Diario di bordo
Pietro Yates Moretti. Giornalista arrestato per diffamazione a mezzo stampa 
Abolire subito i reati d'opinione e la metastasi culturale della 'querela'
20 Luglio 2010
 

Non solo in Iran o in Cina. Anche in Italia è possibile finire in carcere per reati d'opinione. È successo di recente al direttore responsabile del Giornale di Caserta, Gianluigi Guarino (foto), arrestato per diffamazione a mezzo stampa.

I reati d'opinione sono una categoria obsoleta, di origine fascista, che colpisce e comprime la libertà di espressione. Dall'ingiuria alla diffamazione, dall'istigazione al vilipendio, questi reati non dovrebbero esistere in una democrazia liberale moderna. Dovrebbe bastare la giustizia civile, dove è l'offeso (e non il pubblico ministero) che ha l'onere di dimostrare il fatto e il danno subito. E soprattutto, non si dovrebbe mai finire in carcere per aver espresso un'opinione, per quanto ripugnante possa apparire ai più.

Eppure non solo cittadini comuni e giornalisti sono condannati dalla giustizia penale per aver detto qualcosa, ma si moltiplicano le iniziative legislative per rendere ancora più facile la condanna, specialmente se l'opinione è espressa su Internet.

Corollario di queste proposte liberticide è la dilagante cultura della 'querela': i politici querelano i politici invece di confrontarsi, le aziende querelano i consumatori che esprimono la loro insoddisfazione, i magistrati querelano i giornalisti che criticano il loro operato, e così via. Le redazioni giornalistiche, prima di dare una notizia, la depurano e spesso la nascondono per evitare querele. E un giorno sì un giorno no, la Cassazione è chiamata ad esprimersi su un vaffanculo piuttosto che su un dito medio alzato.

In un Paese democratico e maturo i reati d'opinione non hanno ragion d'essere. È più che sufficiente la giustizia civile per chi dimostra di essere stato danneggiato ingiustamente dal pensiero altrui.

 

Pietro Yates Moretti, vicepresidente Aduc

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