News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI ERSAF in prima linea per la Giornata Nazionale degli Alberi del 21 novembre|Con il Bosco dei Nuovi Nati di Cremona e l’attività con le scuole di Calolzio (LC). Dal vivaio di Curno oltre 4.000 piante donate a enti, comuni e scuole di tutta la Lombardia Milano – Sono 4.282 le piante assegnate gratuitamente da ERSAF, da settembre ad oggi, a enti, comuni, scuole e associazioni che ne hanno fatto richiesta: il vivaio regionale di Curno (BG), gestito dall’ente, ha vagliato le richieste e consegnato le piante. «La maggior parte verranno piantumate domani, in occasione della Giornata nazionale degli Alberi», spiega la presidente ERSAF Elisabetta Parravicini, «o comunque durante questa settimana. La Giornata Nazionale degli Alberi rappresenta l’occasione privilegiata per porre l’attenzione sull’importanza degli alberi per la vita dell’uomo e per l’ambiente. Il nostro vivaio coltiva attualmente 75 specie arboree ed arbustive autoctone, di provenienza locale. Si tratta di piante che sono tutte prodotte con seme raccolto in ambito padano-alpino. In tal modo tuteliamo attentamente il patrimonio forestale lombardo». ERSAF domani alle 10 sarà a Cremona per la messa a dimora di 550 piante del Bosco dei nuovi nati (2° lotto, nell'area compresa tra via Zocco, via Zaist e la ciclabile di via Arata) in collaborazione con il Comune di Cremona. Il personale di ERSAF seguirà nella piantumazione docenti e studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore “Stanga”, dello IAL di Cremona, del Liceo Scienze Umane Economico Sociale “S. Anguissola”, della Scuola secondaria di primo grado “Virgilio”, dell'Istituto Comprensivo Cremona 5, nonché di aderenti a FIAB Cremona (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) e di Legambiente. In base a disposizioni legislative, che risalgono al 1992 e al 2013, i Comuni che hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti sono tutti tenuti alla piantumazione di un'essenza arborea per ogni nuovo nato registrato all'anagrafe o adottato. Domani ERSAF sarà anche a Calolziocorte dove l’Amministrazione comunale, in collaborazione con le scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado, nella settimana dal 18 al 24 novembre ha deciso di promuovere una serie di iniziative dedicate al verde con l’obiettivo di educare bambini e ragazzi al rispetto della natura. ERSAF – Ente Regionale per il Servizio all'Agricoltura e alle Foreste http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21659 Università di Genova, coltivatori e Parco delle Cinque Terre: un accordo per riportare i limoni nei terrazzamenti liguri|di Enrico Bernardini …Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l'odore dei limoni... (da: Eugenio Montale, “I Limoni”; in Ossi di Seppia, 1° ed.1925) Il parco delle Cinque terre si distingue in Italia e nel mondo per la grande varietà della natura sia marina sia terrestre e per la ricchezza di biodiversità presente, nonché per le diverse suggestioni che il paesaggio ligure è in grado di offrire sia a turisti sia agli abitanti della zona. È un ambiente fragile, apparentemente ostile caratteristica è la ripidità dei versanti, che nei corso dei millenni è stato modificato dall’uomo e dal suo ingegno creando un paesaggio unico nella Penisola. Perché paesaggio e non ambiente? Il geografo Flavio Lucchesi (2012), traendo spunto dalla Convenzione europea del paesaggio (Firenze, 2000) si sofferma sulla nozione di paesaggio geografico concependolo come l’ambiente percepito da una comunità, una popolazione, che modifica e influenza il territorio con la propria cultura, il proprio “esserci”. Intendendo il paesaggio in tal senso, è facile comprendere come la definizione sia perfettamente ascrivibile al caso delle Cinque Terre, dove la natura, nel corso dei secoli, ha lasciato spazio alla cultura e le più importanti tracce del passaggio dell’uomo sono state, senza ombra di dubbio, i terrazzamenti. Non a caso, l’UNESCO ha inserito nel 1997 le Cinque Terre nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità come “paesaggio culturale”, proprio per sottolineare come l’azione umana sia stata determinante nella formazione del territorio dei comuni di Monterosso al Mare, Manarola, Vernazza, Riomaggiore e Corniglia. Inoltre, Europarc, l’organo di rappresentanza per le aree protette in Europa ha riconosciuto a dicembre 2015 l'inserimento dell'Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre nella rete dei Parchi che hanno ottenuto la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle Aree Protette. Infatti, all'interno dell'area protetta le attività economiche ed imprenditoriali sono svolte nel rispetto della diversità biologica e dell'integrità culturale del luogo nel segno dello sviluppo sostenibile. Il fine è far sì che le giovani generazioni trovino occupazione in loco, contrastando il progressivo abbandono che da diversi anni sta interessando le campagne. I muretti a secco e le fasce, patrimonio delle Cinque Terre I paesaggi terrazzati, presenti in tutto il mondo, sono la prova concreta di come l’uomo si sia insediato lungo i pendii più impervi delle zone di montagna e di costiera del Pianeta. Caratteristica peculiare delle Cinque Terre, l’inizio di questa tradizione risale circa all’anno mille. Il materiale utilizzato non è d’importazione ma viene ricavato sul posto e consiste principalmente in pietra e terra, base del sistema dei terrazzamenti. I muretti a secco, alti circa due metri e profondi mezzo metro in media, oltre a facilitare la coltivazione giocano un ruolo importante nella salvaguardia del territorio perché regolano i flussi idrogeologici delle acque provenienti dalle precipitazioni atmosferiche di vario tipo: neve, pioggia, grandine, rugiada etc. Stando ai dati forniti dal Parco Nazionale delle Cinque Terre, l’area terrazzata si estende per circa 2000 ettari e, partendo dalla costa, arriva ad una altezza di 500 metri sul livello del mare. Il terreno aspro ed in pendenza non offre molte possibilità per introdurre le nuove tecnologie agricole nella zona, infatti