Diario di bordo
Enrico Marco Cipollini. Non ci resta che piangere? 
(Annotazioni sulla «Globalizzazione e il dialetto…»)
06 Luglio 2011
 

La globalizzazione è veramente quel processo “umanitario” -tra apposite virgolette- tramite il quale il mondo e i suoi abitanti si van legando in una società unica, plurietnica, pacifica e magari prospera? Ed è così originale poi tale concetto? E corrisponde de facto alla realtà? O forse non è piuttosto una strategia di mercato che blocca fattivamente, appiattisce, omogeneizza le varie culture?

Non è piuttosto la globalizzazione un processo economico che tende a togliere certi impedimenti alla circolazione del grande capitale per farlo espandere, onde per cui un fattore che tende a mercificare, a reificare (l’uso comune di tal termine lo dobbiamo al filosofo G. Luckács che lo riprese da Marx), a rendere oggetto l’uomo e il suo milieu?

Notate la pubblicità delle grandi multinazionali pronte a spacciare per “umanitarismo” ciò che neppure lontanamente gli assomiglia.

Le multinazionali ci fan vedere popoli diversi che corrono armoniosamente alla costruzione di un mondo nuovo legati da questo o quel prodotto come fosse la panacea ad ogni male. E l’uomo? Ridotto a puro consumatore, un semplice “usa & getta”. Il canadese M. Mc Luhan parlò di “villaggio globale” in tempi non sospetti (anni '60 del secolo scorso) cioè l’interazione, tramite le sofisticate comunicazioni a livello globale, capace di mutare ed interferire nelle varie culture e cambiare radicalmente anche la vita delle popolazioni come già era successo con l’espansione del sistema liberista tipico di ogni forma di capitalismo. E non si parli della globalizzazione come processo di possibilità di guadagno stratosferico grazie alla delocalizzazione della produzione nei paesi economicamente emergenti, depauperando di fatto le varie etnie, le popolazioni residenti nei singoli stati: una vera e propria “internazionalizzazione del profitto”. In tal sistema di interrelazioni molteplici (economia, scienze informatiche e telematiche, strategie di mercato e via dicendo) la cultura si sta appiattendo, si uniforma, si omogeneizza, mancando proprio del pungolo del vissuto esperienziale e storico dell’uomo mercificato. Non è neppure cultura di massa, nel senso inteso negli anni '70 del secolo appena trascorso, ma è «massificazione» allo stato puro nonché una divisione classista tra cultura per pochi o élitaria e una cultura “superficiale”, non problematica, spicciola, per «i più».

Come il modo di vestirsi o le stesse forme del mangiare (si vedano, ad es., i Mc Donald’s), del bere (la Coca Cola che portata a pranzo infonde serenità alla famiglia!) tendono ad omologare, così come si tende a privilegiare una nuova Koinè, una nuova parlata che si basa sull’anglo-americano come matrice principe che detta un’egemonia sulle altre lingue del pianeta che hanno dignità non inferiore. In tale immenso e complicato mosaico il processo di globalizzazione si è perduto per strada, guarda caso, i diritti umani a favore della grande finanza, delle borse con centro principe a New York, del Centro Mondiale del Commercio (W.T.O), i quali ci muovono, o tentano, come pedine, punendoci con l’emarginazione, cercando di cancellare il nostro senso critico perché le idee mal si confanno a tal processo, sono pericolose.

In tal contesto -appena delineato- valore fondamentale (e non solo prettamente linguistico) assume il dialetto che, si badi bene, mai è scomparso ma relegato a “linguaggio” di secondo ordine, sempre ritenuto inferiore alle lingue nazionali e, or più che mai, alla “koinè” angloamericana.

Il dialetto quindi come qualcosa di cui vergognarci, da dover abbandonare sulla soglia dell’aula di scuola. Eppure la nostra letteratura anche di recente ha avuto massimi esponenti (si pensi al pastiche di parole nell’opera famosissima di Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, o alle poetiche di Loi, di Pierro sino a Marin) che han preferito l’espressività dialettale. Quest’ultima, meno “formalistica” della lingua ufficiale e meno impregnata di vocaboli stranieri, è più aderente ai nostri stati d’animo, con i suoi coloriti modi di dire, espressioni intraducibili. È, in breve, il dialetto più vicino alla nostra quotidianità, nevvero ci mette in contatto diretto con le nostre usanze, con le nostre tradizioni, i nostri costumi grazie alla sua vividezza e località meno estesa. Il dialetto (uso il singolare impropriamente ma per “generalizzare” il concetto) si mostra atto al modo per ri-affermare la nostra aseità di uomini in sé e per sé, con una nostra dignitas inalienabile. Il dialetto o, ancor meglio, i dialetti sono riflettenti il linguaggio della spontaneità, della genuina predisposizione umana a esser sé medesimi… sono tradizione tramandata e vissuta dell’uomo che rimanda alla sua «radix originaria». Riflette, il dialetto, con le sue espressioni informali, colorite, vivide la nostra immediatezza, il nostro vissuto e quindi si sottrae alla pura e mera astrazione e mercificazione, onde necessita, per esser compreso, anche di un preciso contesto storico-sociale nonché culturale. Linguaggio tale quindi non come oggettivazione, uniformazizzazione ma espressione dell’uomo, delle sue «exis», del suo progettarsi -nel- mondo, del suo incedere donde la ri-valutazione di valori perduti. (In ultima, l’uomo non è il suo linguaggio?) Comunque, e tengo a sottolinearlo, oltre a tale suddetta prospettiva esiste, e faccio il caso dell’Italia, un corrispettivo che nulla ha a che fare con il senso dell’espressione qualitativa dell’uomo e del valore “filosofico” del dialetto così inteso.

Per particolari motivazioni più o meno giustificabili, sono nati movimenti politici che danno risalto enfatico al dialetto (o meglio, a particolari dialetti) come momenti e motivi di rottura netta con lo Stato unitario di cui abbiamo festeggiato quest’anno il suo 150° anno di unificazione.

Dell’Unità d’Italia, come è avvenuta e i vari problemi irrisolti, si può discutere e proporre soluzioni costruttive ma non credo sia lecito metterla in discussione per “particolarismi” faziosi. Scriveva, nel lontano 1967, don Lorenzo Milani che la politica è «sortire dalle difficoltà tutti assieme». Un libro, Lettera ad una professoressa, del Priore di Barbiana (nel Mugello) e dei suoi “ragazzi” che è tuttora un classico di pedagogia applicata e di etica pubblica.

 

Enrico Marco Cipollini


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