Diario di bordo
Vittorio Giorgini. Sentieri
Vittorio Giorgini
Vittorio Giorgini 
29 Dicembre 2009
 

Quando ci trovassimo a camminare per le campagne, arrivando ad un bosco impenetrabile e non riuscendo ad entrarvi a meno di avere un bel machete continueremo a contornarlo fin quando incontreremo nel fitto del sottobosco una specie di galleria nella quale riconosceremo il passaggio fatto da qualche animale. Anche sui prati e nelle savane riconosceremmo l’effetto che i piedi nel loro passare producono sul terreno perché generalmente gli animali seguono percorsi stabiliti dalle loro necessità per il raggiungimento dei loro obbiettivi! I primi sentieri sono più antichi dell’uomo faber e furono appunto disegnati dagli animali e quando circa 4 o più milioni di anni fa il piteco scese dagli alberi e divenne australopiteco e poi homo erectus percorse gli stessi sentieri egli stesso, animale, continuando a disegnarli allo stesso modo, furono questi i primi artefatti, le prime trasformazioni di una certa entità apportate all’ambiente. Gli Ominidi iniziarono a consolidare i propri e crescendo i gruppi familiari e formandosi le tribù, con l’aumentare del numero degli individui si ebbero percorsi più definiti a seconda delle necessità. Col faber si iniziarono le prime “opere d’arte” tirando qualche liana sopra un fiume o disponendo a mo’ di ponte pietre o alberi abbattuti. L’homo divenendo faber-sapiens iniziò a consolidare con i propri insediamenti i sistemi di collegamento fra questi e quelle zone utili alle attività che si stavano sviluppando e consolidando tali opere (già le scimmie traversavano i corsi d’acqua su tronchi d’alberi caduti o lanciandosi dal ramo prospiciente da una sponda verso uno dell’altra; con quell’istinto che molti animali già mostravano nello sfruttare quelle possibilità che gli si presentavano). Fin quando le popolazioni erano come tanti altri esseri animali, contenute nel numero, queste opere furono poche, di poca consistenza e poco effetto avevano sull’ambiente. Col trascorrere dei secoli le opere artificiali andarono prendendo forma e consistenza pur non producendo effetti nocivi sull’ambiente, anzi, in molti casi aggiungendovi carattere ed elementi di interesse. L’opera artificiale inserita nell’ambiente consistette negli insediamenti ben definiti nel loro organizzarsi, ed ugualmente definiti i collegamenti che si snodavano nella natura fra un abitato e l’altro. In particolare vogliamo suggerire che le costruzioni che si andavano organizzando in villaggi, borghi, cittadelle etc. vennero a costruirsi prima lungo i bordi delle strade, venendo da queste attraversate. In altri casi si producevano questi raggruppamenti di costruzioni in zone particolari, per esempio lungo gli argini di un fiume o lungo le coste, dove i collegamenti si svolgevano per mezzo di natanti e venivano raggiunti da strade che li terminavano (collegamento di testa oppure sorpassando il centro in maniera tangente). Queste strutture dove i collegamenti raggiungevano gli abitati attraversandoli, di testa o tangenzialmente si formarono e nei tempi si trasformarono a seconda dei vari tipi di organizzazione, di strutturazione. Tali sistemi erano determinati dai collegamenti viari (porte) e dalle strutture difensive che potevano essere naturali, ma più spesso artificiali come argini, fossati, palizzate addirittura mura di cinta ed il loro rapporto con le vie d’accesso. Erano anche determinati dai sistemi politici e religiosi, dai mercati e dalle divisioni in quartieri e comunque dalle gerarchie amministrative ecc.