le condizioni di vita dei contadini che hanno portato avanti per secoli le colture di agrumi, viti ed ulivi sono state molto difficili. Poiché i muretti a secco sono presenti in tutto il Pianeta, anche in Paesi molto distanti geograficamente e culturalmente, negli ultimi anni è nata un'alleanza mondiale per la difesa e la salvaguardia di questo bene prezioso. L’alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati nacque a seguito della 1° Conferenza mondiale sul Paesaggio Terrazzato tenuta tra il 10 e il 15 novembre 2010 a Mengzi, capitale della Prefettura di Honghe, situata nella zona meridionale della regione dello Yunnan, in Cina. Alla fine dell’importantissimo evento infatti i partecipanti firmarono un accordo chiamato “World terraced landscapes Alliance” che permetteva loro di costituire delle sezioni nazionali dell’Organizzazione composte da esperti del settore. In seguito, il 20 giugno 2011, ad Arnasco, in provincia di Savona, nacque presso la Cooperativa Olivicola Arnasco, l’Alleanza Mondiale per il Paesaggio Terrazzato – Sezione Italiana. I fondatori dell’Associazione sono stati: Cooperativa Olivicola di Arnasco (SV), Università di Padova (Dipartimento di Geografia), Regione Veneto, Comune di Arnasco (SV) e il Consorzio della Quarantina (GE). L’organizzazione ha lo scopo di favorire e di diffondere la cultura rurale, nello specifico i terrazzamenti e tutto ciò che ruota attorno a questa micro economia: le comunità locali, i prodotti tipici, l’agricoltura biologica, l’artigianato e la cucina. Conseguenza della costruzione dei paesaggi terrazzati sono le fasce, in dialetto “ciàne”, presenti in tutta la Liguria, ma in particolare nell’area scoscesa delle Cinque Terre. Nelle fasce viene praticate diverse attività come la vitivinicoltura; infatti sono conosciuti in tutto il mondo i vini locali, il più famoso è sicuramente lo Sciacchetrà, che si accosta in modo preferenziale a formaggi e a dolci. Altri vini Cinque Terre Doc sono il Costa de Sera, il Costa de Campu e il Costa de Posa che si possono sposare sia con il pesce che con altre ricette della tradizione gastronomica ligure come i pansotti e la farinata. Oltre ad essere un sito di interesse enologico, le Cinque Terre e, in particolare, la più antica di esse, Monterosso, sono conosciute anche per la produzione di limoni, limoni che ispirarono Eugenio Montale nella scrittura nell’omonima poesia contenuta nella sua più celebre raccolta, Ossi di Seppia. Un odore forte, penetrante, unico, tanto che a Monterosso ogni anno, nel mese di maggio quando l’agrume è al massimo della maturazione, si tiene la festa o sagra del limone dove i produttori locali espongo i limoni appena raccolti, vengono venduti dolci al limone e vengono organizzate passeggiate enogastronomiche e culturali (nell’edizione 2017 era chiamata “8000 passi al profumo di limone”) tra le vetrine del posto che poi vengono premiate da una giuria selezionata di esperti. Il progetto: aumentare il numero di limoni alle Cinque Terre “L’oro delle Cinque Terre”, nome storicamente attribuito ai limoni, sono al centro di un interessante progetto avviato grazie alla partnership tra Università degli Studi di Genova, Parco delle Cinque Terre ed Associazione “Coltivatori di Monterosso”. L’iniziativa prevede la realizzazione di uno studio con il fine di reintrodurre piante di ulivo e limoni autoctoni sul territorio grazie all’Ente Parco che metterà a disposizione i limoni, mentre l’Università di Genova si occuperà della ricerca e del coordinamento. Nuovi agrumi verranno piantati nei terrazzamenti abbandonati del parco, situati nei pressi dei sentieri. Ma quando sono giunti i limoni alle Cinque Terre? L’origine del limone stesso è ignota, alcune teorie sostengono che sia un antico ibrido tra il pomelo e il cedro e che successivamente si sia diffuso in tutto il mondo. Come altre piante aromatiche è arrivato in Europa dall’Asia, in particolare dalla Cina, dove era coltivato già intorno al 1.000 a.c. Successivamente vi sono tracce dell’utilizzo dell’agrume nella letteratura greca e latina e intorno al XV secolo raggiunse la Liguria e circa due secoli dopo, divenne parte della cultura delle Cinque Terre. Usatissimo nella cucina ligure e italiana in generale, sia per condire le famose “acciughe al limone”, sia per crostate, biscotti, marmellate e per la produzione dell’amato liquore “limoncino”; il limone nel corso nel tempo è passato in secondo piano rispetto ad altre tradizioni della zona come quella vinicola e progetti come questo servono a ricordarci quanto sia importante per incentivare il legame identitario e culturale nella cittadinanza, riportando “l’oro delle Cinque Terre” in un territorio dove ha trovato nei secoli clima e terreno favorevole. Bibliografia Bonardi L., Varotto M. (a cura di) (2016), Paesaggi terrazzati d'Italia. Eredità storiche e nuove prospettive, Franco Angeli, Milano. Brandolini P., I versanti delle Cinque Terre: un patrimonio ambientale e paesaggistico a rischio, in Aa.Vv., “Sopra il livello del mare”. La Rivista dell’Ente Italiano della Montagna. Numero speciale: “Il paesaggio costruito. Salvaguardia e valorizzazione dei terrazzamenti artificiali”, n. 36, (2010), pp. 54-56. Ghersi A., Ghiglione G. (2012), Paesaggi terrazzati. I muretti a secco nella tradizione rurale ligure, Edizioni Il Piviere, Gavi (AL). Lucchesi F., “Sviluppi teorici e tematiche di indagine negli studi di geografia umanistica: i paesaggi letterari e quelli cinematografici”, in ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, Volume LXV, II, Maggio-Agosto 2012. Montale E. (1925), Ossi di Seppia, Mondadori, Milano, 2001. Terranova P., Brandolini R., Firpo M. (a cura di) (2005), La valorizzazione turistica dello spazio fisico come via alla salvaguardia ambientale, Patron, Bologna. Terranova R., “Aspetti geomorfologici e geologico-ambientali delle Cinque Terre: rapporti con le opere umane (Liguria orientale)”, in Studi e ricerche di Geografia, XII, 1989. Trischitta D. (a cura di), “Il paesaggio terrazzato. Un patrimonio geografico, antropologico, architettonico, agrario, ambientale”, in