L'ultimo dei milanesi
MILANO AL FILM FESTIVAL DI LOCARNO 
Introduzione al documentarismo milanese | di Mauro Raimondi
01 Agosto 2011
 

Il prestigioso Festival del Cinema di Locarno inizia il 3 agosto. E Milano ci sarà. Con 55.1 (la percentuale ottenuta da Pisapia al ballottaggio), un documentario girato da cinquanta filmmaker e incentrato sull’ultima settimana della recentissima campagna elettorale milanese.

Il lavoro, a cui hanno partecipato nomi di primo piano come Marina Spada, Curagi e Gorio, Alina Marazzi, Bruno Bigoni, Mirko Locatelli, è curato da Luca Mosso e Bruno Oliviero e ci offre lo spunto per parlare di una grande tradizione cinematografica della città: il documentarismo.

Non tutti i milanesi, infatti, sanno che per merito di pionieri come Italo Pacchioni e Luca Comerio, della Milano Films e di altre società di produzione, esistono filmati dei funerali di Giuseppe Verdi, del Duomo e della sua piazza in occasione dell’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II e di molti altri luoghi o avvenimenti della città di inizi ‘900. Un patrimonio incredibile (che, per quanto riguarda Pacchioni, la Fondazione Cineteca Italiana sta faticosamente cercando di pubblicare), a dimostrazione che l’anima documentarista, a Milano, è nata con il cinema. E non l’ha mai lasciata, per la gioia di noi storici. Perché, in una città dove tutto cambia rapidamente, l’idea di fermare il tempo in un’immagine diventa fondamentale. Anzi, necessaria.

Quasi tutto, a Milano, è stato filmato. Semmai, il problema, sia per i documentari d’antan sia per quelli di oggi, è riuscire a vederli. A volte, giacciono in mezzo a polverosi scaffali. Oppure, dopo un’apparizione ad un festival, scompaiono per problemi di distribuzione. Opere sulla città, spesso importanti e originali, cadono nel dimenticatoio per mancanza di mercato. E di Enti Pubblici che le promuovano e sostengano. Anche questa è Milano. Ed è un vero peccato, perché le eccezioni sono poche. Tra queste, Stramilano di Corrado d’Errico (1929), che grazie alla ristampa della Fondazione Cineteca Italiana, ci mostra la città degli anni ’20 con i suoi mercati e le sue fabbriche, ma pure gli ateliers e i locali per la ricca borghesia meneghina. L’opera, che racconta un giorno della capitale economica italiana, affianca al montaggio tradizionale una sperimentazione di stampo futurista (alla fine, a fianco del Duomo, appaiono due locomotive), e Milano vi incarna quel simbolo positivo di modernità (con le sue luci pubblicitarie che si alternano in piazza Duomo) che l’accompagnerà fino al boom.

Ma pure la città degli anni ’30, al di là degli impagabili Cinegiornali di allora (alcuni dei quali raccolti nel vhs C’era una volta Milano della Deltavideo), ci regala delle chicche. Dopo la concentrazione della produzione a Cinecittà, i cineasti milanesi si dovettero arrangiare. E lo fecero, tra l’altro, dedicandosi al documentarismo. Fonderie d’acciaio di Ubaldo Magnaghi, ad esempio, ci narra della dura vita alle acciaierie Vanzetti, mentre in Una giornata nella casa popolare, l’architetto Piero Bottoni esalta la nuova tipologia edilizia a confronto della (allora) malsane case di ringhiera.

Nemmeno il secondo conflitto mondiale è sfuggito al documentarismo. Così ora possiamo vedere le immagini (da incubo) dei bombardamenti in Desmentegass. Molti non ricordano (2003) di Lamberto Caimi, magistrale direttore della fotografia di tanti film ambientati a Milano. La città che non esiste più viene altresì ripresa da Antonio Grazioli narrando le vicende esistenziali del “cuntastorie” dialettale Antonio Bozzetti (recentemente scomparso) in Milano, la vita e il sogno del 2007 (uno dei molti titoli compresi nella meritoria collana “Gente di Milano” della Provincia), dove si rievocano, tra gli altri, il “nebbiun” e il “sagiamerda”, una figura ancora tipica nel periodo tra le due guerre.

Per gli amanti della Storia, consigliamo poi di cercare il celebre Combat Film, girato dagli americani durante i giorni caldi dell’aprile 1945. Milano appare ne “La resa dei tedeschi” e in “Caccia ai fascisti”, dove si osserva l'enorme folla convenuta in piazzale Loreto per vedere i corpi di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi. Immagini della Liberazione di Milano sono montate in Giorni di gloria (1945) di Giuseppe De Santis, Luchino Visconti e altri registi, mentre la lugubre casa del torturatore Koch, situata in via Paolo Uccello (zona San Siro), ci viene mostrata in Oggi è un altro giorno-Milano 1945-1995 sempre di Giuseppe De Santis e Bruno Bigoni, un lavoro in cui il “professor” Moni Ovadia conduce un gruppo di studenti in una biciclettata storica. Di Shoah, invece, ci parla Dario Barezzi in Fratelli d’Italia? (2009), mostrandoci il Binario 21 della Stazione Centrale, da dove partivano i treni carichi degli ebrei diretti ai campi di concentramento in Germania.

Il periodo immediatamente successivo alla guerra vede una serie di documentari firmati da veri protagonisti del cinema italiano come Luigi Comencini (Bambini in città) e Dino Risi (Barboni, I bersaglieri della signora, sugli anziani del Pio Albergo Trivulzio, Cortili, La Fabbrica del Duomo). Ma sono davvero molti i registi che, a partire dagli anni ’50, si prodigano per registrare l’immagine della città che “dispare”. Tra questi, Mario Milani (Milano vive), Luigi Turolla (Quota verde, Una metropoli, Cascata bianca sulla Centrale del latte), Giorgio Cavedon (Milano domani), Michele Gandin (La città degli uomini). E, soprattutto, Guido Guerrasio, Nastro d’Argento nel 1970 grazie ad opere sull’arte in Lombardia, che ci ha lasciato T9 sulla prima Triennale postbellica e Fuori porta sulla periferia, Storie della mia città e il Gamba di legno (sul famoso treno), Basilica segreta su Sant’Ambrogio e Milano, XXXV Fiera, Il Cavaliere di via Morone (sul fondatore e i gioielli del Museo Poldi Pezzoli), Teatro Gerolamo sul “tempio” delle marionette, oltre a un commovente Gente dei Navigli (1955). Se desiderate vederne l’incipit, potete connettervi con il sito www.guidoguerrasio.it.

Infine, sempre negli anni ’50, con il documentarismo industriale, iniziava a lavorare un altro mostro sacro del cinema italiano, bergamasco di nascita ma milanese d’adozione: Ermanno Olmi. Di lui, e dei tanti altri che hanno animato e animano il vasto panorama meneghino, parleremo nella prossima puntata. Per ora, tra biblioteche, Fondazione Cineteca e Provincia di Milano, accontentatevi di cercare quelli segnalati. Ne vale sicuramente la pena, ma non sarà facile: perciò, buona fortuna a tutti. Saludi.


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