News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Alta Val Brembana. Erbe del Casaro – Edizione 2018|Sabato 2, Domenica 3 e Sabato 9, Domenica 10 giugno Torna la rassegna di appuntamenti che vi guidano alla scoperta di Erbe spontanee di montagna e Formaggi Tipici della valle Brembana Un’edizione ancora più stuzzicante! L’edizione 2018 prevede ancora più appuntamenti con i sapori della tradizione e le proprietà salutari delle Erbe Alpine La nona edizione di “Erbe del Casaro”, la rassegna dedicata alle Erbe Spontanee e ai Formaggi tipici della Valle Brembana, vi aspetta negli undici paesi di Altobrembo per due fine settimana da sabato 2 a domenica 10 giugno 2018. La rassegna prevede numerosi appuntamenti dedicati a grandi, piccoli, famiglie e giovani. Le iniziative sono organizzate in maniera diffusa sul territorio degli undici comuni di Altobrembo (Averara, Cassiglio, Cusio, Mezzoldo, Olmo al Brembo, Ornica, Piazza Brembana, Piazzatorre, Piazzolo, Santa Brigida e Valtorta), accompagnandovi a scoprire le bellezze di tutti i piccoli paesi di montagna. Durante le iniziative di “Erbe del Casaro” sarete guidati alla scoperta delle peculiarità gastronomiche delle erbe spontanee e delle eccellenze casearie della Val Brembana, e avrete la possibilità di entrare in contatto con le tradizioni, la cultura e i saperi del territorio e delle genti che lo vivono, accompagnati da realtà locali e da associazioni a livello nazionale. Tra gli appuntamenti che arricchiscono il calendario della rassegna si segnalano: visite alle aziende agricole locali per scoprire le attività tradizionali e i loro prodotti, momenti culinari, degustazioni, aperitivi e ancora: escursioni alla scoperta della natura, appuntamenti culturali, conferenze e molto altro. Nella nona edizione di “Erbe del Casaro” spiccano alcune iniziative di rilievo, tra cui: - Sabato 2 giugno Arte e Cultura tra Sapori e Natura, itinerario guidato dall’antico borgo del Monticello al Santuario dell’Addolorata per scoprire alcuni dei capolavori della rinomata famiglia di frescanti Baschenis. Seguirà la visita guidata all’Azienda Agricola Salvini con un aperitivo a Km 0; - Sabato 2 giugno Mugnaio per un giorno, una giornata a stretto contatto con la natura alla scoperta dell’antico mestiere del mugnaio. È prevista la visita guidata per bambini e adulti al mulino e all’essiccatoio di Cusio, accompagnata dal laboratorio dove i bambini potranno realizzare gnomi e fatine con foglie di mais ed altri elementi naturali; - Sabato 2 giugno Le Buone Erbe Spontanee, a Ornica le Donne di Montagna, in collaborazione con Slow Food e ERSAF vi accompagneranno in un’escursione alla scoperta delle erbe spontanee. Seguirà la Conferenza sulle Erbe Spontanee delle nostre Valli e la Cena itinerante nell’antico borgo con canti popolari; - Domenica 3 giugno Benessere con le erbe, un’intera giornata a Piazzolo, dedicata alla salute e al benessere attraverso le erbe. L’iniziativa di Piazzolo sarà un’esperienza completa per tutta la famiglia: i bambini infatti saranno impegnati in attività e giochi, lasciando i genitori liberi di dedicarsi alle numerose esperienze dedicate al benessere e al relax in natura: Swiss Ball, Shiatzu, stiramento dei meridiani, corso di cosmesi, massaggi, e molte altre attività per tutti; - Sabato 2 e domenica 3 giugno: in concomitanza con “Erbe del Casaro” si svolgerà “Orobie Bike Fest”, iniziativa dedicata agli appassionati del mondo della bicicletta e non solo. A Piazza Brembana tutti potranno divertirsi e mettersi alla prova ammirando le acrobazie di esperti e acrobati all’interno di un’area attrezzata. Anche i bambini potranno divertirsi con la parete di arrampicata e il percorso di push bike. Tra le novità troverete l’Orobic Street Food con le Aziende Agricole locali e la pista bike test nell’area Expo; - Sabato 9 giugno Do you Agrì?, percorso esperienziale lungo le vie di Valtorta per scoprire come nasce l’Agrì di Valtorta. La giornata è dedicata non solo alla scoperta del borgo, dell’Ecomuseo e delle sue strutture, ma anche della Latteria Sociale dove nascono l’Agrì e lo Stracchino all’Antica delle Valli Orobiche, entrambi Presidio Slow Food. Nel corso della giornata inoltre i bambini potranno cimentarsi in laboratori e nella costruzione di giochi in legno della tradizione bergamasca e gli adulti potranno assistere a un corso pratico di erboristeria per imparare a riconoscere le piante medicinali spontanee; - Sabato 9 e domenica 10 giugno a Olmo al Brembo, presso la sede di Altobrembo (ex Segheria Pianetti) vi aspetta A pranzo e cena con il produttore, un pasto in compagnia dell’Azienda Agricola Della Fara che vi accompagnerà nella degustazione e illustrazione dei suoi prodotti a base di erbe spontanee. Dalle ore 21:00 di sabato 9 giugno, inoltre, potrete partecipare a Drink Green – Mojito e Tisane, dove avrete l’occasione di personalizzare i vostri cocktail con erbe particolari e degustare le tisane naturali; - Domenica 10 giugno: Il Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana sarà il grande protagonista della giornata. Nel corso dell’ultimo giorno della rassegna adulti e bambini potranno partecipare a laboratori esperienziali all’insolita scoperta delle proprietà dei formaggi. Nel pomeriggio i bambini potranno partecipare al laboratorio esperienziale Dal latte al Formaggio, alla scoperta della nascitadel formaggio. I piccoli casari impareranno a produrre il formaggio con le proprie mani e a conoscerne le caratteristiche in un modo del tutto nuovo. E per concludere la giornata con gusto non potrete perdervi la gustosa Merenda del Casaro a base dei migliori formaggi locali. Coccolatevi con le delizie di “Erbe del Casaro” Durante la rassegna i nove ristoranti locali aderenti proporranno Menu a base di Erbe spontanee e Formaggi brembani a prezzi convenzionati e i bar promuoveranno gli Aperitivi del Casaro per portare sulla tavola i sapori della tradizione e della cultura della Valle Brembana. Inoltre, presso la sede di Altobrembo, a Olmo al Brembo, sabato 9 e domenica 10, sarà possibile partecipare all’iniziativa A Pranzo e Cena con il Produttore, degustando piatti cucinati con prodotti a Km 0. ALTOBREMBO – Alta Valle Brembana (BG) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=22094 Con la Mostra della Capra Orobica in Valgerola|Domenica dedicata alla vita rurale e alla cucina tipica Oltre 500 i presenti tra visitatori, espositori e amanti della pastorizia alpina. Protagoniste le simpatiche capre di montagna che vivono solo in queste zone Sagra contadina per 500 persone