Lo scaffale di Tellus
Le Vite Davanti a Sé # 1 
di Andrea Gratton
16 Febbraio 2013
 

Prima Parte

La Maschera di Fuoco

(Cesárea, Albert, Victor, François)

 

 

Testimonianza scritta tratta da Le Monde.

Articolo del 3 dicembre 1980.

 

Nella serata di ieri è venuto a mancare lo scrittore francese Roman Kacew. Si è tolto la vita con un colpo di pistola nel suo studio di Rue du Bac, a Parigi. Ignote le cause del tragico gesto. Kacew è noto per essere stato il solo scrittore a vincere due volte l'ambito premio Goncourt.

Le esequie si svolgeranno in forma strettamente privata, in seguito al nulla osta da parte delle autorità competenti.

 

Testimonianza di Cesárea Tinajero, collaboratrice domestica. Parigi, XII arrondissement, 13 dicembre 1980.

 

Bueno, quando accadono cose del genere, capita spesso che la gente dica che siano accadute in maniera inaspettata. Tanto che se avessero potuto scommettere un solo centavo sull’ipotesi che si verificassero, beh, non avrebbero scommesso nada! Io, invece, la vedo in una maniera completamente diversa. Sarà che, da buona spagnola, mi porto dentro decenni di dictadura franquista, e quindi di insensatezza e violenza gratuita e folle. Sarà che, da quando Garcia Lorca ha scelto di tornarsene a Granada e farsi fucilare invece che starsene barricato a Madrid, della lucidità degli scrittori tendo a fidarmi poco. Sarà che sono fatalista di natura, o decine di cose del genere. Fatto sta que no! Que no! Che mai avrei scommesso un centavo sull’ipotesi che NON si verificasse un fatto del genere. Perché gli eventi si verificano! Sono fatti apposta per questo. E i centavos è meglio tenerli in tasca, ché i tempi sono bui.

Quando ho sentito il colpo di pistola ho subito capito che proveniva dallo studio del señor. Non immaginavo ancora cosa fosse successo, però che il colpo provenisse da lì era un dato di fatto. Fossi stata più cinica e meno distratta dalle faccende domestiche, avrei fatto due più due, e non avrei nemmeno aperto la puerta, chiamando subito la polizia o chi per loro. Invece no, appena sentito il colpo ho bussato allo studio del señor, ma non ho ricevuto risposta. Ho bussato di nuovo, allora, chiamandolo con voce decisa. Squillante. Di nuovo nessuna risposta. Allora ho aperto la puerta, delicatamente. Ché magari non era successo nulla, e il señor era ancora spaventato per un colpo improvviso partito chissà come. Ho fatto un paio di passi dentro lo studio, ma non riuscivo ancora a vederlo perché il grande letto mi bloccava la visuale (io l’ho sempre chiamato studio, in realtà è la camera da letto del señor, dove tiene tutte le sue cose e i suoi libri, e dove si ritirava spesso a scrivere). Così mi sono diretta verso la scrivania, piazzata in prossimità della finestra che dava su Rue du Bac. La prima cosa che ho notato, però, non è stato il corpo del señor (quello è avvenuto soltanto dopo), piuttosto la nuvola di fumo salato che aleggiava accanto alla scrivania. Una nuvola grigia che picaba i polmoni e gli occhi e che, per un lasso di tempo brevissimo, era riuscita a nascondermelo. Quando inevitabilmente la nuvola si è dissolta, come inghiottita da un Mangiafuoco o da chissà quale essere fantastico l'ho visto. Ho visto il corpo del señor.

