Lo scaffale di Tellus
José Martí. Il gambero incantato
09 Novembre 2013
 

(Racconto fantastico del francese Laboulaye rivisitato da José Martí per la gioventù cubana e pubblicato ne L’età d’oro)

 

 

In un paese del mar Baltico, vicino alla Russia, viveva il povero Loppi, in una vecchia casupola, con la sola compagnia della sua ascia e di sua moglie. L’ascia, va bene! Ma la moglie si chiamava Masica, che significa “fragola aspra”. Ed era proprio aspra Masica, come la fragola selvatica. Proprio come il suo nome: Masica! Lei non s’irritava mai, certo, quando la compiacevano, oppure se non la contraddicevano; ma se non assecondavano i suoi capricci, era meglio scappare nei boschi per non sentirla. Se ne stava zitta dalla mattina alla sera, preparando il litigio, mentre Loppi usciva con l’ascia, tagliando legna e guadagnandosi il pane. Quando Loppi rincasava non la finiva mai di rimproverarlo, dalla mattina alla sera. Perché erano molto poveri, e quando una persona non è buona, la povertà contribuisce a metterla di pessimo umore. Era davvero povera la casa di Loppi: i ragni non tessevano tele negli angoli delle pareti perché non c’erano mosche da catturare, e due topi che una volta entrarono per errore, morirono di fame.

Un giorno che Masica era più litigiosa del solito, il buon taglialegna uscì di casa sospirando, con il tascapane vuoto a tracolla: il tascapane di cuoio, dove metteva un pezzo di pane, il cavolo, le patate che gli davano come elemosina. Era molto presto, e passando vicino a uno stagno vide sull’erba bagnata uno strano animale di colore nero, con molte bocche, che sembrava morto o addormentato. Era davvero grande: era un gambero enorme. “Nel sacco, il gambero! Con questa cena farò ragionare quella mangiona di Masica; lo so io cosa dice quando ha fame!”. E mise il gambero nel sacco. A un certo punto Loppi fece un salto all’indietro, si sentì tremare la barba, divenne pallido. Dal fondo del sacco udì una voce molto triste. Il gambero gli stava parlando:

– Fermati, amico, fermati, e lasciami andare. Io sono il più vecchio dei gamberi. Ho più di un secolo. Che cosa puoi fartene di questo guscio duro? Sii buono con me, come tu vuoi che siano buoni con te.

– Perdonami, gamberino, io ti lascerei andare; ma mia moglie sta aspettando la sua cena e se le dico che ho incontrato il gambero più grande del mondo e l’ho lasciato scappare, questa notte mi romperà il manico della scopa sulla schiena.

– E perché mai lo devi dire a tua moglie?

– Ah, gamberino! Tu parli così perché non conosci Masica. Masica è una persona capace di prendere uno per il naso e questo si lascia prendere. Masica mi rivolta da capo a piedi e mi tira fuori tutto quello che ho nel cuore. A Masica non la si fa.

– Ascolta, taglialegna, io non sono un gambero come sembro, ma una potente maga, e se mi ascolti, tua moglie sarà contenta, se non mi ascolti, invece, te ne pentirai per tutta la vita.

– Tu accontenta Masica, e io ti lascerò andare, che non faccio del male a nessuno per gusto.

– Dimmi che pesce piace a tua moglie.

– Va bene tutto, gambero, i poveri non scelgono: quel che importa è che non torni a casa con il tascapane vuoto.

– Allora posami sull’erba, metti nello stagno il tascapane aperto, e grida: “Pesci, nel tascapane!”

Fu così che un gran numero di pesci entrarono nel tascapane ed erano così tanti che quasi scappavano dalle mani di Loppi. Al taglialegna tremavano le mani dalla meraviglia.

