News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Renato Ciaponi. AssaporiAMO la Valtellina tutti insieme Appena ho letto sul quotidiano La Provincia l'articolo dedicato, l'ho subito scaricata, l'ho salvata nel mio tablet, ma poi ho preferito gustarmi la versione cartacea che il Consorzio Turistico Valtellina di Morbegno mi ha subito dato gratuitamente. Sto parlando di Assaporiamo la Valtellina esperienze enogastronomiche e ricette del territorio, la bella pubblicazione realizzata da “Valtellina Turismo” in collaborazione con la Provincia di Sondrio, il Bim, la Camera di Commercio di Sondrio, l'Unione del commercio e del Turismo e dei Servizi della provincia di Sondrio. Per i contenuti hanno collaborato il Gruppo Ristoratori, l'associazione Strada del Vino, il Distretto agroalimentare di qualità “Valtellina Che Gusto” e i Consorzi Turistici. Una sinergia fra enti in una elegante guida/ricettario destinata a tutti i turisti ma sicuramente dedicata anche ai consumatori valtellinesi, magari ai più giovani, perché possano partecipare come fruitori e come informatori alla valorizzazione gastronomica della provincia. L'enogastronomia finalmente come collante della destinazione Valtellina, le nostre eccellenze, i nostri territori, le manifestazioni più importanti organizzate in provincia, raccontate con parole semplici e pronte a creare emozioni. Perché dietro una bottiglia di Valtellina superiore o dietro una fetta di Bitto valtellinese c'è una storia di generazioni, c'è il fascino di secoli di storia e tradizione. E allora è bello camminare o pedalare in mezzo ai vigneti, raggiungere a piedi gli alpeggi... lassù dove nasce il Bitto e assaggiare le eccellenze della valle trasformate dai nostri chef nei vari ristoranti. Pagina dopo pagina, ricetta dopo ricetta, ho apprezzato il modo nuovo di presentare un territorio che purtroppo per troppo tempo ha subito la mancanza di coralità, di sinergie e che solo negli ultimi anni sta finalmente diventando sempre più protagonista dell' enogastronomia nazionale. Pagina dopo pagina, ricetta dopo ricetta, cantina dopo cantina, curiosità dopo curiosità, sono arrivato con interesse, pienamente appagato, alle ultime pagine per leggere ancora alcune ricette poco conosciute, come pane e vino o il curnat di Grosio e le pagine dedicate alle birre artigianali, la emergente imprenditorialità della nostra enogastronomia. Veramente una bella guida, ho pensato e subito sono tornato indietro nel tempo, ai primi anni ottanta. Insegnavo scienze dell'alimentazione in un istituto professionale alberghiero e per capire meglio il mondo della ristorazione avevo chiesto ad un amico che aveva un albergo in un'importante località turistico in Valtellina di poter lavorare per un mese nella cucina del suo ristorante. Erano i tempi del turismo dello sci, del pienone dei primi quindici giorni di agosto, del cercare di riempire la cassa sfruttando il più possibile i flussi turistici della domenica, del Natale della Pasqua. I verbi fidelizzare e destagionalizzare erano sconosciuti, le parole sinergia e collaborazione erano ignorate, così come valorizzazione di un territorio attraverso l'enogastronomia. I negozi di prodotti tipici erano rarissimi. Ne ricordo pochi, Morbegno, Sondrio, Chiavenna, Bormio; ma ne ricordo alcuni sulla statale 38 che invitavano i turisti con brutti cartelli scritti a mano, dove poi i formaggi e i salumi erano presentati in malo modo, senza personalizzazione, senza un minimo di identità. Senza neppure la certezza che fossero prodotti sul nostro territorio. Erano i tempi, dei camioncini di venditori di formaggi e salumi fermi ai bordi della statale. Ancora cartelli con “prodotti tipici” che invitavano i turisti a fermarsi, ma spesso i formaggi venivano dal Veneto. E poi c'erano le cassette di mele sparse sulla 38 da Tirano a Sondrio. Ma almeno li erano i produttori stessi che vendevano. In quel mese di agosto, nella cucina dell'albergo del mio amico, sbucciavo le patate, pulivo la verdura, svolgevo le mansioni meno impegnative, quelle che richiedevano poca professionalità, mi guardavo in giro, seguivo i lavori del cuoco e aiuto cuoco. Ricordo che mi ero subito stupito nel vedere i menu proposti: spaghetti al pomodoro o al ragù, lasagne, cannelloni, cotolette alla milanese, salsicce ai ferri. Sì, i pizzoccheri c'erano, ma gli ingredienti per prepararli non erano locali. Formaggi e burro provenivano da chissà dove. Anche le tagliatelle di farina di grano saraceno, già confezionate, erano di pessima qualità, si rompevano subito. La linea pizzoccheri in cucina era fatta da tre bacinelle contenenti le tagliatelle, le patate, le verze, tutte precedentemente cotte, pronte per essere mescolate in uno scolapasta con manico e riscaldate in immersione in un pentolone di acqua bollente. Una piccola teglia, di dimensione diverse secondo l'ordinazione, una manciata di pezzettini di formaggio, una spolverata di formaggio grattugiato, una innaffiata di burro spesso mischiato con olio, sempre pronto sulla piastra della cucina, tre minuti nel forno. E “pronti i tre pizzoccheri!” ...gridava lo chef. Da allora sono passati più di trenta anni. Il mondo della ristorazione è in parte cambiato, le carte dei vini con una buona scelta di etichette valtellinese sono sempre di più, le nuove leve della ristorazione, provenienti dalle scuole alberghiere, hanno cominciato a capire l'importanza della valorizzazione dei prodotti d'eccellenza valtellinesi e nei vari menù i piatti della cucina del territorio sono sempre presenti. I consorzi di tutela agiscono sempre più in sinergia in una promozione corale, gli enti pubblici hanno intensificato la creazione di occasioni di valorizzazione e conoscenza dei nostri prodotti, anche attraverso la realizzazione di percorsi ciclabili tra le bellezze della valle. Eppure c'è sicuramente ancora molto da fare, nella completa utilizzazione nelle varie cucine dei prodotti del territorio, nel differenziare i vari piatti, nel innovare, introducendo piatti nuovi, sempre legati al territorio in alternativa agli inflazionati affettati misti, polenta e pizzoccheri purtroppo sempre più protagonisti nelle proposte soprattutto agrituristiche della valle, nel portare nei consumatori valtellinesi la conoscenza enogastronomica, nell'unire tutte le energie soprattutto economiche per la promozione di una destinazione corale, dimenticando i localismi. Ben venga allora la pubblicazione di Valtellina Turismo, che sicuramente ha centrato l'obiettivo e merita la massima diffusione e pubblicizzazione. I formaggi serviti erano ordinari, senza personalità, si serviva il taleggio come formaggio molle. La bresaola era servita con improponibili carpacciamenti, rucola, funghi o coperta da oli extravergini