Era riverso sulla poltrona con la testa sprofondata all’indietro, come di chi si fosse addormentato in una posizione innaturale. Svenuto, quasi, dopo una noche di bagordi. La poltrona era posta di lato. In modo da non dare direttamente sulla finestra, bensì da lasciar vedere il panorama della calle senza però essere visto. Le braccia erano adagiate ai lati della poltrona. Penzolanti. Inutili. Prive di vita. Accanto alla mano destra la pistola, con la pequeña canna ancora calda e fumante. Del viso non voglio parlare, perché era proprio lì che si era sparato il señor. E un viso sparato non è più un viso, piuttosto una nuova forma di non-vita. E chi si spara in bocca lo fa chiedendo implicitamente di non parlare poi del viso, perché morire sfigurati non è mai un’opzione piacevole. Durante la guerra civil ne avevo visti un sacco di volti del genere. Fucilati, torturati, trucidati con follia selvaggia. Con locura. Così sapevo benissimo ciò che comportava: il sangue che schizza un po’ ovunque, i capelli che si impastano sulla faccia, los ojos che se ne stanno aperti spalancati guardando il nulla. Come se nel loro ultimo riflesso fosse stata imprigionata la risposta più inutile a tutte le domande esistenziali. La chiave di volta di tutta l'Umanità, con la U maiuscola.

Così el señor se ne stava lì, sprofondato e sparato sulla sua poltrona. Il sangue colava verso il busto, e veniva assorbito dalla vestaglia roja che si era preso qualche settimana prima. La vestaglia era così roja, che non si poteva nemmeno distinguere dove iniziasse il sangue e dove finisse la stoffa. Come se il señor lo avesse fatto apposta e, invece che spararsi, si fosse tirato su la vestaglia fino al collo. Per sfuggire al freddo parigino. Il puzzo del fumo si era bloccato nella stanza. Si vede che Mangiafuoco non era riuscito a portare a compimento del tutto il suo lavoro! Così ho aperto la ventana e ho fatto passare un po’ d’aria nello studio. Mi sono affacciata alla finestra, cercando di capire se qualcuno si fosse accorto dello sparo, ma nulla. La vita di Parigi continuava uguale a sempre. Con le sue automobili, la sua gente indaffarata, i suoi mezzi pubblici in continuo movimento. Svanito l’odore del humo ho chiuso la ventana, e sono tornata verso il señor. L’ho fissato per l’ultima volta, e mi sono fatta il segno della croce e recitato una di quelle preghiere che mi aveva insegnato la mia abuela tanti anni fa, in Andalusia. Quelle che si dicono solo in situazioni del genere, ché a dirle prima porta male.

Va detto che io non credo a tutte queste cose. E nemmeno il señor ci credeva. Solo mi è sembrata la cosa giusta da fare, prima di prendere il telefono e chiamare la polizia.

 

Testimonianza di Albert Hidalgo, titolare del negozio di abbigliamento Hidalgo’s. Parigi, V arrondissement, 9 dicembre 1980.

 

Non era un cliente abituale. Altrimenti lo avrei riconosciuto. Non dimentico una faccia che sia una, io, poche storie! Ricordo ancora di quella turista russa (da Leningrado, per la precisione), cui vendetti uno scialle di seta celeste nell’estate del 1973. E che, a cinque anni di distanza, nella primavera del 1978, mi capitò di nuovo davanti agli occhi. In questo stesso negozio. «Ora le mode sono cambiate, signora cara!» le dissi appena la vidi, «Il celeste non è più un colore in voga. Quest’anno va di moda il verde smeraldo, e io le consiglierei un bel copri spalle in raso, così da valorizzare la sua figura e i suoi begli occhi!». La turista russa sbiancò di colpo (e non fu facile accorgersene, dato che già di suo, tra clima, trucco e carnagione, era ben pallida) stupendosi che, ad anni di distanza, mi ricordassi ancora di lei e del suo acquisto. Io le feci un galante e discreto baciamano e le dissi «Signora mia, la memoria non mi difetta, così come le buone maniere e gli ottimi vestiti!». Lei restò di stucco, accaparrandosi un buon numero di abiti e, ovviamente, il copri spalle di raso. Quello che le avevo dipinto addosso con un solo sguardo, appena entrata nel negozio. Quindi no, quell’uomo non era un cliente abituale! Perché, in tal caso, lo avrei riconosciuto e gli avrei consigliato l’abito più adatto. L’abito fatto apposta per la sua figura. Creato per lui e lui solo. Ma no, quell’uomo non era un cliente abituale. E tant’è.

