OblÚ cubano
Giovanni Maiolo. Medici cubani schiavizzati in Venezuela?
23 Maggio 2011
 

Venezuela, Chavez, la rivoluzione bolivariana e il socialismo del XXI secolo, Fidel Castro, Cuba e il progetto “Barrio Adentro” cosa c’entrano con la schiavitù?

È quello che viene da domandarsi dopo la denuncia per “riduzione in schiavitù” di sette medici cubani che lavoravano proprio nell’ambito del “Barrio Adentro”, che vuol dire “nel quartiere”, il programma col quale dal 2002 il governo venezuelano intende provare a garantire le cure mediche di base per tutti, anche per le fasce di popolazione più miserevoli. La costituzione del Venezuela bolivariano prevede che quello alla salute sia un diritto gratuito di tutti e Chavez ha provato a realizzarlo in collaborazione con Cuba, dove i diritti sociali, a differenza di quelli individuali, sono in molti casi realizzati, e ancora di più in campo medico dato che sull’isola dei barbudos c’è un medico ogni 120 abitanti.

Per cui Cuba, nella fase iniziale di “Barrio Adentro”, ha inviato circa 18.000 medici in Venezuela. Chavez ha ricambiato, e continua a ricambiare, con la fornitura di petrolio (100.000 barili al giorno), di cui il Venezuela è grande esportatore, estratto dalla Pdvsa, l’azienda petrolifera di stato da cui il paese trae l’80% delle sue entrate da esportazione e di cui il caudillo di Caracas ha liquidato anni fa lo staff dirigenziale sostituendolo con uomini più “malleabili”.

I medici cubani vanno in Venezuela a lavorare per 24 mesi e vivono nelle stesse condizioni, misere, della popolazione locale, spesso in zone ad alto tasso di criminalità. Alcuni di loro hanno subìto violenze e qualcuno sembra che sia stato ucciso. Il loro stipendio equivale a circa 200 dollari al mese più l’alloggio fornito dal governo e gli alimenti da Pdvsa.

La cronaca dei mesi scorsi racconta di sette medici di “Barrio Adentro” fuggiti negli Stati Uniti, che da sempre guardano con aperta ostilità ad ogni movimento che nell’America Latina, che hanno sempre considerato come il proprio “cortile di casa”, rivendica dignità nazionale ed autonomia. George Washington sosteneva che gli Usa fossero un “impero bambino”, e da sempre hanno avuto mire di controllo sul “cortile di casa”. Ma con Rousseff, Chavez, Correa e Morales le cose sono cambiate e quando nel 2008 l’opposizione boliviana, col sostegno pieno degli statunitensi, ha massacrato trenta sostenitori del governo, l’Unione delle repubbliche sudamericane ha fatto quadrato intorno a Morales facendo intendere chiaramente agli Stati Uniti d’America che le cose sono cambiate. Così come nel tentato golpe in Ecuador. E infatti gli Usa, con la scusa ridicola di combattere il narcotraffico, si sono impiantati in Colombia con ben sette basi militari, snodo da cui cercano di mettere i bastoni tra le ruote a presidenti democraticamente eletti.

Come hanno fatto proprio in Venezuela quando Chavez venne deposto da un golpe sostenuto proprio da Spagna e Usa (unici Stati a riconoscere il neo insediato presidente golpista Carmona). Ma anche in quell’occasione le cose non andarono come previsto dato che il contro golpe fece tornare in sella Hugo Chavez, che con Cuba ha da sempre un rapporto privilegiato. E la dittatura cubana, com’è risaputo, esercita il suo controllo sulle notizie che dell’isola vengono date al resto del mondo. Così anche i medici cubani inviati in Venezuela, secondo il giornale The Miami Herald (che da sempre subisce l’influenza degli esuli anticastristi e non disdegna campagne di stampa contro l’isola caraibica), verrebbero controllati e subirebbero la vigilanza ravvicinata di funzionari cubani che gli impedirebbero di parlare coi media e che spesso, per non meglio specificate emergenze, li costringerebbero a restare confinati in casa. Bisogna dire che il Miami Herald è il giornale che nel 1996 dava Castro praticamente per morto, ma è anche vero che altri organi di stampa, sia statunitensi che venezuelani, si sono occupati del caso.

I sette medici (Giulio Cesare Lubian, Ileana Mastrapa, Majfud Miguel, Maria del Carmen Milanes, Frank Vargas, John Doe e Julio Cesar Dieguez) e l’infermiera (Osmani Rebeaux) giunti negli Usa si sono rivolti alla Corte Federale di Miami ed hanno chiesto ai governi cubano e venezuelano e a Pdvsa un risarcimento che supera i 50 milioni di euro per essere stati ridotti in schiavitù, costretti a lavorare in condizioni pessime per molte ore e privati della libertà. Secondo la querela il governo chavista perseguita, intima, cattura e fa tornare a Cuba i medici e gli altri professionisti della salute che si rifiutano di eseguire lavoro forzato o tentano di ottenere la libertà di lasciare il paese sudamericano.

Certo, la realtà che emerge dalla parole di Uberto Mario, giornalista, ex funzionario dell’ambasciata cubana in Venezuela, e da quella di Julio Cesar Alfonso (foto), medico cubano che ha creato l’organizzazione Solidariedad sin fronteras, fa pensare che molte restrizioni a cui sono sottoposti i medici cubani di “Barrio Adentro” siano raccapriccianti. Uberto Mario dice di essere stato inviato, sotto la copertura di giornalista, a controllare i medici in Venezuela. E quello che i due raccontano è che se i medici cubani disertano la missione, per ben 10 anni non possono vedere i proprio familiari a Cuba come punizione, perché loro non possono rientrare sull’isola né i parenti uscire da Cuba. Alla stesura del regolamento che prevede queste restrizioni dice di avere partecipato anche Uberto Mario.

Dicono anche che su più di 500 medici mandati in Venezuela nel dicembre 1999, ad agosto del 2000 ben 49 uomini erano sposati con donne venezuelane e stavano richiedendo il permesso di residenza all’estero. Fidel li perdonò, diede i permessi, ma furono gli ultimi. Adesso i medici possono sposare venezuelani e i venezuelani possono andare a Cuba quante volte vogliono, ma una volta che finisce la missione all’estero il medico deve tornare a Cuba e non può rientrare in Venezuela. In questo modo se si sposano e vogliono vivere insieme, deve essere il partner venezuelano a trasferirsi a Cuba, che così non perde risorse umane importanti.

Secondo il regolamento di cui parla Uberto Mario i medici non posso uscire il fine settimana dal municipio dove lavorano, non possono ricevere venezuelani a casa loro e non possono nemmeno leggere la bibbia, ma devono avere i discorsi e i libri di Fidel. Secondo altre fonti sarebbero anche costretti, in occasione delle tornate elettorali, a fare propaganda per Chavez.

La condizione dei medici cubani in Venezuela, se venisse confermata, si rivelerebbe estremamente grave e minerebbe l’importanza di un progetto come “Barrio Adentro”, sporcandolo con l’infamia della libertà negata a quegli uomini e a quelle donne che curano ogni giorno la popolazione venezuelana.

 

Giovanni Maiolo

(da Durito.it, 22 maggio 2011)


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