Telluserra
Dario de Giacomo. L’Aria dalle finestre
(foto Michele Sansi)
(foto Michele Sansi) 
28 Dicembre 2010
 

Quando le doghe scantonavano dai gangheri, proiettate in aria come eliche impazzite, per Maria arrivava l’inverno.

Le strade sparivano sotto uno strame scivoloso, di fango e foglie.

Il vento soffiava forte l’odore della marina, che distava cinque, seicento metri dalle sue finestre.

Ogni mattina, alla stessa ora, dieci minuti prima delle sette, Milla si affacciava, e con qualsiasi tempo; aveva le finestre dirimpetto alle sue, che sporgevano, troppo basse al piano terraneo e troppo in fuori tra le gambe della gente.

Ma quella mattina le braccia robuste di Milla, tatuate di vaccini, non c’erano; e non c’era nemmeno la sua camicia di tela bianca, sottile, trapunta di rozze rose rosse.

Milla, per tutti i giorni di tutti gli ultimi anni, aveva appoggiato il mento sul palmo delle mani, fumando la prima sigaretta; con i seni gonfi, che s’immaginavano caldi, sparsi sul marmo screziato di brine dello sporto.

Fumava spaziando lo sguardo sulle linee spezzate degli edifici, al suo livello stradale, che zigzagavano e si incontravano tutte in un punto, per formare il cortile.

Le finestre di Milla alle sei e cinquanta di quel mattino erano chiuse, ancora ostinatamente.

Erano aperte solo quelle di nonna Maria, al primo piano.

Si intravedeva la sagoma di una testa piccolissima e bianca, incurvata in una vestaglia di panno verde a quadroni neri.

Una figura deforme sul buio dello sfondo della sua veranda d’alluminio, d’argento e di pannelli azzurri in plastica dura.

Era quella una vecchietta mite che sopportava i vituperi dei panni troppo lunghi, stesi ad asciugare, e le tracce di acqua saponata rinsecchita che lordavano da sempre i vetri delle sue finestre.

Da lassù il suo sguardo spaziava fin verso gli alberi di fronte e come diceva lei – se non mi avessero costruito davanti – fino al mare.

Una vista vecchia, lattea, di cose vicine e cose antiche.

Maria, allarmata, fu colta da un imbarazzante presentimento.

Vestì gli abiti di casa, con le pantofole perché in casa girava sempre scalza, scese le scale e attraversò il cortile.

Provava come un impulso sensuale per quella donna, di cui lei sola conosceva i primi piaceri del suo risveglio.

Il portoncino dell’edificio di fronte era spalancato.

Salì le scale fino al primo piano, gremito di gente che affollava un uscio enorme e poco illuminato.

Entrando in casa, dopo aver svoltato in un corridoietto, conobbe la compostezza dei gesti di Milla, morta e distesa sul letto col suo abito d’organza nero.

La stanza sapeva già di cera, di fiori, e di un corpo vuoto di donna, con l’anima ch’era volata via da qualche parte.

Milla, gli occhi chiusi, le braccia distese, aveva un colore ferrigno in viso.

Maria non fumava da vent’anni ma assaggiò, all’improvviso, di nuovo alla bocca, l’amaro tossico del primo tiro appena svegli.

Si fece offrire, da quello tra i congiunti che appariva mediamente affranto, una sigaretta, e corse nel giardino dietro la casa verso il mare.

Accese a fatica perché c’era vento salmastro, e aspirò la prima boccata di fumo e mare, trattenendolo dentro appena un po’ ed espellendolo denso in nuvole.

Ora alzando gli occhi Maria vedeva la sua finestra vuota e illuminata, l’aveva dimenticata aperta così nella fretta di uscire: era un punto nero in campo giallo, laggiù nella presenza solida del suo edificio.

E si rivedeva piangere, al capezzale della sua sconosciuta forma amica. Poi correre fuori, fumare.

Davanti a quell’assente, per tutti, lei aveva inscenato il dolore e il ricordo, con movenze insensate sul cadavere.

E poi aveva ricordato anche lei, il primo fumo del mattino che l’accomunava alla morta sconosciuta.

Ora Maria si vedeva fumare, e si guardava anche fumare da tutte quelle finestre vuote, e piene, di donne, e chissà da quanto.

Già chissà da quanto – si domandò Maria – e per quanto tempo ancora!

 

Dario de Giacomo


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