Pertanto con l’ingrandirsi degli insediamenti ed il complessificarsi dei collegamenti ecco che quelli si trasformano in strutture più complesse definite dal numero di “porte”, dei modi per passare dalle vie all’insediamento. Fin quando la struttura del collegamento viario si definisce come tale differenziandosi dall’abitato per mezzo appunto dei nodi di collegamento, i punti di transizione, di scambio (i punti di passaggio dall’uno all’altro dove questi mantengono la propria identità) si può riconoscere un ordine, un equilibrio che pure avendo un effetto ben visibile sull’ambiente riesce ancora a non creare offese e situazioni dannose. Ma quando si rompono i confini dell’abitato specialmente per la diminuita necessità di difendersi e per la crescita dei mercati e delle popolazioni si dà inizio a quel disordinato fenomeno di inondazione di costruzioni del territorio. Per grande o piccolo che sia l’abitato comincia a espandersi come un polpo che allunghi i propri tentacoli per le campagne in quanto le prime costruzioni si fanno insensatamente lungo le strade di collegamento espandendosi da un abitato verso l’altro e viceversa. Ecco che tale strada che si snodava libera nelle campagne diventa ora una strada urbana e nel frattempo si costruiscono altre strade più o meno trasversali, tanto che alla fine questi due borghi o altro che fossero diventano un tutt’uno, preludio alla formazione di quelle che oggi si chiamano megalopoli. È questo un fenomeno che si produce in maniera assolutamente casuale, anarchico, senza alcuna comprensione - mentre si sta producendo - di ciò che sta avvenendo. Ci rendiamo conto che quando le genti vivevano tempi storici lenti le loro vicende si susseguivano dando modo di autocontrollarsi, di autodefinirsi, e di operare verifiche e correzioni proprio in funzione di tale lentezza e anche in merito alla limitata dimensione dei fenomeni medesimi. Con l’accelerarsi dei tempi e il moltiplicarsi dei fenomeni veniva a diminuire la sapienza che significava verifica, esperienza, uso, relazioni ecc. Contemporaneamente iniziava a prodursi il caos, l’anarchia, dovuto a questo espandersi disordinato che aveva perso il sapere antico dei rapporti fra sistemi e dei loro elementi tutti. Mentre tale disordine si produceva, le società continuavano a non rendersi conto di quanto accadeva e tanto meno percepivano che le cause che stavano producendo tali effetti catastrofici erano dovute allo sviluppo delle tecniche ed il conseguente esponenziale moltiplicarsi delle popolazioni del pianeta. Questi due fenomeni, come nuovi fattori (effettori) del sistema pianeta producevano una serie di conseguenze, di effetti che non solo non venivano percepiti all’inizio del loro prodursi ma anche quando questi effetti hanno cominciato a divenire evidenti ancora poco sono stati capiti - o non si sono voluti capire - fra l’altro una caratteristica umana è quella di rilevare gli effetti senza pensare che questi sono conseguenza di cause alla quali si tende a non pensare. L’aumento della popolazione da uno a sette miliardi solo nel XX secolo, si è affiancata agli sviluppi accelerarti delle tecniche creando un nuovo capitolo della tecnologia e tutto ciò in una proporzione che sta distruggendo il nostro splendido pianeta.

Tali cambiamenti epocali che sono stati classificati come il passaggio dalle società agricole a quelle industriali e post-industriali, hanno avuto il loro punto cardine nel XIX secolo che avrebbe dovuto portare trasformazioni ambientali e sociali ben diverse da quelle che gli effetti delle abitudini di tradizioni antiche hanno consentito. Le consuetudini-abitudini tradizionali della nostra educazione non ci hanno fornito i mezzi intellettuali operare quelle soluzioni che le grandi trasformazioni richiedevano. L’incapacità di una società a trasformare i propri legami con abitudini antiche ha prodotto lo sfascio delle società stesse, ma cosa ancor ben peggiore, danni forse irrimediabili per il pianeta, che per curarsi avrà bisogno di tempi lunghi, assai più dei nostri tempi storici. A questo proposito ricordiamo che a parte le deduzioni dovute allo studio di società ancora non raggiunte dalle nostre trasformazioni, studi dovuti ad antropologi, e dalle deduzioni di archeologi e paleontologi i nostri tempi storici non arrivano a superare i tre millenni (Erodoto nel V secolo dell’era antica è ritenuto il primo storico ed anche etnografo) e l’analisi storica non supera i tre secoli e corre il rischio di non uscire dall’infanzia in quanto quindi il nostro abito mentale non va oltre dimensioni abitudinarie e non ha ancora imparato ad operare analisi razionali e quindi programmare soluzioni consone. La trasformazione delle nostre abitudini mentali si riconosce nell’opera di alcuni scienziati che hanno aperto dimensioni nuove, molte delle quali sono state relegate in utopie fantascientifiche che hanno nascosto la vera utopia, quella cioè di portare consuetudini mentali antiche in un periodo di trasformazione così diversa come quella attuale. Noi continuiamo a voler mettere aeroporti in mezzo alle città (ovvero ad espandere queste intorno agli aeroporti) così come abbiamo continuato a mescolare pedoni con mezzi motorizzati e ferrovie, biciclette con autotreni, anche auto e treni, continuando a disporre abitazioni e simili costruzioni su strade urbane così come su strade di collegamento. Abbiamo continuato ad aprire porte su stretti marciapiedi che affiancano strade percorse da questa mistura di mezzi di trasposto, cosa che poteva essere accettabile in relazione al passaggio di carretti e di animali ma non più accettabile al giorno d’oggi. Le cose di cui si è brevemente accennato sin qui si possono trovare sui trattati di urbanistica in modi più dettagliati, ma sempre come informazioni storiche, perché le analisi di come agire nei confronti dell’ambiente non sono state fatte. Qualcuno ci ha provato, vedi per esempio Le Corbusier e pochi altri. Le Corbusier fondò il CIAM (Congrès Internationaux d’Architecture Moderne) che non ebbe seguito oltre il 1959. L’architetto svizzero che operò e visse in Francia fu certamente un pioniere, ma i semi che piantò non trovarono terreno fertile. Il pioniere può seminare ma non sviluppare, l’embrione che ci regalò nel suo caso non fu aiutato a crescere, a prender forma, a sviluppare le indicazioni del suo lavoro: una risposta tecno-socio-economica ai cambiamenti in atto. La presunzione e la grettezza della società anche degli architetti non consentì tale sviluppo e l’architettura moderna, come allora fu chiamata, ebbe solo risvolti formali. Mi sono domandato più volte se ciò avvenisse per la presunzione miope (anche la gelosia dell’impotenza) dei professionisti o per il fatto che le trasformazioni sia tecniche che sociali sopravanzassero la loro capacità di sincretizzarsi, il che mi ha sempre fatto pensare ai paradossi di Zenone, ma anche all’apprendista stregone (dalla storia scritta dal siriano Lucianus Samosatensis, II-I secolo dell’era antica). L’espansione abnorme delle popolazioni specialmente nella seconda metà del XX secolo, ma già dal XVIII, non ha consentito un’utilizzazione proficua ed utile all’umanità così come il concetto vuole fossero le intenzioni di Prometeo. La crescita della popolazione avrebbe determinato l’avvelenamento e la distruzione dei territori così come delle acque e dell’atmosfera e non ci si rese conto della nostra incapacità e anche della nostra resistenza a capire il suddetto fenomeno e ad impegnarsi per porvi riparo. Le tecniche fanno parte di una scienza chiamata tecnologia, ma la relazione e comprensione di questa in funzione delle possibilità d’uso che se ne possono fare ci ha trovati impreparati al grande balzo che appunto ha trasformato in questi ultimi tre secoli le tecniche prometeiche. È in ragione dell’espansione fuori controllo che anche la scienza urbanistica non si è sviluppata (non ditelo agli istituti di urbanistica ed ai loro professori nelle nostre Università!). Il numero sorpassa la nostra capacità di capire e di utilizzare tecniche e soluzioni a quelli che sono divenuti i problemi urbanistici guidati e dettati dal caso anche questo condotto dalla cupidigia dei nostri speculatori, costruttori, imprenditori, amministratori e politici.

