In tutta libertà
Matteo Moca. Fenomenologia della percezione di Tree of Life
08 Gennaio 2014
 

Tree of Life, il film di una vita. Il film non di una vita qualsiasi ma il film della Vita, quella con la V maiuscola, quella attraverso il cui fluttuare noi siamo ciò che siamo, siamo dove siamo e siamo come siamo. Proprio riguardo questi movimenti, quello che Terrence Malick ci propone è un flusso folle di visioni, una chora di immagini, momenti di vita, eventi naturali che si muovono dalla terra al cielo, dal piccolo al grande, con una focalizzazione microscopica che poi torna ad essere una larga veduta. Non c'è niente di meglio di una bella chora abbracciabile solo con lo sguardo, con la vista, cercando di individuare le sue trame ed i suoi tranelli, stando attenti a non perdersi, bensì a vivere le due ore e venti di film come un lasso di tempo di quasi-dormiveglia, quasi uno stato di allucinazione, lasciandoci trascinare dalla struggente bellezza degli affreschi malickiani, restando però sempre ancorati con la mente al reale, per carpire ciò che c'è di meraviglioso.

Il film viaggia su binari che corrono all'estetica pura, quella che ci rapisce, ci portano al significato vero della parola aesthetis, alla percezione. Così vediamo scorrere sullo schermo le immagini di una cellula che mediante meiosi si divide, ingrandita in maniera spettacolare, rendendo labile il confine tra ciò che veramente stiamo vedendo ed un qualsiasi avvenimento naturale come un'eruzione vulcanica. Ecco che ci perdiamo in una foresta verde dove assistiamo ad un confronto tra due dinosauri per poi essere portati ad uno schermo scuro, illuminato da un bagliore bianco, dolcissimo che ricorre diverse volte durante il film. In questo cammino cosmico è poi presente il salto dai tempi più antichi a quelli moderni. Bellissimo il modo in cui Malick sottolinea la differenza tra i tempi naturali e quelli umani. Ai lunghissimi tempi della natura, come la formazione della Terra, si contrappone la nascita e la crescita dei bambini protagonisti del film, in una sequenza meravigliosa, dove in pochi minuti si vede la crescita di uno dei bambini dalla culla all'infanzia con dei colori e dei movimenti lievissimi.

Dopo la prima parte incentrata sulla natura, la seconda si svolge in una classica cittadina di campagna americana; ogni casa ha il giardino antistante, la vita scorre a stretto contatto con la natura, siamo ancora nel momento in cui il rapporto dell'uomo nei suoi confronti era di amore e solidarietà, quando il moderno, letto in chiave heideggeriana come perdita della sacralità nei confronti del paesaggio, non era ancora arrivato. Qui protagonista è la famiglia del patriarca Brad Pitt, sottoposta ad una ferrea educazione impartita dal padre, vero e proprio despota dal cuore dolce che cerca di non trasmettere le sue paure ai tre figli. Personaggio bellissimo è la moglie, un'entità astratta, quasi una dea dei boschi che vive del suo rapporto con l'ambiente mentre non è altrettanto idilliaco quello col marito. E poco importa se alla fine del film tutto non è stato compreso, alla maniera di Borges e delle pagine della sua “enciclopedia plagiaria”, Malick ci consegna il suo capolavoro, il suo disegno di storia universale. E noi non possiamo che inchinarci.

 

Matteo Moca


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