Obḷ Mitteleuropa
È di scena la follia. “Prodigiosi deliri” al Teatro Out Off di Milano 
di Gabriella Rovagnati
26 Novembre 2013
   

Le analisi cliniche di due psicoanalisti di lingua tedesca, Sigmund Freud e Ludwig Biswanger, austriaco il primo e svizzero il secondo, offrono lo spunto allo spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Out Off di Milano: Progiosi deliri. Il primo dei due casi patologici presentati è quello del presidente della Corte d’Appello di Dresda Daniel Paul Schreber, che, nelle sue Memorie di un malato di nervi, pubblicate nel 1903, descrive le proprie turbe psichiche, riprese poi da Freud nel 1910 nelle sue Osservazioni psicoanalitiche sul resoconto autobiografico di un caso di paranoia. Il magistrato Schreber, educato in maniera rigorosa, scopre nel delirio una propensione all’omosessualità che nella vita “normale” si era negato. Nel suo terapeuta, il dottor Flechsig, il malato vede una sorta di divinità, oggetto per lui di un’irresistibile attrazione e di un’altrettanto decisa repulsione, in cui si fondono le immagini del suo severissimo padre e del fratello maggiore, entrambi defunti. Il desiderio di unione carnale con il medico che lo ha in cura viene trasfigurato dal malato affetto da paranoia in un rapporto spirituale non scevro da furori megalomani. Il sogno di castrazione di Schreber e il suo anelito alla unio mystica con questo suo personalissimo Dio sono segni della repressione da lui subita dal proprio genitore, pure lui un luminare della medicina, e della frustrazione di non aver avuto figli dalla moglie, che nel corso della patologia lo ha abbandonato.

Mario Sala interpreta Schreber in maniera appassionata e convincente. Altrettanto coinvolgente è Patrizia Zappa Mulas, che dà invece voce e gesti al tormento di Ellen West, protagonista del secondo monologo. Del caso di questa giovane ebrea si occupò Ludwig Binswanger, il fondatore della Dasainsanalyse [Analisi esistenziale]. La West, affetta da disturbi alimentari e ossessionata da mania di autodistruzione, finì suicida pochi giorni dopo essere stata dimessa, con il consenso del terapeuta, dalla clinica in cui aveva tentato senza successo di farsi curare.

I due attori, immersi in uno spazio buio, si agitano (perché tutti i loro movimenti sono nel segno dell’eccesso e dell’anomalo) in una stanza le cui pareti sul fondo si trasformano a tratti in specchi obnubilati che li costringono a confrontarsi con i meccanismi di quella che già Pirandello definiva la “camera della tortura” interiore, incapaci di trovare pace, di dar tregua agli spasmi che progressivamente li devastano nella disperata ricerca vuoi della propria vera identità vuoi di quel gesto definitivamente liberatorio che si realizza solo nella morte. Gli arredi di scena e i costumi – l’impeccabile abito bianco di lui e il tailleur cremisi di lei con gonna alla caviglia – ambientano le loro vicende nello scorso fin de siècle, conferendo una cornice di storica “normalità” a due storie di squilibrio, in cui per paradosso i protagonisti perseguono con sistematica lucidità il proprio annientamento.

Ai due casi emblematici portati in palcoscenico da Lorenzo Loris fanno da corollario una serie di incontri e performance tesi a illustrare da angolature diverse (psichiatrica, filosofica, letteraria) i labirinti insondabili della mente umana. Domenica scorsa, ad esempio, alla recita è seguita una splendida lettura di Laura Marinoni, tratta da Una donna spezzata di Simone de Beauvoir.

 

 

Dal 20 novembre al 22 dicembre in Prima nazionale

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