News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Volo in deltaplano e parapendio alle soglie del nuovo anno Il volo libero in parapendio e deltaplano si appresta ad affrontare l’anno nuovo con tutte le carte in regola per i migliori successi. A cavallo tra la fine del 2018 e la Befana 2019 si è volata la prima edizione della Winter Cup Sicilia che ha coinvolto tutte le realtà di volo libero dell’isola. Ben 70 piloti di parapendio provenienti da tutta Italia e dall’estero hanno levato le loro vele dal letargo invernale, un indiscusso successo di partecipazione. Non hanno intaccato il generale entusiasmo le difficoltà con le quali gli organizzatori hanno dovuto fare i conti a partire dalla meteo non eccellente a dispetto delle aspettative. Alla fine hanno trovato il sito giusto per due voli: Niscemi in provincia di Caltanissetta. Dal decollo Belvedere, una terrazza panoramica a 322 metri d’altitudine con una magnifica vista sulla piana di Gela, la moltitudine di parapendio colorati si è alzata in cielo percorrendo tragitti ragguardevoli per la stagione invernale prima di toccare terra. Al termine sono state stilate tre classifiche: “open” con vittoria di Marco Busetta, geologo di Paternò, seguito da Alfio Ragaglia di Giarre e da Federico Brown Manzone di Pedara, tutti piloti del catanese. A pari merito con Brown Manzone un ragusano trapiantato a Bologna, Alberto Vitale, pilota come Busetta del team azzurro. Nella categoria “serial” vittoria del palermitano Ciro Spataro, seguito dai catanesi Nicola Scorza e Francesco Formica. Altri due palermitani nella categoria “sport”: primo Walter Lo Giudice e terzo Alessandro De Vivo. In mezzo a loro, mosca bianca tra tanti siciliani, Flavio Perona di Torino. Il grande successo dell’evento ha gettato le basi per la nascita di un nuovo progetto: il Campionato Regionale Siciliano (CReSi), patrocinato dalla FIVL come la Winter Cup. Una pagina importante per il volo in deltaplano si aprirà in Friuli tra il 12 e il 27 luglio dove l’Italia ospiterà la XXXII edizione dei Campionati del Mondo di deltaplano con base a Tolmezzo (Udine). Per la prima volta l’evento non si svolgerà in una singola nazione, ma le gare si estenderanno ai cieli delle vicine Austria e Slovenia. L’organizzazione, a cura di Aero Club Lega Piloti e Flyve sta lavorando a pieno regime per garantire il massimo successo alla competizione. Invece attendono al successo agonistico i piloti del team azzurro di deltaplano nove volte campione del mondo e quattro campione d’Europa. Subito dopo dal 5 al 18 agosto la squadra nazionale di parapendio, vice campione d’Europa in carica, volerà a Kruscevo in Macedonia, sito che la federazione internazionale ha scelto per la disputa della 16.a edizione dei Campionati del Mondo di questa specialità. Il CT della squadra, il milanese Alberto Castagna, è già al lavoro per scegliere i componenti del team in base ai risultati delle gare previste dal calendario ufficiale dell’Aero Club Lega Piloti. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22414 Alberto Figliolia. Gigi Radice e lo scudetto ‘76 Era un Toro aggressivo e poetico. Il Torino di Gigi Radice, che ci la lasciato, lui milanese di Cesano Maderno il giorno di Sant'Ambrogio del 2018, era una macchina, no, anzi... un organismo perfetto. Una squadra compatta negli intenti e formidabile negli esiti. Senza punti deboli, ogni uomo era quello giusto al posto giusto: operai e artisti, inventori, facitori o finalizzatori. Senso pratico, feeling con il gioco e creatività. Un portiere-giaguaro, davanti Puliciclone e Ciccio Graziani, i gemelli del gol, lo spauracchio di ogni difesa, a buttar dentro i suggerimenti che provenivano da quella devastante ala-mezzala di dribbling ubriacante e fantasia che era Claudio Sala