Era entrato nel negozio con fare che potrei definire sospetto (anche se, ripensandoci, non credo sia il termine più adatto). In realtà era piuttosto come se non avesse alcun motivo per essere tra queste mura. O meglio che vi fosse solo fisicamente, con il suo corpo alto e magro, e non con la testa. Con la dovuta attenzione che qualunque cliente dovrebbe dedicare ai prodotti che andrà ad acquistare. Soprattutto qui, nel mio negozio. Da Hidalgo’s. Ecco, quelli come quell’uomo, quell’uomo che mi mostrate in questa fotografia, sono i clienti con cui tratto con più difficoltà. E non ho remore ad ammetterlo. Sono clienti che non hanno nulla a che fare con lo stile del mio negozio, e che forse si troverebbero più a loro agio nei mercati rionali (detto con il massimo rispetto per i mercati rionali!), piuttosto che in un negozio d’abbigliamento di questa caratura. Mi ricordo un vecchio pittore, un bretone dalla lunga barba arruffata e dagli occhi piccoli e fiammeggianti, che entrò nel mio negozio per comprare un soprabito di lana nera. Credo fosse il 1965, o forse no, era il 1967! Ecco, questo pittore bretone entrò e, senza dire una sola parola, afferrò un soprabito nero, pretendendo di pagarlo e di uscire così, su due piedi. «Non lo prova?» gli chiesi con cortesia. «Non ho bisogno di provarlo!» disse lui. «E se non fosse la taglia giusta, se le cadesse male, se la stoffa fosse troppo pesante?» cercai di insistere. «Poi potrebbe pentirsene, e io guadagnerei soltanto un cliente insoddisfatto! La prego, lo provi un attimo». «No!» disse risoluto il bretone. «Ho bisogno di un soprabito, e questo è un soprabito! Lo voglio nero, di lana nera, che mi protegga dal freddo di Parigi. E questo ha tutte le caratteristiche di cui ho bisogno! Il resto conta ben poco». Così il bretone pagò il soprabito e se ne andò, senza nemmeno aspettare il resto. Seppi che si trattava di un pittore solo alcune settimane dopo, quando vidi la sua lunga barba arruffata e gli occhi piccoli e fiammeggianti in una fotografia su Paris Match. Era una foto a corredo di un articolo su un gruppo di pittori avanguardisti, che avevano esposto in chissà quale atelier parigino. Ecco, voi non ci crederete, ma quel bretone aveva addosso quello stesso soprabito di lana nera comprato qui poche settimane prima! In questo negozio. Da Hidalgo’s. Era più grande di almeno due taglie, ed era già liso e sformato dopo solo un paio di settimane d’uso. Tanto che, se avessi potuto, avrei scommesso che quel soprabito gli era servito come coperta per dormire lungo la Senna. Cristo santo, se quel bretone mi avesse ascoltato avrebbe avuto un bel soprabito di lana nera, cucito e rifinito a pennello, della sua esatta misura. Capace di valorizzare anche quella barbaccia lunga e ispida che si ritrovava!

Comunque l’uomo della foto, il signore alto e magro, girava per il negozio con fare sospetto. Anzi, distratto. Ecco il termine corretto! Una delle mie ragazze lo aveva avvicinato chiedendogli se avesse bisogno di una mano e lui, come risvegliato da un torpore, le aveva risposto soltanto “vestaglia rossa”. I suoi occhi, quelli dell’uomo alto e magro, intendo, si erano come illuminati dopo che la sua bocca aveva pronunciato quelle parole. Come se ascoltare la sua stessa voce lo avesse nuovamente proiettato in una dimensione reale. Come se le due sole parole bofonchiate, “vestaglia” e “rossa”, gli avessero donato di nuovo la capacità di comunicare. Di sapersi esprimere. La ragazza gli aveva mostrato un paio di vestaglie della sua misura. Tutte di ottima fattura, ineccepibili. Materiale di prima scelta, ovviamente. L’uomo si era limitato a dire, con un filo di voce e fissando in maniera superficiale la foggia delle vestaglie, che voleva quella più rossa. Non la più accesa o la più vistosa. Semplicemente quella più rossa. «Ci sono decine e decine di tonalità di rosso, signore!» aveva obbiettato la ragazza, con un sorriso affabile. «Può farmi un esempio più concreto? A quale tonalità dovrebbe assomigliare?». «A quella del sangue» disse l’uomo. «Sangue?» chiese la ragazza. «Sì, sangue. Quella cosa che abbiamo dentro e che ci esce di tanto in tanto quando ci feriamo o ci tagliamo» continuò l’uomo, come se fosse la cosa più normale del mondo. «Sangue…», esplicitò. La ragazza (con infinita professionalità, vorrei aggiungere) gli consigliò la vestaglia che più rispondeva ai requisiti richiesti da quello strano cliente, ed egli si considerò soddisfatto. Così prese la vestaglia, se la fece incartare, pagò e uscì.

