Telluserra
Andrea Gratton. Maestro in forma di prosa
19 Luglio 2012
 

Il ragazzo con la cartellina in mano lo vede, sgrana gli occhi e appoggia la cartellina sul tavolo.

– Maestro, è andato bene il viaggio?

– Bene. Molto bene. Il treno è il posto migliore per fermarsi a riflettere. Per pensare. Giunti alla mia età, però, si vorrebbe solo pensare di meno. E le riflessioni, dopotutto, sono sempre più amare. Come il vino giovane che si fa aceto e ti va di traverso. Ma, in fin dei conti, il viaggio è andato bene. Molto bene.

 

Il Maestro viaggia esclusivamente in treno come, stando alle sue parole, si addice ai vecchi comunisti. Arriva sul luogo del concerto diverse ore prima, con i pochi componenti del suo gruppo. Indossa un paio di pantaloni di stoffa e una camicia che gli scivola addosso come una bandiera. Ha una barba bianca leggera. Incolta, ma in un certo qual modo curata. I capelli sono lunghi fino al collo, con una stempiatura sulla fronte, che si espande in maniera vistosa. Ha dei piccoli occhi neri, e fuma MS rosse. Le estrae con le sue dita sottili dal pacchetto stropicciato che tiene nella tasca anteriore dei pantaloni. Le persone presenti gli si avvicinano con rispetto, ma senza timidezza. Portano dischi in vinile, cd, locandine di concerti, fotografie e chiedono l’autografo al Maestro, seduto su una panchina. Il Maestro non rifiuta mai e, sorridendo, si informa su cosa dovrà scrivere o a chi dovrà dedicare l’autografo. Alcuni scattano delle foto. Allora il Maestro si alza in piedi e sembra farsi più piccolo e minuto. Come se a essere intimidito sia lui, e non le persone che, sorridenti, gli passano una mano accanto al corpo per essere riprese dall’obbiettivo della macchina fotografica. Ogni volta che può, il Maestro si siede di nuovo sulla panchina e tira qualche boccata alla sua MS rossa che ha lasciato appoggiata sul tavolo. La cenere è un po’ ovunque, e il Maestro la guarda con una certa soddisfazione. Come se fosse un inevitabile compendio della sua presenza.

Prima del concerto il Maestro sale sul palco per provare i volumi. I suoi musicisti sono lì da un po’ e hanno già regolato gli effetti della chitarra e del sassofono. Il Maestro avvisa il tecnico del suono che la sua è una voce particolare, molto bassa. Poco italiana, aggiunge e, nel farlo, sembra quasi si voglia scusare per un’ipotetica inadeguatezza. O meglio, per lo sforzo che farà fare al tecnico affinché quella voce poco italiana che si ritrova, quella voce bassa di mille concerti e successi, riesca a risaltare tra i virtuosismi accesi e puliti del sassofono e della chitarra. Il tecnico prova alcune regolazioni, mentre il Maestro improvvisa la solita filastrocca di frasi insensate per verificare il volume del microfono. Per il Maestro non deve esserci tortura più grande di questa. Recitare frasi a caso, prive di senso, solo per verificare la possibilità della comunicazione. Come se bastassero un microfono e delle casse acustiche per comunicare, e non un emittente, un ricevente e, soprattutto, un messaggio. Ma il Maestro si presta anche a ciò, e cammina lento per il palco dalle assi di legno, appoggiandosi all’asta del microfono, ripetendo macchinalmente sequenze di numeri e lettere. Dopo pochi minuti il tecnico gli fa cenno che è tutto ok. Il Maestro scende dal palco, si accende l’ennesima MS rossa e si incammina verso la roulotte sgangherata che funge da camerino.

 

Alcune ore dopo il Maestro è appoggiato sulla balaustra di ferro del palco. Guarda a terra, in direzione dei ragazzi che hanno suonato prima di lui.

– Come è andata? – chiede con gentilezza.

– Di solito lei cosa dice quando, a fine concerto, le chiedono come è andata un’esibizione? – chiede a sua volta uno dei ragazzi, spiazzato dalla domanda del Maestro.

– Io? – continua il Maestro. – Io mento sempre!