– Lo vedi, taglialegna, – disse il gambero – che non sono un ingrato. Vieni qui ogni mattina e quando griderai: “Nel tascapane, pesci!” avrai il tascapane pieno, di pesci colorati, d’argento e gialli. Se vuoi qualche altra cosa, dovrai dire queste parole: “Gamberino duro, toglimi dai guai”, e io uscirò fuori, e vedrò quel che posso fare per te. Ma guarda, abbi giudizio, non dire a tua moglie quel che è successo oggi.

– Ci proverò, signora maga, ci proverò, – disse il taglialegna; e posò nell’erba con molta attenzione il gambero incantato, che fece un salto e si tuffò nell’acqua.

Loppi tornò a casa in un battibaleno. Il tascapane non gli pesava, ma lo posò per terra prima di arrivare alla porta, perché non ne poteva più dalla curiosità. I pesci cominciarono a saltare fuori, prima un luccio enorme, poi una carpa, luccicante come l’oro, quindi due trote e tantissime cernie. Masica abbracciò Loppi, entusiasta, dicendogli con affetto: “Mio bel taglialegna!”

– Lo vedi Loppi, tutto questo è successo perché mi hai dato ascolto quando ti ho detto di uscire la mattina presto per cercare fortuna. Vai nell’orto, adesso, portami aglio, cipolle e qualche fungo. Vai nel campo, mio bel taglialegna, che ti cucinerò una zuppa degna d’un re. La carpa, invece, la faremo arrosto. Neppure un presidente mangerà come noi.

Il pranzo fu molto buono, Masica fece tutte cose che piacevano a Loppi, che stava pensando a quando la conobbe, ricordandola come una rosa delicata, non come una donna da temere. Ma il giorno dopo, Masica non fu così contenta del tascapane pieno di pesci. Il giorno successivo, si mise a parlare da sola. Il sabato, gli mostrò la lingua quando lo vide arrivare. E la domenica, aggredì Loppi, che tornava con il suo tascapane a tracolla.

– Cattivo marito! Uomo degenere! Mi vuoi uccidere con i tuoi pesci! Quando vedo il tuo tascapane mi si rivolta l’anima!

– Che cosa vuoi che ti porti, allora? – disse il povero Loppi.

– Quel che mangiano tutte le mogli degli onesti taglialegna: una buona zuppa e un pezzo di pancetta.

“Speriamo” pensò Loppi “che la maga voglia farmi questo favore”.

Il giorno dopo, di buon mattino, fu allo stagno, e si mise a dire: “Gamberino duro, toglimi dai guai”.

L’acqua si mosse, uscì fuori una bocca nera, dopo un’altra bocca, infine la testa, con due occhi grandi che risplendevano.

– Che cosa vuole il taglialegna?

– Per me, niente. Niente per me, gamberino. Che cosa dovrei volere? Ma mia moglie si è stancata del pesce, adesso vuole zuppa e un pezzo di pancetta.

– Tua moglie avrà quel che desidera – rispose il gambero. – Quando questa sera ti siederai a tavola, darai tre colpi con il dito mignolo, a ogni colpo dirai: “Zuppa, compari. Compari pancetta!” E vedrai che compariranno. Ma stai attento, taglialegna, che se tua moglie comincia a chiedere, non smetterà mai.

– Proverò, signora maga, proverò – disse Loppi con un sospiro.

Il giorno dopo Masica davanti alla tavola imbandita fu buona come uno scoiattolo, una colomba, un agnello, mangiò zuppa due volte, tre pezzi di pancetta, quindi abbracciò Loppi, chiamandolo: “Loppi del mio cuore”.

Ma dopo una settimana, quando vide in tavola pancetta e zuppa, diventò rossa dall’ira, e disse a Loppi, sollevando i pugni:

– Fino a quando mi tormenterai, cattivo marito, cattivo compagno, uomo degenere? Una donna come me deve vivere mangiando soltanto brodo e grasso di maiale?

– Allora che cosa vuoi, amore mio?

– Voglio un buon pranzo, cattivo marito. Un’oca arrosto, e qualche pasta come dessert.