Atti del Seminario di Studi, Taormina 30-31 maggio 2003, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2005. Trischitta D., “Il paesaggio dei terrazzamenti: tra natura e cultura”, in Trischitta, D. (a cura di), “Il paesaggio terrazzato. Un patrimonio geografico, antropologico, architettonico, agrario, ambientale”, in Atti del Seminario di Studi, Taormina 30-31 maggio 2003, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2005, pp. 5-14. Sitografia » Cinqueterre.it sito web Consorzio Turistico Cinque Terre » Europarc Federation » La Spezia Cronaca4 » Genova24.it » Alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati – Italia » Parco nazionale delle Cinque Terre » typi La mappa golosa http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21636 Gerola Alta. Ritorna il 2 novembre il Legato Bedolino|Da quasi 500 anni si distribuiscono secondo le volontà di un signorotto della zona pane e formaggio all'uscita della messa, e il formaggio è Bitto d'Alpe Una tradizione in cui la località crede, che riflette lo spirito del luogo, la concretezza e la generosità della popolazione. Si è svolta ieri 2 novembre come da tradizione secolare a Geròla Alta, Valgerola, Valtellina, secondo un rito che si ripete da quasi mezzo millennio, la celebrazione del “Legato Bedolino”. La consegna da parte degli amministratori locali, all'uscita dalla messa, tra le gente, del pane e del Bitto, il formaggio d'alpe che viene prodotto d'estate a Geròla Alta e nelle valli sovrastanti. Storia, leggenda, antiche vocazioni si uniscono per creare una storia che è parte della memoria del paese. Si parla della trasmissione di un bene e dei suoi proventi. Oltre 470 anni fa, nel 1545 Pietro de' Mazzi, detto “il Bedolino”, un possidente, proprietario di fondi, boschi e versanti dispose alla sua morte un lascito vincolato. Il suo legato testamentario prevedeva che metà del monte di Trona, luogo di pascoli, il cui alpeggio principale, il Trona Soliva è oggi uno dei «Luoghi del cuore» del Fai, Fondo ambiente italiano, andasse «alla comunità e ai compaesani». Le intenzioni e condizioni volevano lasciare, insieme alla terra, benessere. Nel testamento, il Bedolino, prescriveva «che i consoli e gli amministratori del Comune di Gerola, in perpetuo» fossero tenuti a convertire il «provento di tale monte in tante equivalenti quantità di pane e sale da distribuire a tutti gli uomini di qualunque condizione, ogni anno. In parti uguali per tutte le famiglie di detto Comune e secondo la consuetudine del luogo». E secondo le consuetudini anche produttive del luogo, nel 1600 l'assemblea del paese stabilì come modalità di esecuzione del testamento, che si distribuisse pane e formaggio ogni 2 novembre. Ancora oggi, dopo 470 anni la tradizione, si ripete. «Onoriamo la memoria di questo nostro cittadino prodigo», ha detto ieri distribuendo insieme agli amministratori il pane e il Bitto, il sindaco di Geròla Alta Rosalba Acquistapace, «anche questa estate abbiamo svolto itinerari sulle “tracce del Bedolino”, momenti turistici e culturali per raccontare e spiegare ancora questa storia che ha le proprie ragioni nel cuore della comunità. Nelle sue tradizioni casearie, di lavoro in montagna, tra pascoli, alpeggi e prodotti e tesori senza tempo come il Bitto d'Alpe». Ecomuseo della Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21602 Renato Ciaponi. 110 anni, ma non li dimostra|La Fiera del Bitto di Morbegno e il Concorso caseario provinciale Siamo a 110. 110 concorsi che dai primi anni del 900 hanno portato a Morbegno le migliori produzioni casearie della provincia di Sondrio. Commissioni di esperti che hanno assaggiato, che hanno espresso giudizi per decretare il miglior Bitto d’annata, il miglior Valtellina Casera, il miglior Latteria. Un tempo le categorie erano anche: formaggio grasso tipo Bitto, formaggio semigrasso o magro. Ed è proprio in un verbale del 1910 che si vede come la valutazione del Bitto teneva presente alcune caratteristiche ancora oggi utilizzate per determinarne la qualità: (…) La Giuria, composta dai signori prof. Gorini della Scuola di Zootecnia e Caseificio di Reggio Emilia, Melazzini della cattedra di agricoltura, Molteni e Del Nero Tommaso, negozianti di formaggio di Morbegno, nel mentre ha dovuto riconoscere i pregi intrinseci del formaggio Bitto quali sapore delicato e profumato, morbideza e butirrosità della pasta, ha pur dovuto rilevare i difetti non gravissimi quali: irregolarità d'occhiatura in generale, conservazione trascurata della cotica o crosta (muffe, fenditure) da parte di qualche espositore (…) Da diversi anni partecipo alla commissione di valutazione e ho visto sempre migliorare la metodica di valutazione. Ricordo le commissioni in piedi intorno al tavolo all’interno della casera. Si valutava la partita, si tagliava una forma, si guardava l’occhiatura e poi si assaggiava esprimendo un giudizio globale. I giudizi erano semplici: buono, un po’ amaro, troppo amaro, un po’ salato, salatissimo, odore sgradevole, profumo buono, profumo intenso senza declinare i vari odori percepiti, senza definire l’intensità dell’aroma. Esperienze positive maturate anche insieme a persone che purtroppo ci hanno lasciato e che in questa occasione voglio ricordare: il dinamico Campodoni, grande esperto zootecnico, il veterinario Caretta, la dottoressa Carini e la dottoressa Lodi del CNR, grandi esperte casearie, il professionale Colli, esperto battitore e per ultimo il sempre disponibile Aldo, l’uomo della casera. Anni che hanno visto l’esposizione dei formaggi e quindi il lavoro della commissione, in posti diversi: nella casera comunale, nel locali della mensa sociale, nei vecchi locali della scuola materna di S. Antonio, nella chiesa di S. Antonio, nella palestra dell’Istituto Tecnico Commerciale, in una casera in cartongesso costruita al polo fieristico fino ad arrivare alla nuova struttura refrigerata che da una decina di anni viene montata e smontata e che quest’anno è stata posizionata all’ingrasso del struttura della mostra. Negli anni 90, dopo il primo corso per assaggiatori di formaggio