Diario di bordo
Niccolò Bulanti. Due, tre, molte Rosarno 
I “diritti che gli italiani non vogliono più difendere”
25 Gennaio 2010
   

Soffermarsi su quello che è successo a Rosarno, sulla mera cronaca, non è il motivo di queste righe, come non lo è speculare direttamente sulle incapacità del mondo politico.

Mangiamo tutti i giorni i mandarini, i pomodori, le olive e le varie primizie che raccolgono “loro”. Abitiamo in abitazioni che molto più spesso contribuiscono a costruire “loro”. Vestiamo abiti confezionati da qualche altro “loro” e c'è un sacco di altre cose che ci fanno comodo che prendiamo da “loro”: petrolio, frutti tropicali, oro, legnami pregiati e appunto “loro” stessi.

È un mondo “nostro” costruito sul lavoro “loro”. Questo vale sulla scala globale come dentro alla piccola cellula del corpo del mondo che si chiama Rosarno.

Il buon senso di una persona almeno decente dovrebbe ricordarsi di tutto questo ed essere riconoscente a tutta la manodopera posta in condizione di sfruttamento e cercare di fare anche un passo successivo (uno schiavo in fondo che se ne fa della riconoscenza del suo padrone?) per portare la sua indignazione davanti ad un sistema vergognoso.

Restiamo in Calabria senza dimenticarci che è solo una cellula, dentro quel corpo del mondo, che si è comportata come potenzialmente potrebbero fare tutte quelle che finora non sono “uscite dal seminato”.

Perché in Calabria vi sono africani a raccogliere frutta e non per lo meno italiani? Per una serie di motivi legati tra loro: perché gli italiani si sono troppo imborghesiti per la fatica, perché vi è un controllo sulle piantagioni attuato da gente senza scrupoli (gli addetti ai lavori li chiamano mafiosi), perché dove vi è la mafia, in ultima analisi, vi è l'assenza dello stato (dove c'è disordine è perché non c'è ordine), perché la manodopera africana costa meno e lavora senza diritti.

Perché lo fanno questi africani? Perché sono talmente alle strette che accettano di farlo! Talmente alle strette che se ne vanno dalla loro casa. E questa è la storia della grande maggioranza dei milioni e milioni di italiani nel mondo, tra emigrati ancora vivi o i loro figli o nipoti. Anche tu, lettore, te ne andresti da casa tua qualora non potresti fare altrimenti. Non dire di no! E immagina il dolore di lasciare anche il solo cielo sopra la tua testa, il tuo cielo, il luogo che fino a quel momento identificavi così: “il posto in cui vivo...”.

Improvvisamente, il mondo è inverso: dobbiamo andarcene in Nigeria, è il paese dei sogni! Qui c'è la guerra e la fame, le famiglie sono distrutte (c'è lo zampino dei nigeriani, dalla tratta degli schiavi, alla colonizzazione alla globalizzazione) laggiù invece c'è così tanto cibo che lo usano per tirarselo in faccia sotto forma di torte alle feste! Addio casa, o quello che ne rimane, io vado ad affrontare il mare, ad sfidare il deserto.

Questo paese dei sogni mi sta tradendo, ho passato il mare ed il deserto, ma qui non v'è abbondanza! Attorno a me sono tutti neri come la notte, io e i miei compagno, bianchi come la neve, stiamo tra noi. Capiamo di essere diversi. Non ci va di rischiare, stiamo uniti. Uniti dopo ore e ore di lavoro sottopagato. I padroni vengono con grosse auto a parlarci: urlano, come se, implicitamente, non potessimo capire. Poi se ne vanno, adirati. Noi lavoriamo così, senza diritti, senza voce. Abbiamo l'impressione che siamo noi a comprare loro quelle grosse auto. Dormiamo nelle tende o dentro a baracche, la luce se ne va con il sole, l'acqua arriva solo con la pioggia. A volte, in estate, qualche compagno muore, arrivano questi omoni neri e portano via i corpi, sappiamo che li scaricano nei fossi o nei boschi. Alcuni di noi li portano via quando ancora sono vivi e stanno molto male, ma poi non tornano più.

Alla sera ci troviamo tutti insieme, parliamo di casa, dov'è la nostra casa? Ci scappa qualche sorriso, qualche lacrima, e poi ci stendiamo su qualche coperta sporca, su qualche cartone rotto. Questa Nigeria è uno schifo, davvero, e i nigeriani non ci piacciono.

Siamo stufi! Non siamo animali. Siamo uomini! Siamo uomini! Questi nigeriani sono sordi, la voce non basta. Domani sarà battaglia per la nostra dignità, per il nostro rispetto, per i nostri diritti. Chiediamo ciò che ci spetta nel comune buon senso! E se qualche nigeriano vorrà unirsi a noi, per noi, perché davvero capisce le nostre motivazioni, saremmo felici! Certo sempre che ancora potremo provare a fidarci di lui...

Questa è la storia della rivolta degli italiani a Lagos, Nigeria, nel mese dell'improbabile, nell'anno del mai.

Questa è, invece, la rivolta degli africani a Rosarno, Italia, nel mese di gennaio, dell'anno 2010.

Per questo dico due, tre, molte Rosarno! Perché semplicemente è giusto ed umano ribellarsi all'ingiusto ed al disumano. Mi permetto di usare le parole di Roberto Saviano che bene chiariscono e arricchiscono il concetto: «...Mi piace sottolineare che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere».

Diritti che gli italiani non vogliono più difendere. È una verità spaventosa: ci dice che siamo un popolo di morti, un popolo di morti che si crede vivo; e civile, per di più. Camminare bendati su terreni che non si conoscono è pericoloso: gli italiani non hanno il buon senso di rimanere seduti se vogliono tenere quella benda o nemmeno pensano sarebbe bene levarla. L'Italia giudica e scrive leggi e pensa all'“altro” in termini di incivile. È pazzesco. Solo chi dorme non può vedere, solo chi è morto dentro non può vedere qualora sia sveglio.

Io li ho visti i campi dove sopravvivono i lavoratori stagionali, ho sentito la voce dei padroni e il silenzio umiliato di questi schiavi del III millennio. Ringrazino quel manipolo di scellerati che sono al governo e quella massa di morti che bevono l'ignoranza dal loro calice che questi fatti rimangono comunque circoscritti. Perché questi migranti, di qualsiasi colore e paese siano, hanno mostrato ancora troppa pazienza: come tutti gli schiavi da sempre del resto, altrimenti non saremmo ancora in queste condizioni. Ecco perché dico due, tre, molte Rosarno. E che arrivino a Roma queste Rosarno. E che arrivino fin dentro al parlamento da dove, sotto vetro, s'impartiscono le condizioni di vita dell'“altro”. E poi via, ovunque vi sia l'ingiusto, nel mondo intero, siano le Rosarno a ricordarlo e a farlo capitolare!

Spero di non essere additato come l'estremista, ma se questo è un termine che può essermi appiccicato dalla mente borghese, allora lo sono e ne sono fiero. So che in quel caso sarei nel giusto. Queste righe non le ho scritte per fare del semplice baccano. Ma per rivolgermi a chi mi legge nella speranza che egli provi a mettersi nei panni altrui e da quegli occhi, vederci piccoli e brutti, e con il cuore dire di non volerlo più essere.

Una, due, molte Rosarno.


Niccolò Bulanti

(per 'l Gazetin, gennaio-febbraio 2010)


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276