 

Le luci dei fari alogeni puntano dritti sulla faccia del Maestro rendendola, se possibile, ancor più pallida e scavata. Non suda una sola goccia, il Maestro, e stringe in mano un libriccino color panna dove ha annotato i testi dei suoi racconti e delle sue canzoni. Se ne sta appoggiato a un tavolino posto a pochi passi del microfono. Vi ritorna ogni qualvolta non deve recitare, mentre il sassofono e la chitarra svolgono le loro parti musicali. Quel libriccino e quel tavolo rappresentano tutta l’essenza del Maestro: la memoria e la voce che non sono più quelle di una volta, i riflessi che si appannano, la stanchezza che si fa sempre più evidente. Le gambe che si fanno pesanti, e che gli impediscono di restare a lungo in piedi. I maligni dicono che il Maestro si sia giocato la voce con le sigarette e la memoria con l’alcol. Aggiungono che, alla fine di ogni suo concerto, nei camerini si è sempre trovata una collezione di bottiglie vuote, di ogni forma, colore, tipologia. Sarà, ma sul palco ci sono solo bottigliette d’acqua, e il Maestro vi si avvicina di tanto in tanto, bevendo a piccoli sorsi. Premendo leggermente la bottiglia con il palmo della mano destra, affinché l’acqua gli scivoli in gola con dolcezza.

Il Maestro tappa la bottiglia e l’appoggia al tavolino, avvicinandosi nuovamente al microfono. Poi abbassa gli occhi, guardando il pubblico davanti a sé, quasi a volersi scusare per la voce che non è più quella di una volta. Per la memoria che se ne va. Per le gambe fattesi fragili e per i polmoni che non reggono più gli sforzi. Lo fa in un modo semplice e tenero, ovvero ponendo il suo corpo al centro del palcoscenico. Quel corpo minuto, avvolto dai pantaloni di stoffa e dalla camicia-bandiera. Non aggiunge nulla, il Maestro: mostra se stesso nel fisico, sapendo che non c’è altra via di comunicazione possibile se non il suo corpo. Perché il messaggio che nessuno vorrebbe mai declinare, quello dell’evidente consunzione fisica, passa inevitabilmente attraverso esso. E il suo pubblico lo deve sapere. Il suo pubblico deve capire ogni cosa. Il corpo, a differenza della voce, non mente quasi mai.

Il Maestro recita quindi i suoi racconti a una platea che se ne sta in un silenzio quasi religioso. Solo qualche ubriaco al bancone del chiosco urla e rumoreggia, invitando il Maestro a cantare i suoi cavalli di battaglia. Quei successi che, negli anni ’70 e ’80, lo hanno reso famoso, trasformandolo da semisconosciuto ragazzo bolognese a vero e proprio Maestro. Urlano in maniera sguaiata, gli ubriachi, e fanno il paio con la voce bassa del Maestro, che li sente. Li sente eccome! Eppure continua a recitare i suoi racconti come se niente fosse. Non con indifferenza, però. Piuttosto con timida accettazione dell’evento. Perché se il suo corpo malandato è un messaggio, il Maestro ne è stato il primo destinatario. Il primo ad averlo capito e ad averlo fischiato e insultato. Dentro di sé, però, in silenzio. Nella timidezza minuta della sua figura. Nella profondità del suo pensiero. Nella forza sottile delle sue parole. Dopo, posato il libriccino sul tavolo, il Maestro racconta la storia di un cantautore livornese che, al momento di registrare una delle sue canzoni più belle, se l’è vista tagliare in maniera inconsulta dal tecnico del suono.

– A volte – continua il Maestro – la differenza tra una canzone bella e una canzone brutta è solo nell’orecchio di chi ascolta. Le canzoni brutte sono necessariamente immediate. Quelle belle, invece, hanno l’ineliminabile pregio di essere difficili.

Il Maestro conclude il concerto con le sue due canzoni più famose. Dal pubblico si alza uno scrosciare di applausi. Ubriachi compresi.

 

Seduto al tavolo, il Maestro firma autografi e fuma una MS rossa.

– Chi era questo cantautore livornese, Maestro? – chiede lo stesso ragazzo che prima aveva la cartellina in mano.

– Piero Ciampi – risponde il Maestro. – Un vecchio anarchico vagabondo. Con un carattere pessimo, ma con un talento smisurato. Talmente smisurato che, ai suoi tempi, non lo capiva nessuno.

– In fondo, – conclude il Maestro, – come diceva il vecchio Corvo: “i maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante”.

 

– E noi, purtroppo, non siamo diversi.

 

Andrea Gratton


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