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Annagloria Del Piano. Il Concerto di Leonard Cohen dall’Old Ideas Tour 
Contemplare la grande sconfitta del vivere, con dignità e bellezza
27 Settembre 2012
 

Arena di Verona, 24 settembre 2012 – Quello a cui si assiste ha da subito il sapore di un evento indimenticabile. Sta cantando Leonard Cohen, un grande della Musica, un poeta, per molti il Cantautore – con Bob Dylan – a risplendere nel panorama musicale internazionale a quel modo e con quella classe.

Si presenta sul palco trotterellando simpaticamente come il miglior Benigni, all’alba dei suoi settantotto anni appena compiuti; completo gessato e immancabile cappello. La voce, inconfondibile, ti rapisce da subito, dalle prime note di “Dance me to the End of Love” e da lì è un susseguirsi di successi, vere e proprie vibrazioni per l’anima. “The Future”, “Bird on the Wire”, cantata accucciato sul palco, la mano a cucchiaio accanto al microfono a coccolare quella voce d’oro, e poi “Everybody Knows” e “Waiting for the Miracle”, solo per citare altri suoi brani fra i più noti.

Cohen è un signore, saluta emozionato gli spettatori che riempiono fino agli ultimi posti questo luogo dall’atmosfera già di per sé unica e coinvolgente. Si avverte sempre di più una suggestiva e quasi spirituale partecipazione di tutti a questo spettacolo che mantiene tutte le promesse.

“Non so quando ritorneremo qui, ma stasera siamo intenzionati a darvi tutto quello che abbiamo”. Ed è così: una lezione di vitalità, generosità ed eleganza. Trentadue le canzoni eseguite, tra cui quattro dall’ultimo album Old Ideas, lavoro intriso di riflessioni sul tempo che scorre e quello - poco - che si avverte restare, di malinconia e rabbia, disillusione e tristezza, ma altrettanto ricco di un’umanità profonda e del consueto desiderio di riscatto e guarigione.

Dopo la prima ora e mezza, ed il timore che si intenda finire, Cohen rassicura tutti sorridendo e, dopo quindici minuti di intervallo, riprende ringraziando con una battuta divertente sull’esserci grato di ritrovarci ancora lì. La seconda parte del concerto comincia con la forza di “Tower of Song” ed è poi la volta di “Suzanne”; a preambolo Cohen cita l’indimenticabile Fabrizio (De André), ricordando la sua versione della canzone. È poi il turno delle epiche “The Partisan” e “Democracy” e della dolcissima “Alexandra Leaving”, cantata da una strepitosa Sharon Robinson, sua corista da anni e presentata da Cohen come insostituibile collaboratrice.

Bravissimi virtuosi dei loro strumenti sono anche i musicisti che accompagnano Cohen ai classici chitarra, violino, basso e batteria, come all’alternarsi di mandolino, organo Hammond, arpa e fisarmonica e le altre due coriste, le sublimi Webb Sisters, come le presenta lui. Cohen assiste ad ogni assolo togliendosi rispettosamente il cappello, cosa che fa anche ad ogni nostro applauso…

“I’m your Man” e “Hallelujah” sono gli altri due attesissimi pezzi, classici del repertorio di Leonard Cohen, e quando il concerto appare davvero terminato, con tutti gli spettatori in piedi in una standing ovation per una volta autentica, quanto commovente nell’impeto di chi fin troppo si è trattenuto dentro tanta straripante emozione d’ascolto, ecco che Cohen concede anche dei bis! Ironico, con “I tried to leave you” (Ho tentato di lasciarvi), che suscita una risata divertita, “So long, Marianne” e con l’incursione in quell’allegra scorribanda che fa ballare tutti che è “First We take Manhattan”. È finita, ma non si poteva desiderare di più da questa serata che è un regalo fatto col cuore. Grazie Leonard!

 

Annagloria Del Piano


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