Lisistrata
Monica Lanfranco. Sparare, uccidere, essere uccise: è libertà?
26 Gennaio 2013
 

Ora che in uno dei più grandi e potenti paesi del mondo la battaglia legale di alcune soldatesse per poter 'servire' il paese nell'esercito andando anche in prima linea è stata vinta significa che le donne hanno vinto, e guadagnato un nuovo orizzonte sul versante della parità, delle pari opportunità e libertà di scelta?

Ci sarà un motivo per cui esistono espressioni gergali che indicano situazioni universali, attraverso le quali se non tutta l'umanità almeno una parte si riconosce e ne afferra immediatamente il senso.

Una di queste è spirito di caserma, o anche logica del branco.

Non molto tempo fa le immagini che arrivavano alla mente quando si nominavano queste due espressioni non comprendevano corpi femminili, se non nella versione delle vittime, nello strazio dello stupro come nell'umiliazione della battuta triviale, metalinguaggio tra uomini duri. Si è parlato poi di 'rivoluzione' quando prima singole donne, e poi via via gruppi di esse hanno infranto, con la loro presenza fisica, i limiti sessisti di istituzioni fondanti della nostra società: ecco che siamo arrivate anche nelle forze armate.

Nel momento in cui si infrange, con l'ingombro del corpo, un tabù che ha costruito il simbolico e dato forza a leggi e visioni segreganti di certo si compie un passo importante. Un passo importante, e per questo pericoloso: laddove prima l'esclusione immunizzava dall'assunzione di responsabilità, ora l'inclusione svela tutta la possibile trappola dell'uguaglianza. Nel caso, per esempio, della 'democratizzazione' delle forze armate, quando le loro porte si sono aperte alle donne ho presagito il pericolo che poi si è materializzato nelle immagini delle inquietanti, (e non nuove alla storia), dominatrici di Abu Graib: siccome gli uomini hanno fin qui gestito anche la violenza istituzionale ora le donne devono essere le benvenute in questo sistema dell'orrore, e si deve chiamare questo processo azione di pari opportunità?

La nordamericana Barbara Ehrenreich, autrice di La donna globale, nel sito femminista Awakened Women interveniva così sulle torture perpetrate dalle soldatesse nordamericane di Abu Graib:

«Un certo femminismo, quello che potremmo definire ingenuo, è morto in quelle prigioni. Un femminismo che dipingeva gli uomini come eterni violenti e le donne come eterne vittime, e che metteva la violenza sessuale come elemento basilare nella piramide dell'ingiustizia, come se alla base della guerra ci fosse lo stupro. In quella visione c'era una implicita affermazione secondo la quale le donne sarebbero state superiori moralmente agli uomini».

Enorme emozione hanno creato le immagini di quelle donne (una minoranza nelle prigioni delle torture, ma di loro sappiamo molto di più di quello che si è detto dei loro colleghi); l'emozione, e l'orrore per quella banalità del male che le foto proponevano hanno anche svelato come sia ottusamente familiare la crudeltà, incarnata da donne giovani e prive di spessore, figlie di un dio minore che negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, partorisce queste persone vuote, specialmente nelle classi più economicamente deboli, nutrite fisicamente nei fast food e simbolicamente di tv via cavo dozzinale, che non possono riconoscere più il bene e il male, il bello e il brutto, la vita e la morte, e per questo vanno alla guerra come al bar.

Le foto hanno colpito il nostro immaginario di donne e di uomini sensibili alla crescente perdita di compassione e vicinanza che avanza non solo nei luoghi di guerra, ma anche in quelli di apparente pace, come le nostre caserme, dove si mobbizzano le donne (e gli uomini) più fragili.

Non credo sia morto alcun femminismo, con Abu Graib: il femminismo che è scelta di prendere parola non come minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori, ma come maggioranza del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda è quello che mette in moto milioni di donne ogni giorno per cambiare la loro vita e quella di chi hanno accanto, costruendo pace e convivenza. Va ricordato che il movimento delle donne è giovanissimo, eppure sta dando speranza, con la sua pratica nonviolenta, a nuove generazioni di donne e uomini nel mondo. Un mondo nel quale sono le immagini di violenza che vendono, (o quelle della mediocrità) e che ci allontanano dalla complessità del reale, e non quelle del lavoro paziente e duro che milioni di donne e uomini svolgono lontano dalle telecamere. La brutalità esiste, va documentata per non essere dimenticata e mai minimizzata, senza diventare l'immagine assoluta. Il lavoro di giustizia, pace, compassione, liberazione esiste, è maggioritario, va documentato per diventare storia, senso comune, forza collettiva, bellezza del futuro.

«Tra uccidere e morire c'è una terza via: vivere», ha scritto Christa Wolf in Cassandra.

Di certo, data anche la crisi economica e la fame di lavoro, molte donne chiederanno negli Usa di poter entrare nell'esercito, ora che è una carriera parificata per entrambi i generi. Continuo a pensare che se è un male che gli uomini sparino e muoiano per mestiere sia un male, e non un'opportunità, che anche le donne possano fare altrettanto.

 

Monica Lanfranco


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276