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In libreria/ Alberto Figliolia. “Una volta sapevo volare” di Bruno Ferrari
21 Febbraio 2012
 

Bruno Ferrari è nato a Vigevano. Da anni è medit-attivo davanti a bottoni, fazzolettini, granelli di sabbia. Fa vita molto ritirata. Ama definirsi “monaco della poesia” o “dilettante” nell'accezione antica di colui che opera per diletto. Una descrizione autobiografia ironica e completa per il libro d'esordio di Bruno Ferrari. Un primo libro, ma sorprendentemente maturo per contenuti e forma, meditato, sofferto, limato allo spasimo e liberato alla conoscenza e coscienza pubblica.

«Non è da tutti brillare nell'oscurità.../ Dammi un confine per poter camminare./ La libertà vera mi dà le vertigini». Mi caccio nella bocca questi versi e li arrotolo con la lingua, impastandoli di saliva e lacrime e terra dolceamara e luce e fango primordiale, affinché come da una possente catapulta interna vengano scagliati e scaraventati nei meandri della mente e di lì precipitati al cuore: roventi, furenti, consolatori.

La poesia di Bruno Ferrari è di una forza inusitata: affinata dal dolore; scavata dal tempo, come solo acqua e vento sanno fare esercitandosi con pazienza sovrumana su scogli e rocce, un tempo di ricordi e voci arcaiche e mai morte, il tempo variabile costante e impazzita, lineare e circolare, limitato e infinito, convulso e quieto; levigata dalla solitudine e dalla ricerca dell'altro. Bruno ci consegna la sua poesia come una rara offerta d'amore nelle mani protese a coppa. Versi come particole: corpo e sangue, nell'ideale.

La speranza può avere anche i pantaloni marroni, nessuno può arrestarla. Nessun sole può essere a rombi per sempre, l'anima è per definizione libera. Soprattutto se sei un poeta... «Ho detto/ pensato/ fatto/ amato/ e odiato/ tutto./ Null’altro ho da fare/ non mi resta/ che volare». Volare con l'immagine di un figlio, come un bambino... «Che belli/ Questi mondi a pastelli/ L’arancio del gran sole, i gialli di sabbie e cirri/ L’azzurro di righe sottili che si consumano/ E il cane che guarda dal suo marrone fedele/ E quanti squisiti animaletti, pieni di vita e dettagli/ Meraviglioso bambino/ Che in armonia sei col mondo/ Sapessi quanto stupidi si è grandi/ Dimenticando la visione/ Di ciò che dentro ancora siamo». La felicità sarebbe così semplice, vicina, afferrabile, se soltanto la vita non ci rivestisse di incrostazioni o promulgasse inarrestabili derive... «l'instabile eclissi dell'umana condizione», oroscopo fallito, «Ho riflettuto settecento anni/ ma nulla è servito/ sempre gli stessi vuoti», eppure... «Il vento/ se lo sai ascoltare/ ti racconta/ il mondo», e l'amore vince tutto, sempre: «Eri tra le mie braccia/ E danzavamo su seriche note/ In armonie surreali/ Ti aiutai a levare quell’abitino/ In tinta col tuo sguardo/ Ebbi uno strano risveglio/ Mentre stringevo piano/ Tra le dita/ Un bottone/ Nocciola brillante/ Come i tuoi occhi».

La nostalgia è una feconda facoltà un'allegra tristezza, una felice malattia. Resuscita energie, vivifica, restituisce quel che si era perduto: cose, sentimenti, luoghi. Con struggente consapevolezza: «Rimpiango Vigevano, eppure/ ne sono così scollato.// Vecchio paese acciambellato/ intorno alla piazza/ col nobile castello affranto da torri/ ormai vuote./ Fabbriche e laboratori di scarpe,/ quartieri e palazzi raccontano/ i grandi sogni esausti.// Com’è lontana adesso, Vigevano…// Riso, rose, rovi./ D’estate già in valle, sui ghiaioni del Ticino/ ometti e donnine,/ spensierate avventure,/ scorrono come la sabbia di una clessidra». Soffermiamoci su «Fabbriche e laboratori di scarpe/ quartieri e palazzi raccontano/ i grandi sogni esausti»: l'evocazione dell'uomo attraverso la sua fatica (seppur creativa), le case, i pieni e i vuoti affettivi che vi si aprono/celano, il correre intrecciato di vite e lo scorrere di innumerevoli storie, inconsapevoli ma con uno stesso, in apparenza ingrato, destino ad attenderle, vale a dire «i grandi sogni esausti». Ma che saremmo senza sogni? Miseri burattini di pezza, consunti e stracciati. Il diritto al sogno ci salverà. Il sogno non mistifica la realtà semmai aggiunge verità. Perché negare che il poeta sogna? Sogna anche a occhi aperti: un visionario. Dunque meglio informato dei fatti. È così che, anche quando sembra di affogare nel disperato dubbio o di arenarsi nelle secche dell'ir-ragione («Più miti sono ora le mie stagioni/ gli umori si tingono di scuro./ Le ali dell’estasi sono ripiegate./ Più legate che stanche» o, anche, «Attraverso la grata/ Osservo le prigioni/ Che si portano/ Addosso/ Le persone»), la poesia ti strappa per condurti alle astrali profondità della coscienza o inabissarti in leggendari mari interiori traendone pulsazioni di bellezza, perle, emozioni come inauditi tesori: «A ritroso/ Negli istanti consumati/ Cerco l’ultima emozione/ Da cui tracciare/ Col cuore sestante/ La rotta». «Col cuore sestante/ La rotta», vorrei modellare queste parole come creta, vorrei fossero di tutti, in tutti.