Era un pomeriggio di neve leggera, frutto di una tenue nevicata pomeridiana. Una di quelle che Parigi si mangia in poche ore. L'uomo della foto uscì da questo negozio con la sua vestaglia rosso sangue avvolta nella carta impermeabile che porta il logo del mio negozio. Hidalgo’s, con una bella “H” al centro, sormontata da due leoni, che danno quel tocco di serietà in più. Uscì dal negozio, insomma, e sono certo uscì soddisfatto. Solo non era un cliente abituale e, prima che voi me lo indicaste su questa foto, posso dire con certezza di averlo visto una volta sola. Un’unica volta, in quel pomeriggio nevoso del 2 dicembre. Un pomeriggio in cui se ne andò (ne sono certo!) con ciò che aveva cercato. Con ciò di cui aveva espressamente bisogno. E lasciate che ve lo dica, dato che vi vedo interessati a quell'uomo: se l’esperienza non mi inganna, ho guadagnato un nuovo cliente. Un nuovo membro della grande famiglia Hidalgo's!

 

Testimonianza di Victor Kaelbel, direttore editoriale delle edizioni Gallimard. Parigi, VII arrondissement, 11 gennaio 1981.

 

Posso capire che, per voi, questa cosa appaia come assurda, eppure è la verità più sacrosanta che mai potrebbe uscire dalle mie labbra: io non ne sapevo nulla! Voi direte che no, che è impossibile che un editore non conosca i suoi autori di punta. Che non li visiti costantemente. Che non li tenga “sul pezzo”, come si dice in gergo. E, perché no, che non li marchi a stretto contatto, soprattutto quando l’autore in questione è stato l’unico in grado di vincere due volte il premio Goncourt. Con tutto l’indotto di vendite e ristampe che ciò comporta. Eppure è proprio così, e io non ne sapevo nulla. Quell’uomo che mi mostrate in questa foto, di cui non ho certo bisogno per ricordare i tratti somatici, per quel che mi riguarda è sempre stato un vecchio scrittore finito da decenni. Le cui opere venivano pubblicate più per bontà e riconoscenza, che per effettivo ritorno economico.

La vita di un direttore editoriale è strana, sapete? Voi cosa credete sia un libro? Voglio dire, in che cosa, in quest’inizio di anni ottanta, identificate il concetto stesso di libro? Vedete, il mondo corre in maniera vertiginosa verso la dittatura dell’economia più spietata. Ogni oggetto non è più un oggetto in sé, bensì è il suo valore. La sua possibilità di essere venduto e commercializzato. Lo scarto che passa tra il costo della sua produzione e tutte le vite commerciali successive che, come in una reincarnazione continua, non devono far altro che arricchire chi lo stringerà tra le mani. Come una cascata, in sequenza. Se ciò è già assurdo e sconvolgente in ogni ambito della nostra vita (da un mela, tanto per fare un esempio, a un abito), figuratevi quanto poi lo diventi in un ambiente volatile per eccellenza come quello dell’arte. E, segnatamente (dato che è questo l’ambito in cui mi muovo), nella letteratura. Ora, prendete un autore, un autore qualsiasi. Quest’autore, con un libro X, riesce a vendere un numero Y di copie. La somma dei costi della stampa, della distribuzione e della pubblicità è, mettiamo caso, Z. Bene, io metto tutti questi dati in un calderone matematico, faccio un calcolo breve, e ottengo una cifra ipotetica. Badate bene, questa cifra non vuole indicare nulla di concreto! È semplicemente un coefficiente dal quale io possa poi trarre dei dati fisici sull’esito successivo dei libri di questo stesso autore.

