Arte e dintorni
Maria G. Di Rienzo. Non siamo macchine
21 Agosto 2010
 

Questa è la storia di un film e di un ritratto, dell'uomo che ha ispirato il primo e della donna che ha dipinto il secondo. È un misto di recensione retrodatata e recensione attuale. È un tributo alla memoria, in un tempo in cui nessuno impara dal proprio passato o da quello altrui.

Ho visto qualche giorno fa (lingua originale, sottotitoli in inglese) una pellicola sudcoreana del 1995: Una bella gioventù: Jeon Tae-il - titolo inglese A single spark. Nel film, ambientato durante la dittatura degli anni '70, uno scrittore cerca materiale per la biografia di un operaio morto pochi anni prima, Jeon Tae-il. A causa del clima politico deve farlo in clandestinità ma la biografia (non c'è nulla di inventato né nel racconto delle sue vicissitudini né nel racconto di quelle di Jeon Tae-il) sarà infine pubblicata, diventando un best-seller con il titolo appunto di Una singola scintilla, “A single spark”.

Jeon Tae-il morì nel 1970, all'età di 22 anni, e la sua morte segnò in pratica la data di nascita del movimento sindacale in Corea del Sud. Tae-il era un lavoratore dell'industria tessile, il figlio maggiore in una famiglia che dipendeva economicamente da lui. Le condizioni di lavoro nei laboratori di sartoria erano terribili: ciò che Tae-il vedeva quotidianamente erano donne e bambine che contraevano la tubercolosi a causa della scarsa o inesistente ventilazione degli ambienti (e come cominciavano a sputare sangue erano messe alla porta), donne e bambine a cui venivano praticate fino a quattro iniezioni di anfetamina al giorno, affinché rimanessero sveglie e non crollassero sotto il peso di una giornata lavorativa di 16 ore. Gli stipendi, ovviamente, erano irrisori.

Altrettanto ovviamente, il chiedere aumenti salariali, pause, miglioramenti dei locali otteneva al meglio risposte vaghe, seguite da scherno, al peggio il licenziamento del richiedente. Tae-il scopre un giorno qualcosa che non sapeva esistesse: un trattato sulle leggi che regolano il lavoro (la maggioranza delle sue colleghe e dei suoi colleghi non sa leggere o compita a fatica). Scopre, e lo comunica agli altri, che i datori di lavoro non hanno affatto diritto di trattare le maestranze in quel modo, e nel farlo veicola nei suoi compagni uomini e donne il senso dell'essere pienamente umani, degni di rispetto. Poiché le richieste indirizzate ai padroni continuano a non avere seguito, Tae-il redige un primo rapporto sui laboratori tessili e lo presenta al Dipartimento del Lavoro. Il rapporto viene gettato con noncuranza su una scrivania e lui invitato ad andarsene. Le nubi cominciano ad addensarsi sul suo capo: protestare per le cattive condizioni di lavoro significa per analogia protestare contro il regime del presidente Park Chung-hee che appoggia i padroni qualunque cosa facciano; i “capetti” dei laboratori spargono la voce di star lontani da Tae-il, sicuramente è un pericoloso comunista, sicuramente finirà in galera un giorno o l'altro.

Quando Tae-il ed il comitato che si è formato attorno a lui (dapprima si chiameranno La società degli stupidi a causa di una frase di Tae-il: “Siamo stati stupidi sino ad ora a credere di non poter sognare”) presentano il secondo rapporto dopo una serie di volantinaggi, piccole manifestazioni e l'ottenimento di un articolo su un quotidiano, i funzionari del Dipartimento del Lavoro lo ignorano accusandoli di essere antipatriottici, e i datori di lavoro, per rappresaglia, intensificano la repressione nei loro confronti.