provenienti dal Marocco o addirittura oli di semi. Spesso il succo di limone galleggiava sul piatto. Il vino valtellinese era raramente proposto ai turisti, anzi spesso sconsigliato dagli stessi camerieri perché “troppo pesante”. Eppure, anche allora (siamo a metà degli anni ottanta) la superiorità dei nostri prodotti, formaggi, salumi, vini era già apprezzata da diversi consumatori che ricercavano i prodotti del territorio. Cuochi, camerieri non conoscevano la storia della nostra cucina, dei nostri prodotti tipici. Mangiare in Valtellina era come mangiare in Brianza. Non c'era differenza. Riprendo a sfogliare questo corposo volumetto ancora fresco di stampa. Mi soffermo su alcune belle fotografie di piatti e infine leggo alcune righe della quarta di copertina: «Una guida pensata per illustrare l'offerta enogastronomica da vivere in Valtellina, ricette, vini, prodotti ed esperienze da non perdere in questo territorio nel cuore delle Alpi». Perché, aggiungo io, la storia di un territorio è fatto da uomini che producono, che raccontano, che trasformano le materie prime e che riescono a creare emozioni a tavola e allora un invito ai turisti: La Valtellina vi aspetta, una valle da percorrere lentamente, da assaporare, gustare, sorseggiare ma soprattutto una Valtellina da amare. E allora forza, tutti insieme, turisti, ristoratori, commerciati, produttori, consumatori valtellinesi. Forza, assaporiAMO la Valtellina. La pubblicazione è in distribuzione gratuita nei vari infopoint e uffici turistici provinciali o scaricabile dal sito di Valtellina Turismo. Renato Ciaponi (dal Blog Il gusto del gusto, 22 giugno 2019) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=22701 Enrico Bernardini. Enogastronomia e Turismo enogastronomico: tra i settori in maggior espansione in Italia L’enogastronomia in Italia sta attraversando un periodo positivo e la riscoperta della qualità del cibo e l’importanza di un’alimentazione responsabile si deve sia alla popolazione che ai turisti, grazie al sempre maggiore interesse verso il turismo eno­ga­stro­no­mi­co, il cui fine principale è far conoscere i prodotti locali ed il territorio. Il trend positivo, iniziato nel 2017, è confermato nel 2018 da una ricerca dal titolo “Timore Addio” finanziata da Coop, marchio attivo e conosciuto nella grande distribuzione italiana, e da Nomista, società privata che si occupa di ricerche di mercato.1 Dall’indagine di marketing emerge che, soprattutto nel 2018, il segno del cambiamento è dato dalla diminuzione del fenomeno del downgrading della spesa, ovvero l’insieme delle strategie di risparmio adottate dai consumatori che hanno visto diminuire il loro potere di acquisto a causa della congiuntura economica negativa che ha interessato l’Europa negli ultimi dieci anni.2 Attualmente la spesa degli italiani è più accurata rispetto al passato, soprattutto per i prodotti di alta qualità. Il nostro Paese possiede il primato in Europa per quanto riguarda l’attenzione all’acquisto infatti, il consumatore, si nostra attento alle materie prime e cerca sempre di informarsi sulla qualità dei prodotti. Cercando una maggiore qualità, nel 2018 ha voluto dare un forte segnale al mondo della distribuzione, preferendo una spesa a filiera corta, anche nei supermercati. Secondo una ricerca del Censis gli italiani fanno molta attenzione all’origine del cibo: sono 31,7 milioni coloro i quali nell’ultimo anno si sono informati prima di un acquisto cercando recensioni in blog e social network e 20,4 milioni hanno pubblicato dei post con commenti riportanti descrizioni di esperienze su prodotti, supermercati e spese alimentari di vario genere.3 I dati di Coop e Nomisma mostrano come la maggioranza degli italiani dia più importanza alla qualità dato che il 70% si dimostra disponibile a spendere di più per un prodotto di maggior pregio, la maggioranza legge le etichette alimentari, poco meno di un terzo si informa sulla natura dei prodotti ed, infine, poco più della metà considera la salute come parametro per la spesa quotidiana.4 A crescere, registrando un mercato del valore di un miliardo e mezzo di euro sono prodotti come vini e spumanti. In particolare, le scelte degli utenti sono orientate verso alcune note categorie di made in Italy come le certificazioni DOP (Denominazione di Origine Protetta), DOC (Denominazione di Origine Controllata) e IGP (Indicazione Geografica Protetta). Inoltre in Italia, vi è il primato in Europa per la preferenza di prodotti biologici e di origine locale, dimostrato da una crescente tendenza verso una spesa green e più salutare: il latte ad alta digeribilità è preferito a quello semplice, il pane ha lasciato spazio ad alternative come gallette e creaker e la pasta viene consumata maggiormente a base di farro e cereali. Data la facilità con cui vengono reperite informazioni, la rete è diventata un luogo privilegiato dove poter discutere di gusti e cibo in generale. Parlando di social media, Instagram è sicuramente quello che si presta di più alle condivisioni delle immagini e del cibo: nel 2018 soltanto la parola food ha ricevuto 227 milioni di indicizzazioni, a sottolineare quanto sia un argomento apprezzato e condiviso dagli utenti di tutto il mondo.5 Il social, grazie all’utilizzo degli hashtag permette la diffusione rapida delle notizie, usando il linguaggio proprio del social media marketing, in modo “virale”, raggiungendo così milioni di utenti in pochi minuti. Di cibo si parla, con il cibo si esprimono le emozioni e, come ci insegna l’antropologia culturale, il cibo ha anche una forte valenza rituale presso molte culture: con il cibo si festeggiano matrimoni, battesimi, la fine del Ramadam, ma anche diversi riti di passaggio, come quelli che riguardano l’arrivo dei giovani all’età adulta, nelle società tradizionali di America, Africa, Asia e Oceania. Ma in Europa e, in particolar modo, in Italia, come emerge sempre di più in questi ultimi anni, l’alimentazione si lega sempre di più al turismo grazie alla varietà, ricchezza e particolarità delle cucine tipiche nel nostro Paese. Il rituale non è più legato ad un evento particolare della vita, ma consiste nell’approcciarsi in modo autentico alla tradizione, ai sapori e agli odori di un territorio. Il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019, stilato da Roberta Garibaldi dell’Università di Bergamo con il supporto scientifico di World Food Travel, mostra un incremento di interesse verso il turismo enogastronomico italiano ed, in particolare, di esperienze legate al cibo, al vino ed alle tradizioni alimentari del territorio nazionale da parte di coloro i quali lo scelgono come destinazione turistica. Il turismo enogastronomico non suscita interesse soltanto negli stranieri, ma