a Gerola Alta, Valtellina. La domenica ha proposto ai turisti, agli estimatori dei presidi della biodiversità l’edizione 2018 della Mostra della Capra Orobica. La particolare razza, autoctona, originaria della Valgerola è da anni un punto di riferimento nella pastorizia alpina. Allevata un tempo in questa zona delle Alpi lombarde, da ogni famiglia, l’Orobica, detta anche Capra Valgerola è oggi di nuovo ricercata, il suo latte viene utilizzato nella produzione in alpeggio del rinomato formaggio Bitto, caseificato in quota secondo la ricetta originaria. La sua spiccata rusticità, l’aspetto caratteristico e il pelo, simile alla fibra della lana cashmere la rendono una attrazione, non solo nelle sagre. Alla giornata che proponeva una vera e propria rassegna zootecnica sono intervenuti i rappresentanti di 30 aziende agricole e allevamenti, e ci sono stati grandi pranzi con la cucina tipica, paioli di polenta taragna. E tanto tempo dedicato ai bambini e ragazzi. Gli animatori dell’Ecomuseo della Valgerola, che insieme alla Pro loco di Gerola Alta e ad Apa, Associazione provinciale allevatori, hanno organizzato l’evento, hanno intrattenuto decine di giovani con laboratori creativi dedicati ai materiali, prove di mungitura. I bambini hanno costruito in cartapesta, i “Corni delle capre di montagna”. Ma grande spazio lo hanno avuto i capi, o “esemplari” di capra orobica. Tante le categorie in concorso. Il miglior becco, il “Re” della rassegna è stato un esemplare portato in esposizione dalla azienda di Sonia Marioli; regina della mostra, un esemplare di Orobica di proprietà dell’allevatore Bruno Mazzina; miglior mammella, una capra appartenente a Stefano Acquistapace. Miglior gruppo, quello proposto da Bruno Mazzina. Sono stati complessivamente 135 i capi portati in mostra. Al termine, la soddisfazione degli organizzatori: «Giornata con partecipazione molto buona, nonostante il tempo fosse tutt’altro che bello. Era scuro, non era caldo ma tutti gli ambienti erano al coperto, pubblico ed espositori si sono trovati a loro agio», ha affermato Maurizio Curtoni, presidente della Pro loco di Gerola Alta ed espositore. Suo il terzo posto, per le capre, nate prima del 2017, “in asciutta”. Commenti positivi da Ecomuseo della Valgerola, centro che organizza il turismo di impronta culturale e ambientale nella zona. «Bella la mostra», ha affermato Sergio Curtoni, responsabile didattico della manifestazione, «abbiamo avuto più espositori degli anni precedenti. Per il pubblico, ad un certo punto i commensali al pranzo erano troppi, era finita la polenta. Abbiamo riacceso fuochi e fornelli, abbiamo accontentato tutti». Ecomuseo della Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=22068 Vincenzo Saligari. Agricoltura in provincia di Sondrio. Perché dobbiamo aspettarci di più dalla politica Dal 2005 al 2014 le superfici boschive e forestali in Italia sono aumentate di oltre 600.000 ettari (Inventario Forestale Nazionale). Dal 2011 al 2016 il numero delle aziende agricole si e ridotto del 9,7% con la perdita in valori assoluti di oltre 81.000 imprese (ISTAT). Questi numeri ci descrivono una situazione preoccupante e ci mostrano come la geografia italiana, ricca di zone montuose, non rende efficiente le produzioni intensive. Ciò è ancor più vero per la provincia di Sondrio. Laddove, per la mancanza di superficie agricola, non è possibile sfruttare le economie di scala è necessario privilegiare l'eccellenza all'efficienza. Questo si è fatto e si continua a fare nella nostra provincia con le produzioni certificate (DOC, DOP, IGP, ecc.), che però interessano soltanto alcune aree del nostro territorio. Dove le condizioni climatiche e morfologiche non permettono nemmeno le produzioni d'eccellenza, l'unica alternativa all'abbandono dell'agricoltura è costituita dall'esperienza. L'agricoltore e in primo luogo il protettore della nostra identità storico-culturale: colui il quale, nell'era della digitalizzazione, ci permette di mantenere uno stretto legame con la terra, che esalta la nostra identità montana. Egli è il custode della natura; ci regala paesaggi fatti di appezzamenti coltivati strappati alla foresta com'era 80 anni fa, che fanno da splendida cornice ai nostri borghi. Il contadino ci protegge dalle catastrofi naturali, pulendo e rinforzando le pendici delle nostre montagne. Egli crea valore esaltando la bellezza del nostro territorio. Lo Stato e gli Enti locali hanno il dovere di supportare questi agricoltori nello svolgimento di un compito che di per sé non genera un reddito sufficiente, ma che crea un valore permanente per la comunità. Occorre riconoscere agli agricoltori, specialmente in montagna, questo altissimo compito sociale e sostenere la loro attività con finanziamenti pubblici adeguati. Gli Enti locali devono mettere in atto politiche efficaci per evitare il frazionamento dei terreni agricoli e forestali, favorendone l'accorpamento in superfici di più grandi dimensioni. Abbiamo vicino a noi l'esempio virtuoso della Val Poschiavo, dove le aziende agricole, benché inefficienti, grazie al sostegno pubblico continuano a preservare la bellezza del territorio per cui i turisti giungono da ogni parte del Mondo. Provate ad immaginare come sarebbe differente il viaggio ferroviario da Tirano a Sankt Moritz se anziché passare attraverso frutteti, prati, pascoli e boschi ben curati, il tragitto attraversasse campagne incolte e foreste abbandonate completamente alla natura. Probabilmente l'UNESCO non lo avrebbe inserito tra i patrimoni dell'umanità. Infatti, il criterio per cui è stato scelto si riferisce all'integrazione dell'opera ingegneristico-architettonica nel paesaggio circostante ed alla conseguente esperienza relazionale tra uomo e natura che si prova viaggiando sulla Ferrovia Retica. Vincenzo Saligari http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=22011 Sondrio. Sabato Cena a lume di candela|Con il WWF e con La Bottega della Solidarietà Sondrio, Sabato 24 marzo ore 20:30/21:30 evento internazionale WWF – EARTH HOUR 2018 CENA A LUME DI CANDELA La partecipazione all’iniziativa si fonda sulla semplicità, ma nello stesso tempo sulla significatività di un gesto: spegnere la luce di una casa, di un edificio, di un monumento, l’illuminazione di una strada o di una particolare area di una città per un’ora, partecipando in tal modo ad un’iniziativa di forte valenza simbolica, un’occasione per rendere esplicita la volontà di sentirsi uniti nella sfida globale al cambiamento climatico che nessuno può pensare di vincere da soli. Grazie all'accordo