«Un terzo di vita/ mi ci è voluto/ per capire/ che non serve/ capire tutto./ Accettare/ è più saggio». E non è rassegnazione. Forse, nel panorama delle rovine morali in cui il mondo sovente ama palesarsi, vive ancora una sapienza antica e necessaria. Non abbandono, non silenzio complice e passivo, non disillusione senza fine, ma empatia, legame con l'umana sorte. Non è più il tempo-luogo della rabbia distruttiva, bensì il più che concreto sublime avatar della comprensione/condivisione: «Come l’ostrica/ Nel dolore/ Genera/ La perla/ Così io scrivo».

L'opera poetica di Bruno Ferrari, i cui contenuti, abbiam visto, sono di indubbia e fortissima portata esistenziale, è pur carica di importanti valori formali. Il Ferrari è un poeta di folgoranti intuizioni, ma anche di attento studio e osservazione. Qualche volta si discosta dalla sua cifra principe, ma anche in tali casi desta ammirazione per l'arditezza lirica e le felicità espressiva. La levità può non esser nemica dello spessore, insomma una sorta di “insostenibile leggerezza”, di cui emblema è “Il mio gatto”: «Quando dorme, sembra una ciambella di morbida gelatina,/ eppure v’è in esso il guizzo esplosivo del lampo./ Ha zampette affusolate come batuffoli di ovatta,/ ma cela venti unghiette taglienti, autentici rasoi uncinati./ Il suo corpo è agile e sinuoso come quello di un atleta esperto,/ languido, elastico e sensuale come una danzatrice orientale./ È un essere scattante, allegro come una spontanea risata./ La sua coda è un timone, un mimo parlante a rimorchio./ La sua voce è un canto edonista di etnica melodia./ I suoi occhi sono rifrangenti lune a fisarmonica./ Le sue orecchie sono mobili sonar sempre accesi./ Ha movenze sciolte, pare che segua ritmi a lui solo noti./ Ogni giorno come il primo e l’ultimo./ Il mio gatto è lo specchio del felino che è in me./ È lo specchio della donna che amo».

Una splendida silloge, davvero. «Non v’è cammino/ verso l’amore/ L’amore è il cammino// Non v’è cammino/ verso la conoscenza/ La conoscenza è il cammino// Poiché il viaggio è la ricompensa del viaggio stesso// Non v’è cammino/ verso l’essere/ Essere è il cammino/ (tra chi striscia, chi corre, chi vola)».

Vero, come l'ultimo sorriso di una madre al figlio. Giusto, come la notte cosmica che con il suo manto trapunto di stelle purifica vista, anima e intelletto. Perfetto, come il cerchio dell'esistere. Commovente, come l'amore che riempie l'anima timida e grata.

«Legnoso e sgraziato/ Danzo/ Musiche sconosciute/ Che smussano spigoli, lisciano ruvidità/ Una fiammella richiama arcaici istinti/ Dal profondissimo abisso emergono/ Delicati istanti di squisita armonia/ Un aroma inebriante ammorbidisce l'anima impietrita;/ Si distendono i tratti, sboccia spontaneo un sorriso/ A cui mi aggrappo.../ Certo che una volta/ Sapevo volare».

Chiudiamo con le parole di Silvana Ceruti, autrice della postfazione del volume: «Possa tu regalare ai lettori di questo libro tutta la tua voglia di vivere, la certezza che, nonostante qualunque predizione avversa, si può volare sempre».

 

Alberto Figliolia

 

 

Bruno Ferrari, Una volta sapevo volare

La Vita Felice, 2012, pagg. 100, € 12,00


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