Dialogo Tf
Enrico Marco Cipollini. Emigrazione italiana ieri, oggi società multietnica 
Ma quale dopo l’11 settembre?
17 Ottobre 2012
 

L’emigrazione italiana all’estero inizia da lontano e precisamente verso la fine del XIX secolo quale conseguenza di una forte crisi commerciale, aggravata dalla rottura con la Francia, da sempre nostro sbocco dei prodotti rurali. Ciò provocò la catastrofe nelle campagne italiane, mandando in rovina gli agricoltori e il tradizionale bracciantato, tipico delle regioni meridionali ma non solo.

Il fenomeno investì Nord e Sud. L’Italia più sfortunata dovette emigrare verso le «Meriche» come venivano scritte negli uffici anagrafici le Americhe, perché di fatto impossibilitata a trovare un lavoro in patria. Non è un caso che molti cognomi argentini o statunitensi siano di mera origine italiana, come non è neppure un caso che nelle Americhe si trovino associazioni con nomi delle regioni italiane. L’acme dell’emigrazione fu toccata sotto il governo Giolitti, venendo così a decurtare la nostra nazione di grandi capacità di forza-lavoro e di potenzialità e di risorse umane. Non è neppure un caso fortuito, detto per inciso, che in tal epoca si rafforzarono i manicomi (debellati nel 1978 e oltre). Le persone senza lavoro emigravano per inedia e i “deboli” finivano rinchiusi nei carceri moderni quali erano i manicomi. È interessante leggere su tal punto tutta una letteratura storica su tale argomento pubblicata su libri e riviste nonché un successo editoriale della friulana Giuliana Morandini, …E allora mi hanno rinchiusa (Milano, 1977), prefato da Franca Ongaro Basaglia con notevoli capacità dialettico-storiche.

Oltre quattordici milioni e mezzo di uomini, donne e bambini, stivati nelle navi partenti da Genova o da Napoli, affrontavano un viaggio di speranza verso il Nuovo Continente in precarie condizioni di salute, di sicurezza, d’igiene. Il governo fascista decise di porre freno alla piaga, visto anche gli Usa che nel 1930 decisero di bloccare il flusso migratorio, grazie alle bonificazioni in corso in Italia e alle neonate colonie africane (il noto “posto al sole”). L’emigrazione verso l’Europa del nord, in particolare verso la Francia, fu poi politica, decisa dagli antifascisti per sfuggire a morte certa.

Fu dopo la fine del 2° conflitto mondiale che gli italiani dovettero fare le valigie per Belgio (miniere di carbone - la tragedia di Marcinelle docet ancora oggi), Francia (manodopera non qualificata e perdita di nuove energie), o Usa, America Latina e Australia. Dopo una migrazione interna, il Sud che si porta alle grandi fabbriche del Nord per l’impari sviluppo e la mai risolta questione meridionale, nei giorni nostri si è assistito ad una emigrazione italiana all’estero particolare: manodopera qualificata, tecnici, ricercatori etc. ma non è tale la sede per discuterne.

Oggi l’antitesi è paesi sviluppati e paesi sottosviluppati: le ondate migratorie del Sud del mondo -non inteso geograficamente soltanto- verso la tecnocrazie del Nord.

Non è un caso che l’Italia -crocevia del Mediterraneo- divenga anche meta dell’immigrazione dei paesi in via di sviluppo e addirittura della variegata geografia della fame.

Le cause di tali ondate migratorie sono economiche sovrattutto e mai si è pensato di portare le strutture adeguate nei loro paesi. Al che si aggiungano i problemi politici, le guerre, le dittature sanguinarie e il quadro si compone da solo. Non è detto che l’Italia sia il paradiso terrestre e risente anch’essa di una crisi a livello internazionale donde questi migrantes sono spesso al centro delle cronache per rapine, microcriminalità varia, spaccio di droga, lavori al “nero” o preferiti ai nativi in quanto “sottopagati”. Donde non ci stupisce che le patrie galere pullulino di “stranieri” che non devono esser visti con lente «lombrosiana»: troppo facile risolvere così problemi di natura antropo-culturale ed economica.

La nostra società è divenuta, comunque sia, multietnica, la quale è arricchimento culturale e non minaccia come dicono i “teorici dell’orgoglio razziale bianco”, i quali non sono spariti ma spesso spalleggiati politicamente da chi fa leva sullo scontento popolare più che serpeggiante per deviare dalla natura dei veri problemi.

In realtà la nostra cultura e la nostra comprensione dovrebbero servirci per non additare una nuova caccia alle streghe, a non additare il male nel diverso che bisogna com-prendere, decifrare, averne e stabilire un dialogo. Ma è così oggi con il terrore che stiamo vivendo dopo l’11 settembre? E dopo la rovinosa guerra in Iraq? Dov’è l’incontro dei popoli ove si corre il rischio di un autentico scontro culturale e di una nuova guerra di religione che noi non ci auguriamo di certo, ma è in atto.

 

Enrico Marco Cipollini


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