Loppi non chiuse occhio per tutta la notte, pensando al sorgere del sole e ai pugni alzati di Masica, che gli apparvero ognuno sotto forma di oca. Camminando come un moribondo si avvicinò allo stagno che stavano spuntando le prime ore del giorno. Le sue parole erano flebili, delicate, tristi:

– Gamberino duro, toglimi dai guai.

– Che cosa vuole il taglialegna?

– Per me, niente. Che cosa dovrei volere? Ma mia moglie si sta stancando della pancetta e della zuppa. Io no, io non mi stanco, signora maga. Ma mia moglie si è stancata, vuole qualcosa di più raffinato, tipo un’ochetta arrosto e qualche pasticcino.

– Torna a casa, taglialegna. Non dovrai venire più quando tua moglie vorrà cambiare cibo, basterà che tu lo chieda quando siederai a tavola, che io ti farò apparire tutto quel che serve.

Loppi arrivò a casa in un lampo, ridendo come un matto lungo la strada e lanciando per aria il cappello. La tavola era già apparecchiata, quando lui arrivò, con cucchiai di ferro, forchette a tre punte e una brocca di stagno. Non solo, c’erano anche l’oca con le patate e un budino di prugne. In tavola c’era persino un fiasco di vino dolce, rivestito di paglia.

Masica cominciò a farsi pensierosa. Chi dava a Loppi tutto quel ben di Dio? Doveva saperlo:

– Dimmelo Loppi!

Loppi glielo disse, proprio quando del vino dolce era rimasto soltanto il fiasco impagliato e Masica era diventata più dolce del vino. Lei promise di non raccontarlo a nessuno. Non era difficile. Non c’era una vicina, prima di aver percorso dodici leghe.

Pochi giorni dopo, una sera Masica fu molto dolce, raccontò a Loppi un sacco di storie e terminò così il discorso:

– Loppi mio, tu non pensi alla tua mogliettina. Mangio come una regina, è vero, ma vesto con degli stracci, come se fossi la moglie di un mendicante. Vai dalla maga, Loppi. Lei capirà che tu voglia vestire bene la tua mogliettina.

A Loppi sembrò che Masica avesse tutte le ragioni del mondo e che non stesse bene sedere a una tavola lussuosa indossando un vestito così povero. In ogni caso, quando la mattina dopo chiamò il gambero incantato gli tremava la voce:

– Gamberino duro, toglimi dai guai.

Il gambero tirò fuori il corpo dall’acqua.

– Che cosa vuole il taglialegna?

– Per me, niente. Che cosa potrei volere? Ma mia moglie è triste, signora maga, perché si vede troppo mal vestita. Vuole che sua signoria mi dia la possibilità di farle indossare un vestito da signora.

Il gambero si mise a ridere di gusto, quindi disse a Loppi:

– Torna a casa, taglialegna. Tua moglie avrà quel che desidera!

– Oh, signor gambero! Oh, signora maga! Lasci che le baci la zampina sinistra, quella che sta dalla parte del cuore! Lasci che gliela baci!

E se ne andò cantando una melodia che aveva udito intonare a un uccello dorato mentre volava intorno a una rosa. Quando entrò in casa, vide una bella signora, la salutò e s’inginocchiò davanti a lei. La signora si mise a ridere, perché era Masica, la sua bella Masica, che risplendeva come il sole. Marito e moglie si dettero la mano, fecero due giri di valzer e saltarono dalla gioia. Pochi giorni dopo Masica era pallida, come una persona che non dorme, con gli occhi lucidi, per il troppo pianto.

– Dimmi, Loppi, – gli disse una sera, stringendo un fazzoletto in mano – a che mi serve possedere un vestito così bello se non ho uno specchio per guardarmi, una vicina che mi possa vedere e una casa degna di questo nome? Loppi, riferisci alla maga che non possiamo andare avanti così.

Masica piangeva, asciugandosi gli occhi lucidi con il fazzoletto:

– Loppi, devi dire alla maga che mi dia un bel castello, e dopo non le chiederò nient’altro.