con Altromercato, la maggiore organizzazione del Commercio Equo e Solidale in Italia e tra le principali a livello internazionale, il WWF Valtellina Valchiavenna organizza con La Bottega della Solidarietà di Sondrio la terza edizione della “Cena a lume di Candela” Saremo alla “mensa IMMENSA” ospiti dell'Op. Mato Grosso Via privata Moroni, 7/9 - Sondrio (di fronte al tribunale, adiacenze parcheggio) prenotazioni: La Bottega della Solidarietà – via Piazzi 18 telefono (orario negozio) 0342 567310 Villiam Vaninetti responsabile WWF Valtellina Valchiavenna http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21973 Nelle sale “Petit Paysan”', il film che sostiene il mondo rurale La zootecnia industriale non è riuscita a schiacciare quella delle origini, come qualcuno avrebbe sperato e forse voluto. E mai lo farà. È anche questo il messaggio che trapela dall’ultimo film dedicato al mondo dell’allevamento da latte, il francese Petit Paysan, dell’esordiente Hubert Charuel, che – dopo aver incassato i favori della critica all’ultimo Festival di Cannes – sta scalando la classifica del box office nel proprio Paese, con 4 milioni di euro incassati in poche settimane di programmazione. L’originalità dell’opera è quella di raccontare un mondo vivo ma fragile, romantico ma combattivo, realizzando un thriller incalzante e avvincente nella dimensione di un allevamento “etico”. Una dimensione che rimane in sottofondo lasciando emergere una realtà aziendale in cui l’allevatore ha ancora rispetto per i propri animali, punta a fare qualità, lotta e combatte contro avversità ordinarie e straordinarie, come accade in ogni allevamento vero, fatto di gente vera, di rapporti veri, di impegno, dedizione e passione. Il film narra del trentenne Pierre (il protagonista, interpretato da Swann Arlaud) che alleva trenta vacche di razza Holstein, mantenendo viva l’attività ereditata dai genitori, pur nella consapevolezza delle difficoltà che andrà ad affrontare. Nel volgere di pochi anni, assistito dalle cure della sorella veterinaria, Pierre si impone sulla scena regionale come uno dei più validi imprenditori del settore. La storia, che si intreccia sullo scenario di un'epidemia di EHD (febbre emorragica epizootica), trascina lo spettatore nelle apprensioni di Pierre, nelle sue preoccupazioni ed ansie, che lo portano a non perdersi un telegiornale, con l’idea ormai fissa al rischio del contagio per tutte le sue vacche, e a variare pian piano le proprie abitudini, in maniera incosciente, ad essere spesso in stalla per valutare il comportamento delle sue bestie, sino alla scoperta della positività per uno dei suoi capi. Qui il pensiero dell’allevatore si fa ossessione, davanti alla prospettiva dell’abbattimento collettivo della mandria, che diventa sempre più concreta. Oltre le dinamiche del racconto, incalzante e avvincente, senza cali di tensione, e oltre le scelte estreme e illegali operate dal protagonista per gestire la situazione, il film ha il merito di proporre valori altamente educativi, portando finalmente in una stalla, e in una famiglia di allevatori, un pubblico che da tempo ha ormai perso i contatti con il mondo rurale. Un modo per risvegliare le coscienze su una realtà sconosciuta ai più, per accorciare le distanze tra città e campagna. Il film, che sbarcherà nelle sale italiane il 22 marzo con la NoMad distribuzione, in partnership con l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e del Molise e la Confederazione Italiana Allevatori, ha ottenuto il patrocinio di Slow Food Italia, e circolerà anche negli istituti agrari, in virtù del suo alto valore didattico. Tra le tematiche sollevate, emergono il trattamento etico degli animali da produzione, l'attaccamento degli allevatori rurali al proprio lavoro, vissuto in una dimensione spesso totalizzante. E così a Petit Paysan va il merito di portare ad un ampio pubblico il tema del ritorno alla vita di campagna da parte delle giovani generazioni, che sono impegnate a scrivere oggi il capitolo dell'imprenditoria agricola del futuro. Intervistato, dopo la presentazione della pellicola, il regista ha svelato non poche ragioni che lo hanno spinto ad intraprendere questa produzione e una carriera da regista che forse non era neanche nei suoi programmi. Parlando della sua famiglia, della loro fattoria con caseificio, situata a Droyes, fra Reims e Nancy, Charuel ha detto che «sono sopravvissuti alla crisi casearia grazie al duro lavoro, a piccoli investimenti e a prestiti». «Ci vuole molta intelligenza e tanto impego quotidiano per sopravvivere», ha poi aggiunto il regista. «Petit Paysan parla della grande pressione che si vive in un'azienda agricola: si lavora sette giorni alla settimana, bisogna mungere le vacche due volte al giorno, tutto l'anno, tutta la tua vita». Ma non solo: «Il film tratta anche dei rapporti con i genitori che sono sempre fra i piedi, sul peso di quel patrimonio. Si va a mungere come se si andasse a pregare, di mattina e alla sera. Essere un produttore di latte è una vocazione», non una professione, o un mestiere. «Il mio discorso», conclude il regista francese, lanciando un bel messaggio di speranza, «è oggi meno pessimistico che all'inizio della scrittura del film, cinque anni fa. Ho la sensazione che le persone si chiedano sempre più spesso cosa stanno mangiando. E questo lascia sperare che una rinascita di questo mondo sia possibile». Qualeformaggio (29 gennaio 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21870 Renato Ciaponi. Valtellina: un’a­gri­col­tura sempre più giovane e rosa L'enogastronomia valtellinese ha radici storiche importanti molto lontane nel tempo. Il Bitto di origine celtica, la viticoltura di epoca romana o addirittura pre-romana, con i liguri. Senza dimenticare l'arte della preparazione dei salumi con i luganegat di Morbegno e Bormio che lasciavano d'inverno le montagne per dedicarsi alla lavorazione delle carni di maiale nelle zone del ferrarese e del basso veneto. Storie che dimostrano un lungo cammino di generazioni che nell'agricoltura hanno sempre trovato i prodotti per vivere, per mantenere una famiglia. Un' agricoltura un tempo davvero eroica, oggi forse meglio definibile semplicemente di montagna, perché quegli eroi si sono trasformati in imprenditori, magari coraggiosi, magari instancabili lavoratori che non contano le ore di lavoro, di sacrificio, che dimenticano il riposo domenicale, le ferie, costretti a lavorare in terreni scomodi, ma comunque sempre imprenditori alla ricerca di un reddito necessario per una vita dignitosa. Un'imprenditorialità