Lo scaffale di Tellus
Luciano Curreri. “Ha visto il montaggio analogico?” di Andrea Pergolari e Guido Vitiello
04 Giugno 2012
 

Andrea Pergolari, Guido Vitiello

Ha visto il montaggio analogico?

Ovvero dieci capolavori misconosciuti del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob

Con una nota del committente, il megadirettore Guidobaldo Maria Riccardelli

Lavieri, S. Angelo in Formis (CE) - Villa d'Agri (PZ), 2011, pagg. 108, € 11,50


Nonostante il - ma anche grazie al - titolo, questo è un libro serio, scritto da due autori che hanno appena passato il mezzo del cammin e che - dopo aver pubblicato entrambi (ognuno per conto proprio) diversi saggi di varia declinazione storico-cultural-cinematografica - optano per una sorta di sintetica e divertente “commedia” in dieci “canti-comandamenti” il cui scopo è quello di “rieducare” il “cinefilo snob”. In tempi in cui il canone e i classici da un lato e gli studi di genere dall'altro sembrano l'unica via per sfuggire alla crisi della nostra cultura, e della cultura in generale, e rendere rispendibile il nostro patrimonio creativo, anche in seno all'Accademia, abbiamo bisogno di volumi di questo tipo, che sappiano evadere il discorso - che è poi un non-discorso - frequentato dagli estremisti, gli snob e i fan, che spesso riescono a specchiarsi gli uni negli altri, e con una facilità che fa rabbrividire. Certo, Pergolari e Vitiello osano e alla fine della fiera lo scherzo del titolo interrogativo - tratto, insieme alla figura di Guidobaldo Maria Riccardelli, da Il secondo tragico Fantozzi (1976) di Luciano Salce - si risolve in una pratica critica che tende a dire il “cinema italiano minore” del sottotitolo in seno a percorsi maggiori, decisamente artistici, intellettuali, alti. Valga come esempio l'invito alla lettura di Non si sevizia un paperino (1972) di Lucio Fulci che si consegna a questa idea: «Il vero cantore dell'epoca nuova, per oltraggioso che possa suonare, non è stato il poeta Pasolini: è stato l'“artigiano” Lucio Fulci, con il suo capolavoro Non si sevizia un paperino. È, questo, il film che Pasolini non riuscì mai a girare» (pp. 63-64). A sostegno, devo dire, seguono argomentazioni condivisibili (su Fulci, non su Pasolini), in cui precipitano Slavoj Zizek - colto «in uno dei suoi intermittenti momenti di lucidità» - e Ernst Bloch - in relazione alla «contemporaneità del contemporaneo», alla «coesistenza fianco a fianco nello spazio di epoche cronologicamente distanti» (p. 65). E non manca all'appello Ernesto De Martino, il cui Sud e magia (1959) è indicato come «chiara fonte di informazione di Fulci» (p. 67). Bloch, De Martino, Pasolini (e Zizek, ma tenuto, come dire, a distanza, quasi a suggerire che non si è ancora capito se quest'uomo è un genio o un cialtrone) non sono troppi e troppo alti riferimenti per leggere un film di Fulci? Non credo. L'unica cosa che non avrei fatto è “delegittimare” Pasolini per “aprire” la strada a Fulci, ma nell'economia del discorso, un po' spinto, provocatorio, può rientrare anche questa modalità, che peraltro si apre a una critica più che giusta del finale di Non si sevizia un paperino: «E con rammarico siamo costretti a constatare che questa impeccabile costruzione antropologica e mitologica precipita, proprio nell'ultimo momento, insieme al ridicolo pupazzone di don Alberto, che si sfracella la testa contro le rocce» (p. 68).

Ho scelto questo film tra i dieci trattati perché mi sembra quello che si presta meglio a illustrare le approssimazioni, i tentativi di avvicinamento di Pergolari e Vitiello a una filmografia “relegata”. Di fatto, potremmo dire che spesso e volentieri è la filmografia “rilegata” a non essere più avvicinata, nella sua temuta monoliticità. Ecco allora che puntare sul meglio della nostra tradizione orrifica (od orrorifica) e/o della commedia all'italiana (significativo, su tutti, il capitolo dedicato ad Anni ruggenti (1961) di Luigi Zampa, alle pp. 23-29, su cui chi scrive aveva attirato l'attenzione in Le farfalle di Madrid a proposito della guerra civile spagnola e dintorni), diventa un buon modo per riflettere - al di là degli stessi generi, degli stessi orizzonti d'attesa evocati - sulla storia dell'Italia fascista e postfascista, dell'Italia repubblicana, del Boom e delle sue derive, più o meno attuali (e pure, nietzchianamente, inattuali). Di più (e tanto per fare un esempio non così altro): un percorso del genere serve anche a far capire, per paradossale (e tautologico) che possa suonare, che La Grande Guerra (1959) di Mario Monicelli è un film (straordinario) sulla prima guerra mondiale e, in senso assoluto, sulla realtà della guerra e sull'immaginario bellico del secolo breve.

 

Luciano Curreri


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