Ogni pubblicazione insomma, ammesso che venga avvallata, produce un dato coefficiente che deve poi essere confrontato col miglior coefficiente prodotto. Se i coefficienti, messi in riga come nella tabellina di un qualsiasi numero, sono costantemente in calo, beh, ecco un autore con qualche problema. Uno che inizia a essere non più redditizio, per dirla in termini meramente economici. Se i coefficienti, invece, sono oscillatori, io cerco di capire come intervenire per stabilizzarli verso l’alto. Se poi, in ultima ipotesi, sono in salita costante, cerco di protrarre il più a lungo possibile questo percorso. Investendo, consigliando, dandomi da fare affinché il diagramma sia sempre in crescendo. Tornando all’uomo nella foto, il suo caso è molto particolare. Prendete un ottimo scrittore, autore di romanzi importanti, vincitore di grandi premi internazionali. Non un banale autore di best seller, intendiamoci: un romanziere vecchio stampo! Di quelli pronti a filare dritti dritti in tutti i manuali di letteratura. Bene, a un certo punto uno scrittore del genere smette di vendere. Inizia a produrre libri belli, ma aridi, e i suoi coefficienti calano in maniera costante. Un po’ perché è cambiato il gusto del pubblico, certamente. Un po’ perché il suo nome viene legato a un periodo trascorso da troppo tempo. Ad allori conquistati in un’epoca identificata come troppo lontana. A questo punto un editore deve porsi la domanda fatidica: continuiamo o no? Seguiamo un autore del genere anche nei suoi progetti futuri (pur non prevedendo nulla di buono) o lo abbandoniamo a se stesso?

Ecco, questa è la domanda che nessun editore vorrebbe mai farsi. O per lo meno nessuno qui, all’interno di Gallimard. Perché, testardi come siamo, non ci siamo ancora ridotti a vedere nell’editoria un fenomeno economico nudo e crudo. Perché, dopotutto, certi grandi autori è giusto tenerli in catalogo, anche se vendono meno delle collane di cucina thailandese. E allora ti dici che sì, che un autore del genere, nonostante sia finito, lo seguirai anche nei suoi progetti futuri. Magari sperando che, arrivato a un certo punto, si renda conto che non è più tempo per lui. Che il passato non ritorna e che, forse, è meglio appendere la macchina da scrivere al chiodo piuttosto che pubblicare fino allo sfinimento. Prima che mi facciate la fatidica domanda vi preciso subito che no, che non ho mai conosciuto uno scrittore che sia stato in grado di fare questo. Eppure quell'uomo scavato e secco che vedo qui, e che ricordo a memoria senza bisogno di alcuna foto, sembrava esser stato l’unico in grado di prendere tale risoluzione. Da un bel po' di tempo non mi arrivava più alcun manoscritto dal suo indirizzo parigino. Il suo agente non bussava mai alla mia porta, e io mi limitavo a corrispondergli i soldi dei suoi diritti d’autore, basati quasi tutti su libri vecchi di un paio di decenni. Insomma, per me quell’uomo era scomparso! A livello editoriale, voglio dire. Per quel che ne sapevo non stava scrivendo nulla. Né aveva in programma di farlo: era diventato uno scrittore fantasma. Uno dei casi più rari di scrittore fantasma. Non un ghost-writer del cavolo, cercate di capirmi! Uno scrittore fantasma nel senso che la sua scrittura non era più un’entità fisica. Un’entità stampabile e pubblicabile (e dio solo sa che, nel caso mi avesse mandato un manoscritto, glielo avrei pubblicato senza nemmeno leggerlo, andando incontro anche a un fiasco commerciale!). Bensì un qualcosa di fine a se stesso. A puro uso e consumo della sua vita. Della sua storia. Dei suoi ricordi. Uno scrittore senza lettori, insomma, come decine di milioni di scrittori nel mondo. Con una sola differenza. Uno scrittore senza lettori, ma di fama mondiale. Uno scrittore fantasma, appunto, e dei più rari.