organizzato a Sondrio il lavoro della giuria è diventato più impegnativo. Il giudizio globale è stato sostituito da una scheda studiata dall’ONAF (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi) utilizzata in tutti i concorsi nazionali, che permette una valutazione più dettagliata. Il 60% del punteggio viene assegnato alle caratteristiche gustative, il 30% all’aspetto visivo ed il rimanente 10 % alle le caratteristiche tattili. Questo comporta che un formaggio pur visivamente non perfetto per un'occhiatura troppo grossa o assente e eccessiva o con la presenza di sfoglia, possa comunque essere premiato avendo ottenuto un punteggio altissimo per l'aspetto gustativo. La sola visione della forma tagliata, non permette un giudizio corretto e spesso il visitatore che guarda i formaggi in esposizione si meraviglia del primo premio ottenuto da un formaggio con caratteristiche visive non perfette. Vediamo allora in dettaglio come vengono assegnati i vari punteggi per la categoria Bitto. - Esame esterno della forma per un totale massimo di 10 punti. La commissione esamina la partita presentata, composta da due forme, una delle quali scelta dal produttore per il taglio successivo. La valutazione tiene presente la cura prestata al formaggio durante la stagionatura. In particolare si valuta lo scalzo, che deve essere concavo con spigoli vivi. La crosta deve essere liscia, omogenea, non presentare screpolature, macchie, muffe. - Esame delle caratteristiche della pasta per un totale massimo di 30 punti. La forma viene tagliata lungo la diagonale e si valutano le caratteristiche della pasta: il colore (da 4 a 10 punti), l’occhiatura (da 4 a 10 punti), la consistenza (da 4 a 10 punti). La pasta si deve presentare di un colore omogeneo dal bianco al giallo paglierino, senza sfoglie, strappi, lacrime. L’occhiatura deve essere non eccessiva, piccola e rada. La consistenza viene valutata al tatto, con una leggera pressione delle dita. Per un bitto giovane la barretta di formaggio, tagliata verticalmente in modo di lasciare sia la crosta superiore che inferiore, deve mostrarsi al tatto morbida e leggermente elastica. - Esame olfattivo e gustativo per un totale di 60 punti. Si esprime un giudizio sull’odore percepito con il naso e l’aroma percepito in bocca, utilizzando anche la retroolfazione dopo una lenta masticazione (massimo 20 punti). Si cerca di definire gli odori, per poter capire se appartengano alle caratteristiche di tipicità del prodotto e che comunque non devono creare sensazioni sgradevoli, odore eccessivo di stalla, di animale. Si passa al sapore (dolce, salato, acido e amaro), muovendo i pezzettini rotti con la masticazione su tutta la lingua che percepisce le sensazioni di sapidità in punti diversi (massimo 20 punti). Infine le caratteristiche strutturali che il formaggio presenta durante la masticazione: durezza, plasticità, friabilità, solubilità, adesività, granulosità (massimo 20 punti). Gli odori devono essere piacevoli, tipici, creando sensazioni armoniche. Così anche il sapore deve dare piacevolezza in bocca. Le sensazioni di sapidità devono essere in equilibrio. L’amaro, l’eccesso di salinità o di acidità penalizzano notevolmente il punteggio. La struttura deve essere morbida, solubile, non adesiva e granulosa. I giurati, tutti formati attraverso i corsi dell'ONAF, seduti intorno ad un tavolo, ricevono il campione di formaggio e dopo attenta valutazione esprimono il proprio giudizio per le sette caratteristiche precisate sopra. Segue una breve discussione, alla fine il presidente, facendo sintesi delle varie osservazioni propone un punteggio che può essere condivisi o meno. In caso di mancata unanimità, succede raramente, viene assegnato il punteggio espresso dalla maggioranza. La sommatoria del punteggio delle sette caratteristiche determina il punteggio finale che generalmente va da 60 a 80. La commissione ha poi la facoltà di proclamare il Bitto Super nell'eventualità che un formaggio abbia raggiunto un punteggio molto alto: 85/95. Come si può vedere i giudizi riportati nel verbale del 1910 non sono cambiati, sono stati sostituiti da giudizi più analitici e dettagliati, ma anche la valutazione attuale premia i formaggi che hanno un sapore delicato, un odore piacevole, una particolare morbidezza e butirrosità, un’occhiatura corretta e la mancanza sulla crosta di fenditure e muffe, come specificato nel verbale d'allora. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 14 ottobre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21559 Domodossola. La zootecnia di montagna è al centro di Agri-Cultura Fest|Le risposte che la redazione di “Qualeformaggio” attende dall'Assessore regionale Giorgio Ferrero Prende il nome di “Agri-Cultura Fest” un appuntamento in programma a Domodossola domenica 10 settembre, che – pur essendo alla sua prima edizione – già si prevede ricco di contenuti interessanti, tanto per i consumatori consapevoli, quanto per gli allevatori e i tecnici dediti alle pratiche estensive. L’evento, che si terrà presso l’Agriturismo “La Tensa”, in collaborazione con Slow Food Verbano Cusio Ossola, l’associazione Amici di Vallesone e la Apao (Associazione Produttori Agricoli Ossolani), sarà articolato in un programma assai ricco – consultabile nella locandina qui riprodotta – in cui ai momenti di divulgazione si alterneranno le degustazioni di prodotti tipici territoriali (a pagamento), tutti caratterizzati da diversi e rilevanti pregi: organolettici, nutrizionali ed eco-ambientali, originando essi da contesti di agricoltura e zootecnia di tradizione, recuperati o mantenuti strenuamente sino al giorno d’oggi. Tra tutte le attività previste emergono i due incontri sui temi “Il melo: impianti moderni o vecchie varietà? Idee a confronto” (presso il meleto di Vallesone, ore 11), ma soprattutto, per i nostri lettori, “Quale allevamento per la montagna?”, con il contributo del professor Luca Maria Battaglin, ordinario di Scienze e Tecnologie animali presso il Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari (DISAFA) dell’Università degli Studi di Torino (sala