Oblò cubano
Wikileaks rivela la situazione degli ospedali cubani
30 Dicembre 2010
 

In un ospedale cubano, i pazienti sono stati costretti a portarsi persino le lampadine elettriche. In un altro, il personale ha usato “un primitivo aspiratore manuale” per praticare il raschiamento di una paziente che aveva abortito. In altri, i pazienti pagano somme che sono vere e proprie tangenti per ottenere un trattamento migliore.

 

 

Un’infermiera statunitense inviata in missione diplomatica all’Avana ha espresso considerazioni interessanti sul sistema sanitario cubano, che sono state inserite in una comunicazione inviata a gennaio 2008 e pubblicata questo mese da WikiLeaks.

Cade il mito della sanità come strumento perfetto e gratuito alla portata di tutti, vanto del regime cubano insieme a un’istruzione che è sempre più indottrinamento, miti già demoliti a sufficienza nei post di Yoani Sánchez su Generación Y (www.lastampa.it/generaciony e precedenti in Tellusfolio > Oblò Cubano).

La medicina cubana: qui niente è facile, è il titolo della comunicazione scritta da un’anonima Praticante del Servizio di Salute all’Estero dopo aver vissuto per due anni e mezzo a Cuba.

Il governo cubano propaganda il suo sistema sanitario come uno dei migliori al mondo, ma in realtà è in piena crisi dal 1991, anno in cui sono finite le sovvenzioni sovietiche. Inutile nascondere che molti problemi nel settore salute derivano anche dall’embargo statunitense. La vendita di materiale medico dagli Stati Uniti a Cuba è legale, ma non è facile concludere le pratiche e L’Avana trova gli stessi prodotti a prezzi migliori in altre parti del mondo.

La comunicazione dell’infermiera non contiene un’analisi approfondita del sistema sanitario cubano, ma è composta da una serie di aneddoti che riguardano persone che hanno avuto a che fare con ospedali o pronti soccorsi dell’Isola. Vediamone alcuni interessanti.

In un ospedale ginecologico il personale ha usato un primitivo aspiratore manuale per praticare il raschiamento a una donna che aveva abortito, senza utilizzare anestesia o medicine antidolorifiche.

Un bambino di sei anni con il cancro alle ossa poteva ricevere visite in ospedale soltanto da parte dei suoi genitori e in ben determinati orari. Non poteva avere un televisore, né giocattoli. I genitori non venivano informati regolarmente sulle condizioni di salute del figlio.

Molti giovani malati di cancro hanno contratto l’epatite C dopo aver subito operazioni chirurgiche, per mancanza di appropriate analisi del sangue prima di procedere alle trasfusioni.

I pazienti ammalati di cancro che subivano trattamenti chemioterapici ricevevano poche attenzioni in merito a sintomi e a effetti secondari. Inoltre non disponevano di medicine come aspirine, antidolorifici di varia natura, lozioni per la pelle e vitamine.

I cubani ammalati di Aids venivano seguiti solo all’Istituto Pedro Kourí dell’Avana, unico centro in grado di provvedere a cure speciali. A causa dei problemi legati al trasporto pubblico, i pazienti della provincia venivano visitati solo una volta all’anno. I pazienti dell’istituto potevano attendere oltre un mese prima di essere visitati, ma avanzavano nella lista d’attesa e ottenevano cure speciali solo facendo un regalo in pesos convertibili alla persona giusta.

Alcuni pazienti si vedevano scrivere la sigla AIDS sulla carta d’identità, un vero e proprio marchio d’infamia che rendeva difficile trovare lavoro e seguire studi universitari.

Le istituzioni mediche riservate all’élite governativa cubana e agli stranieri che pagano in valuta pregiata erano igienicamente controllate, disponevano di un’ottima equipe sanitaria, potevano avvalersi di laboratori, farmacie ben provviste di medicinali e camere private per i pazienti, fornite di televisione e bagno personale.

Gli ospedali e le cliniche per cubani non si avvicinavano neppure lontanamente a questo standard. La comunicazione dell’infermiera parla di quattro ospedali avaneri e ne descrive le pessime condizioni.

Nell’ospedale “Hermanos Ameijeiras”, in parte riservato a pazienti stranieri e inserito nel documentario Sicko di Michael Moore, un regalo di 22 dollari all’amministratore permetteva al degente cubano di ottenere un trattamento migliore.

L’esterno dell’ospedale ginecologico “Ramón González Coro” era deteriorato e in rovina. La sua Unità di Cure Intensive per i neonati utilizzava un respiratore-ventilatore Bird per bambini molto vecchio: il modello in voga negli Stati Uniti negli anni Settanta.

L’infermiera afferma nella comunicazione che le condizioni degli ospedali per cubani le ricordavano alcuni degli ospedali più poveri che aveva visto in Africa: camere non curate, vecchi letti di ferro, materassi con un solo lenzuolo, privi di aria condizionata, ventilatori, televisione e di ogni tipo di intrattenimento. Rammenta che un giovane medico la fece entrare insieme alla sua paziente in una stanza che serviva da accettazione. Non c’erano sedie, né computer, nessun personale medico o paramedico, ma era presente solo una vecchia e ossidata tavola di metallo senza niente per coprirla. Il medico tirò fuori da un cassetto un vecchio stetoscopio fetale di alluminio, di forma tubulare, come si usavano alla fine del secolo scorso, per ascoltare il cuore del neonato. Alla fine diagnosticò un’infezione e prescrisse un antibiotico. L’infermiera ha verificato successivamente che la diagnosi era errata: non c’era nessuna infezione in atto e l’antibiotico non era adatto per una donna incinta.

L’infermiera ha visitato l’Ospedale “Calixto García”, che serve solo cubani, ed è rimasta davvero impressionata dalla mancanza di ogni cosa (materiale medico, privacy, personale medico e paramedico qualificato) e per la trascuratezza generale della clinica. L’infermiera riferisce che sembrava di essere in uno dei paesi più poveri del Terzo Mondo. Il reparto di emergenza che accoglie le vittime di traumi seri avvenuti nella capitale non aveva bombole di ossigeno, mancavano i macchinari più semplici e lo scanner era sempre rotto.

Nell’Ospedale “Salvador Allende”, il reparto emergenze era molto ordinato, pulito e organizzato, ma il resto della clinica era un disastro completo e i sorveglianti puzzavano di alcol. I pazienti dovevano portare da casa le lampadine elettriche se volevano avere luce nelle stanze. La maggior parte degli interruttori era stata portata via dalle camere, in modo tale che un degente doveva collegare le lampadine ai fili scoperti per ottenere elettricità. Non c’erano né aria condizionata, né semplici ventilatori. Il servizio pasti in ospedale prevedeva ogni giorno in riso, pesce, uova e patate. Non c’erano frutta fresca, verdure o carne. L’infermiera non ha visto eseguire nessuna pratica medica o infermieristica durante le visite negli ospedali e si è resa conto che gli ammalati stavano meglio nelle loro case che in simili cliniche.

Sotto la pesante scure di Wikileaks cade un mito che anche in Italia viene propagandato da molti fiancheggiatori del regime cubano.

 

Gordiano Lupi

 

 

Traduzione della vignetta di Jardim

 

Infermiera in accettazione ospedaliera al paziente infortunato:

– Deve portare bisturi, pinze, siringa, filo, aspirina, forbici, asciugamano, lenzuola, antibiotici, bende e una lampadina.

 

(Mutatis mutandis, ben si adatta anche alla Scuola italiana anno 2010. Non è vero? - ndr)


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