spesso giovanile, che nasce dalla decisione di dedicarsi all'agricoltura per scelta, come professione, per continuare il lavoro dell'azienda familiare, magari dopo aver ottenuto il diploma di perito agrario, ma sicuramente con la consapevolezza di scegliere un lavoro forse più redditizio di altre opportunità lavorative. Da studi della Camera di Commercio di Sondrio e della Coldiretti regionale si evidenziano dati interessanti che mostrano l'evoluzione dell'agricoltura valtellinese negli ultimi anni attraverso un efficace ricambio generazionale. Le imprese agricole al 31 dicembre 2016 in provincia di Sondrio erano 2446 (17%), di queste 273 erano giovanili (under 35) e 401 (under 40). Nel confronto settoriale di tutte le imprese giovanili della provincia di Sondrio al 31 dicembre 2016 appare che il settore agricolo incide per il 20,47%, (a livello regionale è solo il 4,43%) superando il commercio (17,98) e i turismi (13.87%). E ancora: l'incidenza delle imprese femminili in agricoltura è il 37% (contro il 22% regionale) e supera Turismo 34,84%, Istruzione 28,81%, Commercio 25,18%, Sanità e assistenza sociale 22,34%. Naturalmente questi dati non tengono presente i giovani, figli di agricoltori, che lavorano nell'azienda familiare senza la titolarità dell'azienda partecipando comunque direttamente alle scelte aziendali dei genitori. Un'imprenditorialità giovanile che si muove agilmente nel mondo agricolo, che valorizza la tradizione in alcune pratiche colturali, ma che si evolve nelle scelte agronomiche, nei cicli produttivi, nelle dimensioni aziendali, nella ricerca di prodotti nuovi, di diversi modelli di vendita. Il settore zootecnico è passato dall'azienda media di 3-4 capi degli anni settanta a stalle con numero di bovini dimensionati al raggiungere di un reddito dignitoso e dove la mungitura a mano è quasi scomparsa, sostituita da sistemi di mungitura meccanica o addirittura robotizzata. Nel settore caseario possiamo trovare nuove tipologie di formaggi che pur non rappresentando la tradizione contadina vengono prodotti per diversificare ed arricchire le proposte per il consumatore: formaggi a pasta filata rappresentati da fresche mozzarelle, formaggi erborinati a due paste, come vuole la tradizione del Gorgonzola, taleggini quadrati, vari yogurt con frutta coltivata in valle, formaggi caprini freschi e stagionati, caprini aromatizzati con erbe di montagna ed ultimamente i formaggi e la ricotta senza lattosio. Tentativi di diversificazione anche nella frutticoltura, con produzioni di varietà diverse di mele o anche con la coltivazione di pesche, di pere e soprattutto di piccoli frutti, mirtilli, lamponi, ribes, more spesso trasformati in confetture o in succhi grazie anche alla Cooperativa “Il Sentiero” di Morbegno, sempre attenta alle esigenze degli agricoltori confezionando un prodotto perfettamente vendibile dal punto di vista igienico sanitario, ma lasciando all'agricoltore la possibilità di personalizzare il prodotto con una propria etichetta. E poi c'è il settore dei cereali, il ritorno della coltivazione della segale, per la produzione di un pane fatto totalmente con farine autoctone, l'intensificarsi della produzione di grano saraceno e delle patate, l'aumento del biologico, l'orticoltura con colture nuove come l'asparago, il settore della viticoltura e enologia con il recupero di vecchie vigne e la creazione di piccole cantine con produzioni di ottimi vini. Non mancano i settori nuovi come l'itticoltura, l'olivicoltura, la lombricoltura, la coltivazione dello zafferano, della canapa. Un'imprenditorialità giovanile che dedica tempo e risorse alla commercializzazione dei propri prodotti considerando la vendita diretta un punto di forza della propria attività. E così sono nati diversi agriturismi, spacci di vendita all'interno delle aziende, mezzi attrezzati per la vendita nei mercati. Ma anche pagine web o sui social media per pubblicizzare i piatti della ristorazione dell'agriturismo o i vari prodotti aziendali. Visi sorridenti di giovani contenti della propria scelta professionale che non solo propongono i prodotti dell'azienda, ma ne raccontano anche la storia, i sistemi di produzione, le caratteristiche organolettiche. Un'imprenditorialità giovanile che ha trovato e trova supporto nella Fondazione Fojanini, nelle istituzioni locali, ma anche nella scuola, l'istituto tecnico agrario, molto spesso frequentato dai nuovi imprenditori che forse proprio lì hanno maturato la voglia e la determinazione di lavorare nel settore agricolo. Una considerazione, per concludere, sulla ristorazione valtellinese che potrebbe diventare una grande vetrina per le produzioni della giovane imprenditorialità agricola. Valtellinese. Una ristorazione che lentamente si sta evolvendo sostituendo il qualunquismo enogastronomico con la consapevolezza della necessità di valorizzare la cucina del territorio ma che non sempre, per comodità, per opportunità economica, ricerca le materie prime nel giacimento enogastronomico della provincia pronto invece ad offrire eccellenze particolari, non omologate che proprio nella ristorazione troverebbero il canale più idoneo per una giusta valorizzazione. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto dell'enogastronomia valtellinese, 16 gennaio 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21823 ERSAF in prima linea per la Giornata Nazionale degli Alberi del 21 novembre|Con il Bosco dei Nuovi Nati di Cremona e l’attività con le scuole di Calolzio (LC). Dal vivaio di Curno oltre 4.000 piante donate a enti, comuni e scuole di tutta la Lombardia Milano – Sono 4.282 le piante assegnate gratuitamente da ERSAF, da settembre ad oggi, a enti, comuni, scuole e associazioni che ne hanno fatto richiesta: il vivaio regionale di Curno (BG), gestito dall’ente, ha vagliato le richieste e consegnato le piante. «La maggior parte verranno piantumate domani, in occasione della Giornata nazionale degli Alberi», spiega la presidente ERSAF Elisabetta Parravicini, «o comunque durante questa settimana. La Giornata Nazionale degli Alberi rappresenta l’occasione privilegiata per porre l’attenzione sull’importanza degli alberi per la vita dell’uomo e per l’ambiente. Il nostro vivaio coltiva attualmente 75 specie arboree ed arbustive autoctone, di provenienza locale. Si tratta di piante che sono tutte prodotte con seme raccolto in ambito padano-alpino. In tal modo tuteliamo attentamente il patrimonio forestale lombardo». ERSAF domani alle 10 sarà a Cremona per la messa a dimora di 550 piante del Bosco dei nuovi nati (2° lotto, nell'area compresa tra via Zocco, via Zaist e la ciclabile di via Arata) in collaborazione con il Comune di Cremona. Il personale di ERSAF seguirà nella piantumazione docenti e studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore “Stanga”, dello IAL di Cremona, del Liceo Scienze Umane Economico Sociale “S. Anguissola”, della Scuola secondaria di primo grado “Virgilio”, dell'Istituto Comprensivo Cremona 5, nonché di aderenti a FIAB Cremona (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) e di Legambiente. In base a disposizioni legislative, che risalgono al 1992 e al 2013, i Comuni che hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti sono tutti tenuti alla piantumazione di un'essenza arborea per ogni nuovo nato registrato all'anagrafe o adottato. Domani ERSAF sarà anche a Calolziocorte dove l’Amministrazione comunale, in collaborazione con le scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado, nella settimana dal 18 al 24 novembre ha deciso di promuovere una serie di iniziative dedicate al verde con l’obiettivo di educare bambini e ragazzi al rispetto della natura. ERSAF – Ente Regionale per il Servizio all'Agricoltura e alle Foreste http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21659 Università di Genova, coltivatori e Parco delle Cinque Terre: un accordo per riportare i limoni nei terrazzamenti liguri|di Enrico Bernardini …Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l'odore dei limoni... (da: Eugenio Montale, “I Limoni”; in Ossi di Seppia, 1° ed.1925) Il parco delle Cinque terre si distingue in Italia e nel mondo per la grande varietà della natura sia marina sia terrestre e per la ricchezza di biodiversità presente, nonché per le diverse suggestioni che il paesaggio ligure è in grado di offrire sia a turisti sia agli abitanti della zona. È un ambiente fragile, apparentemente ostile caratteristica è la ripidità dei versanti, che nei corso dei millenni è stato modificato dall’uomo e dal suo ingegno creando un paesaggio unico nella Penisola. Perché paesaggio e non ambiente? Il geografo Flavio Lucchesi (2012), traendo spunto dalla Convenzione europea del paesaggio (Firenze, 2000) si sofferma sulla nozione di paesaggio geografico concependolo come l’ambiente percepito da una comunità, una popolazione, che modifica e influenza il territorio con la propria cultura, il proprio “esserci”. Intendendo il paesaggio in tal senso, è facile comprendere come la definizione sia perfettamente ascrivibile al caso delle Cinque Terre, dove la natura, nel corso dei secoli, ha lasciato spazio alla cultura e le più importanti tracce del passaggio dell’uomo sono state, senza ombra di dubbio, i terrazzamenti. Non a caso, l’UNESCO ha inserito nel 1997 le Cinque Terre nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Umanità come “paesaggio culturale”, proprio per sottolineare come l’azione umana sia stata determinante nella formazione del territorio dei comuni di Monterosso al Mare, Manarola, Vernazza, Riomaggiore e Corniglia. Inoltre, Europarc, l’organo di rappresentanza per le aree protette in Europa ha riconosciuto a dicembre 2015 l'inserimento dell'Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre nella rete dei Parchi che hanno ottenuto la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle Aree Protette. Infatti, all'interno dell'area protetta le attività economiche ed imprenditoriali sono svolte nel rispetto della diversità biologica e dell'integrità culturale del luogo nel segno dello sviluppo sostenibile. Il fine è far sì che le giovani generazioni trovino occupazione in loco, contrastando il progressivo abbandono che da diversi anni sta interessando le campagne. I muretti a secco e le fasce, patrimonio delle Cinque Terre I paesaggi terrazzati, presenti in tutto il mondo, sono la prova concreta di come l’uomo si sia insediato lungo i pendii più impervi delle zone di montagna e di costiera del Pianeta. Caratteristica peculiare delle Cinque Terre, l’inizio di questa tradizione risale circa all’anno mille. Il materiale utilizzato non è d’importazione ma viene ricavato sul posto e consiste principalmente in pietra e terra, base del sistema dei terrazzamenti. I muretti a secco, alti circa due metri e profondi mezzo metro in media, oltre a facilitare la coltivazione giocano un ruolo importante nella salvaguardia del territorio perché regolano i flussi idrogeologici delle acque provenienti dalle precipitazioni atmosferiche di vario tipo: neve, pioggia, grandine, rugiada etc. Stando ai dati forniti dal Parco Nazionale delle Cinque Terre, l’area terrazzata si estende per circa 2000 ettari e, partendo dalla costa, arriva ad una altezza di 500 metri sul livello del mare. Il terreno aspro ed in pendenza non offre molte possibilità per introdurre le nuove tecnologie agricole nella zona, infatti le condizioni di vita dei contadini che hanno portato avanti per secoli le colture di agrumi, viti ed ulivi sono state molto difficili. Poiché i muretti a secco sono presenti in tutto il Pianeta, anche in Paesi molto distanti geograficamente e culturalmente, negli ultimi anni è nata un'alleanza mondiale per la difesa e la salvaguardia di questo bene prezioso. L’alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati nacque a seguito della 1° Conferenza mondiale sul Paesaggio Terrazzato tenuta tra il 10 e il 15 novembre 2010 a Mengzi, capitale della Prefettura di Honghe, situata nella zona meridionale della regione dello Yunnan, in Cina. Alla fine dell’importantissimo evento infatti i partecipanti firmarono un accordo chiamato “World terraced landscapes Alliance” che permetteva loro di costituire delle sezioni nazionali dell’Organizzazione composte da esperti del settore. In seguito, il 20 giugno 2011, ad Arnasco, in provincia di Savona, nacque presso la Cooperativa Olivicola Arnasco, l’Alleanza Mondiale per il Paesaggio Terrazzato – Sezione Italiana. I fondatori dell’Associazione sono stati: Cooperativa Olivicola di Arnasco (SV), Università di Padova (Dipartimento di Geografia), Regione Veneto, Comune di Arnasco (SV) e il Consorzio della Quarantina (GE). L’organizzazione ha lo scopo di favorire e di diffondere la cultura rurale, nello specifico i terrazzamenti e tutto ciò che ruota attorno a questa micro economia: le comunità locali, i prodotti tipici, l’agricoltura biologica, l’artigianato e la cucina. Conseguenza della costruzione dei paesaggi terrazzati sono le fasce, in dialetto “ciàne”, presenti in tutta la Liguria, ma in particolare nell’area scoscesa delle Cinque Terre. Nelle fasce viene