In tutta libertŕ
Gordiano Lupi. “Madrigal” di Fernando Pérez (2006)
06 Novembre 2010
 

Regia: Fernando Pérez. Durata: 110’. Soggetto e Sceneggiatura: Fernando Pérez, Eduardo del Llano. Produzione: Rafael Rey Rodríguez, Camilo Vives, José María Morales per Audiovisuales ICAIC (Cuba), Wanda Visión e S.A. con la partecipazione della Televisione Spagnola (TVE). Fotografia: Raúl Pérez Ureta. Montaggio: Julia Yip, Íñigo Remacha. Suono: Daniel Goldstein, Raúl Amargó. Musica: Edesio Alejandro. Direzione Artistica: Erick Grass. Interpreti: Liety Chaviano, Carlos Enrique Almirante, Luis Alberto García, Carla Sánchez. Alcuni Premi: Miglior Fotografia, Festival Internazionale di Setubal (2007); Premio Speciale della Giuria, Miglior Direzione Artistica e Miglior Colonna Sonora, Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano (2007); Miglior Pellicola e Miglior Sceneggiatura, Festival del Cinema Latinoamericano di Los Angeles (2007); Miglior Pellicola e Menzione Speciale della Giuria, Festival del Cinema Latinoamericano di Tolosa (2007).

 

 

La sinossi non rende giustizia a un film poetico e ricco di metafore come Madrigal che non si presta a una spiegazione in chiave narrativa, ma vive delle numerose suggestioni che suscita nello spettatore. La prima parte è ambientata nell’Avana contemporanea e racconta l’amore di Javier, giovane attore che sogna di diventare scrittore, con Luisita, ragazza piena di complessi e segreti dal passato difficile. Tutto il film è giocato su un alternarsi di realtà e fantasia, di menzogne e verità. Javier sogna di diventare scrittore e racchiude il suo avvenire tra le pagine bianche. Luisita è figlia di una pornostar scappata a Los Angeles, non è bella, teme che Javier la frequenti solo per ottenere la sua casa. Il suo sogno è quello di possedere un’arpa e di vivere un vero amore. Il giovane attore sfrutta l’occasione della vita quando l’interprete principale della commedia dove sta lavorando muore per un incidente. Diventa il primo attore e al termine della recita - pieno d’entusiasmo - abbraccia e bacia la compagna di lavoro che è stata sua amante. Luisita assiste alla scena, teme di essere stata raggirata, fugge inseguita da Javier che tenta di spiegarsi, ma lei decide di non vederlo più e si suicida. A questo punto il film assume un tono fantastico-onirico, perché ci porta nell’Avana del 2020, dove Javier è diventato uno scrittore e ha messo nelle pagine di un romanzo la sua tragica storia d’amore con Luisita. Javier ha coronato il sogno, ma la sua ragazza non c’è più e a lei dedica il suo ricordo. La seconda parte è ricca di simboli e di metafore, perché nell’Avana del 2020 gli uomini vivono in mezzo alla nebbia e l’unica legge obbliga al reciproco scambio dei corpi. La coppia protagonista del romanzo vive nei sotterranei insieme ad altri dissidenti e predica il vero amore. Il finale vede le due donne della vita di Javier ricongiungersi in maniera onirica, pure se la Lusita del sogno è ben diversa da quella reale. Un applauso cadenzato di Luisita - unica spettatrice della commedia - riporta al passato e confeziona un finale onirico.