anche gli italiani decidono di muoversi nella Penisola, considerando la storia gastronomica di una regione come un’opportunità di conoscenza e di formazione personale. Nel documento viene delineato anche il profilo del turista enogastronomico: viaggia in coppia, non ha una età precisa e proviene, nella maggior parte dei casi, dal Sud Italia. Egli ha come primo obiettivo la ricerca del paesaggio enogastronomico inteso come insieme di attività, prodotti tipici, ambiente e, più in generale, la cultura che caratterizza una destinazione turistica. Le attività preferite dai visitatori riguardano la degustazione di prodotti tipici, la frequentazione di mercatini, la visita ad aziende agricole, la ricerca di ristoranti e locali autoctoni. Inoltre vi è sempre una maggiore richiesta di esperienze a tema come visite a caseifici, pastifici o fabbriche alimentari. Le mete privilegiate sono italiane: nello specifico l’Emilia Romagna, la Sicilia e la Toscana; le città maggiormente apprezzate sono Firenze, Napoli e Roma mentre all’estero i Paesi più gettonati sono Francia e Spagna e le città Parigi, Madrid e Barcellona. Gli stranieri che si recano in Italia, invece, preferiscono offerte di tour enogastronomici principalmente in Toscana e Piemonte, regioni conosciute nel mondo per i vini e per l’ottima cucina. L’Italia è in grado di offrire un patrimonio unico: circa 5.000 prodotti tradizionali, 825 marchi di indicazione geografica, un centinaio di musei legati al gusto, 23.000 agriturismi e 173 strade del vino e dei sapori.6 Infine, lo sviluppo del turismo enogastronomico nella Penisola è stato ulteriormente rafforzato dal decreto del 2019 sull’enoturismo che regola l’accoglienza dei visitatori in cantina, dando la possibilità di ospitare anche eventi ricreativi e promuovere percorsi esperienziali in grado di accogliere un gran numero di turisti.7 Il decreto, firmato dall’attuale ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, conclude un percorso virtuoso iniziato con la precedente legislatura: è un passo importante perché mira a promuovere il rapporto tra territorio, turismo e prodotti alimentari, in un Paese dove la qualità riveste una sempre maggior attenzione da parte dei consumatori italiani e stranieri. Enrico Bernardini 1 Fonte: Il Giornale del Cibo, 26/04/2018. 2 Ibidem. 3 Fonte: Il Giornale del Cibo, 19/04/2018. 4 Fonte: Il Giornale del Cibo, 26/04/2018. 5 Ibidem. 6 Fonte: Gambero Rosso, 30/01/2019. 7 Fonte: Gambero Rosso, 15/03/2019. Bibliografia e sitografia Garibaldi R. (2019) (a cura di), Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019, Bergamo, Università degli Studi di Bergamo e World Travel Association. www.vvox.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=22695 Sondrio. Suménsa de curiùs|Libero scambio di semi e di saperi in Valtellina Sondrio, rione Scarpatetti Domenica 24 marzo 2019 14:00-18:00 Da millenni si scambiano e selezionano semi... Un’evoluzione lenta in cui l’essere umano, un passo dopo l’altro, si è prodotto il proprio cibo per sé e per la prole. Siamo convinti che il valore degli alimenti sia fonte di qualità della vita, della salute e della salvaguardia dell’ambiente, quindi portiamo avanti la buona pratica dello scambio semi. Le semenze racchiudono un patrimonio di esperienze sensoriali, gusti peculiari e soprattutto un intreccio di relazioni tra persone, unite dal legame con la terra. Diffondere “buone pratiche” significa amare la propria terra e tutelarla affinché le generazioni future possano ancora gioirne. Giornata aperta a tutti! Se non hai semi da scambiare, te li doniamo noi! Contadini, orticoltori, appassionati, collezionisti, pensionati, casalinghe, insegnanti, studenti, artisti... portate semi, pochi o tanti, rari o comuni, purché autoprodotti, e anche lieviti (pasta madre, madre dell'aceto, lieviti di kefir ecc.) da scambiare o donare! Raetia Biodiversità Alpine e GasTellina (Gruppo di acquisto solidale) di Sondrio organizziamo il terzo appuntamento di libero scambio semi che sarà il 24 marzo in Sondrio nell'antico rione agricolo di Scarpatetti al n. 42/A. Un cordiale saluto Patrizio Mazzucchelli Franco Rabbiosi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=22522 Renato Ciaponi. Bollicine di mele È buono, fresco, frizzante, piacevole in bocca. È prodotto con mele coltivate in alta Valtellina, ma non è succo, non è sidro... è un sidro spumante. Si chiama Melagodo. Sono a Grosotto nella piccola azienda a conduzione familiare di Laura Del Fatti in compagnia di Simone, il figlio architetto. Simone mi accompagna nel caveau (come lo chiama scherzosamente) e lì, circondato da migliaia di bottiglie perfettamente accatastate, mi racconta la storia di questo prodotto unico, pregiato, adatto ad essere consumato a fine pasto, per accompagnare un dolce, come aperitivo ma nella versione Brut anche a tutto pasto, con la pizza, i frutti di mare o le carni grasse. Due spumanti che hanno avuto un grande riconoscimento a Francoforte in Germania, nella patria del sidro, al “Cider World” 2018. «Un progetto», mi spiega, «nato quasi per caso, una decina di anni fa dalla necessità di utilizzare una partita di mele rovinate dalla grandine. Abbiamo pensato che avremmo potuto ricavare un quantitativo di sidro, per noi, ad uso familiare. Così abbiamo iniziato, torchiando le mele, producendo un prodotto quasi imbevibile, ma la passione di creare qualche cosa di nuovo (e qui sicuramente la creatività tipica degli architetti è venuta fuori) ci ha coinvolto e adagio adagio, sperimentando metodi diversi di spremitura, buttando spesso il liquido ottenuto perché eccessivamente ossidato, perché sgradevole, siamo riusciti a produrre un prodotto dignitoso. Abbiamo impiegato circa sei anni per trovare una tecnica corretta di torchiatura e finalmente con l'acquisto della idropressa, ecco i primi risultasti positivi. Il nostro obiettivo intanto si era trasformato, non più il sidro, ma qualcosa di più pregiato: il sidro spumante. Un prodotto nuovo, completamente diverso, un prodotto di pregio». Si ferma, apre delicatamente una bottiglia, «Questo è il Brut, nove gradi». Versa il contenuto in due flûte. Alziamo i bicchieri, guardiamo il colore, un bel giallo paglierino con alcuni riflessi verdognoli, ma soprattutto ammiriamo il perlage fine, che continua a formarsi nel bicchiere. Sentiamo il profumo, floreale con i classici sentori di crosta di pane, poi in bocca, discreta acidità, retrogusto amarognolo, piacevole. Perfetto. Sicuramente un prodotto di pregio. Mentre continuiamo lentamente a gustare il nostro Brut, Simone con pazienza, mi racconta il lungo processo di produzione che inizia con la scelta delle varietà di mele, perché, mi dice. «ogni varietà crea delle sfumature diverse nel prodotto