conferenze “La Tensa”, ore 14), che tratterà della zootecnia alpina e della sua importanza da molte e diverse prospettive, tutte interconnesse tra loro. Dalla difesa delle razze rustiche locali alla biodiversità zootecnica e botanica, al presidio e alla conservazione dei territori montani grazie alle buone pratiche agro-silvo-pastorali. Bruna Alpina Originale: una razza dimenticata dalla politica piemontese? La partecipazione all'evento di alcune aziende che hanno nel mantenimento delle razze locali un fondamento della propria attività porterà stimoli utili alla discussione e – ce lo auguriamo – potrebbe dare risalto ad alcune mancanze della recente politica agricola regionale, se si pensa, ad esempio, che nel solo Piemonte gli allevatori di razza bovina Bruna Alpina Originale (una notizia da noi raccolta su Facebook e verificata con gli allevatori interessati) non sono riusciti ad accedere ai premi comunitari relativi alla Misura 10.1.8, erogati dall’Unione Europea e ottenuti all'inizio di questo anno dagli allevatori di OB (Originale Bruna) del resto d’Italia. Si badi bene: non si parla di elemosine ma di 400€ per capo moltiplicati per cinque anni. Vale a dire di risorse senza le quali aziende già sfavorite da diverse condizioni produttive (razze non particolarmente produttive, maggiori costi nel produrre in montagna, maggiori difficoltà nello sbocco sul mercato) saranno ulteriormente penalizzate, nell’economia e nel morale. In attesa di una risposta dell’assessore Ferrero Chissà, forse a Domodossola ancora una volta tutto scorrerà in maniera pacata e tranquilla, forse nessuno punterà il dito contro nessuno. E se qualcuno lo dovesse fare, forse i cronisti locali – sempre che siano presenti – non daranno peso alla questione, anche se la domanda dovrebbe scaturire spontanea, e stentorea, dopo una minima ricostruzione dei fatti: dov’erano i responsabili dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte quando nello scorso febbraio a Trento i loro colleghi dell’arco alpino, su iniziativa dell’assessore lombardo Gianni Fava, si riunivano per concertare le azioni di sostegno agli allevatori di OB? Perché l’Assessorato Agricolo piemontese non hanno fatto nulla per permettere ai propri allevatori di accedere ai fondi che Bruxelles aveva reso disponibili? Quesiti che, si spera, verranno lanciati a margine di questo e di altri incontri che si terranno in regione sui temi dell’allevamento di qualità, e a cui l’assessore Giorgio Ferrero è ora chiamato a rispondere. Dove eravate quando altri assessorati ottenevano quesi premi comunitari? Perché non avete partecipato a quella riunione? Come volete rimediare adesso per aiutare i vostri allevatori? Questioni su cui l’attuale numero uno dell'agricoltura piemontese farebbe bene ad argomentare, se non il 10 settembre a Domodossola, non oltre il prossimo Cheese 2017, evento in cui i riflettori della stampa mondiale si accenderanno sulla cittadina di Bra, portando l’operato di molti, nel bene e nel male, ben oltre la ribalta nazionale. Qualeformaggio (4 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21457 L'organizzazione del Grappolo d'Oro di Chiuro pronta per la manifestazione Chiuro – Proseguono i preparativi a Chiuro per il 34° “Grappolo d'Oro” quest'anno in calendario dall'8 al 17 settembre (programma). Mentre la pagina facebook dell'evento si appresta a superare quota 1.000 fan, a dimostrazione dell'interesse che suscita la manifestazione, l'organizzazione fa il punto sulla situazione. «Lo sforzo organizzativo è notevole, ma la soddisfazione viene ripagata dagli ospiti che partecipano ai tanti eventi del Grappolo, che vediamo come strumento di promozione del territorio soprattutto fuori dai confini provinciali. In questo senso la comunicazione è l'aspetto nel quale ci stiamo impegnando maggiormente e crediamo che il ritorno mediatico che ne traiamo sia a vantaggio di tutti. Il paese ha tante anime e mille sfaccettature che in questa festa vi invitiamo a scoprire. Anche i cittadini di Chiuro e Castionetto sempre più dimostrano di apprezzare le scelte qualitative della manifestazione e questo non può che farci piacere». (Tiziano Maffezzini - Sindaco di Chiuro) «Di fronte ad un impegno come quello richiesto dal predisporre un evento del genere le aspettative non possono che essere alte. Anche per questo cerchiamo di puntare sulla qualità dell'appuntamento e non solo sull'aspetto culinario, in stretta sinergia con l'Amministrazione comunale che ci aiuta non solo sostanzialmente, ma anche operativamente. Ma tutto ciò non sarebbe possibile senza i nostri volontari, che nell'arco dell'evento arrivano a toccare il centinaio di persone coinvolte. Senza dimenticare le altre associazioni e attività del paese e non che collaborano per la buona riuscita della rassegna, che gode del patrocinio della Provincia di Sondrio: Coro Montagne Mie, Assocazione Amici degli Anziani, Viale della Formica, Gruppo Sportivo, Biblioteca Comunale “Luigi Faccinelli”, Protezione Civile, Gruppo Alpini, case vinicole e ristoranti di Chiuro, Consorzio Tutela Vini Valtellina, Associazione Valtellina Intagliatori, Consorzio Turistico Sondrio e Valmalenco. Fondamentale il contributo di Bim e Comunità Montana Valtellina di Sondrio e degli sponsor privati: Latteria di Chiuro, Paganoni Bresaola, CLR, MIDA, Dolciaria Valtellinese, Mobilificio Botacchi, Folini Arredamenti, Publihouse, OSAM». (Donatella Moretti - Presidente Pro Loco Comune di Chiuro) Chiuro, paese ricco di storia – le origini del paese si perdono in epoca preistorica – e tradizioni enogastronomiche, si trova sulla sponda destra del fiume Adda a pochi km da Sondrio, in Lombardia. Posto allo sbocco del torrente Val Fontana è un borgo immerso nella natura, circondato dalle montagne e dominato da frutteti e vigneti, che, con i loro suggestivi terrazzamenti del versante retico, rendono unico il paesaggio della Valtellina. Il suo ricco passato ha lasciato numerose tracce che impreziosiscono il centro storico. Ideale punto di partenza per escursioni e passeggiate, offre al turista preziosità naturalistiche ed esperienze