Archeologia editoriale
“Donne in manicomio” – 6. L’impossibile intesa 
di Donatella Donati
03 Agosto 2011
 

Ernesta e Sibilla sono due figure emblematiche della storia delle donne nel passaggio da una società a misura di maschio, assolutamente indifferente ai valori della parità e della dignità di entrambi i generi, a una società nella quale si affermano principi nuovi nel rapporto tra i due sessi. E tuttavia i germi della rivolta e il presentimento di una lotta che va fatta e che è ancora solo opposizione li troviamo nella generazione precedente quella di Sibilla. L’educazione ricevuta dai giovani appartenenti alla borghesia liberale anche se fortemente sessista apriva il varco a riflessioni e idee che non potevano restare nel chiuso cerchio del potere maschile. Intanto le ragazze venivano in larga parte fornite di un’istruzione più simile a quella dei loro fratelli. I movimenti femministi creavano una rete d’informazioni e di rivendicazione che metteva in subbuglio l’establishement maschile che faceva muro e spesso percorreva vie disoneste per arginare l’attacco e tra queste la più facile, come è capitato ad Ernesta, era, l’accusa di pazzia. La provincia di Macerata era una delle più conformiste anche se qualche esempio di novità qua e là cominciava a trapelare. Il fisiologo di Recanati Mariano Luigi Patrizi aveva sposato proprio nel 1893 una delle prime donne medico, Elsa Moleschott. Elsa però era morta molto giovane perché essendo impedito alle donne di praticare la professione si era dedicata alla ricerca di laboratorio e aveva contratto la tubercolosi. Nel 1890 una marchigiana di Chiaravalle, Maria Montessori, si era iscritta alla facoltà di medicina a Roma e stava completando gli studi che avrebbero fatto di lei una psichiatra ed un’educatrice di rilevanza mondiale.

Ma queste erano eccezioni accettate solo in quanto tali e che non concedevano nessun diritto alle donne comuni di operare in un’analoga autonomia. Anzi si ragionava comparando la grandezza dei cervelli, sulla inferiorità mentale delle donne e si localizzava nell’utero l’origine delle nevrosi, la maggior parte delle quali, e il caso di Ernesta ce ne fornisce la conferma, erano solo manifestazioni di scontentezza, di insoddisfazione e di rabbia. L’isolamento in cui vivevano quelle che tentavano l’emancipazione o si ribellavano era la conseguenza della loro diversità disapprovata per quieto vivere o per inconsapevolezza dalle stesse donne.

A Civitanova, restata molto ossequiente come l’intera provincia dopo la fine temporale dei papi alla chiesa di Roma, la popolazione tradizionalista e praticante non aveva simpatia per chi, soprattutto donna, non andava alla messa domenicale, non seguiva le processioni, non faceva parte di associazioni cattoliche.

Ernesta, dopo il matrimonio aveva abbandonato le pratiche religiose e si era adattata alla cultura laica del marito. L’opposizione della chiesa ai progetti unitari e alla partecipazione dei cattolici alla vita politica nazionale aveva rafforzato le convinzioni antipapali di una gran parte della borghesia dell’Italia del nord ma Ernesta ha pagato la solidarietà con il marito in termini di esclusione e di tenuta a distanza da parte delle famiglie civitanovesi.

Ambrogio inoltre non era tenero con la società del luogo che giudicava arretrata e verso la quale esprimeva spesso giudizi critici e negativi e questo contribuiva alla presa di distanza dell’intero paese dalla famiglia Faccio.

Da una parte perciò Ernesta offriva ai suoi figli e, a Rina in particolare che era la maggiore e la più vicina, un modello di rifiuto delle convenzioni e dell’ipocrisia, dall’altro però, non accompagnando la sua opposizione alla elaborazione critica della sua situazione ma solo al bisogno d’affetto e di riconoscimento della sua esistenza, rappresentava un esempio di debolezza e di sottomissione.

Quando nel 1906 Sibilla Aleramo pubblica Una donna il suo giudizio su Ernesta è definitivo.

Spaventata dalla possibilità di confronto tra il destino della madre e il suo, ha preferito vedere nella figura del padre, forte e determinato, il suo modello di vita.

Dal padre, nonostante i rapporti conflittuali ha attinto il coraggio di lasciare il marito di cui non aveva stima. Civitanova Marche, dalla cui cultura chiusa e rustica aveva sempre preso le distanze, il bambino, che la legge iniqua non le consentiva di tenere con sé.