finale, la Fuji dà un tono piacevolissimo, un leggero retrogusto zuccherino, fruttato; la renetta un gusto leggermente amarognolo, la Granny Smith dà l'acidità e poi le classiche golden o le rosse antiche che coltiviamo su nostri terreni che si trovano ad un'altezza compresa tra i 500 ed i 1000 metri di quota». Il processo è lungo, laborioso. Le mele vengono lavate, grattugiate, segue una soffice spremitura che produce un succo caratterizzato da intensi profumi floreali e fruttati, con un alto concentrato zuccherino, ma in grado di conservare una piacevolissima freschezza. Nel giro di alcune settimane, una lenta e naturale fermentazione trasforma questo nettare in un vino fermo di mele che, lasciato a maturare per almeno 6 mesi all'interno di apposite botti, raggiunge i livelli di complessità organolettiche desiderati. Segue la seconda fermentazione in bottiglia, con aggiunta di lieviti selezionati, lieviti che l'azienda ha fatto selezionare da una ditta specializzata partendo da quelli per lo champagne ma adattati al sidro. In bottiglia avviene una rifermentazione grazie ai lieviti e all'aggiunta di un succo di mela congelato sempre di produzione dell'azienda. Una fase lunga che dura da uno a due anni, secondo la tipologia del prodotto. «Ecco», mi dice accarezzando alcune bottiglie accatastate, «in queste bottiglie sta avvenendo la seconda fermentazione. Molte sono pronte, la spumantizzazione è avvenuta, il prodotto ha raggiunto la sua piena maturazione. Manca ancora un'operazione. Quella che i francesi chiamano dégorgement. Occorre fare depositare i lieviti sul tappo. Anche questo è un processo lento, dobbiamo mettere le bottiglie in appositi cavalletti con il collo più in basso rispetto al fondo della bottiglia, e poi procedere con una continua rotazione della stessa per far depositare le fecce dei lieviti esausti sul tappo. E poi la sboccatura». Già la sboccatura al volo, operazione importante che richiede molta esperienza. Si toglie il tappo a corona e quello di plastica dove si sono depositati le fecce dei lieviti, si gira la bottiglia, facendo sì che escano solo le fecce e pochissimo vino. La massa di lievito e liquidi persi durante questa affascinante operazione vengono reintegrati rabboccando le bottiglie con la liquore d'expedition, la cui ricetta viene gelosamente custodita tra le mura della cantina. Nuovo tappo, gabbietta di metallo, etichette, abbellimento della bottiglia con una carta colorata sul tappo. Simone apre una nuova bottiglia, «questo è l'extra dry, sempre 9 gradi», alziamo ancora il bicchiere, guardiamo il colore e il perlage perfetto, come nell'altra bottiglia, ma il profumo è diverso, più floreale, il gusto è morbido, più delicato». Simone continua a parlare, mi racconta di una sperimentazione in atto, uno spumante di 14/15 gradi derivante da mele raccolte a febbraio, mele Golden e Stark, che congelano sulla pianta e che con la torchiatura formano una melassa molto zuccherina. Mi porto alla bocca il flûte, un altro sorso e poi melogodo lentamente, in silenzio, per sentire meglio quei profumi di mela di montagna che qui, in questo bottiglie di Melagodo, sono ancora presenti grazie al lungo e laborioso lavoro che l'azienda Del Fatti è riuscita ad inventare. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto dell'enogastronomia valtellinese, 14 febbraio 2019) Azienda Agricola Laura Del Fatti Via Patrioti, 29 - 23034 Grosotto SO Tel. 380 6830900 www.sidromelagodo.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=22480 Alfredo Mazzoni. “Apprendistato glocale”|La tesi: la globalizzazione. L’antitesi: sovranismi. La (mia) sintesi Non possiamo più prescindere dalla prima, ma possiamo affrontare ciò che istintivamente ha prodotto. Complice la concomitanza della più grande crisi economica dopo quella del ‘29 del secolo scorso, dicono… Ciascuno di noi ha la propria ricetta a livello politico o ...personale (che l’è po’ la stesa roba). Ognuno dovrebbe affrontare il problema con i mezzi che ha: intellettuali ed economici. Nel mio piccolo, con le capacità e l’esperienza datami dalla barba bianca e con i mezzi economici a mia disposizione: 1.200,00 euro di pensione al mese +13ª, da un paio di anni sto formando dei “Contadini di Montagna” con la (involontaria) collaborazione della Comunità Il Gabbiano che ospita ragazzi minorenni in una ex cascina sopra Morbegno in località Dos de la Lümaga. Insegno ad alcuni loro ospiti l’arte del contadino di montagna. Ho avuto come apprendisti: per un paio di stagioni agricole il ‘Nico proveniente dai dintorni di Milano. I Caramba l’avevano beccato che spacciava un po’ di erba: (come nei films) gli si erano incastrati i pantaloni nella rete di recinzione mentre cercava di scappare. Due giorni al Beccaria lo avevano fatto “cagarsotto”… Il giudice dei minori gli aveva affibbiato due anni di “messa alla prova” al Gabbiano appunto. Un ragazzino di diciotto anni che ne dimostrava simpaticamente quattordici, sgamato come pochi soprannominato “Nico capatosta” ...chissà che fine ha fatto! Poi per un anno mi hanno affidato Oumar, arrivato dall’Africa coi barconi ai tempi della ...“Grande Invasione”!!! Ora, sempre come “Volontario” della Comunità Il Gabbiano ho l’onore e il piacere di aiutare a trovare un lavoro a Amadou e a Demba ...Oddìo! a momenti dimenticavo il primo Amadou, anche lui uscito dalla SCAM (Scuola Pratica per l’Agricoltura di Montagna) col diploma di “Contadino di Montagna”. L’ultimo Amadou (in ordine temporale, perché probabilmente ne arriveranno altri...) è arrivato in Europa dopo aver attraversato il deserto del Sahara e aver conosciuto le prigioni della Libia. Anche Demba (io lo chiamo Dembà alla francese), vi può raccontare la stessa... “avventura” per far ingrossare un po’ la bile agli anti tesi su nel titolo. Oh! Cazzarola! Mi viene in mente now-now, che uno parla inglese e l’altro francese. Si, so un po’ il francese e un po’ di inglese, avendo studiato quelle lingue e trascorso un annetto in Africa, però non posso non rendermi conscio tra una battuta e l’altra sulla tastiera che sto parlano ad entrambi in francese da oltre sei mesi, sic!. Alimortacci dell’età! Dimenticavo pure Klevis, un ragazzo albanese che fumava già la pipa elettronica a diciotto anni e si faceva delle gran belle dormite… La Compagna di casa mi suggerisce che c’è stato già anche un altro Amadou... quel ragazzone che veniva a lavorare “dietro a fieno” quell’estate che lo facevi salire alla Selva dei Geltrüda in bicicletta… Se regordèt? Ah già! Un altro diploma meritato. Divagando, dicevo?! La sintesi: Quando la casa brucia, non bisogna scappare ma aiutare a spegnere l’incendio. Glocalmente, cioè globalmente e localmente, io do una mano in questa maniera. Aiuto i furest, non