Quando il notaio aprì quei documenti, però, mi resi conto di non aver capito nulla. Anzi, cosa ben peggiore, di non aver mai sospettato di nulla! Perché, come dicevo prima, io non ne sapevo nulla! E scrivetelo, scrivetelo pure: non era lui a essere uno scrittore fantasma, bensì io a essere un editore fantasma. Io che, in quei suoi anni d’assenza, non mi ero mai reso conto di aver pubblicato costantemente tutti i suoi libri. E che quel Goncourt così inaspettato, era il suo Goncourt. Non il mio. Non il Goncourt delle edizioni Gallimard, bensì il Goncourt di uno scrittore unico.

Un ex scrittore fantasma che se n’è andato poco più di un mese fa. Con un colpo di pistola in bocca. Uno solo. Discretamente. Così come aveva sempre vissuto. Così come aveva sempre scritto. Così come era sempre stato pubblicato.

 

Testimonianza di François Heutte, pensionato. Parigi, Jardin du Luxembourg, VI arrondissement, 24 dicembre 1980.

 

Le giornate non sono mai tanto lunghe come quando si diventa anziani. E non parlo soltanto della lunghezza temporale. Di quella specie di noia costante, una nausea quasi. Parlo piuttosto di una lunghezza fisica. Uno stato d’animo che ti attanaglia da dentro, e che rende ogni cosa lenta, interminabile. Continua. È una lunghezza a doppia velocità. Come due binari della stessa linea ferroviaria che, pur procedendo paralleli, ospitano due mezzi dalla diversa forza locomotrice. Da un lato, c’è lo scorrere inesorabile degli eventi: rutilanti, continui, inarrestabili. Dall’altro c’è lo scorrere del tuo tempo fisico. Il progredire della tua consunzione. Del tuo cammino inesorabile verso la polvere del corpo. Così gli accadimenti esterni si susseguono uno dopo l’altro. Da una parte ci sono le nascite, le morti, le guerre, le feste nazionali, i cambi di stagione, le notizie più o meno incredibili, gli scandali politici e così via. Dall’altra si assiste al lento consumarsi delle membra. Al rinsecchirsi della pelle e delle mucose. Alla perdita dei capelli. Alla vista che si fa più fioca. Alle ginocchia che reggono meno, al fiatone che arriva sempre un passo prima. Alla tosse che ci mette sempre di più ad andar via. Insomma, è come una partita tra due squadre che giocano in due categorie differenti. Distanti decine e decine di posizioni. E tu ti trovi a essere, allo stesso tempo, arbitro e campo da gioco. Posta in palio e premio di consolazione.

L’uomo che mi state mostrando in questa foto lo conosco bene. Come si possono conoscere due persone anziane, ovviamente. Condividevamo spesso la stessa panchina al Luxembourg. Cosa che, giunti alla nostra età, è quanto di più puro si possa condividere. Arrivava quasi sempre nel primo pomeriggio, con la sua solita aria dignitosa. La barba rasata di fresco, il cappello sulla testa per non prendere freddo, l’abito scuro sempre impeccabile. Anzi, se non propriamente impeccabile, il che gli darebbe quasi l’aria del dandy, quanto meno curato con semplicità e pulizia. Camminava con un bastone di legno scuro. Uno di quei bastoni che si comprano al mercato delle pulci di Saint-Ouen, e che non si dovrebbero mai scambiare neanche per due anni di vita in meno. Arrivava con un paio di quotidiani sottobraccio, quasi sempre l’Herald Tribune e Le Monde, e iniziava a chiacchierare del più e del meno, prendendo spunto dalle notizie che aveva leggiucchiato nel corso della mattinata. Non saprei dirvi come fosse iniziata questa nostra consuetudine. Sapete, alla mia età si ricordano con più facilità eventi del passato piuttosto che nuovi “ingressi” nel presente quotidiano. È una specie di tara. Come se lo spazio in testa fosse già stato riempito in modo da lasciar ricordare solo l’azione consueta, non la causa scatenante. Tutto ciò, ovviamente, senza annullare le capacità di ragionamento e discernimento, beninteso.

