Diario di bordo
Toshiko Hamamako. Affinché l'incubo non si ripeta
24 Agosto 2010
 

Solo di recente ho cominciato a parlare della mia vita come sopravvissuta alla bomba atomica di Nagasaki. Ora ho 66 anni, ma ho trovato il coraggio di parlare agli altri di questo solo circa due anni fa. Fino ad allora, avevo mantenuto all'interno della mia famiglia la notizia del fatto di essere una sopravvissuta.

Il mio silenzio aveva varie ragioni, la principale era la paura dello stigma e della discriminazione. Nell'opinione pubblica c'è ancora l'idea che noi si sia pericolosi, perché contaminati dalle radiazioni. Perciò per molti anni mia madre non mi disse mai che ero una sopravvissuta, e non mi parlò mai neppure dei danni che lei e mia sorella maggiore avevano ricevuto dalla bomba. Per cui non sapevo di essere stata esposta alle radiazioni e all'esplosione, a Nagasaki, quando avevo solo un anno. Non ho alcun ricordo di ciò che è accaduto. Fu solo quando avevo vent'anni che mia madre mi disse di far domanda al governo per il documento che mi avrebbe identificato come “hibakusha”, un riconoscimento che permette di avere cure mediche gratuite. Fu allora che seppi la verità. Ero già sposata all'epoca, e lo dissi a mio marito. Lui mi rispose di non dirlo mai a nessun altro.

Una delle più grandi paure fra gli hibakusha è quella di essere respinti, di non potersi sposare. I giapponesi normali non vogliono sposarsi con noi, perché temono che i nostri figli non saranno sani. Questo è uno stigma che noi, specialmente se siamo donne, vogliamo evitare. Io sono considerata appartenente ai sopravvissuti alla bomba atomica “della giovane generazione”. Questo gruppo comprende persone oggi sulla sessantina che erano infanti o bambini piccoli all'epoca dell'esplosione, perciò non abbiamo ricordi chiari sulla sofferenza fisica che i nostri genitori hanno sopportato, e raramente ci e' capitato di discutere con loro della bomba atomica. Siamo una generazione che a stento comprende la tragedia storica di quel periodo.

Quest'ignoranza mi è divenuta ancora più chiara quando sono andata a New York, nel maggio scorso, per partecipare alla Conferenza del Trattato per la non-proliferazione nucleare delle Nazioni Unite. Il pubblico americano mi faceva domande. Una a cui è stato particolarmente difficile rispondere mi chiedeva se ero arrabbiata con gli americani per aver gettato la bomba su Nagasaki. Può suonare strano ad un pubblico straniero, ma io davvero non provo odio verso gli americani e non desidero che si scusino con me. Io credo fermamente che la mia missione sia lavorare con gli americani e con il resto del mondo per arrestare la proliferazione delle armi nucleari. Questo è il mio sogno, questa è la ragione per cui ho infine deciso di parlare.

Oggi sento una forte responsabilità nel lavorare per raggiungere tale scopo, e so che come sopravvissuta alla bomba atomica il mio ruolo è speciale. Noi rappresentiamo la tragica testimonianza dell'incubo delle armi nucleari. Io voglio che l'opinione pubblica sappia e capisca che umana catastrofe causano le armi nucleari. Le bombe all'uranio lanciate su Hiroshima e Nagasaki hanno spazzato via decine di migliaia di persone, ne hanno ferite molte di più, e causano sofferenza persino 65 anni dopo quei giorni fatali. Perché la gente deve soffrire per gli errori commessi da politici irresponsabili? Quest'incubo non deve mai più ripetersi.

Io sono profondamente grata al Presidente degli Usa Obama per aver promesso di impegnarsi affinché il mondo sia libero da armi nucleari. La visita dell'ambasciatore statunitense a Hiroshima, il 6 agosto scorso, ci ha portato molta speranza, e così la visita del Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon: i discorsi che ha fatto ad Hiroshima e a Nagasaki erano meravigliosi. Dobbiamo lavorare tutti insieme per l'ottenimento del nostro scopo.

 

Ho una figlia di 44 anni, sposata. Anche lei è identificata come hibakusha di seconda generazione ed ha la tessera che lo certifica. Se penso all'imbarazzo e alla vergogna che io provavo, vedo che mia figlia non è disturbata dagli stessi dubbi.

Ha reagito alla mia spiegazione come ad un mero dato di fatto. Io penso che sia molto coraggiosa, e che rappresenti la nuova generazione giapponese, ansiosa di imparare dal passato. I libri di testo giapponesi non trattano queste importanti questioni in modo oggettivo, e la gioventù ha bisogno di saperne di più. Questo è il motivo per cui continuerò a fare il mio lavoro, che è parlare della mia esperienza. So che la mia testimonianza è un contributo alla pace, perché la gente ascolta con attenzione noi che siamo la prova vivente dell'orrore della guerra nucleare.

 

Toshiko Hamamako, 9 agosto 2010

Traduzione di Maria G. Di Rienzo

(da Telegrammi della nonviolenza in cammino, 24 agosto 2010)

 

 

Toshiko Hamamako è una delle persone sopravvissute ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, denominate in giapponese hibakusha


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