Lo scaffale di Tellus
Enrico Peyretti. Non vincitori, ma “presenti per sempre” 
Presentato nella giornata mondiale contro la violenza alle donne il libro di Norma Victoria Berti
29 Novembre 2009
 

Norma Victoria Berti

Donne ai tempi dell’oscurità

Voci di detenute politiche nell’Argentina della dittatura militare

Edizioni SEB27, 2009, pagg. 216, € 12,50


Per resistere alle ingiustizie bisogna stare insieme per superare la paura, salvare la dignità, uscire dalle case sulla piazza, rompere i silenzi, ascoltare i testimoni e farsi testimoni. Sono questi i consigli di Vera Vigevani Jarach, una delle Madres de Plaza de Mayo (Linea Fundadora), che parla, col suo pañuelo bianco sui capelli, alla presentazione del libro di Norma Berti. Cristiana Voglino, di Assemblea Teatro, legge pagine di memorie e testimonianze molto toccanti dell’Autrice e di altre donne chiuse con lei nel campo di concentramento, poi nel carcere. Norma, che è a Torino dal 1981, non indulge sulle torture fisiche e psichiche, ma rende bene l’idea centrale che «Resistenza è mantenere la propria dignità e difendere il proprio modo di vivere».

Le donne militanti a sinistra, ribelli alla dittatura, erano particolarmente colpite, perché oltre tutto infrangevano l’ordine naturale delle cose: la sottomissione della donna. «Non fu un femminicidio, ma per la prima volta i militari si trovarono a dover combattere e uccidere delle donne». Con riferimento a tutta la storia dell’America Latina, Norma Berti aggiunge: «Ci sono donne e uomini che non possono essere vincitori, ma senza i quali una società è morta. Sono i “presenti per sempre”». «Quei morti non sono completamente morti, e noi sopravvissuti non siamo completamente vivi».

Norma dice di avere l’«ossessione per la memoria», contro il silenzio che vorrebbe fare scomparire i fatti. Primo Levi e altri sopravvissuti dicevano lo stesso. Che cosa – chiede Norma – una società non può ascoltare da un sopravvissuto? Può ascoltare il racconto delle torture (questo le chiedeva una tv, e lei ha rifiutato), ma non può accogliere il disagio che il militante porta col suo passato politico. «Vogliamo uscire dal ruolo di vittima che la dittatura ci affibbia per incrementare il riflusso a-politico. Siamo anche altro. Vogliamo riscattare la nostra soggettività politica».

La dittatura, facendo 30.000 desaparecidos, su una popolazione di 30 milioni, tentò di sterminare una intera generazione, anche togliendole i figli. Ma in quella stessa generazione ci fu l’esperienza esemplare di una «resistenza esistenziale» (come la definisce Marcella Filippa, storica, della Fondazione Vera Nocentini), una autentica resistenza fortemente nonviolenta, guidata dalle Madres e dalle Abuelas, definite “pazze”, che, tenendosi a braccetto, ogni giovedì giravano in cerchio, silenziose come un grido altissimo, in nome degli scomparsi, attorno alla Plaza de Majo.

Abbiamo ringraziato Norma, la quale si ricorda che molti anni fa il foglio (mensile torinese, dal 1971) pubblicò per primo una sintesi della sua tesi di laurea, primo nucleo di questo libro.

Presentato nell’occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, il libro porta in epigrafe queste parole di Jean Cocteau: «Si chiudono gli occhi dei morti con dolcezza. Con la stessa dolcezza si devono aprire gli occhi dei vivi».


Enrico Peyretti


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