L'ultimo dei milanesi
Kilpin,il primo milanista, al Famedio del Monumentale?
05 Marzo 2010
 

Inter e Milan, senza dubbio alcuno, fanno parte della Storia di Milano. Provate a chiedere ad un turista straniero cosa conosca della nostra città, e quasi sicuramente vi risponderà la moda, il Duomo, la Scala, forse il Cenacolo e di certo le due squadre meneghine. Tanto che il Museo di San Siro, ospitato nella pancia dello stadio (entrata dal cancello 14), risulta uno dei più visitati da chi passa per Milano.

Premesso questo, ci pare quindi legittimo che qualcuno chieda per chi ha dato vita al Milan (e quindi, paradossalmente, anche all’Inter, visto che i neroazzurri sono nati da una costola dei cugini rossoneri), il posto al Famedio del Monumentale. Stiamo parlando di Herbert Kilpin, primo capitano e allenatore dei diavoli nonché socio fondatore della società, per il quale esiste una petizione in rete affinché venga portato tra gli altri milanesi “illustri”. Un’idea che ci ha colpito e interessato, tanto che abbiamo intervistato Stefano Pozzoni, uno dei promotori dell’iniziativa.

Dunque, Stefano, chi era Kilpin?

Kilpin nacque a Nottingham il 24 gennaio 1870. Ultimo di nove figli, cresciuto agiatamente, lavorò fin da subito nell’industria tessile, settore particolarmente sviluppato in quella città. Appassionato di football, già a 13 anni prese parte alla fondazione di un piccolo club, il Garibaldi, giocandovi da dilettante. Nel 1891 si trasferì a Torino, chiamato dall’industriale tessile italo-svizzero Edoardo Bosio, per impiantare i primi telai meccanici. Con i colleghi inglesi che lo accompagnavano e insieme allo stesso Bosio fondò il Football and Cricket Club che, fusosi con la squadra dei Nobili, originò l’International F.C. di Torino. Trasferitosi poi nell’F.C.Torinese, disputò le finali dei primi due campionati italiani, nel 1898 e 1899, contro il Genoa, perdendole entrambe. Dopo di che, andò a Milano…

Dove fondò il Milan…

Sì, nel 1899. Il Milan Cricket and Football Club venne creato da alcuni sportivi milanesi (Camperio, Pirelli, Dubini, Valerio, Angeloni), che amavano ritrovarsi alla Birreria Spaten, ed altri britannici (lo stesso Kilpin, Barnett, Edwards, Allison, Davies), frequentatori dell’American Bar. Ufficialmente ciò avvenne il 16 dicembre (o il 12, secondo altre fonti) presso l’Hotel du Nord, sito nell’attuale piazza della Repubblica. Come Presidente venne nominato Alfred Edwards, mentre l’appoggio finanziario fu garantito dall’industriale Piero Pirelli. Per la sede fu scelta la Fiaschetteria Toscana di via Berchet e come campo di gioco il Trotter, ubicato esattamente dove oggi sorge la Stazione Centrale. I colori sociali, decisi da Kilpin, furono il rosso (per ricordare le fiamme dell’inferno) e il nero (per incutere paura agli avversari). Una squadra di diavoli, insomma…

Kilpin fu quindi fondamentale per lo sviluppo del calcio in Italia?

Certamente. Maestro ed esempio di professionalità per i più giovani, gli venne riconosciuto da tutto il sistema calcistico della prima ora il ruolo di “padre fondatore” del calcio nel nostro Paese. Per ben tre volte portò il Milan a fregiarsi del titolo di Campione d’Italia (1901, 1906, 1907), e in maglia rossonera giocò fino al 12 aprile 1908, disputando l’ultima partita sul campo di via F.lli Bronzetti, contro il Narcisse Sport di Montreux. Dopo di che, seppur amareggiato per l’ostracismo mostrato dalla Federazione nei confronti degli stranieri, rimase ancora nell’ambiente allenando i ragazzi dell’Enotria. Scomparve prematuramente, a causa di una malattia, il 22 ottobre 1916.

Come è nata questa vostra iniziativa?

Per anni i suoi resti sono rimasti nascosti, all’insaputa di tutti, al Cimitero Maggiore di Milano nel campo riservato ai defunti protestanti. Rinvenuti nel 1999, dopo minuziose ricerche, da un collezionista nonché memoria storica del Milan, il Sig. Luigi La Rocca, sono stai deposti, grazie a lui e per interessamento della stessa società, all’interno di un colombare del Cimitero Monumentale. Da quel momento io e lo stesso La Rocca abbiamo cominciato a prodigarci -soprattutto con il Comune di Milano- per offrire a Kilpin una sepoltura più consona all’importanza del personaggio, in un luogo dove ogni appassionato di calcio ed ogni milanista possa rendergli i meritati onori: il Famedio del Cimitero Monumentale.

Parlaci della petizione. Dove si può trovare e come si firma?

L’idea di una petizione è venuta a me, con il supporto del gruppo di cui faccio parte, la “Banda Casciavit Herbert Kilpin Firm”, una sorta di bacino di raccolta di “post-ultras” ormai prossimi o oltre ai 40 anni, che fanno del Milanismo e della sua memoria storica il loro cavallo di battaglia. Con l’aiuto di svariate realtà e persone, nel giro di un paio di mesi abbiamo aperto due petizioni on-line e un gruppo su facebook, oltre a realizzare una raccolta di firme direttamente allo stadio, grazie alla preziosa collaborazione della curva sud. Per la raccolta di firme in rete, che continua dopo aver ricevuto il benestare ufficioso del Comune, il link è:

www.petizionionline.it/petizione/portiamo-kilpin-al-famedio/384.

Per documentarsi su Kilpin e su tutte le iniziative prese in questi anni in sua memoria, invece, il link è: www.portiamokilpinalfamedio.splinder.com.

Che reazioni avete ottenuto finora?

La raccolta di firme a San Siro ha dato i risultati più importanti, probabilmente perché più diretta, mentre tra facebook e petizioni siamo arrivati a 2.000 sottoscrizioni. La cosa fondamentale, però, è che abbiamo già depositato ufficialmente il tutto al Comune di Milano, grazie al prodigarsi dell’Onorevole Frassinetti, milanista sfegatata, che ha “costretto” i colleghi Consiglieri comunali a riceverci e a prometterci che a novembre, quando vengono decise le nuove figure da inserire al Famedio, anche a quella di Herbert Kilpin verrà riconosciuta la giusta gratitudine da parte della città. Ci terrei a sottolineare la trasversalità politica della cosa, dato che Consiglieri di tutti gli schieramenti politici, purché milanisti, si sono trovati, una volta tanto, d’accordo nel promuovere e assecondare l’iniziativa.

Che, da sportivi, ci auguriamo possa davvero realizzarsi.

 

Mauro Raimondi


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