praticate diverse attività come la vitivinicoltura; infatti sono conosciuti in tutto il mondo i vini locali, il più famoso è sicuramente lo Sciacchetrà, che si accosta in modo preferenziale a formaggi e a dolci. Altri vini Cinque Terre Doc sono il Costa de Sera, il Costa de Campu e il Costa de Posa che si possono sposare sia con il pesce che con altre ricette della tradizione gastronomica ligure come i pansotti e la farinata. Oltre ad essere un sito di interesse enologico, le Cinque Terre e, in particolare, la più antica di esse, Monterosso, sono conosciute anche per la produzione di limoni, limoni che ispirarono Eugenio Montale nella scrittura nell’omonima poesia contenuta nella sua più celebre raccolta, Ossi di Seppia. Un odore forte, penetrante, unico, tanto che a Monterosso ogni anno, nel mese di maggio quando l’agrume è al massimo della maturazione, si tiene la festa o sagra del limone dove i produttori locali espongo i limoni appena raccolti, vengono venduti dolci al limone e vengono organizzate passeggiate enogastronomiche e culturali (nell’edizione 2017 era chiamata “8000 passi al profumo di limone”) tra le vetrine del posto che poi vengono premiate da una giuria selezionata di esperti. Il progetto: aumentare il numero di limoni alle Cinque Terre “L’oro delle Cinque Terre”, nome storicamente attribuito ai limoni, sono al centro di un interessante progetto avviato grazie alla partnership tra Università degli Studi di Genova, Parco delle Cinque Terre ed Associazione “Coltivatori di Monterosso”. L’iniziativa prevede la realizzazione di uno studio con il fine di reintrodurre piante di ulivo e limoni autoctoni sul territorio grazie all’Ente Parco che metterà a disposizione i limoni, mentre l’Università di Genova si occuperà della ricerca e del coordinamento. Nuovi agrumi verranno piantati nei terrazzamenti abbandonati del parco, situati nei pressi dei sentieri. Ma quando sono giunti i limoni alle Cinque Terre? L’origine del limone stesso è ignota, alcune teorie sostengono che sia un antico ibrido tra il pomelo e il cedro e che successivamente si sia diffuso in tutto il mondo. Come altre piante aromatiche è arrivato in Europa dall’Asia, in particolare dalla Cina, dove era coltivato già intorno al 1.000 a.c. Successivamente vi sono tracce dell’utilizzo dell’agrume nella letteratura greca e latina e intorno al XV secolo raggiunse la Liguria e circa due secoli dopo, divenne parte della cultura delle Cinque Terre. Usatissimo nella cucina ligure e italiana in generale, sia per condire le famose “acciughe al limone”, sia per crostate, biscotti, marmellate e per la produzione dell’amato liquore “limoncino”; il limone nel corso nel tempo è passato in secondo piano rispetto ad altre tradizioni della zona come quella vinicola e progetti come questo servono a ricordarci quanto sia importante per incentivare il legame identitario e culturale nella cittadinanza, riportando “l’oro delle Cinque Terre” in un territorio dove ha trovato nei secoli clima e terreno favorevole. Bibliografia Bonardi L., Varotto M. (a cura di) (2016), Paesaggi terrazzati d'Italia. Eredità storiche e nuove prospettive, Franco Angeli, Milano. Brandolini P., I versanti delle Cinque Terre: un patrimonio ambientale e paesaggistico a rischio, in Aa.Vv., “Sopra il livello del mare”. La Rivista dell’Ente Italiano della Montagna. Numero speciale: “Il paesaggio costruito. Salvaguardia e valorizzazione dei terrazzamenti artificiali”, n. 36, (2010), pp. 54-56. Ghersi A., Ghiglione G. (2012), Paesaggi terrazzati. I muretti a secco nella tradizione rurale ligure, Edizioni Il Piviere, Gavi (AL). Lucchesi F., “Sviluppi teorici e tematiche di indagine negli studi di geografia umanistica: i paesaggi letterari e quelli cinematografici”, in ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, Volume LXV, II, Maggio-Agosto 2012. Montale E. (1925), Ossi di Seppia, Mondadori, Milano, 2001. Terranova P., Brandolini R., Firpo M. (a cura di) (2005), La valorizzazione turistica dello spazio fisico come via alla salvaguardia ambientale, Patron, Bologna. Terranova R., “Aspetti geomorfologici e geologico-ambientali delle Cinque Terre: rapporti con le opere umane (Liguria orientale)”, in Studi e ricerche di Geografia, XII, 1989. Trischitta D. (a cura di), “Il paesaggio terrazzato. Un patrimonio geografico, antropologico, architettonico, agrario, ambientale”, in Atti del Seminario di Studi, Taormina 30-31 maggio 2003, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2005. Trischitta D., “Il paesaggio dei terrazzamenti: tra natura e cultura”, in Trischitta, D. (a cura di), “Il paesaggio terrazzato. Un patrimonio geografico, antropologico, architettonico, agrario, ambientale”, in Atti del Seminario di Studi, Taormina 30-31 maggio 2003, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2005, pp. 5-14. Sitografia » Cinqueterre.it sito web Consorzio Turistico Cinque Terre » Europarc Federation » La Spezia Cronaca4 » Genova24.it » Alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati – Italia » Parco nazionale delle Cinque Terre » typi La mappa golosa http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21636 Gerola Alta. Ritorna il 2 novembre il Legato Bedolino|Da quasi 500 anni si distribuiscono secondo le volontà di un signorotto della zona pane e formaggio all'uscita della messa, e il formaggio è Bitto d'Alpe Una tradizione in cui la località crede, che riflette lo spirito del luogo, la concretezza e la generosità della popolazione. Si è svolta ieri 2 novembre come da tradizione secolare a Geròla Alta, Valgerola, Valtellina, secondo un rito che si ripete da quasi mezzo millennio, la celebrazione del “Legato Bedolino”. La consegna da parte degli amministratori locali, all'uscita dalla messa, tra le gente, del pane e del Bitto, il formaggio d'alpe che viene prodotto d'estate a Geròla Alta e nelle valli sovrastanti. Storia, leggenda, antiche vocazioni si uniscono per creare una storia che è parte della memoria del paese. Si parla della trasmissione di un bene e dei suoi proventi. Oltre 470 anni fa, nel 1545 Pietro de' Mazzi, detto “il Bedolino”, un possidente, proprietario di fondi, boschi e versanti dispose alla sua morte un lascito vincolato. Il suo legato testamentario prevedeva che metà del monte di Trona, luogo di pascoli, il cui alpeggio principale, il Trona Soliva è oggi uno dei «Luoghi del cuore» del Fai, Fondo ambiente italiano, andasse «alla comunità e ai compaesani». Le intenzioni e condizioni volevano lasciare, insieme alla terra, benessere. Nel testamento, il Bedolino, prescriveva «che i consoli e gli amministratori del Comune di Gerola, in perpetuo» fossero tenuti a convertire il «provento di tale monte in tante equivalenti quantità di pane e sale da distribuire a tutti gli uomini di qualunque condizione, ogni anno. In parti uguali per tutte le famiglie di detto Comune e secondo la consuetudine del luogo». E secondo le consuetudini anche produttive del luogo, nel 1600 l'assemblea del paese stabilì come modalità di esecuzione del testamento, che si distribuisse pane e formaggio ogni 2 novembre. Ancora oggi, dopo 470 anni la tradizione, si ripete. «Onoriamo la memoria di questo nostro cittadino prodigo», ha detto ieri distribuendo insieme agli amministratori il pane e il Bitto, il sindaco di Geròla Alta Rosalba Acquistapace, «anche questa estate abbiamo svolto itinerari sulle “tracce del Bedolino”, momenti turistici e culturali per raccontare e spiegare ancora questa storia che ha le proprie ragioni nel cuore della comunità. Nelle sue tradizioni casearie, di lavoro in montagna, tra pascoli, alpeggi e prodotti e tesori senza tempo come il Bitto d'Alpe». Ecomuseo della Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21602 Renato Ciaponi. 110 anni, ma non li dimostra|La Fiera del Bitto di Morbegno e il Concorso caseario provinciale Siamo a 110. 110 concorsi che dai primi anni del 900 hanno portato a Morbegno le migliori produzioni casearie della provincia di Sondrio. Commissioni di esperti che hanno assaggiato, che hanno espresso giudizi per decretare il miglior Bitto d’annata, il miglior Valtellina Casera, il miglior Latteria. Un tempo le categorie erano anche: formaggio grasso tipo Bitto, formaggio semigrasso o magro. Ed è proprio in un verbale del 1910 che si vede come la valutazione del Bitto teneva presente alcune caratteristiche ancora oggi utilizzate per determinarne la qualità: (…) La Giuria, composta dai signori prof. Gorini della Scuola di Zootecnia e Caseificio di Reggio Emilia, Melazzini della cattedra di agricoltura, Molteni e Del Nero Tommaso, negozianti di formaggio di Morbegno, nel mentre ha dovuto riconoscere i pregi intrinseci del formaggio Bitto quali sapore delicato e profumato, morbideza e butirrosità della pasta, ha pur dovuto rilevare i difetti non gravissimi quali: irregolarità d'occhiatura in generale, conservazione trascurata della cotica o crosta (muffe, fenditure) da parte di qualche espositore (…) Da diversi anni partecipo alla commissione di valutazione e ho visto sempre migliorare la metodica di valutazione. Ricordo le commissioni in piedi intorno al tavolo all’interno della casera. Si valutava la partita, si tagliava una forma, si guardava l’occhiatura e poi si assaggiava esprimendo un giudizio globale. I giudizi erano semplici: buono, un po’ amaro, troppo amaro, un po’ salato, salatissimo, odore sgradevole, profumo buono, profumo intenso senza declinare i vari odori percepiti, senza definire l’intensità dell’aroma. Esperienze positive maturate anche insieme a persone che purtroppo ci hanno lasciato e che in questa occasione voglio ricordare: il dinamico Campodoni, grande esperto zootecnico, il veterinario Caretta, la dottoressa Carini e la dottoressa Lodi del CNR, grandi esperte casearie, il professionale Colli, esperto battitore e per ultimo il sempre disponibile Aldo, l’uomo della casera. Anni che hanno visto l’esposizione dei formaggi e quindi il lavoro della commissione, in posti diversi: nella casera comunale, nel locali della mensa sociale, nei vecchi locali della scuola materna di S. Antonio, nella chiesa di S. Antonio, nella palestra dell’Istituto Tecnico Commerciale, in una casera in cartongesso costruita al polo fieristico fino ad arrivare alla nuova struttura refrigerata che da una decina di anni viene montata e smontata e che quest’anno è stata posizionata all’ingrasso del struttura della mostra. Negli anni 90, dopo il primo corso per assaggiatori di formaggio organizzato a Sondrio il lavoro della giuria è diventato più impegnativo. Il giudizio globale è stato sostituito da una scheda studiata dall’ONAF (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi) utilizzata in tutti i concorsi nazionali, che permette una valutazione più dettagliata. Il 60% del punteggio viene assegnato alle caratteristiche gustative, il 30% all’aspetto visivo ed il rimanente 10 % alle le caratteristiche tattili. Questo comporta che un formaggio pur visivamente non perfetto per un'occhiatura troppo grossa o assente e eccessiva o con la presenza di sfoglia, possa comunque essere premiato avendo ottenuto un punteggio altissimo per l'aspetto gustativo. La sola visione della forma tagliata, non permette un giudizio corretto e spesso il visitatore che guarda i formaggi in esposizione si meraviglia del primo premio ottenuto da un formaggio con caratteristiche visive non perfette. Vediamo allora in dettaglio come vengono assegnati i vari punteggi per la categoria Bitto. - Esame esterno della forma per un totale massimo di 10 punti. La commissione esamina la partita presentata, composta da due forme, una delle quali scelta dal produttore per il taglio successivo. La valutazione tiene presente la cura prestata al formaggio durante la stagionatura. In particolare si valuta lo scalzo, che deve essere concavo con spigoli vivi. La crosta deve essere liscia, omogenea, non presentare screpolature, macchie, muffe. - Esame delle caratteristiche della pasta per un totale massimo di 30 punti. La forma viene tagliata lungo la diagonale e si valutano le caratteristiche della pasta: il colore (da 4 a 10 punti), l’occhiatura (da 4 a 10 punti), la consistenza (da 4 a 10 punti). La pasta si deve presentare di un colore omogeneo dal bianco al giallo paglierino, senza sfoglie, strappi, lacrime. L’occhiatura deve essere non eccessiva, piccola e rada. La consistenza viene valutata al tatto, con una leggera pressione delle dita. Per un bitto giovane la barretta di formaggio, tagliata verticalmente in modo di lasciare sia la crosta superiore che inferiore, deve mostrarsi al tatto morbida e leggermente elastica. - Esame olfattivo e gustativo per un totale di 60 punti. Si esprime un giudizio sull’odore percepito con il naso e l’aroma percepito in bocca, utilizzando anche la retroolfazione dopo una lenta masticazione (massimo 20 punti). Si cerca di definire gli odori, per poter capire se appartengano alle caratteristiche di tipicità del prodotto e che comunque non devono creare sensazioni sgradevoli, odore eccessivo di stalla, di animale. Si passa al sapore (dolce, salato, acido e amaro), muovendo i pezzettini rotti con la