all'insegna della tradizione enogastronomica. Per informazioni e prenotazioni: Biblioteca comunale “Luigi Faccinelli” di Chiuro Tel. +39 0342 484213 Lunedì, martedì, giovedì e venerdì 9–12 e 15–18:30, sabato 9–12 www.prolocochiuro.it www.facebook.com/grappolodorochiuro http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21446 Renato Ciaponi. Ardenno: Tre generazioni unite per produrre l'olio dell'Elfo Si chiama olio dell’Elfo e nasce dalla prima piantagione di ulivi messi a dimora in bassa valle nel 1999. L’etichetta verde, con un piccolo elfo che tiene in mano un rametto di olive dice “colline degli Elfi dal 1999 - olio extra vergine di oliva - Azienda agricola Folini - Ardenno”. Ma assolutamente nessun riferimento alla mitologia nordica, e nemmeno al simbolo dell’aria, del fuoco e della terra. Semplicemente le iniziali di Elisa Folini, giovane figlia di Giuseppe e nipote di Cesare nata nel 1999. La terza generazione di una famiglia che ha creduto nell’innovazione e che alla fine degli anni 2000 ha sostituito le viti di un terrazzamento con una piantagione di ulivi. Tre pertiche di terreno, sedici gradoni, calpestati per anni dall’anziano Cesare che ha sempre avuto una grande passione per la sua vigna ma che purtroppo l’età avanzata ha richiesto un radicale cambiamento. «Una sfida che ho voluto tentare perché ero stanco della vigna, anche se sinceramente mi è dispiaciuto cambiare», mi racconta Cesare. «Ero affezionato, ma la vigna costa troppa fatica, poi è soggetta a diverse malattie, gli ulivi sono più resistenti, richiedono meno attenzione, così ho deciso. Era il 1998, grazie ad un contributo della Comunità montana ho iniziato a estirpare le viti e a sostituirle con ulivi. Ho iniziato con 70 piante che venivano da Pistoia, poi altre 70 fino ad arrivare a 140 alberi da frutto che dovrebbero fruttare in piena produzione 3 tonnellate di olive a raccolto. Inizialmente volevo metter piccoli frutti, ma poi l’ulivo m’ha affascinato. Mi dicevano tutti, che ero un po’ matto ma io son andato avanti, scontrandomi anche con le gelosie dei produttori del lago cui avevo chiesto informazioni per iniziare». «Devo ringraziare» prosegue «l’amico Fulvio Briotti di Chiuro che possiede due uliveti in Toscana che mi ha consigliato e aiutato. Ricordo ancora il primo olio prodotto, erano tre litri, che non posso neanche dire che derivassero dalle mie olive. La quantità di olive era così limitata che nel frantoio di Lenno sono state miscelate con altre olive della zona del lago. Per avere il mio olio ho dovuto aspettare altri anni, quando ho avuto una produzione più alta, circa due quintali». Poi Cesare mi mostra con orgoglio la fotocopia di un articolo di un vecchio numero di Centro Valle che parla di lui, che racconta la sua storia. “SPUNTA IL PRIMO ULIVETO IN VALLE”, …chissà mai che fra qualche anno, fra le bresaole, i vini, i formaggi, le mele di Valtellina non compaia anche sul mercato l’olio di oliva e chissà che come quello per esempio prodotto sulle rive del lago non riesca ad entrare nel paradiso dei prodotti doc. Nessuno l’avrebbe mai detto ma anche in Valtellina è possibile coltivare ulivi e avere ottimi frutti... Toglie, dalla cartelletta di plastica, un'altra fotocopia. “È NATO IL PRIMO OLIO VALTELLINESE” …Quest’anno e nato il primo olio di oliva interamente nostrano, prodotto sui nostri terrazzamenti che per anni hanno accolto vigneti. Il raccolto è stato eccezionale, 178 kg per produrre 25 kg di ottimo olio spremuto presso il frantoio di Lenno in provincia d Como… Rimette con cura in una cartelletta di plastica le due fotocopie e continua a raccontarmi della sua piantagione: «…ma ormai sono vecchio, non riesco neppure ad andare a trovare le mie piante, tutto è passato nelle mani di mio figlio Giuseppe e di mia nipote Elisa». Giuseppe ha ascoltato in silenzio la nostra conversazione, senza mai interrompere, rispettando e condividendo le parole del padre, poi m’invita a fare una passeggiata tra gli ulivi. E lì in mezzo al verde delle piante dove i piccoli boccioli floreali incominciano ad aprirsi, mi mostra le creature del nonno, passate sotto le sue attente cure. Ormai sono passati quasi vent’anni, la produzione è aumentata, non sono più i 178 chilogrammi, il raccolto 2016 è stato di 12 quintali con una produzione di circa 120 litri di olio. «Ho dovuto eliminare diverse piante, erano state messe troppo strette e dalle 140 iniziali sono arrivato a 110; dovrei toglierne ancora, ma mi dispiace, mi piange il cuore dover tagliare altre piante». Poi mi mostra il sistema di potatura adottato che tende a privilegiare la parte esterna della pianta, liberando la parte più interna in modo da portare la fruttificazione nelle zone più esposte al sole. «Ci vuole tempo, per fare un buon lavoro», mi dice, «ma la potatura è molto importante per avere una produzione maggiore e soprattutto per avere olive di qualità. Io sono un metalmeccanico, ho imparato da solo, leggendo libri, cercando su internet, chiedendo informazione a chi è più esperto. La potatura e la raccolta sono i lavori più impegnativi, poi occorre tagliare l’erba, qualche trattamento a base di rame, dopo la raccolta e dopo la potatura, non sempre necessari, comunque sicuramente meno impegnativo della vite». Camminiamo in mezzo alla piante, su questi gradoni, realizzati anticamente, che hanno sempre visto le radici delle vite e che oggi iniziamo a vedere una coltivazione diversa. Attorno a noi si vedono alcune vigne coltivate, altre abbandonate, trasformate in bosco. Penso alla fatica di nonno Cesare nell’estirpare le viti, nel preparare le buche per il nuovo impianto, nel trasportare il letame con la gerla per la concimazione. Ma penso anche alla soddisfazione di Giuseppe nel lavorare un terreno che viceversa sarebbe stato abbandonato, destinato ad un degrado pericoloso. Giuseppe mi parla ancora della necessità di collaborazioni con le istituzioni, con le associazioni, dell’importanza della comunità montana nell’organizzare i corsi per la potatura, soprattutto per tutti i giovani che vogliono iniziare, della necessità di avere un frantoio