Ora la paura serpeggia nei laboratori. Lo sciopero indetto per protestare contro quest'ultimo rifiuto di applicare le leggi sul lavoro raccoglie pochissime adesioni. Tae-il dice ai suoi compagni che c'è bisogno comunque di attirare l'attenzione: andranno in piazza del mercato e là lui brucerà quel libro che l'aveva fatto sognare, il trattato sui diritti dei lavoratori. In realtà, ha in programma di dar fuoco non solo al libro, ma a se stesso. È il 13 novembre 1970: Jeon Tae-il corre in fiamme lungo le strade di Seul, gridando ripetutamente: “Non siamo macchine! Rispettate le leggi sul lavoro!”. I suoi colleghi e le sue colleghe, che inizialmente non avevano aderito allo sciopero, si riversano fuori come un fiume in piena; forse solo ora, mentre Tae-il brucia in strada, capiscono cosa lui intendeva quando disse loro: “Voi siete la casa della mia anima”.

Trasportato ad un ospedale nelle vicinanze, Tae-il non sopravvisse. La sua morte ruppe in qualche modo il sigillo che altre categorie avevano messo sulla solidarietà con gli operai: studenti universitari, leader religiosi e giornalisti cominciarono da quel momento ad appoggiare la causa dei diritti dei lavoratori.

E in quello stesso anno 1970 a Seul nacque una bambina. Oggi la chiamano “La donna che dipinge lo spirito delle persone”, ma lei ha scelto per sé un nome diverso da quello datole alla nascita: è Min Ei-su, la cui ultima parte significa “amo qualsiasi cosa sia fatta con le mani”. Mentre frequentava l'Università di Hongik, per laurearsi in Belle Arti, Ei-su si unì ad un gruppo di altri studenti che ufficialmente formavano il Club della pittura popolare ma il cui ruolo reale era produrre striscioni, dipinti, illustrazioni e fumetti per il movimento studentesco. Nel 1991 divenne la presidente del circolo: «Una varietà di nuove idee, di nuovi pensieri, arrivò a me tramite questa esperienza. Quando i tuoi pensieri cambiano, anche tu come persona cambi». Min Ei-su ha lavorato e lavora per un'infinità di progetti (fra cui la “Coalizione dei cittadini per la democrazia nei media”) ma deve la sua fama iniziale ai ritratti di figure storiche: fra i quali c'è Jeon Tae-il (foto).

«Mi piace davvero dipingere ritratti», ha dichiarato Ei-su. «È estremamente affascinante descrivere il viso di qualcuno. La prima impressione che ho di questa persona, i sentimenti che provo nel disegnarla, amo queste sensazioni. Quando dipingo un volto un flusso di emozioni mi attraversa la mente. È come se vivessi con la persona che ritraggo per il tempo in cui la dipingo, ed è come se la reinterpretassi attraverso il disegno, come se un altro aspetto di lui o di lei fosse creato da me, a modo mio. Dopo le figure storiche, mi sono concentrata su persone che vivono oggi e che sono rispettate per ciò che fanno. Il mio scopo è questo: voglio mostrare persone ammirevoli di quest'epoca, che siano conosciute al grande pubblico o no. Oggi la maggior parte della gente pensa e dice solo “globalizzazione” ma io penso che le attività locali siano importanti, che sia importante riformare a livello locale, rendere le società più vicine alle persone. Facendo volontariato, ho incontrato i prigionieri che hanno sentenze a lungo termine. Mi trovavo in un momento difficile a livello personale, e tuttavia ho tratto nuovo coraggio di vivere proprio da loro. Non importa quanto la tua vita possa essere confinata da qualcosa o qualcuno, il tuo voler essere umano non cambia. Un giorno ero in visita ad una cella in cui mezza dozzina di prigionieri vivevano insieme. Uno di loro, che stava male fisicamente, aveva ottenuto un permesso d'uscita ma non riusciva neppure a vestirsi. Di colpo gli altri gli sono sciamati attorno, lo hanno aiutato, gli hanno fatto il nodo alla cravatta, si comportavano come una moglie affettuosa con un marito. Ho provato un'emozione inspiegabile, molto profonda. Da quel giorno in poi, posso riflettere diversamente sulla mia vita e sulle vite degli altri».

Non siamo macchine. Il nostro voler essere umani non cambia.

 

Maria G. Di Rienzo

(da Lanuvola's Blog, 20 agosto 2010)


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