Ha fatto una vita raminga e povera per affermare giorno dopo giorno il suo diritto a essere uguale agli uomini nella possibilità di decidere e scegliere e ha testimoniato fino alla morte, senza cedimenti che la parità tra i sessi non è un’utopia.

La comprensione per la debolezza e la eccessiva sensibilità di Ernesta non ha trovato spazio in questo itinerario, anzi ogni indulgenza nei suoi confronti le è sembrato un cedimento, una rinuncia.

Anche nei sentimenti d’amore, che provava sconvolgenti come la madre, ha preferito sottomettere anziché essere sottomessa e ha dimostrato, legando a sé per tanti anni un uomo di gran lunga più giovane di lei, che la differenza d’età nella coppia è reversibile.

Da questo punto di vista Ernesta rappresenta l’esempio da non seguire, la condannata per sua colpa all’infelicità e alla malattia mentale.

Il clima in cui si muove Sibilla è quello del femminismo storico secondo il quale la battaglia è per l’uguaglianza, l’esercizio senza discriminazione di tutti i diritti posseduti dal maschio, nella famiglia, nel lavoro, nella politica. Il riconoscimento della differenza come valore fa parte di una filosofia più recente, che ad ogni modo non avrebbe avuto nessuna possibilità di emergere e essere costruita senza la lotta per l’omologazione.

Tuttavia in alcuni appunti del 1903, Sibilla dà del tentato suicidio della madre una interpretazione che l’assolve dall’accusa di pazzia anche se la ributta nel ruolo tradizionale della donna tradita e sofferente:

«Abbiamo detto qui, sempre, che c’era stata una follia: un primo tragico assalto del male che doveva più tardi radiarla dalla vita.Ma non era, non era!… la povera sventurata era sana… Ella soffriva d’invecchiare, di non essere sempre la bellissima donna ch’era stata a venticinque anni, e di potere, di dovere tremare per ogni donna che passasse accanto al suo uomo, più giovane, più seducente di lei…»

Il nostro sguardo su Ernesta è più indulgente e comprensivo.

Come poteva in quei tempi di rigida scansione dei ruoli vedere riconosciuto il valore della sua persona tenera e fantasiosa, sognatrice e romantica anche quando gli anni erano passati, la famiglia era cresciuta e quello che era stato il fascino dei suoi vent’anni non aveva più diritto di apprezzamento? Da lei ci si aspettava solo la regolare cura dei figli, la guida di una casa, l’accettazione dei tradimenti del marito come appannaggio riconosciuto e tollerato di ogni maschio che meritasse rispetto.

Ogni passo della sua vita matrimoniale era stato condannato alla regolarità e alla sopportazione. Nella cartella clinica viene ricordata come anticipazione della malattia, la sua momentanea paralisi dopo la nascita di Aldo, il secondo figlio. Ma bisogna ricordare come avvenivano i parti: si effettuavano in casa e nella convinzione da parte di chi assisteva della ineluttabilità del dolore e della sofferenza, altra condanna inaccettabile della femminilità. In piena solitudine, perché tutte le persone care aspettavano fuori della porta in attesa dell’urlo risolutivo della madre e del primo pianto del bambino, la partoriente si sentiva abbandonata e sconvolta. Costretta da regole orribili di pudore a non guardare, a non osservare il proprio corpo e a non controllare gli impulsi, sepolta sotto lenzuoli e coperte che dovevano oscurarlo, con l’incombente pericolo delle infezioni e delle emorragie mortali, non desta meraviglia che dovesse subire contraccolpi psicologici che lasciavano tracce e conseguenza per tutta la vita.

Rina, disperatamente invocata nelle lettere dalla madre affinché la aiutasse nei primi anni del ricovero a uscire dal manicomio, non ha avuto potere e coraggio per farlo o per imporlo al padre.

Sibilla ha inghiottito nel buio della memoria e del dolore la tragedia di Ernesta che è stata condannata per venticinque anni alla segregazione e alla dimenticanza.

 

Donatella Donati ha già esaminato, prima dell’indagine riportata sopra, “l’impossibile intesa” in un testo edito nel 1997 dal titolo Il corpo negato.

 

=FINE=

 

[Estratto da: Sebastiano Franco Veroli, Donne in manicomio. Le ricoverate a S. Croce nel decennio 1890-1900 – “Il caso di Ernesta Cottino Faccio”, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea “M. Morbiducci”, Macerata 1998

 

Scelta dei testi di Patrizia Garofalo ed Elisabetta Andreoli

Fotografia di Elisabetta Andreoli]


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