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Vetrina/ Rosa María Payá Acevedo. Al padre 
La poesia nel quotidiano, di una vita di una morte
08 Settembre 2012
 

NEGLI ULTIMI GIORNI, giorni intensi, terribili,

alcuni giornalisti mi hanno chiesto

del rapporto con mio padre, come fosse…

[Beh, bellissimo,

parlavamo gran parte del tempo.

Credo che la medesima cosa accada

[a tutti coloro che hanno

un padre con la visione profetica di dare

a un popolo che soffre gli strumenti per liberarsi.

Questa capacità profetica gli permette di indovinare i pensieri

e le intenzioni, e questo raramente piace ai figli.

Vivere con lui non è semplice, è una coesistenza con la sfida,

ti mostra senza volerlo fare

che si può vivere nella verità, che si deve vivere nella verità,

e che si è felici in questo modo.

Vivere con lui è stata la mia più grande fortuna,

nessun problema è troppo grande

dopo averlo raccontato a mio padre. Il suo profondo ottimismo,

il suo realismo, lo portano a trovare sempre una soluzione,

cogliendo l’essenza e scartando ciò che superfluo in ogni situazione.

La sua vita è stata così piena, così ricca che ogni momento passato con lui

è stato un momento per imparare, per essere felici.

Penso di aver sprecato così tanto tempo,

ho perduto opportunità di conoscerlo meglio,

di amarlo meglio.

 

Ora che so che non sarà possibile ottenere di più da lui

sembra tutto sporco dopo una giornata di lavoro,

visitando gli ospedali o nella speranza di cambiare il mondo,

scoprendo con poche domande o nessuna

il programma dei miei giorni.

Ora so che non risponderà più

alle mie domande sul cinema, la storia,

la fisica, o di qualsiasi altro dubbio concepibile

su ogni argomento immaginabile.

Ora so che alcuni problemi non hanno più soluzione.

Ora sento che un pezzo del mio cuore

sarà per sempre solo.

Chiudo gli occhi e vedo di nuovo l’afflizione

sui volti dei miei fratelli mentre portano la bara

e mia madre devastata dal dolore.

Mi sembra di risentirmi dare la notizia

ai suoi amici più cari, il fratello minore.

Vedo uomini piangere: per Oswaldo, per loro stessi, per Cuba.

Vedo i genitori del mio amico Harold in lacrime

accarezzando il suo sorriso in un ritratto.

Tocco il male, è in me.

E la mia solitudine non è più così importante,

quando intorno a me tante altre vite sono cambiate sempre.

La mia speranza è scossa, ma è solo un fremito

o un battito d’ali.

Chi è stato così vicino a quell’uomo buono

conosce i suoi progetti e il suo lavoro,

conosce bene il Cammino, non può più ignorare la speranza.


Penso: tra di noi, tra i cubani,

ha vissuto per sessant’anni un uomo buono.

 

Rosa María Payá Acevedo

Agosto 2012

 

da Voces16, settembre 2012

traduzione/adattamento di NUOVACUBA


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