Lo scaffale di Tellus
Adriano Petta. Assiotea, la donna che sfidò Platone e l’Accademia 
Recensione di Enrico Marco Cipollini
02 Aprile 2013
 

Adriano Petta

Assiotea

La donna che sfidò Platone e l’Accademia

Stampa Alternativa, 2009, pp. 344, € 15,00

 

Più volte ho recensito i romanzi storici di Adriano Petta che fan parte di una nota trilologia (Eresia pura, Roghi fatui e il noto Ipazia, vita e sogni, tal ultimo scritto con il compianto A. Colavito almeno nella prima edizione, le altre per un editore romano non le ho avute onde non posso esprimermi, ben oltre 50mila copie sebbene... italicum est, non legitur) e li ho trovati eccellenti. Sono sì divulgativi, nel senso che vogliono abbracciare un grande pubblico e sensibilizzarlo, ma di certo non deficitari di documentazione storica e “filosofica” soprattutto sui Catari e l’iter fino a Giordano Bruno.

Adriano Petta usa come escamotage per entrare nel vivo del discorso il genere “giallo”: un manoscritto ricondurrebbe al Grande Ordinamento dell’atomista Leucippo ma viene trafugato in circostanze poco chiare senza che Assiotea di Fliunte (nell’Ellade) abbia potuto leggerlo, abbeverarsi del sapere del grande atomista e poi copiarlo e diffonderlo. Qui la finzione “scenica” del romanzo ma il vero “mistero” resta, secondo me, un altro d’ordine filosofico: il silenzio sugli atomisti che ebbero un gran peso per la loro teoria in netto contrasto con il Timeo platonico. Ma tornando in medias res, chi è Assiotea di Fliunte? Abbiamo poche testimonianze. Diogene Laerzio nelle sue Vite dei Filosofi, ci dice che, assieme ad un’altra donna, Lastinea di Mantinea, Assiotea di Fliunte fu accolta nella celeberrima Accademia da Platone medesimo. La stessa notizia viene confermata dalla testimonianza di Filodemo. Così come si testimonia che si abbigliasse «come un uomo». Ma una ragione c’era. Per entrare e dibattere nell’adunanza-ecclesia- della Pnice bisognava esser di sesso maschile.

Quando Assiotea parla del problema degli schiavi deve per forza di cose travestirsi da uomo perché alle donne era vietato far parte dell’ecclesia della Pnice come suddetto. E la filosofa di Fliunte denuncia il pericolo di Filippo il Macedone proprio in tale assemblea. (Per approfondimenti su Assiotea ci si può rivolgere a ricerche di un serio studioso come Dorandi – vedi, “Assiotea e Lastenia, due donne” in Atti Accademia TC – e ad un’opera che si sta completando in Francia, nonché a filologi e filosofi dell’antichità classica, nostra colonna portante).

Adriano Petta fa della filosofa, prima schiava, copista eppoi donna libera, una femminista ante litteram e gli serve anche per dimostrare che Platone, ritenuto il princeps, l’acmé della filosofia greca classica, con il suo dualismo soffocò de facto ogni principio di progresso e libertà (di che, di che cosa? Perché non mettere il “di”? Altrimenti tutto si risolve in astrazione che “politicamente” si traduce in demagogia). È evidente l’influsso di un controverso scrittore di “cose filosofiche” quale Michel Onfray, fautore di un edonismo “anarcoide”. Sulle tesi di tal francese ci andrei molto cauto (estremamente discutibile il “suo” Freud dove attacca più la persona che le teorie, sic!). Platone non si disinteressò minimamente della politica intesa in senso nobile (fu il pungolo del suo operare) né, tantomeno, si disinteressò a problematiche della “tecnica”, vedi il Teèteto, il dialogo teoretico per eccellenza ove si sofferma con avida curiosità sul funzionamento del telaio, della spola etc. o l’interesse linguistico per penetrare nell’essenza delle cose nel Cratilo, anche se non crede nel linguaggio come mezzo per giungere alla massima speculazione. Ma, en passant, guardiamo la storia greca. Penelope, che riflette un determinato periodo della Grecità, ha ancora una certa indipendenza ma dobbiamo, se vogliamo entrare nell’antropologia del mondo antico, far presente -per onestà intellettuale- che la società greca è presa da preoccupazioni militari onde per cui una causa del privilegio dei guerrieri, dei maschi a scapito dell’altro genere. La donna greca aveva in effetti la facoltà di ricevere una dote ma non ereditare perché il patrimonio doveva finire al maschio in quanto futuro guerriero. Diversa invece è la considerazione della donna in campagna. Inoltre c’erano le etère che ricevevano una certa educazione rispetto alle donne da maritare: di fatto le etère sollevano con cultura e sesso l’uomo greco. A Sparta, dove il regime era collettivistico, le donne eran diversamente considerate rispetto alle altre poleis. Platone un antifemminista? Al di là del carattere utopico della Repubblica (pessima traduzione ma invalsa), V libro, ci dice a chiare lettere che «donna e uomo han la stessa natura, atta al governo della città» e l’uomo e la donna divergono tra loro solo «per questione di differenza di forza» (V, 454d, 456a). Tra il grande Ateniese e Aristotele sulla donna, sulla sua natura e via dicendo, v’è una grande differenza. Già nella Storia degli animali, lo Stagirita professa idee in contrasto netto con quelle del Maestro. Partendo da una “biologia” viziata e zeppa di pregiudizi, Aristotele giunge ad affermare l’inferiorità della donna onde per cui deve esser dominata dall’uomo. Anche se sappiamo che la convivente di Pericle lo aiutò effettivamente nella sua azione politica, che Plutarco cercò di smontare i preconcetti aristotelici, che nel “Giardino”-Kepos- di Epicuro fu accolta Leonzia, una nota etèra, oltre alle donne di ogni estrazione sociale, la teoria aristotelica sul genere femminile ebbe la meglio. Solo molto più tardi le idee platoniche sulla donna si riaffacceranno alla ribalta ma questa è un’altra storia molto complessa che fa parte della conquista dei diritti della donna.

Il pericolo che si corre nell’affrontare la civiltà greca e in genere antica è subdolo: concepire modus vivendi e status mentali tipici delle antiche civiltà come odierni, tralasciando l’antropologia dell’uomo antico e confondendolo con quello d’oggi. E non credo neppure che Adriano sia un “cinico” come lui si definisce. A parte tali osservazioni, il libro è godibile e ben strutturato.

 

Enrico Marco Cipollini


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