La pellicola comincia con due citazioni: “Vediamo le cose non come sono ma come siamo” (H. Tomlinson). “Non tutto quel che sembra è saggezza popolare”, senza firma, quindi da attribuire al regista. Il tono della pellicola è melodrammatico, la musica sinfonica cupa e ben amalgamata alla storia, la fotografia suggestiva e il montaggio serrato. La prima e l’ultima scena vivono di reciproci rimandi come in un gioco fantastico: Luisita unica spettatrice della commedia siede a teatro. L’amore con Javier comincia dalla curiosità di sapere perché la ragazza abbandona improvvisamente il teatro. Javier vive due storie contemporaneamente perché ha una relazione con una compagna di lavoro, il nuovo amore pare un gioco interessato, mandato avanti con la complicità della compagna, ma il rapporto si complica e diventa vera passione. Fernando Pérez fotografa un’Avana notturna e surreale, sempre piovosa, a tratti sotterranea, sottolineata da una fotografia scura e da nebbie artificiali prodotte dagli uomini della disinfestazione. Ottimo il contrasto tra la casa che la cugina affitta a Javier, dove piove dal tetto e serve l’ombrello per dormire, e la splendida dimora dove vive Luisita. Molte sequenze del film sono memorabili, fotografate con lunghi piani sequenza e suggestive riprese dall’alto. Javier e Luisita si lasciano inzuppare dalla pioggia che scroscia, si bagnano sotto l’acqua come due ragazzini, fanno l’amore con passione, ascoltano vecchi dischi, danzano malinconici boleri, confessano reciproci sogni e segreti. Javier viene a sapere che la madre di Luisita era una pornostar, per questo la figlia è molto puritana e vorrebbe farsi suora. Scopre che era venuta a vedere la commedia dove Javier interpretava una suora e recitava Madrigal perché interessata al tema religioso. Javier vorrebbe scrivere e recitare anche se per il momento interpreta solo un piccolo ruolo in una commedia. A un certo punto il sogno si avvera, Javier sfrutta le occasioni, diventa attore e scrittore. Il sogno di Luisita - possedere un’arpa - invece non si realizzerà, perché muore suicida. Javier porta nella casa della ragazza morta un’arpa enorme e tra le corde ripone il manoscritto del suo romanzo. Il materiale della storia d’amore melodrammatica servirà a Javier per scrivere un romanzo fantastico ambientato nell’Avana del 2020. Il tono della pellicola passa da un intenso melodramma erotico ricco di passione e poesia a una storia cupa che ricorda il cinema postatomico. La prima parte è un vero e proprio film sentimentale, si basa su una storia profonda, molto teatrale, orchestrata secondo gli schemi del melodramma spagnolo. La seconda parte è quasi un fantahorror ricco di suggestioni politiche sullo stile di 1984 di George Orwell, perché in un mondo futuro chi comanda vieta persino di innamorarsi. L’Avana è diventata l’impero dell’eros governata da una sola legge: il diritto a possedere il corpo di un altro. Luisita entra nella storia di fantasia come una ragazza figlia di una monaca, proprio il contrario di quel che era. Il protagonista assume le fattezze del primo attore della compagnia dove lavorava Javier ed è lui che manda avanti la duplice storia con due donne, ma i ruoli sono rovesciati. Nell’impero dell’eros i giorni sono uguali alle notti, la nebbia avvolge sentimenti ed emozioni, uomini e donne copulano per strada senza ritegno. La morale non esiste e chi conserva un minimo di pudore viene definito puritano. La seconda parte è ricostruita in un teatro di posa - come se fosse un film di Federico Fellini - i protagonisti non si arrendono a una realtà priva di sentimenti, rappresentano la trasgressione, il coraggio di credere a un’utopia, la speranza per il futuro. Si può vedere nella pellicola una metafora della libertà, non essere obbligati a fare quello che una legge impone, perché soltanto il vero amore può modificare la realtà.

Il regista fornisce un’interpretazione autentica di Madrigal: «C’è una sola spettatrice in teatro, ma lo spettacolo comincia. Quando Javier entra in scena per recitare la sua battuta, la spettatrice solitaria lo guarda fisso. Subito dopo si alza e se ne va. Javier cerca disperatamente la spettatrice misteriosa fino a quando la incontra. Luisita è una ragazza piena di segreti e di beni materiali, come una splendida casa dove vive sola, mentre Javier non possiede una casa. Per conquistare la ragazza il giovane attore scatena tutta la sua fantasia. Mente Javier? Fantastica Javier? È onesto Javier? La storia d’amore tra i due si trasforma in una passione travolgente nella quale il protagonista finisce vittima del proprio gioco. Ma esiste sempre una seconda opportunità, anche se immaginaria». La pellicola è dedicata a René Claire - e al finale che non gli permisero di girare - per un motivo ben preciso: «Nel 1955, il grande regista francese realizza Le grandi manovre, pellicola dove Gerard Philippe, un giovane militare, scommette di poter conquistare Michele Morgan, la donna più bella e misteriosa del paese. All’inizio si tratta solo di un gioco galante che poco a poco si trasforma in una passione travolgente per entrambi. Tutto sfocia nel dramma quando la donna scopre la menzogna iniziale. Gerard Philippe è davvero innamorato, vuole ottenere il perdono della donna e per questo le chiede di aprire la finestra quando passerà durante una sfilata militare. Ma la finestra resta chiusa. Questo è il finale del film che conosciamo, ma Clair aveva immaginato un’altra conclusione che i produttori ritennero troppo tragica: Michele Morgan, disperata, apre il tubo del gas e si suicida, mentre la serva apre la finestra per far uscire l’aria intrisa di gas e fa credere al ragazzo di essere stato perdonato. Madrigal è una sorta di remake de Le grandi manovre, attualizzato e rivisto nell’Avana di oggi, soprattutto scritto con il finale che avrebbe voluto girare René Claire. Ho voluto rendere omaggio a un grande regista, mettere al centro della storia il tema della realtà e dell’apparenza - al centro di ogni relazione umana - e porre lo spettatore di fronte a immagini e situazioni che non fornissero certezze su verità e fantasia. Madrigal è un film di ricerca. Non voglio che le mie opere forniscano soluzioni preconfezionate. La pellicola comincia con la costruzione di un amore che si sviluppa seguendo il comportamento dei personaggi. Per questo ho cercato di realizzare una fotografia e una colonna sonora che non avessero collegamenti realistici, costruendo una realtà puramente cinematografica. Voglio che le mie pellicole faccino riflettere ed emozionare». Fernando Pérez ci riesce in pieno.

 

Gordiano Lupi


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