spalle. Va meglio. Molto meglio, almeno per il fresco, perché un tepore rassicurante si diffonde e va fin dove può. Però nello stomaco no, non arriva.

Il tremito resta, e il grumo pure, duro, più duro, indipendente dalla sua volontà.

Lei ha spento il faro che rischiarava il tavolo dove hanno consumato la cena, e adesso le poche lampade attorno rimaste accese, fioche, rispettano la notte. Illuminano l’altra sdraio e il tavolo, appunto, dove trova spazio una cesta con la frutta, ciliegie, soprattutto, che a guardarle così, rubino e lucide, c’è da aver la voglia di pescarne a piene mani.

Lo fa. Poi dalla manciata colma e liscia, tiepida e soda, ne sceglie una, la mette in bocca, la trattiene con i denti e ne strappa il picciolo che si stacca con un suono sordo e secco. I denti affondano nella morbida e gustosa polpa, attenti al seme che puliscono con l’aiuto della lingua, e che poi le labbra appoggiano sul palmo semiaperto della mano.

Getta il seme nell’erba. Ripete l’operazione. Questa volta sputa il seme direttamente dalla bocca al prato, e le altre ciliegie le ripone nel cesto.

Chissà se quel seme germoglierà, si chiede.

 

Nel silenzio la sente armeggiare all’interno della casa.

Rumori familiari e rassicuranti. Il tintinnìo di bicchieri. Passi. L’aprire e il chiudere gli sportelli. Passi. Lo scroscio veloce e nervoso di un rubinetto. Passi. Il suono secco di un oggetto riposto. Ancora passi. La sua voce che alta dice un attimo, ancora un attimo, sto arrivando.

Da quanto tempo la conosce? Potrebbe anche rispondere da sempre, tanto non ha importanza. Quel che importa è che appartiene ai suoi pensieri, ai suoi desideri, come fosse il mormorìo della risacca per la spiaggia, l’aria per il volo, le labbra per l’amore, gli occhi per il sorriso, l’insonnia per la notte, il silenzio per la malinconia, la voce per la nostalgia…

Quante volte ha trascorso il suo tempo a cucire queste associazioni, quante volte ha dovuto smettere per un dolore acuto e indistinto, un sudore della mente, una fitta giù nel profondo.

Gli innamorati non sono mai due, ma sempre uno più uno. Lo pensa. E si dice che forse lo ha letto da qualche parte, ma non ricorda dove.

Non sa neppure perché questo pensiero sia entrato nella sua testa, vi abbia soggiornato probabilmente a lungo, e adesso, solo adesso si sia fatto pensare. Succede.

 

Lei esce nel giardino.

Regge un vassoio con sopra una bottiglia di liquore, due bicchieri, il cestello del ghiaccio, due tazzine di caffè fumante, una zuccheriera. Si china e trattiene un lato del vassoio con una mano, mentre adagia sul tavolino, per non occuparne tutto il ripiano, l’altro lato.

Stavo pensando che non ho mai volato, lei dice mentre vuota il vassoio. Tu hai mai volato, gli chiede.

Si, spesso. Lui risponde dopo un po’. Poi pensa: ma non dove credi tu. In un paio d’occhi.

E in quegli occhi che ora lui lascia il suo sguardo, per poco, poi lo scosta. Il volo è stato radente, e perciò pericoloso.

Parlano di altro. Della serata, fresca. Del cielo, stellato. Del caffè buono. Del lavoro, sfibrante. Delle vacanze, attese. E ti ricordi quando…

 

Lei è seduta sulla sdraio.

I capelli sono lunghi e il colore è grigio, ma conserva ancora la fierezza di quel nero che ne marcava l’espressione. Non ha mai voluto tingerli e così ha preferito che accompagnassero il suo tempo.

Le gambe vestite di un paio di pantaloni larghi in cotone sono accavallate. Con una mano regge il bicchiere di whisky con il ghiaccio ormai quasi sciolto, piccolo, trasparente attorno al centro bianco. Con l’altra mano tormenta il colletto della camicia.

Lo sguardo però è solido e fiero.

Lui, nonostante l’illuminazione debole, può ancora vedere – o ricordare? – l’azzurro di quegli occhi. Un azzurro sorridente. Ampio. Da starci dentro. Come in volo. Appunto.