gli stranieri o extracomunitari, a inserirsi in Valle dove c’è un grande bisogno di braccia per i territorio, nel mio caso nel comparto agricolo. Ci scambiamo le culture, i saperi le conoscenze e diventiamo vecchi senza fare le guerre, che di casini ce ne sono già abbastanza… A volte però ho degli scrupoli perché li faccio lavorare questi ragazzi; d’altra parte la Scuola è... pratica. Pic e pala, spazza fò, spacà legna, mundà, “tirer le lait aux chevres”, falciare i prati e tutti i lavori che facevo e faccio ancora anch’io. Gli do una piccola mancia alla settimana in accordo con loro e la Comunità, una bottiglia di aranciata alla settimana e una bisciola al mese. Poi hem! uva, noci, castagne e qualche verdura dell’orto. Di più non posso proprio. Come hanno fatto con me alcuni artigiani di Cimacase di Morbegno, che non scorderò mai, che al pomeriggio dopo la scuola mi prendevano nelle loro Botteghe per farsi aiutare nei piccoli lavori di manovalanza: pulire il pavimento, i vetri, strappare i chiodi, scartegià e così via, dandomi appunto una piccola mancia. Dovete saper però che nei paesi africani dove sono stato io a fare volontariato, non è il datore di lavoro che paga gli apprendisti, ma è la famiglia dell’apprendista che remunera il datore di lavoro affinché insegni al proprio figlio il mestiere, perché sostanzialmente il mestiere glielo ruba. ‘l mestee s'ha de rubàl per imparàl! Che sia giusto o sbagliato potremmo discuterne. Ecco io ho messo assieme queste due visioni economiche: io, datore di lavoro non ti pago come un professionista, perché non mi rendi come tale. Ti retribuisco un po’ meno, però alla fine quando sei in grado di metterti su la tua azienda dal punto di vista professionale, ti rilascio un pezzo di carta in cui dico che sei in grado di fare il mestiere. Praticamente questi ragazzi stanno con me un anno circa in modo che coprono tutte le stagioni agricole: ognuna ha i suoi lavori da fare e apprendendo la loro organizzazione: non è semplice far capire loro che le capre d’inverno mangiano fieno e d’estate erba. Lo possono apprendere solo se falciano l’erba, seccano il fieno e poi d’inverno lo danno da mangiare alle bestie. La primavera scorsa, grazie anche al diploma della SCAM, Oumar è stato assunto da una cooperativa agricola locale e di questo me ne vanto. Spero che alcuni dei ragazzi che formerò possano continuare l’arte del contadino, salire sugli alpeggi o essere dei boscaioli o quant’altro...; perché dobbiamo farci aiutare, ne abbiamo bisogno, per spegnere assieme l’incendio: anche loro, laggiù hanno i loro foeux de brousse. Alfredo Mazzoni http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=22336 Alta Val Brembana. Erbe del Casaro – Edizione 2018|Sabato 2, Domenica 3 e Sabato 9, Domenica 10 giugno Torna la rassegna di appuntamenti che vi guidano alla scoperta di Erbe spontanee di montagna e Formaggi Tipici della valle Brembana Un’edizione ancora più stuzzicante! L’edizione 2018 prevede ancora più appuntamenti con i sapori della tradizione e le proprietà salutari delle Erbe Alpine La nona edizione di “Erbe del Casaro”, la rassegna dedicata alle Erbe Spontanee e ai Formaggi tipici della Valle Brembana, vi aspetta negli undici paesi di Altobrembo per due fine settimana da sabato 2 a domenica 10 giugno 2018. La rassegna prevede numerosi appuntamenti dedicati a grandi, piccoli, famiglie e giovani. Le iniziative sono organizzate in maniera diffusa sul territorio degli undici comuni di Altobrembo (Averara, Cassiglio, Cusio, Mezzoldo, Olmo al Brembo, Ornica, Piazza Brembana, Piazzatorre, Piazzolo, Santa Brigida e Valtorta), accompagnandovi a scoprire le bellezze di tutti i piccoli paesi di montagna. Durante le iniziative di “Erbe del Casaro” sarete guidati alla scoperta delle peculiarità gastronomiche delle erbe spontanee e delle eccellenze casearie della Val Brembana, e avrete la possibilità di entrare in contatto con le tradizioni, la cultura e i saperi del territorio e delle genti che lo vivono, accompagnati da realtà locali e da associazioni a livello nazionale. Tra gli appuntamenti che arricchiscono il calendario della rassegna si segnalano: visite alle aziende agricole locali per scoprire le attività tradizionali e i loro prodotti, momenti culinari, degustazioni, aperitivi e ancora: escursioni alla scoperta della natura, appuntamenti culturali, conferenze e molto altro. Nella nona edizione di “Erbe del Casaro” spiccano alcune iniziative di rilievo, tra cui: - Sabato 2 giugno Arte e Cultura tra Sapori e Natura, itinerario guidato dall’antico borgo del Monticello al Santuario dell’Addolorata per scoprire alcuni dei capolavori della rinomata famiglia di frescanti Baschenis. Seguirà la visita guidata all’Azienda Agricola Salvini con un aperitivo a Km 0; - Sabato 2 giugno Mugnaio per un giorno, una giornata a stretto contatto con la natura alla scoperta dell’antico mestiere del mugnaio. È prevista la visita guidata per bambini e adulti al mulino e all’essiccatoio di Cusio, accompagnata dal laboratorio dove i bambini potranno realizzare gnomi e fatine con foglie di mais ed altri elementi naturali; - Sabato 2 giugno Le Buone Erbe Spontanee, a Ornica le Donne di Montagna, in collaborazione con Slow Food e ERSAF vi accompagneranno in un’escursione alla scoperta delle erbe spontanee. Seguirà la Conferenza sulle Erbe Spontanee delle nostre Valli e la Cena itinerante nell’antico borgo con canti popolari; - Domenica 3 giugno Benessere con le erbe, un’intera giornata a Piazzolo, dedicata alla salute e al benessere attraverso le erbe. L’iniziativa di Piazzolo sarà un’esperienza completa per tutta la famiglia: i bambini infatti saranno impegnati in attività e giochi, lasciando i genitori liberi di dedicarsi alle numerose esperienze dedicate al benessere e al relax in natura: Swiss Ball, Shiatzu, stiramento dei meridiani, corso di cosmesi, massaggi, e molte altre attività per tutti; - Sabato 2 e domenica 3 giugno: in concomitanza con “Erbe del Casaro” si svolgerà “Orobie Bike Fest”, iniziativa dedicata agli appassionati del mondo della bicicletta e non solo. A Piazza Brembana tutti potranno divertirsi e mettersi alla prova ammirando le acrobazie di esperti e acrobati all’interno di un’area attrezzata. Anche i bambini potranno divertirsi con la parete di arrampicata e il percorso di push bike. Tra le novità troverete l’Orobic Street Food con le Aziende Agricole locali e la pista bike test nell’area Expo; - Sabato 9 giugno Do you Agrì?, percorso esperienziale lungo le vie di Valtorta per scoprire come nasce l’Agrì di Valtorta. La giornata è dedicata non solo alla scoperta del borgo, dell’Ecomuseo e delle sue strutture, ma anche della Latteria Sociale dove nascono l’Agrì e lo Stracchino all’Antica delle