Diario di bordo
Galia Golan. Perché sono ottimista
27 Agosto 2010
 

All'interno di Israele la situazione è la peggiore che si sia mai vista, per molti aspetti sembra persino senza speranza. Abbiamo una coalizione di estrema destra al governo, con un primo ministro che ha una maggioranza enorme nella Knesset e nessun altro interesse che non sia il restare al potere. Allo stesso tempo, la leadership palestinese è debole, e lotta per ottenere sostegno mentre Hamas controlla Gaza con la forza e minaccia di guadagnare posizioni nella West Bank.

In aggiunta, non vi è in corso un processo di pace e Netanyahu rifiuta di accettare qualsiasi progresso sia stato fatto nelle passate negoziazioni, e aggiunge condizioni per la cosiddetta pace come lui la intende. Sommate a questo un non così sottile indebolimento della democrazia interna ad Israele e la sensazione diffusa di disperata indifferenza, e cioè la diffusa opinione secondo cui la pace non sarebbe possibile.

Ma io credo che in qualche modo noi si sia più vicini alla pace ora di quanto lo fossimo quando vennero siglati gli Accordi di Oslo nel 1993. Lasciate che spieghi.

 

In primo luogo oggi, e in modo consistente da ormai parecchi anni, la maggioranza degli israeliani è a favore dell'opzione che prevede due stati, convenendo che uno stato palestinese accanto allo stato di Israele sia la sola soluzione. Ricordo che all'inizio degli anni '90 la maggioranza degli israeliani non credeva neppure che esistesse qualcosa come “il popolo palestinese”, e solo il 2% era a favore della creazione di uno stato palestinese. Oggi non solo la maggioranza degli israeliani ma persino il governo di destra sostiene questo.

Allo stesso modo, sino al 1988 i palestinesi cercavano il completo mandato sulla Palestina, ma in quell'anno si accordarono per limitare la loro richiesta a solo il 22% di quell'area e pensarono ad uno stato fatto della West Bank e di Gaza: a fianco di Israele, invece che al posto di Israele. Solo fino a poche settimane fa, il governo, i tribunali e l'opinione pubblica guardavano alla “linea verde” (il confine pre-1967) come alla linea guida per i futuri accordi sul confine, con il principio di scambi di territorio accettati come modo di sistemare quanti più coloni possibile soddisfacendo allo stesso tempo la richiesta palestinese di un territorio contiguo eguale all'area della West Bank prima del 1967. Possiamo aggiungere, ai progressi compiuti, i piani fatti per trasformare Gerusalemme nella capitale di ambo gli stati, piani su cui ci si e' trovati persino d'accordo durante le passate negoziazioni, e lo smantellamento di alcuni insediamenti.

Inoltre, Israele ha accordi di pace molto solidi con i suoi vicini, Egitto e Giordania, accordi che hanno prodotto cooperazione sulla sicurezza ed altre questioni, e la Siria sta tentando di condurre Israele ad un trattato di pace da un bel po' di anni, ed è andata vicina ad ottenerlo durante gli ultimi mesi del governo Olmert.

Infine, una delle cose più promettenti è l'Iniziativa araba per la pace del 2002, con cui la Lega Araba (22 stati più i palestinesi) propone la pace, la fine del conflitto, la sicurezza e relazioni normali con Israele una volta che quest'ultimo si sia ritirato dai territori del 1967 ed uno stato palestinese sia stato creato.

L'Iniziativa, pubblicamente sostenuta da tutti i 57 membri della Conferenza Islamica, Iran incluso, contiene anche nuove formule, più flessibili, rispetto alla questione dei rifugiati. Ciò è ben distante dalla posizione della Lega Araba nel 1967, in cui essa rigettava persino il riconoscimento di Israele.

 

Perciò, stante tutto questo, io credo ci sia speranza: nel momento in cui avremo una leadership del tipo di quella di Rabin. Il che significa una leadership che abbia la volontà di fare un accordo. Sarebbe facile e veloce adottare i piani su cui si è già lavorato nelle precedenti negoziazioni. Sono piani che si propongono di mettere fine all'occupazione e creare uno stato indipendente palestinese, e che avrebbero il sostegno non solo del popolo palestinese ma della Lega Araba: qualcosa che Hamas troverebbe impossibile sfidare. Ecco perché sono ottimista.

 

Galia Golan

Traduzione di Maria G. Di Rienzo

(da Telegrammi della nonviolenza in cammino, 27 agosto 2010)

 

 

Galia Golan (foto) è un'intellettuale femminista e pacifista israeliana, scrittrice, docente di scienze politiche, giornalista, cofondatrice di Bat Shalom (www.batshalom.org) e di Peace Now (www.peacenow.org).


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