Le labbra belle carnose, rosa acceso anche senza il rossetto, si muovono cullando quasi le parole. Le lambiscono, le circuiscono per rinvigorirle, le porgono all’ascolto, ne mimano il significato. Sembrano vezzeggiarle prima di lasciarle andare. Lui ne è incantato e quasi non ne ascolta la voce, peraltro armoniosa, pur di concentrarsi su quella danza di aria e carne.

Vorrebbe, eccome se vorrebbe… quelle labbra… È da tempo che vorrebbe… è da sempre…

Ecco, sorridono. Quelle labbra sorridono. E sorridendo si stirano, si tendono e scoprono i denti, la bocca, e quel sorriso è avvolgente, un’offerta di serenità, un dono che però lui afferra dalla parte sbagliata. Non se ne sente riempito, semmai svuotato. Perché quel grumo alla bocca dello stomaco torna, eccome se torna, più denso che mai, e anche il tremito torna, non per il freddo, ma per l’eccesso di adrenalina che scorre lenta, quasi un filo, però incessante, e densa.

Le mani, soprattutto, deve impegnarle in qualcosa e allora afferra il suo bicchiere con entrambe, lo avvolge, lo scalda.

Anche il respiro è teso, un po’ affannato, quasi ha paura di dover parlare, perché certamente la voce uscirebbe indecisa, tremula, e comunque tradirebbe il tramestio interiore, il folle turbinio delle emozioni e del sangue, il ritmo convulso del cuore.

 

Per intanto è lei che parla.

Racconta un fatto vissuto insieme. Di per sé potrebbe essere un ricordo innocuo, ma non per lui. A dire il vero forse neppure per lei, che però continua a evidenziarne i particolari con inconsapevole candore. Le parole rievocano, il sorriso pure, anzi, porta alla realtà, rinnova.

Ecco, lei è sempre stata così. Talmente spontanea da non capire se gli sta preparando l’occasione, oppure semplicemente…

Comunque lui ricorda, ricorda come fosse ora, e quasi lo è, che in quelle occasioni si è sempre fermato a un passo dallo stringerla tra le braccia, dal baciarla, dal toccarle i fianchi, dal premersi contro quel corpo.

Questo non glielo dice, ovvio, ma lo pensa, e lo pensa così intensamente che ha la sensazione di averglielo urlato, ne prova vergogna, perché lei d’un tratto si azzittisce, lo osserva, distoglie lo sguardo e lo porta al bicchiere di whisky ormai senza ghiaccio, e inizia a sorseggiarlo, tanto per nascondere le labbra, forse anche l’affanno che lui non nota, ma che probabilmente intuisce.

Addirittura stringe di più il colletto della camicia, come per fermare un’occhiata indiscreta. No, non è offesa e neppure turbata, è solo pudore, il suo, un poco divertito, e civettuosamente mostrato.

Se ora lui non fosse seduto in quella sdraio che gli impedisce movimenti veloci, che gli vieta di alzarsi con un unico gesto agile, e se anche lei non fosse seduta, allora lui si sarebbe già lanciato verso di lei. Fa anche il gesto ma la gravità lo ostacola, e poi gli consente di pensare che, una volta in piedi, dovrebbe fare due passi, e una volta fatti i due passi, si dovrebbe accucciare, e una volta accucciato, si dovrebbe sbilanciare in avanti per raggiungere le sue labbra, e una volta raggiunte le sue labbra, dovrebbe saper mantenere l’equilibrio per non rovinarle addosso.

Così si rilassa, o perlomeno rinuncia definitivamente. Si sente pavido. Lo è. Si vergogna anche di questo.

Lei deve averlo sentito, ancora. Perché adesso si guardano attorno silenziosi. C’è bisogno di una scusa qualsiasi per rompere questo silenzio, per portare avanti la serata. Che non languisca in questa inebetita posizione di stallo.

Lei abbandona il colletto della camicia, e quella mano scivola in basso, tra i seni, per poi posarsi sul ventre.

Una folata di vento soccorre, è maestrale e smuove d’improvviso e nervosamente le fronde degli alberi, senza preavviso. Poi le porte e le finestre si chiudono e si aprono con colpi violenti. Lei si alza in fretta, scatta in piedi scossa ma non per i rumori secchi che rimbombano all’interno della casa, piuttosto per lo sfiato improvviso di una tensione montata troppo rapidamente, oppure di un’attesa destinata a non risolversi.

