In tutta libertà
Gianfranco Cercone. Due film francesi: “Un amore di gioventù” e “Cena tra amici”
04 Agosto 2012
 

Uno dei fenomeni più vistosi della stagione cinematografica che sta per concludersi – insieme, a mio parere, a un ulteriore rinvigorimento del cinema italiano – è stata un’affermazione del cinema francese. La Francia ha vinto l’Oscar per il miglior film con The artist e Quasi amici è stato un successo internazionale. Forse per questo in Italia vengono distribuiti con più larghezza film francesi. Ne segnalo due usciti questa estate.

Il primo almeno non è un piccolo film, magari grazioso; ma un bel film d’autore. Si intitola Un amore di gioventù e lo ha diretto una giovane regista, di origine coreana, ma nata in Francia: Mia Hansen Løve. Il titolo può essere fuorviante, può far pensare a un film di genere sentimentale, dove il tema dell’amore sia addolcito dal filtro della nostalgia, con effetti spiacevolmente lacrimosi: tanti film americani sono costruiti con questa formula. Ma niente di più lontano dal film della Hansen Løve. [TRAILER]

Se si intitola “Un amore di gioventù” è perché una delle intenzioni del racconto è individuare con precisione, con lucidità, e insomma: a occhi asciutti, i tratti psicologici caratteristici di un amore vissuto negli anni dell’adolescenza. La ragazza innamorata ha 15 anni; l’oggetto del suo amore è un ragazzo di 19. E ciò che forse più caratterizza la passione della ragazza, dal cui punto di vista è raccontata tutta la storia, è l’assolutezza: ciò che significa poi che ritiene di aver trovato l’uomo della sua vita; che vorrebbe passare tutte le serate insieme a lui; e che immagina di restare con lui per sempre. Il ragazzo, innamorato a sua volta, è lusingato di questa dedizione totale ed esclusiva, ma è allo stesso tempo irritato: rivendica il diritto alla propria autonomia e non rinuncia al progetto di partire per un lungo periodo per il Sudamerica soltanto con i suoi amici (i due ragazzi vivono a Parigi).

Tali protagonisti sono creazioni felici – artisticamente felici – perché risultano veri e spontanei, ci danno l’illusione che agiscano autonomamente, senza che un autore li manovri secondo i propri disegni. Se l’angoscia di chi teme di continuo di essere abbandonato è lo stato d’animo dominante della ragazza, il comportamento del ragazzo è improntato a un’alternanza di affetto e di noncuranza. Tuttavia non ci sono tratti marcati che caratterizzino le due figure in modo grossolano.

Si sa che quando un amante dipende troppo dall’altro, si può instaurare tra loro una tensione sadomasochistica. Ebbene, nel film il sadomasochismo è chiaramente evocato, ma con leggerezza: come uno dei fili, fra i tanti, che formano il disegno, così naturale, della relazione. Eppure tutto il film è strutturato intorno a una riflessione filosofica (un po’ secondo il modello dei Racconti morali del grande Eric Rohmer, che si interessava spesso agli amori tra adolescenti e nei quali incarnava temi universali).

Una riflessione che verte sugli annosi temi della passione amorosa, del possesso e della libertà: può esserci insomma passione senza possessività? Stando al film, sembrerebbe di no, perché, dopo il ritorno dal Sudamerica, il ragazzo abbandona di nuovo la ragazza che continua ad amarlo, ma questa volta forse anche perché lei sta anche con un altro uomo e lui vorrebbe averla tutta per sé. Ma allo stesso tempo, il film racconta anche la ricerca di un equilibrio nei sentimenti; di una salvezza dalle contraddizioni apparentemente irrisolvibili della passione.

Il secondo film si intitola Cena tra amici (Le prénom, di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte). [TRAILER] È una commedia, anzi meglio: una farsa. Come vuole il genere, qui le caratterizzazioni dei personaggi sono più elementari e marcate, ma è un film tutt’altro che privo di spirito e di intelligenza. Racconta una cena tra amici che degenera in un gioco al massacro. La formula è risaputa, ma l’innesco del racconto dà già una misura della sua originalità. Si tratta di uno scherzo: uno degli invitati proclama di voler chiamare suo figlio che sta per nascere: Adolf.

Il padrone di casa, un professore universitario della sinistra più intransigente, si indigna. Ma l’amico obietta che quel nome non è certo in omaggio a Hitler ma all’Adolphe che dà il titolo a un celebre romanzo di Benjamin Constant. E d’altronde, se lo avesse chiamato Joseph – come Stalin – o Paul – come Paul Pot – la sua scelta sarebbe stata ugualmente censurata? Cena tra amici ha l’intento satirico di mettere a nudo le ipocrisie e i razzismi latenti di uomini di sinistra che si pretendono definitivamente dalla parte dei giusti.

 

Gianfranco Cercone

(da Notizie Radicali, 30 luglio 2012)


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