– Masica, tu sei matta! Se tiri troppo la corda si romperà. Accontentati, moglie, di quel che possiedi, altrimenti la maga ti punirà per la tua eccessiva ambizione.

– Loppi, sarai sempre un poveraccio! Chi ha paura di parlare resta senza quel che desidera. Parla alla maga da uomo. Parlaci, che io sono qui pronta ad affrontare ogni problema.

Il povero Loppi tornò allo stagno, con le gambe che gli tremavano. Tutto il suo corpo tremava. E se il gambero si fosse stancato di tutte quelle richieste, finendo per togliergli quel che aveva concesso? Ma temeva pure che Masica l’avrebbe fatto nero dalle botte se fosse tornato senza il castello.

Loppi disse con un filo di voce:

– Gamberino duro, toglimi dai guai.

– Che cosa vuole il taglialegna? – disse il gambero, uscendo fuori dall’acqua un poco alla volta.

– Per me, niente. Che cosa potrei volere di più? Ma mia moglie non è contenta e mi sta torturando, signora maga, con tutti i suoi desideri.

– E che cosa vuole la signora, che non smette più di chiedere?

– Una casa, signora maga, un castellino, un castello. Vuole essere la principessa del castello, dopo non chiederà più niente.

– Taglialegna – disse il gambero, con un timbro di voce che Loppi non aveva mai udito – tua moglie avrà ciò che desidera.

E subito scomparve nell’acqua.

Loppi arrivò a casa con molta difficoltà, perché tutto il paese aveva cambiato aspetto, invece della boscaglia c’erano fattorie e stupendi terreni agricoli, in mezzo a tutto questo c’era una casa molto ricca con un giardino pieno di fiori. Una principessa scese a salutarlo sulla porta del giardino, con un vestito d’argento. La principessa gli dette la mano. Era Masica: – Adesso sì, Loppi, che sono felice. Sei molto buono, Loppi. La maga è molto buona.

Loppi si mise a piangere dalla contentezza.

Masica viveva circondata dal lusso nei suoi possedimenti. I baroni e le baronesse si contendevano l’onore di farle visita, il governatore non dava ordini senza prima averla consultata, in tutto il paese non c’era persona che avesse un castello più sfarzoso, carrozze più eleganti e cavalli più belli. Masica possedeva mucche inglesi, cani San Bernardo, galline di Guinea, fagiani di Teheran, capre svizzere. Non le mancava niente. Allora perché era sempre piena di pensieri? Si confidò con Loppi, appoggiando la testa sulle sue spalle. Masica voleva qualcosa di più. Voleva essere regina.

– Non vedi che sono nata per fare la regina? Non vedi, Loppi mio, che anche tu mi dai sempre ragione, anche se sei più testardo di un mulo? Non posso attendere oltre, Loppi. Vai a dire alla maga che voglio diventare regina.

Loppi non voleva diventare re. Faceva buoni pranzi, cenava bene. Perché mai avrebbe dovuto prendersi la briga di comandare delle persone? Ma quando Masica chiedeva, non poteva fare altro che andare allo stagno. Fu così che quando si alzò il sole andò allo stagno, asciugandosi il sudore, con il sangue gelato dalla paura. Arrivò e subito chiamò.

– Gamberino duro, toglimi dai guai.

Vide uscire fuori dall’acqua le due bocche nere. Sentì che gli dicevano: “Che cosa vuole il taglialegna?”, ma non aveva la forza di riferire il messaggio. Alla fine balbettò:

– Per me niente. Che cosa potrei chiedere? È mia moglie che si è stancata di fare la principessa.

– E adesso che cosa vuole diventare la moglie del taglialegna?

– Ah, signora maga! Vuole diventare regina.

– Soltanto regina? Mi hai salvato la vita, tua moglie avrà ciò che desidera. Salve, marito della regina!

E quando Loppi tornò a casa, il castello era un palazzo e Masica indossava la corona. I lacchè, i paggi, i ciambellani, con le calze di seta e le divise, seguivano la regina Masica, reggendo lo strascico.