Torno subito, dice.

Ti serve una mano, chiede.

No, stai comodo, risponde.

È probabile che dopo lei rimpiangerà di non avergli detto di sì, così avrebbero avuto l’occasione di muoversi insieme dentro la casa, di sfiorarsi, di crearsi un alibi per …

È probabile.

 

Lui adesso è solo.

Si guarda attorno, e a vederlo così fa quasi tenerezza. Alza lo sguardo. La luna è piena, e le nuvole grosse e rade corrono veloci: masse in preda a un trasformismo vorticoso di luci e ombre.

Decide di infilarsi il pullover. Per il momento può bastare, ma se il maestrale continua il cotone non sarà sufficiente.

Forse è il caso di andarsene. Stare fuori potrebbe essere fastidioso per lei. Meglio andarsene, sì, non vorrebbe sembrarle invadente. D’altra parte però… questa sera sono stati bene assieme… lei non gli ha dato l’impressione di non gradire… però insistere…

Ecco, ha deciso, lascia a lei la scelta.

Quando tornerà lui le dirà che è freddo, che non vorrebbe stancarla troppo, che è meglio togliere il disturbo. È presto, e lei dovrà decidere se congedarlo, oppure farlo accomodare dentro casa. E se lo farà accomodare vorrà dire che… Forse.

La ascolta chiudere le imposte. La pensa. Poi la vede, la vede indaffarata mentre si sporge da una finestra e afferra un battente.

I capelli scossi dal vento le attraversano il volto, come dita sottili, oppure come un velo. Gli occhi socchiusi per l’aria veloce.

I loro sguardi si incontrano per un attimo. Lei gli sorride. Dura veramente poco, prima che l’imposta lo chiuda fuori.

È triste quel sorriso, dolce e triste. Anche rassegnato.

Rassegnato a cosa? Si chiede.

E il suo com’era, di sorriso. Come le è sembrato? Triste, malinconico, oppure speranzoso, quasi inebetito? Però non ha sorriso, o almeno così gli pare.

Lui pensa a come sarebbe stata la sua vita se si fossero messi insieme anni fa, quando tutto poteva essere più facile, anche rompere definitivamente quel loro strano e inconcludente rapporto. Ma lui non l’ha mica ancora capita.

No, non crede proprio di averle sorriso.

Non ha mai avuto il coraggio di fare quel passo. Per paura di rovinare la loro amicizia? O per altro ancora.

 

Il tempo di rispondere non ce l’ha, perché lei è già tornata fuori.

Ha raccolto i capelli dietro in una crocchia. Il viso è più illuminato, le belle guance raffrescano lo sguardo che sembra più ampio.

Il maestrale di colpo si è fermato. Lei gira gli occhi alla sua destra e allarmata si dirige verso le rose. Il vento le ha piegate. Parla. Dice qualcosa che lui non ha il tempo di ascoltare, è preso da altro, è preso dalla realtà che pare sopraggiungerlo.

Lei si accuccia, afferra il bastoncino che le teneva dritte e che si è divelto. Lo ripianta. Riprende anche la corda e cerca di raddrizzare quelle rose.

Lui la guarda. Poi dice il suo nome, ma non è proprio pronunciare un nome, è un chiamare, e nel momento in cui la chiama, il tono diventa quello di un’invocazione. E non è più attirare l’attenzione, un modo qualsiasi per riprendere il discorso, è invece uno svuotare il respiro dentro un nome che è quel volto, quel corpo.

Lo intendono entrambi, così lui la osserva accucciata di schiena, adesso ferma, quasi bloccata, a non armeggiare più con rose bastone corda.

Lui guarda quei capelli raccolti in una crocchia appuntata alla bene e meglio. È incantato dal collo, lungo e candido, sottile e nervoso, e vorrebbe ora accarezzare quella sottile peluria che annuncia l’attaccatura della chioma sulla nuca. E osserva anche l’attaccatura delle piccole orecchie addobbate da minuscoli pendagli. E pensa che così non è giusto, che sembra il collo di una bimba pronto per le carezze, o il collo dell’amante pronto per l’amore.

Si alza.

È alzato.

Va verso di lei, ma è a un passo che si ferma.

 

Angelo Andreotti


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276