In ogni caso era un grande appassionato di calcio, mentre la politica lo appassionava molto meno. Un giorno gli dissi che portavo lo stesso nome di un famoso calciatore francese, e lui insistette molto per sapere di chi si trattasse. Quando glielo dissi, fu in grado di parlare per un paio d’ore buone dell’Europeo del 1960: quello in cui il mio omonimo, ben più giovane di me ovviamente, segnò due gol alla Jugoslavia. In una semifinale divenuta maledetta per la nazionale di calcio francese, con un crollo dal quattro a due per noi al cinque a quattro per loro. Il tutto in uno dei quarti d’ora più tragici della storia del nostro calcio. Si ricordava perfettamente anche la sequenza dei gol e la delusione dei quotidiani del giorno dopo. Era stato addirittura in grado di citarmi stralci interi di articoli. E sfido qualunque giornalista sportivo a dimostrarmi una memoria così lucida e inattaccabile! Già, il calcio era la sua passione, a differenza della lettura, che esercitava soltanto con i quotidiani di cui vi ho parlato. Non l’ho mai visto con un libro in mano, né ha mai parlato dell’argomento. A volte si informava su ciò che io stessi leggendo, ma credo fosse più una questione di cortesia che di interesse vero e proprio.

Tornando al calcio e allo sport in generale, credo cercasse in quei ricordi (chissà, magari era stato lui stesso un calciatore o un giornalista sportivo: non mi sentirei affatto di escluderlo!) una specie di redenzione dal corpo. Come se anche solo l’immagine o l’idea della fisicità di quei corpi in movimento, alleggerisse il suo stesso fisico. Privandolo di tutti gli acciacchi che, odio ripetermi, l’età comporta. Ecco, credo che in questo fossimo davvero simili. Io ho cercato e cerco una redenzione nella lettura (i romanzi storici sono i miei preferiti) finendo per immedesimarmi, come un vecchio malinconico, nel principe Andrej o nel Fabrizio del Dongo di turno, mentre lui la cercava nello sport. E come biasimarlo? O meglio, come biasimarci? Questi giardini sempre uguali a se stessi, questa città sempre più veloce ed effimera, questo mondo che ci cancella giorno dopo giorno, lasciandoci però in vita. Vorrete bene che uno sfogo venga anche a noi? Noi, che come le foglie secche del Luxembourg cadiamo in silenzio. E che a calpestarci, se davvero qualcuno volesse perdere del tempo a farlo, faremmo cric cric cric a nostra volta.

Perché, dopotutto, io lo so il motivo per cui siete qui. Lo so cosa vi spinge a tenere la foto di quell’uomo in mano. Siete dei famigliari, vero? Perché solo dei famigliari sarebbero venuti a cercare uno sconosciuto come me, ai Jardin du Luxembourg, la vigilia di Natale. E, permettetemi di essere fantasioso, lo avrebbero fatto anche secondo un duplice binario. Come la vecchiaia, ricordate? Da un lato perché consapevoli che un vecchio malinconico e solitario non avrebbe mai avuto altro da fare la vigilia di Natale (l’abitudine è ben più forte delle intemperie invernali!). Dall'altro perché la persona ritratta nella vostra foto avrebbe voluto che io sapessi. Così da prepararmi a mia volta.

Sapete, dicono che quando l’ora arriva (inutile vi dica di che ora sto parlando…) la si può percepire distintamente. Così da fare piazza pulita di ogni cosa che ci appesantisce, svuotandoci per il nostro ultimo viaggio. Ecco, credo che l’uomo della foto abbia fatto lo stesso nelle ultime settimane passate assieme. E non pensiate che me ne renda conto solo ora! Era una sensazione che potevo percepire già in sua compagnia. Così, quando oggi vi ho visto con quella foto in mano, avevo già capito ogni cosa. E ho voluto raccontarvi quello che sapevo. O che pensavo di sapere su di lui. A volte l’amicizia tra due anziani è solo la somma della rottura di due silenzi. Dignitosi, curati con semplicità e pulizia. Come l’abito scuro dell’uomo di cui vi ho appena parlato.

 

 

Prima Parte – segue Sabato prossimo

© Le Vite Davanti a Sé di Andrea Gratton


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