Loppi pranzò contento, bevve in un calice prezioso il suo miglior vino dolce, sicuro che Masica avesse tutto ciò che avrebbe mai potuto desiderare. Per due mesi pranzò con petti di fagiano e vini profumati, passeggiando per il giardino con la sua cappa di ermellino e il suo cappello piumato, fino a quando un giorno arrivò un ciambellano che indossava una casacca color cremisi con bottoni di topazio, a dirgli che la regina lo voleva vedere, seduta sul suo trono d’oro.

– Sono stanca di fare la regina, Loppi. Sono stanca che tutti questi uomini mentano e mi adulino. Voglio governare uomini liberi. Vai a trovare la maga per l’ultima volta. Vai e riferisci ciò che desidero.

– Ma che cosa vuoi, ancora? Non sei mai contenta. Vuoi regnare nel cielo dove brillano il sole e le stelle ed essere padrona del mondo?

– Ti ordino di andare, devi dire alla maga che voglio regnare nel cielo ed essere padrona del mondo.

– No davvero. Non andrò dalla maga per chiedere una simile follia.

– Sono la tua regina, Loppi. Se non vai dalla maga, ti farò tagliare la testa.

– Vado, mia regina, vado. – Si mise al braccio la cappa di ermellino e uscì correndo per quei giardini, con il cappello piumato. Quando arrivò allo stagno alzò le braccia, s’inginocchiò e si percosse la casacca multicolore. “Forse” pensava Loppi “il gambero avrà pietà di me!”. Lo chiamò dalla sponda con una voce che sembrava un gemito.

– Gamberino duro, toglimi dai guai.

Nessuna risposta. Non si mosse una foglia. Tornò a chiamare, con un filo di voce.

– Che cosa vuole il taglialegna? – rispose un’altra voce terribile.

– Per me, niente. Che cosa dovrei volere? Ma la regina, mia moglie, vuole che riferisca alla signora maga il suo ultimo desiderio. È proprio l’ultimo, signora maga.

– Adesso che cosa vuole la moglie del taglialegna?

Loppi, spaventato, cadde in ginocchio.

– Perdono, signora, perdono! Vuole regnare nel cielo ed essere padrona del mondo!

Il gambero fece un giro su se stesso, producendo molta schiuma nell’acqua, e si gettò su Loppi, con le bocche aperte.

– Torna al tuo posto, imbecille! I mariti codardi fanno impazzire le mogli! Via il palazzo, il castello e la corona! Torna alla tua casupola, con tua moglie, marito codardo! Alla tua casupola, con il tascapane vuoto!

Quindi il gambero s’immerse nell’acqua, facendo un sibilo come quando si bagna un ferro caldo.

Loppi si distese sull’erba, come se ferito da un raggio. Quando si alzò non aveva più in testa il cappello piumato, non portava al braccio il manto di ermellino e non indossava la casacca multicolore. Il cammino era oscuro e di nuovo boscoso. Meli cotogni polverosi e pini malandati erano gli unici alberi. Il terreno circostante era tornato come prima: pozze e pantani. Portava a tracolla il tascapane vuoto. Camminava, senza sapere che camminava, guardando per terra.

A un certo punto si sentì stringere il collo da due mani feroci: – Sei qui, mostro? Sei qui, marito degenere? Mi hai rovinato, cattivo compagno! Ti ucciderò con le mie mani, maledetto!

– Masica, ti fai del male! Ascolta il tuo Loppi, Masica!

Tutto inutile. Masica non ascoltava. Le vene del suo collo si gonfiarono fino a scoppiare. Alla fine cadde morta, morta di rabbia. Loppi sedette ai suoi piedi, le compose le braccia sul corpo e gli mise per cuscino il tascapane vuoto. Al mattino, quando si alzò il sole, Loppi era disteso accanto a Masica, anche lui morto.

 

José Martí

Traduzione di Gordiano Lupi


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276