Il blog di Alejandro
Alejandro Torreguitart Ruiz. In Italia parlano di me
26 Agosto 2012
 

Oggi mi chiama il camaján, quello che ha sposato mia cugina e se l’è portata in Italia un po’ d’anni fa. “Alejandro, in Italia parlano di te. Sei sul Corriere della Sera. Mica male”. Il camaján prosegue, dice che un certo Nicastro, Nicascio, Nicazzo, che ne so come si chiama, hanno certi nomi questi italiani, pieni di doppie, incomprensibili, mi paragona a Pedro Juan Guertiérrez, dicono che sono il suo erede, che scrivo dal sottobosco, che accompagno i turisti con il sidecar, che descrivo il mio mondo fatto di jineteras e di gigolò, che non m’importa un cazzo della controrivoluzione, ma non finisco in cella perché non svelo l’apparato repressivo della polizia segreta. Bravo Nicazzo, tu sì che lo sai come sono fatto, meno male che me l’hai spiegato, ché mica lo sapevo, adesso sto meglio. Tutto sommato sono contento, ché il paragone con il vecchio Pedro Juan m’è garbato parecchio, forse a lui meno, ma a me tanto, davvero. Quando il camaján mi manderà l’articolo, ci farò un quadretto, se la Sicurezza di Stato entra in casa lo nascondo sotto il letto, tanto mica lo sanno dove vivo, non dovrebbero trovarlo, e poi Nicazzo dice che non parlo della polizia segreta, quindi in galera non mi ci mettono, dovrei essere sicuro, perché a me non me ne fotte niente della controrivoluzione. Bello questo articolo, non avrei mai immaginato di trovarmi un giorno nella terza pagina d’un quotidiano insieme a Lezama Lima, Guillermo Cabrera Infante, Reinaldo Arenas, Pedro Juan Gutiérrez, Eliseo Diego, Alejo Carpentier, Leonardo Padura Fuentes, Abel Prieto, Miguel Barnet, Karla Suarez, Wendy Guerra, Antonio Ponte… Oddio, mica conosco tutti, Antonio Ponte e Wendy Guerra non so neppure chi siano, capita, visto che Granma parla solo di Barnet, Prieto (ora va meno di moda), tanto tanto Padura Fuentes e più che altro Indio Naborí, che Dio ce ne scampi e liberi.

L’ideologia è morta, scrive Nicazzo, siamo stanchi del marxismo, del socialismo caraibico, scriviamo del niente che ci circonda, di chi scappa e del degrado morale. Avrà letto un libro di narrativa cubana contemporanea questo giornalista? Non lo so, i miei non li ha letti di sicuro, perché se li avesse letti avrebbe capito di che cosa scrivo. Questo è il nostro destino. Questa è la disgrazia di nascere cubani. Tutti sanno chi siamo e quel che vogliamo, ma nessuno sa un cazzo di noi, purtroppo. A cominciare dal camaján, che manda articoli, ma soldi pochi. “In Italia i libri non si vendono”, dice. E allora cosa me lo mandi a fare l’articolo del Corriere della Sera? Se non serve a vendere libri anche se non lo facevano era la stessa cosa. “Tu non capisci, Alejandro, sei giovane, sei cubano”. Eh, no, invece capisci tutto tu che sei italiano, dici che dobbiamo essere contenti, ma i soldi non arrivano, dici che sono uscito su un quotidiano importante, un sacco di gente ha letto il mio nome, ma le cose non cambieranno, i miei libri continueranno a vendere poco. Io mica lo capisco il tuo mondo. Non lo capisco proprio. Come voi non capite il nostro.

Bene, vuol dire che tornerò a parlare di jineteras, gigolò e froci, scrivendo dal sottobosco d’una città perduta, stando bene attento a non citare Andy Garcia e Cabrera Infante. Non scriverò una riga sulla polizia segreta, non citerò mai la controrivoluzione. Mi limiterò a narrare il degrado che mi circonda e racconterò la voglia di scappare che prende tutti i cubani come una malattia infettiva. Se poi mi chiederanno il motivo risponderò perché fa caldo. Non ve ne siete accorti che a Cuba fa un cazzo di caldo? E io ho un sogno. Un po’ come Martin Luther King. Andare a vivere in Svezia.

 

Alejandro Torreguitart Ruiz

L’Avana, 26 agosto 2012

Traduzione di Gordiano Lupi


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