Valli Orobiche, entrambi Presidio Slow Food. Nel corso della giornata inoltre i bambini potranno cimentarsi in laboratori e nella costruzione di giochi in legno della tradizione bergamasca e gli adulti potranno assistere a un corso pratico di erboristeria per imparare a riconoscere le piante medicinali spontanee; - Sabato 9 e domenica 10 giugno a Olmo al Brembo, presso la sede di Altobrembo (ex Segheria Pianetti) vi aspetta A pranzo e cena con il produttore, un pasto in compagnia dell’Azienda Agricola Della Fara che vi accompagnerà nella degustazione e illustrazione dei suoi prodotti a base di erbe spontanee. Dalle ore 21:00 di sabato 9 giugno, inoltre, potrete partecipare a Drink Green – Mojito e Tisane, dove avrete l’occasione di personalizzare i vostri cocktail con erbe particolari e degustare le tisane naturali; - Domenica 10 giugno: Il Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana sarà il grande protagonista della giornata. Nel corso dell’ultimo giorno della rassegna adulti e bambini potranno partecipare a laboratori esperienziali all’insolita scoperta delle proprietà dei formaggi. Nel pomeriggio i bambini potranno partecipare al laboratorio esperienziale Dal latte al Formaggio, alla scoperta della nascitadel formaggio. I piccoli casari impareranno a produrre il formaggio con le proprie mani e a conoscerne le caratteristiche in un modo del tutto nuovo. E per concludere la giornata con gusto non potrete perdervi la gustosa Merenda del Casaro a base dei migliori formaggi locali. Coccolatevi con le delizie di “Erbe del Casaro” Durante la rassegna i nove ristoranti locali aderenti proporranno Menu a base di Erbe spontanee e Formaggi brembani a prezzi convenzionati e i bar promuoveranno gli Aperitivi del Casaro per portare sulla tavola i sapori della tradizione e della cultura della Valle Brembana. Inoltre, presso la sede di Altobrembo, a Olmo al Brembo, sabato 9 e domenica 10, sarà possibile partecipare all’iniziativa A Pranzo e Cena con il Produttore, degustando piatti cucinati con prodotti a Km 0. ALTOBREMBO – Alta Valle Brembana (BG) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=22094 Con la Mostra della Capra Orobica in Valgerola|Domenica dedicata alla vita rurale e alla cucina tipica Oltre 500 i presenti tra visitatori, espositori e amanti della pastorizia alpina. Protagoniste le simpatiche capre di montagna che vivono solo in queste zone Sagra contadina per 500 persone a Gerola Alta, Valtellina. La domenica ha proposto ai turisti, agli estimatori dei presidi della biodiversità l’edizione 2018 della Mostra della Capra Orobica. La particolare razza, autoctona, originaria della Valgerola è da anni un punto di riferimento nella pastorizia alpina. Allevata un tempo in questa zona delle Alpi lombarde, da ogni famiglia, l’Orobica, detta anche Capra Valgerola è oggi di nuovo ricercata, il suo latte viene utilizzato nella produzione in alpeggio del rinomato formaggio Bitto, caseificato in quota secondo la ricetta originaria. La sua spiccata rusticità, l’aspetto caratteristico e il pelo, simile alla fibra della lana cashmere la rendono una attrazione, non solo nelle sagre. Alla giornata che proponeva una vera e propria rassegna zootecnica sono intervenuti i rappresentanti di 30 aziende agricole e allevamenti, e ci sono stati grandi pranzi con la cucina tipica, paioli di polenta taragna. E tanto tempo dedicato ai bambini e ragazzi. Gli animatori dell’Ecomuseo della Valgerola, che insieme alla Pro loco di Gerola Alta e ad Apa, Associazione provinciale allevatori, hanno organizzato l’evento, hanno intrattenuto decine di giovani con laboratori creativi dedicati ai materiali, prove di mungitura. I bambini hanno costruito in cartapesta, i “Corni delle capre di montagna”. Ma grande spazio lo hanno avuto i capi, o “esemplari” di capra orobica. Tante le categorie in concorso. Il miglior becco, il “Re” della rassegna è stato un esemplare portato in esposizione dalla azienda di Sonia Marioli; regina della mostra, un esemplare di Orobica di proprietà dell’allevatore Bruno Mazzina; miglior mammella, una capra appartenente a Stefano Acquistapace. Miglior gruppo, quello proposto da Bruno Mazzina. Sono stati complessivamente 135 i capi portati in mostra. Al termine, la soddisfazione degli organizzatori: «Giornata con partecipazione molto buona, nonostante il tempo fosse tutt’altro che bello. Era scuro, non era caldo ma tutti gli ambienti erano al coperto, pubblico ed espositori si sono trovati a loro agio», ha affermato Maurizio Curtoni, presidente della Pro loco di Gerola Alta ed espositore. Suo il terzo posto, per le capre, nate prima del 2017, “in asciutta”. Commenti positivi da Ecomuseo della Valgerola, centro che organizza il turismo di impronta culturale e ambientale nella zona. «Bella la mostra», ha affermato Sergio Curtoni, responsabile didattico della manifestazione, «abbiamo avuto più espositori degli anni precedenti. Per il pubblico, ad un certo punto i commensali al pranzo erano troppi, era finita la polenta. Abbiamo riacceso fuochi e fornelli, abbiamo accontentato tutti». Ecomuseo della Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=22068 Sondrio. Sabato Cena a lume di candela|Con il WWF e con La Bottega della Solidarietà Sondrio, Sabato 24 marzo ore 20:30/21:30 evento internazionale WWF – EARTH HOUR 2018 CENA A LUME DI CANDELA La partecipazione all’iniziativa si fonda sulla semplicità, ma nello stesso tempo sulla significatività di un gesto: spegnere la luce di una casa, di un edificio, di un monumento, l’illuminazione di una strada o di una particolare area di una città per un’ora, partecipando in tal modo ad un’iniziativa di forte valenza simbolica, un’occasione per rendere esplicita la volontà di sentirsi uniti nella sfida globale al cambiamento climatico che nessuno può pensare di vincere da soli. Grazie all'accordo con Altromercato, la maggiore organizzazione del Commercio Equo e Solidale in Italia e tra le principali a livello internazionale, il WWF Valtellina Valchiavenna organizza con La Bottega della Solidarietà di Sondrio la terza edizione della “Cena a lume di Candela” Saremo alla “mensa IMMENSA” ospiti dell'Op. Mato Grosso Via privata Moroni, 7/9 - Sondrio (di fronte al tribunale, adiacenze parcheggio) prenotazioni: La Bottega della Solidarietà – via Piazzi 18 telefono (orario negozio) 0342 567310 Villiam Vaninetti responsabile WWF Valtellina Valchiavenna http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21973 Nelle sale “Petit Paysan”', il film che sostiene il mondo rurale La zootecnia industriale non è riuscita a schiacciare quella delle origini, come qualcuno avrebbe sperato e forse voluto. E mai lo farà. È anche questo il messaggio che trapela dall’ultimo film dedicato