Diario di bordo
Valentina Ascione. Svuota-carceri e amnistia, gli annunci non bastano
23 Dicembre 2011
 

«Amnistia, amnistia, amnistia!», hanno gridato in coro i detenuti di Rebibbia, salutando domenica scorsa Benedetto XVI al termine della sua visita all’istituto dell’estrema periferia romana. Stipato ben oltre il limite regolamentare proprio come tutte, o quasi, le altre carceri nel nostro Paese, dove, come ha denunciato anche il pontefice, sovraffollamento e degrado infliggono una pena supplementare, odiosa, che vìola la legge e i più elementari diritti umani. Così, dinanzi a quell’enorme platea di umanità sofferente, a quegli occhi – nonostante tutto – pieni di speranza, Papa Ratzinger ha espresso l’auspicio che governo e istituzioni facciano il possibile per migliorare le condizioni detentive. A pochi metri da lui il ministro della Giustizia Paola Severino (foto), che solo due giorni prima aveva incassato il via libera del Consiglio dei Ministri al pacchetto di misure contro l’emergenza carceri.

Un piano di provvedimenti urgenti su cui si erano posate le aspettative dei detenuti e di tutta la comunità penitenziaria. E che, pur andando nella giusta direzione, lascia sul tappeto diversi dubbi. Positiva è l’adozione del decreto legge come strumento per aggredire rapidamente una crisi che da tempo attende risposte, tuttavia le misure messe a punto dal governo sembrano ancora troppo timide rispetto alla pressante necessità di ricondurre le patrie galere, e l’intera macchina giudiziaria, sulla via della legalità. A cominciare dal potenziamento della cosiddetta legge “svuotacarceri” che, innalzando da 12 a 18 mesi il residuo della pena detentiva da poter scontare presso la propria abitazione, dovrebbe consentire a circa 3300 di detenuti – secondo le stime di via Arenula – di lasciare il carcere e accedere agli arresti domiciliari. 3300 che si andranno a sommare ai 4 mila che fino ad oggi hanno già usufruito di questa legge voluta da Angelino Alfano. Una riforma che però non introduce automatismi, lasciando dunque ai magistrati di sorveglianza il gravoso compito il valutare ogni singola domanda. Né interviene sulle preclusioni che limitano fortemente il bacino di coloro che hanno diritto a scontare a casa l’ultimo anno e mezzo di pena.

Il “pacchetto carceri” del ministro Severino si propone inoltre di arginare il fenomeno delle “porte girevoli”, che nel 2010 ha visto transitare nelle carceri italiane oltre 21 mila persone per un periodo non superiore a tre giorni; un’anomalia da correggere non solo per i costi e la congestione che comporta un così alto traffico di detenzioni lampo, ma anche alla luce di statistiche secondo cui è proprio nei primi giorni di carcerazione che si è più esposti al rischio di suicidio. Il decreto dispone che nei casi di arresto in flagranza di reato il giudizio direttissimo sia tenuto entro e non oltre le quarantotto ore dall’arresto. E che le persone fermate per reati di non particolare gravità vengano custodite nelle camere di sicurezza dei presidi di polizia, in attesa di comparire davanti a giudice per la convalida dell’arresto, invece di essere condotte in carcere. Una soluzione che tuttavia convince poco. Le camere di custodia di caserme e commissariati, oltre a non essere in molti casi strutture adeguate, sono infatti i luoghi dove «con più frequenza si consumano violenze e abusi», come ha commentato il presidente di A Buon Diritto Luigi Manconi, e come dimostra la drammatica vicenda di Stefano Cucchi.

La reclusione domiciliare e la sospensione del procedimento con messa alla prova, contenute invece nel disegno di legge che il ministro porterà in Parlamento, potrebbero ridimensionare in modo significativo la carcerazione nel quadro sanzionatorio. Ma riservarle ai soli condannati a pene detentive inferiori a 4 anni ne riduce notevolmente la portata.

L’impressione è quindi che il governo, tracciata la strada, abbia scelto di procedere con il freno a mano tirato. Anche sull’ipotesi amnistia, alla quale il ministro della Giustizia non si è detta contraria, ma ha lasciato l’onere dell’iniziativa al Parlamento. Parlamento dove quasi dieci anni fa un altro Papa, Giovanni Paolo II, invocò un «segno di clemenza» verso i detenuti costretti a vivere «in condizioni di penoso sovraffollamento»; e dove oggi davanti al nuovo “svuotacarceri” c’è già qualcuno, tra i soliti noti, che grida all’amnistia mascherata: gli stessi che hanno promosso e appoggiato le politiche securitarie a cui, in buona parte, si deve l’attuale crisi delle carceri e della giustizia. E che però voltano lo sguardo di fronte all’amnistia di fatto che ogni anno vede prescritti circa 170 mila procedimenti.

Nelle condizioni in cui versano oggi le carceri italiane e il nostro sistema giudiziario, l’amnistia non sarebbe un atto di clemenza. Bensì uno strumento non negoziabile per porre fine da subito all’illegalità che fa di 68 mila detenuti delle vittime, insieme ai direttori e a tutto il personale che giorno dopo giorno è costretto a far fronte alla carenza di spazi, di risorse economiche e all’impossibilità di svolgere il proprio lavoro. Uno strumento indispensabile anche per i magistrati, sui quali pesa il carico di milioni di processi pendenti.

Come ha dichiarato la radicale Rita Bernardini, la neutralità del Guardasigilli non è sufficiente. Serve più coraggio. Se nei propositi e nelle intenzioni le misure presentate dal governo rappresentano un passo in avanti – un passo da gigante, se rapportato all’indifferenza del precedente esecutivo – una riforma seria, strutturale della giustizia e della sua appendice carceraria non può che passare dall’amnistia. La sola via d’uscita da questa emergenza umanitaria.

 

Valentina Ascione

(da gli ALTRI, 20 dicembre 2011)


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