Intanto la popolazione continua ad aumentare. I paesi più affluenti sollecitati da antiche cupidigie di facili guadagni cercano per continuare a produrre, di procurarsi altri schiavi da zone povere. La densità della popolazione degli Stati Uniti è di 31 abitanti per km², dell’Italia 200 e probabilmente più. Vediamo che il Belgio ha 338 ab. per km² Svezia 22, Finlandia 16, China 137, India 349 e vediamo insomma che dalla Groenlandia con soltanto 0,03 passando per il Vaticano si arriva al Principato Di Monaco che ne ha 16.689. I limiti del rapporto fra popolazione ed ambiente non dovrebbero superare i 50 abitanti. Mentre come visto si arriva a superare i trecentocinquanta. Ed anche se persone in malafede o incapaci di riconoscere il gravissimo problema della sovrappopolazione insistono a dire che le tecniche contemporanee consentono la sopravvivenza di una ulteriore espansione di popolazione questa loro opinione è soltanto ignorante dei problemi, se addirittura non è dettata da cupidigie ed interessi miopi. L’aumento della popolazione fa si che il concetto di tecnica e di tecniche venga trasformato nelle implicazioni che queste hanno. Cosi facendo l’umanità si è avviata per un sentiero senza ritorno. Prometeo nel mito insegnava le tecniche per migliorare la vita degli esseri umani e gli riconosciamo di essere il primo socialista della storia in quanto riteneva che non fosse giusto che gli abitanti della terra non godessero dei benefici di cui erano proprietari gli dei! Oggi invece di usare le tecniche conformemente alla loro ragion d’essere per migliorare la vita delle genti, quelle vengono ora utilizzate per produrre lavoro che consente la sopravvivenza degli operai e l’arricchimento degli imprenditori, snaturando così la ragione stessa delle scienze e delle tecniche. Quindi e purtroppo, lavorare per guadagnare, non per migliorare. È questa piccola grandissima differenza che in ragione della massificazione ha volgarizzato e deturpato l’operare producendo bisogni indotti di prodotti non necessari devianti dai significati di un’estetica logica, equilibrata e responsabile.


Vittorio Giorgini


TELLUSfolio - Supplemento telematico quotidiano di Tellus
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