masticazione su tutta la lingua che percepisce le sensazioni di sapidità in punti diversi (massimo 20 punti). Infine le caratteristiche strutturali che il formaggio presenta durante la masticazione: durezza, plasticità, friabilità, solubilità, adesività, granulosità (massimo 20 punti). Gli odori devono essere piacevoli, tipici, creando sensazioni armoniche. Così anche il sapore deve dare piacevolezza in bocca. Le sensazioni di sapidità devono essere in equilibrio. L’amaro, l’eccesso di salinità o di acidità penalizzano notevolmente il punteggio. La struttura deve essere morbida, solubile, non adesiva e granulosa. I giurati, tutti formati attraverso i corsi dell'ONAF, seduti intorno ad un tavolo, ricevono il campione di formaggio e dopo attenta valutazione esprimono il proprio giudizio per le sette caratteristiche precisate sopra. Segue una breve discussione, alla fine il presidente, facendo sintesi delle varie osservazioni propone un punteggio che può essere condivisi o meno. In caso di mancata unanimità, succede raramente, viene assegnato il punteggio espresso dalla maggioranza. La sommatoria del punteggio delle sette caratteristiche determina il punteggio finale che generalmente va da 60 a 80. La commissione ha poi la facoltà di proclamare il Bitto Super nell'eventualità che un formaggio abbia raggiunto un punteggio molto alto: 85/95. Come si può vedere i giudizi riportati nel verbale del 1910 non sono cambiati, sono stati sostituiti da giudizi più analitici e dettagliati, ma anche la valutazione attuale premia i formaggi che hanno un sapore delicato, un odore piacevole, una particolare morbidezza e butirrosità, un’occhiatura corretta e la mancanza sulla crosta di fenditure e muffe, come specificato nel verbale d'allora. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 14 ottobre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21559 Domodossola. La zootecnia di montagna è al centro di Agri-Cultura Fest|Le risposte che la redazione di “Qualeformaggio” attende dall'Assessore regionale Giorgio Ferrero Prende il nome di “Agri-Cultura Fest” un appuntamento in programma a Domodossola domenica 10 settembre, che – pur essendo alla sua prima edizione – già si prevede ricco di contenuti interessanti, tanto per i consumatori consapevoli, quanto per gli allevatori e i tecnici dediti alle pratiche estensive. L’evento, che si terrà presso l’Agriturismo “La Tensa”, in collaborazione con Slow Food Verbano Cusio Ossola, l’associazione Amici di Vallesone e la Apao (Associazione Produttori Agricoli Ossolani), sarà articolato in un programma assai ricco – consultabile nella locandina qui riprodotta – in cui ai momenti di divulgazione si alterneranno le degustazioni di prodotti tipici territoriali (a pagamento), tutti caratterizzati da diversi e rilevanti pregi: organolettici, nutrizionali ed eco-ambientali, originando essi da contesti di agricoltura e zootecnia di tradizione, recuperati o mantenuti strenuamente sino al giorno d’oggi. Tra tutte le attività previste emergono i due incontri sui temi “Il melo: impianti moderni o vecchie varietà? Idee a confronto” (presso il meleto di Vallesone, ore 11), ma soprattutto, per i nostri lettori, “Quale allevamento per la montagna?”, con il contributo del professor Luca Maria Battaglin, ordinario di Scienze e Tecnologie animali presso il Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari (DISAFA) dell’Università degli Studi di Torino (sala conferenze “La Tensa”, ore 14), che tratterà della zootecnia alpina e della sua importanza da molte e diverse prospettive, tutte interconnesse tra loro. Dalla difesa delle razze rustiche locali alla biodiversità zootecnica e botanica, al presidio e alla conservazione dei territori montani grazie alle buone pratiche agro-silvo-pastorali. Bruna Alpina Originale: una razza dimenticata dalla politica piemontese? La partecipazione all'evento di alcune aziende che hanno nel mantenimento delle razze locali un fondamento della propria attività porterà stimoli utili alla discussione e – ce lo auguriamo – potrebbe dare risalto ad alcune mancanze della recente politica agricola regionale, se si pensa, ad esempio, che nel solo Piemonte gli allevatori di razza bovina Bruna Alpina Originale (una notizia da noi raccolta su Facebook e verificata con gli allevatori interessati) non sono riusciti ad accedere ai premi comunitari relativi alla Misura 10.1.8, erogati dall’Unione Europea e ottenuti all'inizio di questo anno dagli allevatori di OB (Originale Bruna) del resto d’Italia. Si badi bene: non si parla di elemosine ma di 400€ per capo moltiplicati per cinque anni. Vale a dire di risorse senza le quali aziende già sfavorite da diverse condizioni produttive (razze non particolarmente produttive, maggiori costi nel produrre in montagna, maggiori difficoltà nello sbocco sul mercato) saranno ulteriormente penalizzate, nell’economia e nel morale. In attesa di una risposta dell’assessore Ferrero Chissà, forse a Domodossola ancora una volta tutto scorrerà in maniera pacata e tranquilla, forse nessuno punterà il dito contro nessuno. E se qualcuno lo dovesse fare, forse i cronisti locali – sempre che siano presenti – non daranno peso alla questione, anche se la domanda dovrebbe scaturire spontanea, e stentorea, dopo una minima ricostruzione dei fatti: dov’erano i responsabili dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte quando nello scorso febbraio a Trento i loro colleghi dell’arco alpino, su iniziativa dell’assessore lombardo Gianni Fava, si riunivano per concertare le azioni di sostegno agli allevatori di OB? Perché l’Assessorato Agricolo piemontese non hanno fatto nulla per permettere ai propri allevatori di accedere ai fondi che Bruxelles aveva reso disponibili? Quesiti che, si spera, verranno lanciati a margine di questo e di altri incontri che si terranno in regione sui temi dell’allevamento di qualità, e a cui l’assessore Giorgio Ferrero è ora chiamato a rispondere. Dove eravate quando altri assessorati ottenevano quesi premi comunitari? Perché non avete partecipato a quella riunione? Come volete rimediare adesso per aiutare i vostri allevatori? Questioni su cui l’attuale numero uno dell'agricoltura piemontese farebbe bene ad argomentare, se non il 10 settembre a Domodossola, non oltre il prossimo Cheese 2017, evento in cui i riflettori della stampa mondiale si accenderanno sulla cittadina di Bra, portando l’operato di molti, nel bene e nel male, ben oltre la ribalta nazionale. Qualeformaggio (4 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=122&cmd=v&id=21457