Prodotti e confezioni [08-20]
Note a margine del testo “Diciannove carezze” 
Marco Sanna per Il Foglio letterario Edizioni
03 Aprile 2013
 

il suo viso è fermo adesso. In una posizione che ricorda la fatica. Sembra un calcinaccio. Sembra un’attesa, un dolore. Sembra la parte vecchia di una città. Sembra la memoria.

 

L’insolita cifra stilistica di Marco Sanna si snoda attraverso un continuo differimento dal contenuto del racconto al trascinante flusso coscienziale e conduce il lettore ad un alternarsi di spaesamento cognitivo del reale svelandone le parti più nascoste.

Il dettaglio quasi topografico entro il quale sembra ambientare le sue storie diventa simbologia di corrispondenze e analogia che spazia “oltre la pagina”. Poco governabile dalla spaziatura del foglio, il dipinto della vita si amplia nella immaginazione e suggerisce ricerca con grazia ed originalità senza mai spendersi in una provocazione coartante ed esplicita. È proprio nella semplicità del contenuto, infatti, la complessa originalità del testo. Vie, viuzze, viste sul mare, negozi vivono come arterie di un cuore pulsante, costituiscono la radiografia degli incontri, delle parole, delle sospensioni che procede attraverso il parlare colloquiale di incontri, amori, identità dicotomiche. Sono momenti quelli che Sanna coglie e, proprio quando sembra poter procedere e aver trovato il bandolo, la costruzione si sbriciola per dar luogo ad altro da sé, forse oltre il mare o forse nel dialogo di passi che interloquiscono sopra e sotto un tombino tra un uomo ed un topolino. Persone innamorate. Anime ritrovate. Per cinque minuti. Anche solo per cinque minuti. Dentro al negozio nella piccola via, dove Alceo, tutti giorni ama senza sosta.

Tanti “io narranti” quindi, lasciati liberi d’invadere il foglio dal loro capocomico che li ama al punto che perdiamo spesso le coordinate di dove arrivi lo sguardo dello scrittore o siano molteplici i suoi occhi ad assumere ed inglobare percorsi solo apparentemente altrui.

Con sguardi corti l’autore punta il riflettore su narrati che rivelano vuoti e necessità di “riscrittura dell’assenza” e che escludono nel loro narrarsi il discorso diretto inglobandolo senza punteggiatura all’interno del periodare, altre volte invece il dialogo resta in solitaria estrapolazione dal contesto. E uomini, cose, animali, piante e “gite al faro” accavallano onde e maree di ripartorienza della sostanzialità nel palcoscenico esistenziale.

 

Un critico argentino scrisse di Borges «…una profonda capacità filosofica di commozione di fronte alla grandezza e alla miseria dell’uomo, di fronte a quanto è in esse di sorprendente e paradossale».

Così ho sentito, letto e sono anche stata turbata dalla raccolta di racconti di Marco Sanna al quale invio una carezza di ringraziamento.

 

Patrizia Garofalo

 

 

 

Saremo lenzuola di sole

stracci fradici di pioggia

 

parole da infilare

al collo di un’anfora sbreccata

 

 

ferirà

se non toccherai con cura

il suo essere partorita

 

all’abbandono.

 

Patrizia Garofalo

per il racconto di Marco Sanna “Immenso Amore


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