Oblò Mitteleuropa
L’aliena vampiresca di Fassbinder. “Sangue sul collo del gatto” al Teatro dell’Elfo di Milano 
di Gabriella Rovagnati
30 Novembre 2013
 

La brutalità e la sopraffazione che caratterizzano ogni relazione umana trovano riflesso in questa pièce in un linguaggio stereotipato, che si rivela non essere altro che una bolla di sapone, la quale però, scoppiando, evidenzia la totale impossibilità di comunicazione fra gli individui. A far emergere l’insulsaggine, e con essa la mendacità, del medium linguistico è un personaggio estraneo, sceso sulla terra per osservare gli uomini e le loro azioni per cercare di comprenderle ascoltando il loro modo di esprimersi. L’idea non è nuova, è quella cui ricorrono gli autori del tradizionale Zauberstück, il dramma magico, dove a mescolarsi con la realtà del mondo sono fate e maghi come nelle fiabe. E non importa se il sortilegio giunge a realizzare il miracolo, come nei drammi popolari di Ferdinand Raimund, o se invece si verifichi sempre solo illusorio, come nei lavori teatrali del più cinico Johann Nestroy. Ne L’anima buona di Sezuan, Brecht fa addirittura calare tra gli uomini tre Dei che alla fine del dramma se ne tornano in cielo, dopo aver verificato la loro incapacità di intervenire fattivamente nelle cose del mondo. Il bavarese Rainer Werner Fassbinder (1945-1982), che tanto spesso basava il suo lavoro (per il teatro come per il cinema) sull’adattamento di testi preesistenti, dichiara però che quest’opera, presentata per la prima volta nel 1971 a Norimberga, è tutta frutto della sua fantasia. Nel suo dramma l’alternativa non è tanto fra un “sopra” e un “sotto”, quanto fra un “dentro” e un “fuori”. Dentro ci sono una serie di personaggi caratterizzati solo dalla loro professione – un poliziotto, un soldato, un macellaio, una modella, una vedova … –, da “fuori” giunge invece Phoebe Zeitgeist, l’estranea, l’intrusa che alla fine si rivela messaggera di morte. Non a caso la recita avviene per la gran parte sul proscenio, mentre sulla scena girevole c’è un’improbabile casetta di legno, dentro la quale si svolge la gran parte delle scene di un’intimità fatta di menzogne e soprusi, dove le aspettative di ognuno vengono deluse.

L’aliena ascolta straniata e paziente tutti i personaggi che, in brevi quadri in successione, espongono, ciascuno in un monologo, la storia della propria vita. Due sono i motori che danno impulso alle loro azioni: il sesso e il denaro. A questi due idoli sono tutti disposti a sacrificare ogni cosa, trasgredendo qualsiasi legge etica e di pacifica convivenza sociale. Tutti instaurano con l’altro o gli altri rapporti etero o omosessuali di una dipendenza carica di violenza, che induce tutti alla rinuncia alla propria libertà individuale. La negatività della loro esistenza, altalenante fra prevaricazione e sottomissione, fra boria e fragilità, emerge quando l’aliena, dopo averli a lungo ascoltati muta, ne ripete le frasi fatte, usandole in maniera arbitraria e distorta, fuori da ogni contesto, e mettendo così a nudo il loro nonsenso. Nella danza macabra finale la creatura estranea decide che un’umanità tanto corrotta non merita di continuare a vivere e succhiando a tutti il sangue dal collo, trasforma il palcoscenico in un’ecatombe. Datato e giocato su triti cliché, il dramma non convince neppure nell’allestimento di Arcuri, ora in cartellone all’Elfo di Milano, dove, anche se gli attori sono bravi, non si tenta neppure di svecchiare il testo e si indulge a una nudità gratuita, lasciando nello spettatore, fra l’irritato e il perplesso, un senso generale di confusione.

 

 

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