al mondo dell’allevamento da latte, il francese Petit Paysan, dell’esordiente Hubert Charuel, che – dopo aver incassato i favori della critica all’ultimo Festival di Cannes – sta scalando la classifica del box office nel proprio Paese, con 4 milioni di euro incassati in poche settimane di programmazione. L’originalità dell’opera è quella di raccontare un mondo vivo ma fragile, romantico ma combattivo, realizzando un thriller incalzante e avvincente nella dimensione di un allevamento “etico”. Una dimensione che rimane in sottofondo lasciando emergere una realtà aziendale in cui l’allevatore ha ancora rispetto per i propri animali, punta a fare qualità, lotta e combatte contro avversità ordinarie e straordinarie, come accade in ogni allevamento vero, fatto di gente vera, di rapporti veri, di impegno, dedizione e passione. Il film narra del trentenne Pierre (il protagonista, interpretato da Swann Arlaud) che alleva trenta vacche di razza Holstein, mantenendo viva l’attività ereditata dai genitori, pur nella consapevolezza delle difficoltà che andrà ad affrontare. Nel volgere di pochi anni, assistito dalle cure della sorella veterinaria, Pierre si impone sulla scena regionale come uno dei più validi imprenditori del settore. La storia, che si intreccia sullo scenario di un'epidemia di EHD (febbre emorragica epizootica), trascina lo spettatore nelle apprensioni di Pierre, nelle sue preoccupazioni ed ansie, che lo portano a non perdersi un telegiornale, con l’idea ormai fissa al rischio del contagio per tutte le sue vacche, e a variare pian piano le proprie abitudini, in maniera incosciente, ad essere spesso in stalla per valutare il comportamento delle sue bestie, sino alla scoperta della positività per uno dei suoi capi. Qui il pensiero dell’allevatore si fa ossessione, davanti alla prospettiva dell’abbattimento collettivo della mandria, che diventa sempre più concreta. Oltre le dinamiche del racconto, incalzante e avvincente, senza cali di tensione, e oltre le scelte estreme e illegali operate dal protagonista per gestire la situazione, il film ha il merito di proporre valori altamente educativi, portando finalmente in una stalla, e in una famiglia di allevatori, un pubblico che da tempo ha ormai perso i contatti con il mondo rurale. Un modo per risvegliare le coscienze su una realtà sconosciuta ai più, per accorciare le distanze tra città e campagna. Il film, che sbarcherà nelle sale italiane il 22 marzo con la NoMad distribuzione, in partnership con l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e del Molise e la Confederazione Italiana Allevatori, ha ottenuto il patrocinio di Slow Food Italia, e circolerà anche negli istituti agrari, in virtù del suo alto valore didattico. Tra le tematiche sollevate, emergono il trattamento etico degli animali da produzione, l'attaccamento degli allevatori rurali al proprio lavoro, vissuto in una dimensione spesso totalizzante. E così a Petit Paysan va il merito di portare ad un ampio pubblico il tema del ritorno alla vita di campagna da parte delle giovani generazioni, che sono impegnate a scrivere oggi il capitolo dell'imprenditoria agricola del futuro. Intervistato, dopo la presentazione della pellicola, il regista ha svelato non poche ragioni che lo hanno spinto ad intraprendere questa produzione e una carriera da regista che forse non era neanche nei suoi programmi. Parlando della sua famiglia, della loro fattoria con caseificio, situata a Droyes, fra Reims e Nancy, Charuel ha detto che «sono sopravvissuti alla crisi casearia grazie al duro lavoro, a piccoli investimenti e a prestiti». «Ci vuole molta intelligenza e tanto impego quotidiano per sopravvivere», ha poi aggiunto il regista. «Petit Paysan parla della grande pressione che si vive in un'azienda agricola: si lavora sette giorni alla settimana, bisogna mungere le vacche due volte al giorno, tutto l'anno, tutta la tua vita». Ma non solo: «Il film tratta anche dei rapporti con i genitori che sono sempre fra i piedi, sul peso di quel patrimonio. Si va a mungere come se si andasse a pregare, di mattina e alla sera. Essere un produttore di latte è una vocazione», non una professione, o un mestiere. «Il mio discorso», conclude il regista francese, lanciando un bel messaggio di speranza, «è oggi meno pessimistico che all'inizio della scrittura del film, cinque anni fa. Ho la sensazione che le persone si chiedano sempre più spesso cosa stanno mangiando. E questo lascia sperare che una rinascita di questo mondo sia possibile». Qualeformaggio (29 gennaio 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21870 Renato Ciaponi. Valtellina: un’a­gri­col­tura sempre più giovane e rosa L'enogastronomia valtellinese ha radici storiche importanti molto lontane nel tempo. Il Bitto di origine celtica, la viticoltura di epoca romana o addirittura pre-romana, con i liguri. Senza dimenticare l'arte della preparazione dei salumi con i luganegat di Morbegno e Bormio che lasciavano d'inverno le montagne per dedicarsi alla lavorazione delle carni di maiale nelle zone del ferrarese e del basso veneto. Storie che dimostrano un lungo cammino di generazioni che nell'agricoltura hanno sempre trovato i prodotti per vivere, per mantenere una famiglia. Un' agricoltura un tempo davvero eroica, oggi forse meglio definibile semplicemente di montagna, perché quegli eroi si sono trasformati in imprenditori, magari coraggiosi, magari instancabili lavoratori che non contano le ore di lavoro, di sacrificio, che dimenticano il riposo domenicale, le ferie, costretti a lavorare in terreni scomodi, ma comunque sempre imprenditori alla ricerca di un reddito necessario per una vita dignitosa. Un'imprenditorialità spesso giovanile, che nasce dalla decisione di dedicarsi all'agricoltura per scelta, come professione, per continuare il lavoro dell'azienda familiare, magari dopo aver ottenuto il diploma di perito agrario, ma sicuramente con la consapevolezza di scegliere un lavoro forse più redditizio di altre opportunità lavorative. Da studi della Camera di Commercio di Sondrio e della Coldiretti regionale si evidenziano dati interessanti che mostrano l'evoluzione dell'agricoltura valtellinese negli ultimi anni attraverso un efficace ricambio generazionale. Le imprese agricole al 31 dicembre 2016 in provincia di Sondrio erano 2446 (17%), di queste 273 erano giovanili (under 35) e 401 (under 40). Nel confronto settoriale di tutte le imprese giovanili della provincia di Sondrio al 31 dicembre 2016 appare che il settore agricolo incide per il 20,47%, (a livello regionale è solo il 4,43%) superando il commercio (17,98) e i turismi (13.87%). E ancora: l'incidenza delle imprese femminili in agricoltura è il 37% (contro il 22% regionale) e supera Turismo 34,84%, Istruzione 