In tutta libertÓ
Luci e ombre di un film cubano 
Lo scrittore Orlando L. Pardo critica il film Habanastation
26 Agosto 2011
 

Il giovane regista Ian Padrón con Habanastation affronta il difficile tema delle differenze di classe tra cubani attraverso due personaggi: un bambino povero che vive in un quartiere periferico e un bambino ricco, il cui padre è un jazzista che va all’estero e gli porta l’ultimo modello di playstation.

«Si tratta di un lungometraggio per tutti. Vuol essere una pellicola di intrattenimento, dotata di un soggetto molto semplice», ha detto Orlando Pardo Lazo a Radio Martí. «Il film è importante perché cerca di osservare l’animo umano in ogni sua sfaccettatura, facendo vedere non solo i quartieri più sfavillanti e turistici dell’Avana, ma anche quelle zone periferiche che restano nell’ombra, regno di miseria e frustrazione», aggiunge.

Non tutti la pensano come Pardo Lazo. Per Havana Time le cose stanno diversamente. «Habanastation è una cattiva versione della famosa poesia romantica Le scarpette rosa», dice Isabel Díaz Torres, estensore del pezzo. Come esempio del suo assunto cita scene false come i bambini di un quartiere malfamato che cantano con entusiasmo l’inno nazionale. «Si tratta di una Cuba non veritiera, fasulla, un paese che non riconosco, pure se a tratti spuntano elementi di realtà», aggiunge. Orlando Pardo Lazo ritiene che non sia giusto analizzare come se fosse un film per adulti una pellicola destinata ai ragazzi. «Non è una Riflessione di Fidel Castro, né una seduta del Parlamento cubano, né un Programma dei Lineamenti del PCC. Habanastation è solo un’opera d’arte per bambini», scrive il noto blogger su Diario De Cuba.

Isabel Díaz Torres dice su Havana Times che è negativo aver preso come modello di padre ricco un jazzista di successo. «Sarebbe stato molto più coraggioso criticare l’aristocrazia militare dell’isola, gli alti dirigenti dello Stato, o gli ex militari che si sono trasformati in impresari turistici», aggiunge.

Il cineasta cubano Sergio Giral è d’accordo con questa impostazione. «La mia pellicola Techo de Vidrio venne proibita da Fidel Castro proprio perché il personaggio principale era un alto funzionario di Stato che faceva sfoggio di enormi possibilità di fronte a un operaio», dice. Secondo Giral, il film di Padrón è la classica storia edulcorata stile Il principe e il povero, ma «il punto più debole è che il padre del bambino è un artista», conclude.

Resta il fatto che se il regista avesse inserito come protagonista negativo un ricco dirigente del partito, la pellicola sarebbe stata censurata. Meglio questo che niente, dunque, visto che Ian Padrón affronta un problema sentito a Cuba, come quello delle differenze sociali in una società che non può più dirsi (se mai lo è stata) egualitaria. Certo, tutto è molto soft e il lieto fine scontato conclude che il bambino ricco presta al povero la sua playstation, risolvendo ogni problema. Inoltre la vita del quartiere marginale dove vive il ragazzino povero è abbastanza decente, non è quella problematica di un quartiere marginale dove non è facile sbarcare il lunario. Lo scopo di Ian Padrón è quello di intrattenere e di realizzare un film per tutti, non certo di fare denuncia sociale. Il film riesce nel suo intento, anche se per apprezzare la vera Cuba dobbiamo rivolgerci ad altre fonti che non siano le produzioni cinematografiche ufficiali. Ne riparleremo dopo la visione.

 

Gordiano Lupi

 

 

04/09/2011 – Ieri ho visto il film.

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