più vicino, utilizzabile da tutti i produttori del nostro territorio, per abbassare i costi ma anche per avere un’immagine più completa dell’olio della Valtellina. Ma soprattutto insiste sull’importanza di incentivare questa coltivazione per evitare l’abbandono dei terrazzamenti dove la coltivazione della vite risulta antieconomica, per creare una risposta concreta nella difesa del territorio e nel creare un ambiente anche bello dal punto di vista estetico. Poi il discorso si sposta sull’aspetto economico. «Io sono soddisfatto» mi dice: «riesco a vendere tutto il mio prodotto, a Sapori di Montagna, una azienda di distribuzione di prodotti tipici, senza più preoccuparmi della vendita diretta. Il prezzo è buono, potrebbe essere anche di più, se paragonato a quello degli oli del Lago che solo perché hanno la Dop sono venduti a 30 euro al litro. La qualità del nostro olio è elevata. Non hanno niente da invidiare alle dop del Lario. I nostri costi sono alti. Partiamo da un costo per l’estrazione di 20 euro ogni quintale di olive, cioè circa 2 euro ogni litro d’olio, poi c’è la bottiglia, l’etichetta, il trasporto… Però io sono contento». Sorride e mi parla del suo sogno: creare una piccola azienda per la figlia Elisa, giovane studentessa dell’istituto tecnico agrario. «Oltre l’uliveto, abbiamo una decina di capre camosciate. Mi piacerebbe aumentarle, creare una stalla di una quarantina di capi; poi mettere una decina di arnie, che potrebbero anche essere utili per le piante di olivo, e così formaggio, olio, miele, potrebbe portare un reddito per una ragazza che ha la passione per l’agricoltura». Lasciati gli ulivi Giuseppe mi presenta Elisa, la terza generazione di una famiglia ancora legata all’agricoltura. Elisa sta finendo la lavorazione di una piccola cagliata derivante dal latte di capra ed è pronta per andare con il padre a mungere le capre. Le chiedo “dove ti vedi, tra dieci annio?” Mi sorride, i suoi occhi verdi si illuminano, ci pensa un po’ e poi mi dice: «in un’azienda mia, dove poter produrre formaggi caprini, miele e, naturalmente, l'olio extravergine dell’Elfo!» Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 19 maggio 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21211 Geròla. Domenica di mostre zootecniche con le rustiche capre orobiche|Nella località alpina valtellinese si svolgeva la 16ª rassegna interprovinciale della Capra Orobica o “capra Valgerola”, 150 i capi esposti, 350 i visitatori Sono poche in Italia, ma oggi a Geròla erano tantissime. Sono stati 150 gli esemplari di ovicaprino da competizione arrivati domenica 7 maggio al Palagerola, polifunzionale del paese di Geròla Alta, Valtellina, per animare l'esposizione della 16ª Mostra interprovinciale della capra orobica. La rassegna zootecnica a cui la località alpina valtellinese tiene moltissimo è per un capo fieramente autoctono: la capra orobica si chiama infatti anche Valgerola, l’ipotesi più accreditata sulla sua genesi è che sia originaria della Val Gerola, in provincia di Sondrio. L’isolamento geografico ne ha favorito e innescato, nel tempo, la diversificazione rispetto ad altre razze e la sua rusticità le ha permesso di adattarsi bene ai pascoli impervi di queste montagne. Allevata un tempo da ogni famiglia, oggi la capra orobica popola i pascoli dell'area montuosa che divide la bassa Valtellina dalla provincia di Bergamo e ve ne sono esemplari sempre in aree alpine e prealpine nelle provincie di Sondrio, Bergamo e Lecco. Il suo latte in minima percentuale è utilizzato secondo tradizione per produrre il Bitto d'alpe di Gerola e delle zone attigue, formaggio grasso estremamente rinomato e c'è un presidio Slow food per i formaggi minori prodotti unicamente e solo con latte di orobica, sempre in queste zone. Ieri alla rassegna erano presenti 24 produttori e aziende, ognuna con i suoi capi più belli. E alla “festa della Capra orobica” erano arrivati a centinaia anche turisti e appassionati della cultura alpina rurale da tutta la Lombardia e da altre regioni. Hanno ammirato le sagome irsute e l'aspetto rustico della specie così legata alla vita nelle “terre alte”, hanno preso parte al Pranzo del Pastore, a base di polenta taragna e prodotti locali. La manifestazione zootecnica era organizzata dall'Ecomuseo della Valgerola, dalla Pro loco Gerola, dalla Associazione allevatori Sondrio, con il patrocinio del Comune di Gerola Alta. Al termine dopo le sfilate, i pareri delle giurie, le premiazioni, il commento di Maurizio Curtoni, presidente della Pro loco Gerola: «Celebriamo l'allevamento tradizionale della nostra valle, queste capre di montagne sono un simbolo del modo di vivere e di essere legati al territorio della nostra comunità». «Il dato interessante di questa 16ª edizione della rassegna» ha poi aggiunto «sono i numeri alti dei partecipanti e anche di chi è arrivato in paese come semplice visitatore. Abbiamo avuto a tavola, al di là degli espositori, 350 persone, segno dell'interesse per questo modo di intendere la montagna e la pastorizia in quello che è un buon momento per il settore produttivo anche nelle nostre zone. Ringraziamo l'Apa, Associazione provinciale allevatori, per il sostegno e speriamo di continuare a fare crescere questa manifestazione». Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21178 Valtellina Adda Festival 2017 Il “Contratto di Fiume” è un progetto molto interessante e particolare mediante il quale la Comunità Montana Valtellina di Sondrio è riuscita a coinvolgere tutti i soggetti che svolgono delle attività legate al fiume Adda. Un’azione di coordinamento importante che vuole creare sinergie fra i diversi soggetti ed armonizzare le politiche di rinaturalizzazione del fiume e di salvaguardia con quelle della fruibilità di questi areali. È in questo ambito che nasce “Valtellina Adda Festival”: il fiume Adda è un fil rouge che lega attività sportive, naturalistiche e culturali. Il mese di maggio sarà quindi all’insegna delle manifestazioni promosse dalla Comunità Montana e che vogliono aprire finestre nuove su ambienti in genere poco frequentati: occasioni in molti casi veramente imperdibili. Il Valtellina Adda Festival si apre con il weekend del 29-30 aprile con delle offerte veramente interessanti: SPORT Le Associazioni Polisportiva Albosaggia e AddaVi organizzano in località Bordighi “Open day di canoa – Laghetto Venina” dalle 14:00 alle 17:00 di Sabato e dalle 10:00 alle 16:00 di domenica. CULTURA Il Comune di Castione Andevenno dischiude le sue porte per svelare aspetti assolutamente poco noti, ma di notevole interesse, del suo territorio. Poiché il tema centrale è l’Adda non si può, ovviamente, che partire dall’acqua, risorsa basilare per la Valtellina, forza generatrice per l’agricoltura e motrice per le attività artigiane. Il Mulino della Rusina è una testimonianza dell’importanza dell’acqua e del suo sfruttamento. Un bene etnografico acquistato dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio che lo ha completamente restaurato per trasmettere un sapere antico, per salvaguardare e documentare l’attività e una tecnologia semplice ma non banale. Il Mulino della Rusina si trova a Castione Andevenno, in località Vendolo, e sarà visitabile, gratuitamente, nelle giornate di sabato 29 e di domenica 30 aprile dalla ore 9 alle 12 e dalla 14:30 alle 18:00. Presso il Mulino sarà disponibile anche una piccola pubblicazione illustrativa molto interessante. Il Comune di Castione Andevenno, che ha in gestione il Mulino ed organizza l’evento, si è preso carico, grazie alla collaborazione della Pro Loco, anche della realizzazione di un percorso guidato nei luoghi più significativi del paese. È questa un’occasione per osservare, con l’aiuto di esperti, le incisioni rupestri in località Ganda (area Sassella – Grigioni) o le particolarità delle architetture rurali della zona. Le visite guidate, durano circa due ore, avranno come punto di ritrovo il Municipio alle ore 14:30. Una visita verrà effettuata sabato e replicata il giorno successivo. Giampaolo Palmieri http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21157 Montagna in Valtellina. Corso di Orticoltura naturale|Per iniziativa della Biblioteca comunale “Fernanda Pivano” La Biblioteca comunale di Montagna in Valtellina propone un corso gratuito di orticoltura naturale. Il corso è tenuto dalla docente volontaria Rosanna Barbonetti. Lo scopo principale è quello di promuovere presso gli orticoltori non professionali un metodo che favorisca la fertilità del suolo e il contenimento delle avversità senza l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi. La fonte di ispirazione principale è il metodo applicato presso l’Azienda Agricola Manenti (www.aziendagricolamanenti.it). Il primo appuntamento, di natura teorica, si terrà Venerdì 21 aprile ore 21 presso la Sala consiliare del Comune di Montagna in Valtellina. Successivamente è prevista una cadenza all’incirca mensile degli incontri pratici presso il campo sperimentale di Surana (poco sopra l’abitato di Montagna in Valtellina), di domenica pomeriggio, con orari compatibili con il clima, per tutta la durata della stagione produttiva (tendenzialmente fino a ottobre-novembre). Il corso è gratuito. Per informazioni contattare la Biblioteca Comunale “Fernanda Pivano” di Montagna in Valtellina. La Biblioteca comunale è in via San Giorgio al n. 92/A (tra l'Anagrafe e l'ufficio postale). Tel. 0342 380583 - biblioteca@comune.montagnainvaltellina.so.it Facebook: Biblio Montagna Orari: martedì e venerdì 10:30-12:30; mercoledì e giovedì 14:30-18:30; sabato 9-12 A cura dei volontari del programma “Volontari per la Cultura” della Provincia di Sondrio http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21065 Sondrio. Cena a lume di candela|Sabato 25 con WWF Valtellina Valchiavenna e La Bottega della Solidarietà sabato 25 marzo, ore 20:30/21:30 evento internazionale WWF – EARTH HOUR 2017 Sondrio- CENA A LUME DI CANDELA Anche quest’anno l’Ora della Terra lascerà al buio monumenti, luoghi simbolo, sedi istituzionali, uffici, imprese e abitazioni private di tutto il mondo, coinvolgendo cittadini, istituzioni, imprese e testimonial, quale momento simbolico a favore del Pianeta e alla lotta ai cambiamenti climatici. Grazie all'accordo con Altromercato, la maggiore organizzazione del Commercio Equo e Solidale in Italia e tra le principali a livello internazionale, il WWF Valtellina Valchiavenna organizza con La Bottega della Solidarietà di Sondrio la Seconda “Cena a lume di Candela”. Diffondere una nuova cultura della sostenibilità e sensibilizzare il grande pubblico sull’adozione di stili di vita orientati da una crescente consapevolezza ambientale, etica, sociale ed economica: è questo l’obiettivo dell’alleanza fra le due Associazioni. Il contrasto al cambiamento climatico e la lotta per preservare la biodiversità , con le loro connessioni con i sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo, sono i temi su cui, per i prossimi tre anni, si focalizzerà l’azione comune nell’ambito della campagna sociale di Altromercato “Insieme creiamo un altro vivere”. #unaltrovivere Attraverso azioni semplici e concrete, che ciascun consumatore può compiere a livello individuale e collettivo, Altromercato, insieme al WWF Italia, si propone di mobilitare la società civile per dimostrare che un altro mondo è possibile: un mondo più giusto, sostenibile, attento all’ambiente, ai diritti, al lavoro e alla solidarietà sociale. Sabato 25 marzo, in tutto il mondo e nei principali monumenti del pianeta, si spegneranno simbolicamente le luci per un’ora, dalle ore 20:30 alle 21:30, e in Italia, oltre agli spegnimenti di monumenti simbolici in tutto il paese, si festeggerà con la più grande cena sostenibile e solidale a lume di candela. Così faremo anche a SONDRIO: appuntamento ore 20 al ristorante “La Buona Luna” in via Mazzini, 7 Il menù sarà a base di materie prime equosolidali e biologiche. Quota partecipazione: 25 euro Prenotazione obbligatoria entro il 23 marzo a La Bottega della Solidarietà -Sondrio- 0342 567310 o per mail: bdmson@tin.it Vaninetti Villiam responsabile WWF Valtellina Valchiavenna http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21026