28,81%, Commercio 25,18%, Sanità e assistenza sociale 22,34%. Naturalmente questi dati non tengono presente i giovani, figli di agricoltori, che lavorano nell'azienda familiare senza la titolarità dell'azienda partecipando comunque direttamente alle scelte aziendali dei genitori. Un'imprenditorialità giovanile che si muove agilmente nel mondo agricolo, che valorizza la tradizione in alcune pratiche colturali, ma che si evolve nelle scelte agronomiche, nei cicli produttivi, nelle dimensioni aziendali, nella ricerca di prodotti nuovi, di diversi modelli di vendita. Il settore zootecnico è passato dall'azienda media di 3-4 capi degli anni settanta a stalle con numero di bovini dimensionati al raggiungere di un reddito dignitoso e dove la mungitura a mano è quasi scomparsa, sostituita da sistemi di mungitura meccanica o addirittura robotizzata. Nel settore caseario possiamo trovare nuove tipologie di formaggi che pur non rappresentando la tradizione contadina vengono prodotti per diversificare ed arricchire le proposte per il consumatore: formaggi a pasta filata rappresentati da fresche mozzarelle, formaggi erborinati a due paste, come vuole la tradizione del Gorgonzola, taleggini quadrati, vari yogurt con frutta coltivata in valle, formaggi caprini freschi e stagionati, caprini aromatizzati con erbe di montagna ed ultimamente i formaggi e la ricotta senza lattosio. Tentativi di diversificazione anche nella frutticoltura, con produzioni di varietà diverse di mele o anche con la coltivazione di pesche, di pere e soprattutto di piccoli frutti, mirtilli, lamponi, ribes, more spesso trasformati in confetture o in succhi grazie anche alla Cooperativa “Il Sentiero” di Morbegno, sempre attenta alle esigenze degli agricoltori confezionando un prodotto perfettamente vendibile dal punto di vista igienico sanitario, ma lasciando all'agricoltore la possibilità di personalizzare il prodotto con una propria etichetta. E poi c'è il settore dei cereali, il ritorno della coltivazione della segale, per la produzione di un pane fatto totalmente con farine autoctone, l'intensificarsi della produzione di grano saraceno e delle patate, l'aumento del biologico, l'orticoltura con colture nuove come l'asparago, il settore della viticoltura e enologia con il recupero di vecchie vigne e la creazione di piccole cantine con produzioni di ottimi vini. Non mancano i settori nuovi come l'itticoltura, l'olivicoltura, la lombricoltura, la coltivazione dello zafferano, della canapa. Un'imprenditorialità giovanile che dedica tempo e risorse alla commercializzazione dei propri prodotti considerando la vendita diretta un punto di forza della propria attività. E così sono nati diversi agriturismi, spacci di vendita all'interno delle aziende, mezzi attrezzati per la vendita nei mercati. Ma anche pagine web o sui social media per pubblicizzare i piatti della ristorazione dell'agriturismo o i vari prodotti aziendali. Visi sorridenti di giovani contenti della propria scelta professionale che non solo propongono i prodotti dell'azienda, ma ne raccontano anche la storia, i sistemi di produzione, le caratteristiche organolettiche. Un'imprenditorialità giovanile che ha trovato e trova supporto nella Fondazione Fojanini, nelle istituzioni locali, ma anche nella scuola, l'istituto tecnico agrario, molto spesso frequentato dai nuovi imprenditori che forse proprio lì hanno maturato la voglia e la determinazione di lavorare nel settore agricolo. Una considerazione, per concludere, sulla ristorazione valtellinese che potrebbe diventare una grande vetrina per le produzioni della giovane imprenditorialità agricola. Valtellinese. Una ristorazione che lentamente si sta evolvendo sostituendo il qualunquismo enogastronomico con la consapevolezza della necessità di valorizzare la cucina del territorio ma che non sempre, per comodità, per opportunità economica, ricerca le materie prime nel giacimento enogastronomico della provincia pronto invece ad offrire eccellenze particolari, non omologate che proprio nella ristorazione troverebbero il canale più idoneo per una giusta valorizzazione. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto dell'enogastronomia valtellinese, 16 gennaio 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21823 ERSAF in prima linea per la Giornata Nazionale degli Alberi del 21 novembre|Con il Bosco dei Nuovi Nati di Cremona e l’attività con le scuole di Calolzio (LC). Dal vivaio di Curno oltre 4.000 piante donate a enti, comuni e scuole di tutta la Lombardia Milano – Sono 4.282 le piante assegnate gratuitamente da ERSAF, da settembre ad oggi, a enti, comuni, scuole e associazioni che ne hanno fatto richiesta: il vivaio regionale di Curno (BG), gestito dall’ente, ha vagliato le richieste e consegnato le piante. «La maggior parte verranno piantumate domani, in occasione della Giornata nazionale degli Alberi», spiega la presidente ERSAF Elisabetta Parravicini, «o comunque durante questa settimana. La Giornata Nazionale degli Alberi rappresenta l’occasione privilegiata per porre l’attenzione sull’importanza degli alberi per la vita dell’uomo e per l’ambiente. Il nostro vivaio coltiva attualmente 75 specie arboree ed arbustive autoctone, di provenienza locale. Si tratta di piante che sono tutte prodotte con seme raccolto in ambito padano-alpino. In tal modo tuteliamo attentamente il patrimonio forestale lombardo». ERSAF domani alle 10 sarà a Cremona per la messa a dimora di 550 piante del Bosco dei nuovi nati (2° lotto, nell'area compresa tra via Zocco, via Zaist e la ciclabile di via Arata) in collaborazione con il Comune di Cremona. Il personale di ERSAF seguirà nella piantumazione docenti e studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore “Stanga”, dello IAL di Cremona, del Liceo Scienze Umane Economico Sociale “S. Anguissola”, della Scuola secondaria di primo grado “Virgilio”, dell'Istituto Comprensivo Cremona 5, nonché di aderenti a FIAB Cremona (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) e di Legambiente. In base a disposizioni legislative, che risalgono al 1992 e al 2013, i Comuni che hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti sono tutti tenuti alla piantumazione di un'essenza arborea per ogni nuovo nato registrato all'anagrafe o adottato. Domani ERSAF sarà anche a Calolziocorte dove l’Amministrazione comunale, in collaborazione con le scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado, nella settimana dal 18 al 24 novembre ha deciso di promuovere una serie di iniziative dedicate al verde con l’obiettivo di educare bambini e ragazzi al rispetto della natura. ERSAF – Ente Regionale per il Servizio all'Agricoltura e alle Foreste http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21659