o dagli altri centrocampisti, fra genio e regolatezza, Zaccarelli e Pecci. Senza contare tutti gli altri: Nello Santin, Roberto Salvadori, Patrizio Sala, Roberto Mozzini, Vittorio Caporale... E Gigi Radice era l'artefice di quella squadra che pressava secondo i dettami olandesi ed evoluiva secondo il genio individuale (tecnico-tattico) italico. L'anno era il 1976, ventisette anni dopo la tragedia di Superga che aveva seppellito, pur consegnandolo alla leggenda, il Grande Torino e nove anni dopo l'altrettanto drammatica scomparsa di Gigi Meroni, la farfalla granata. Per il popolo del Toro era tornato il tempo della gioia. Fu uno scudetto epocale. Gigi Radice era diventato allenatore dopo il ritiro da giocatore avvenuto a soli trent'anni, causa un gravissimo infortunio da cui mai si era ripreso pienamente. Nel suo curriculum vitae da terzino vi erano stati Milan, Triestina, Padova, ancora Milan, con tre scudetti nel 1957 (1 presenza), 1959 (2 presenze), 1962 (28 presenze e 1 gol) e la Coppa dei Campioni 1963 (anche se non avrebbe disputato la finale), oltre a 5 presenze in azzurro, di cui 2 agli sventurati Mondiali cileni (saltò soltanto la sciagurata e violenta gara contro i padroni di casa, la tristemente famosa Battaglia di Santiago). Se Radice fu un valentissimo giocatore, da allenatore fu addirittura grandissimo: nel suo itinerario poté sedere sulle panchine di Monza (2 promozioni dalla serie C alla B), Treviso, Cesena (promozione dalla B alla A, la prima per i romagnoli), Fiorentina, Cagliari, Bologna (settimo posto in classifica, recuperando i 5 punti di penalizzazione inflitti alla compagine felsinea), Milan, Bari, Inter, Roma, Genoa, alcune delle quali più volte in diversi periodi. Ma soprattutto lui era il Toro e il mitico tricolore 1976. Un'impresa indimenticabile. Un allenatore di forte personalità, ma gentiluomo, lungimirante, razionale e intuitivo. Un genio della panchina, possiamo dirlo senza tema. Gigi Radice, sottratto al mondo da una lunga e pesante malattia, è ora nei celesti prati a calciare il pallone e a spiegare schemi per tanti altri invincibili. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=22361 Aaron Durogati vola per 510 chilometri in parapendio Nuova impresa di Aaron Durogati (foto), pilota di Merano, che ha sfiorato il record mondiale di volo libero in parapendio volando per 509,6 chilometri. Teatro della ammirevole prestazione l’immenso territorio tra gli stati brasiliani del Rio Grande del Nord e quello del Piauì dove ha toccato terra dopo oltre undici ore di volo in una zona denominata Chapada do Frio nei pressi di Paquetá, piccolo comune di sole 4.000 anime Era decollato alle sei del mattino nei pressi di Caicó, cittadina di 60.000 abitanti sita nella regione del Seridó Ocidental, stato Rio Grande. Durante il lungo volo verso ovest il parapendio di Durogati ha viaggiato a oltre 46 km/h di media, toccando la quota massima di metri 3.096 con il notevole guadagno di ben 2.900, essendo decollato da un’altitudine di soli 196. Nei giorni precedenti il pilota aveva eseguito più voli alcuni anche oltre i 400 chilometri. Gli attuali record del mondo maschile e femminile sono appannaggio di piloti brasiliani e stabiliti nel loro paese. Il più recente quello rosa di Macella Uchoa che nello scorso ottobre ha superato i 414 chilometri. Più sostanzioso quello maschile realizzato nel 2016 da Donizete Baldessar Lemos con ben 572 chilometri. La carriera del trentunenne pilota sud tirolese è costellata di successi a partire dal titolo europeo conquistato con il team azzurro nel 2010 per passare alle coppe del mondo del 2016 e del 2012 e finire alle molte altre vittorie. È anche uno specialista di hike & fly, cioè la pratica del volo in parapendio alternata all’escursionismo, come dimostrano le sue partecipazioni alla X-Alps, la più lunga e dura gara di questa specialità. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22313 Alberto Figliolia. Ciao, Bob Se n’è andato anche Bob Lienhard. Un gran giocatore, una magnifica persona. Un americano che sapeva parlare il dialetto brianzolo. Uno che aveva scelto con il cuore l’Italia. Da New York a Cantù, per aiutare a far grande la squadra di quel piccolo centro, Davide contro Golia. Era un pivot forte fisicamente e tecnicamente, un giocatore completo e di squadra. E, come detto, le sue qualità umane erano straordinarie. Con lui se ne va un altro pezzetto della nostra vita, della nostra storia individuale e collettiva. Davvero è stato un privilegio averlo visto giocare e poterlo conoscere. Classe 1948, nativo del Bronx, il grande Bob, dopo il college disputato con la canottiera dei Bulldogs della University of Georgia (e prima ancora come high school la Rice di Manhattan), arrivò nel Bel Paese nel 1970, ventiduenne di immane prestanza fisica e belle speranze, rinunciando per sempre alla NBA dove forse sarebbe anche potuto andare (era stato scelto al quarto giro, n. 61 totale, dai Phoenix Suns). Il provino cui lo sottopose il Simmenthal del Principe Cesare Rubini, allora dominante con Varese (e Cantù), non andò però come avrebbe desiderato il pivottone della Grande Mela. Ma Cantù aveva fiutato l’affare e si fiondò sui magnifici 208 cm (x 110 kg) di Bob. E fu leggenda… Con Arnaldo Taurisano, alias Mastro Tau, in panchina, il Charlie (Recalcati) a sforacchiare retine e il Pierlo Marzorati a menare le danze e a volare in contropiede, il nostro caro Bob era il totem difensivo e offensivo di quell’irripetibile gruppo, baluardo, rimbalzista, blocchi granitici, passaggi e, senza mai essere stato un mangiapalloni, anche punti nelle mani. E furono lo scudetto 1975, le tre Korac di fila 1973-1974-1975, l’Intercontinentale 1975 e due Coppe delle Coppe, edizioni 1977 e 1978. Oltre 3300 i punti realizzati da Lienhard in quasi 200 partite con il team allora gestito dalla illuminata famiglia Allievi. Quando Bob decise di divenire cittadino italiano non fu tuttavia riconosciuto dal punto di vista cestistico come un giocatore nostrano. Non solo non poté mai giocare in Nazionale (e ci avrebbe fatto comodo un giocatore di quello spessore fisico e tecnico: fu uno dei pochi a impaurire, seppur per un attimo, un giocatore della tempra di Art Kenney), addirittura dovette ripartire dalle serie minori, vale a dire la C in quel di Treviglio. La passione per la palla a spicchi, l’amore per la coniuge, per la Brianza e l’Italia, lo fecero a ogni modo rimanere sul nostro suolo. Come giocatore avrebbe meritato un trattamento migliore (senza pensare all’autolesionismo di certe sponde federali). Bob aveva mani intelligentissime, anche fuori dal basket. Si era ristrutturato la casa canturina tutta da solo. La sua mente sapeva applicarsi agli schemi del basket come alle cose della vita quotidiana: laureato in Economia e commercio, esperto d’informatica, geniale artigiano autodidatta. E, con la sua forte personalità, simpatico, disponibile, tanto generoso e gentile. Lo andai a trovare a casa sua per una intervista e mi dedicò, con la moglie, l’intero pomeriggio (ecco il link dell’articolo, reperibile anche nelle note di Wikipedia). Lo invitai a parlare di basket nel mio paese, Cesano Boscone, e lui venne e raccontò e fu una serata magnifica. Ciao, Bob. Ogni tuo gancio, destro e sinistro, direttamente al canestro o con l’ausilio del tabellone, ogni appoggio, andrà sempre a segno, ogni passaggio sarà un assist. Ovunque tu sia. Riposa in pace, grande Bob. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=22250 Europei parapendio, argento e bronzo per l'Italia Dal 15° Campionato Europeo di parapendio gli azzurri tornano a casa con un soddisfacente risultato: medaglia d’argento per la squadra e bronzo per il bolognese Alberto Vitale nel singolo. La squadra campione d’Europa 2018 è la Spagna che precede appunto l’Italia, poi Francia, campione del mondo in carica, e Germania. La medaglia d’oro nella classifica individuale è stata messa al collo del britannico Theo Warden che ha superato d’un soffio il tedesco Torsten Siegel e il nostro Alberto Vitale, protagonista di una splendida rimonta. Migliore nella graduatoria femminile la francese d’origini nipponiche Seiko Fukuoka Naville. Argento per Yael Margelisch (Svizzera), bronzo per Meryl Delferriere (Francia). La campionessa d’Italia Silvia Buzzi Ferraris, milanese, ha terminato al sesto posto dopo aver vinto una prova femminile. Ventuno le quote rosa presenti. Un plauso per le prestazioni di Joachim Oberhauser di Termeno (Bolzano), di Marco Littamè (Torino) e Marco Busetta di Paternò (Catania) che si sono messi in luce durante alcune task, contribuendo al successo del collettivo. L’evento ha impegnato 150 piloti in rappresentanza di 28 nazioni per due settimane nei cieli di Montalegre, nel nord del Portogallo. Il team italiano si è presentato con la ferma determinazione di cancellare la prova opaca dello scorso anno ai mondiali di Feltre. Operazione riuscita. Questi i restanti piloti azzurri convocati dal CT Alberto Castagna di Cologno Monzese: Christian Biasi di Rovereto (Trento), Federico Nevastro (Padova) e l’emiliano Michele Boschi. Durante il campionato sono stati effettuati otto voli, uno al giorno, su distanze tra i 52 ed i 94 chilometri, percorsi contrassegnati da punti salienti del territorio, che i parapendio hanno aggirato prima di raggiungere l’atterraggio in media dopo due o tre ore, in un caso anche solo un’ora e mezza. Cancellate due task per avverse condizioni meteo, un dovere per riguardo alla sicurezza dei piloti. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22181 Alberto Figliolia. Pelé (Edson Arantes do Nascimento) La camicia di raso azzurra (scintillii da Messico e nuvole,) i pantaloni hippy, appoggiato al cofano di un'elegante autovettura targata SP-Santos WA 1000 (mille come quei gol tutti così diversi e speciali), lo sguardo di chi ha il mondo ai piedi... Si scrive Edson Arantes do Nascimento, si legge P-E-L-É! Eri poco più di un bambino a Stoccolma, 29 giugno 1958, quando piangevi dopo la finale contro i vecchi maestri di Scandinavia (ah l'impotenza del meraviglioso gol di Nils, quello che non sbagliava mai un passaggio... i suoi dribbling a liberare il sinistro dell'illusione) consolato dai tuoi mentori in verdeoro. Gilmar o Didi. Con i tuoi scatti e scarti, il sombrero, i colpi di testa riscattasti il Maracanazo facendo felice una nazione, dalle spiagge di Rio alle capanne nella foresta, dall'Atlantico al Rio delle Amazzoni, dalle case magiche di Bahia alle favelas, ai gravi palazzi di San Paolo. Ordem e progresso stava scritto sulla bandiera, anche nel 1970,quando João Saldanha fu abbandonato al suo destino, ma tu giocavi – dopo Garrincha, Didi, Vavá e Zagallo – con Jairzinho, Gérson, Tostão e Rivelino. e per prendere il cross di Roberto, il gatto mancino,salisti in cielo (e Burgnich proteso con il braccio in una fatica vana...) e colpisti di testa in un'elevazione eterna per affondare Albertosi e l'Italia: tricampeón, e la Rimet per sempre nel ventre del tuo gran Paese. Poi venne l'America... i Cosmos della Grande Mela, uno sgargiante vestito rosso in una foto con George Best, il 1281° gol, Andy Warhol e John Huston (mai finzione fu più vera della rovesciata di Fuga per la vittoria), la tua parabola sportiva divenne potere della rappresentazione, ma noi ti ricordiamo in quel balzo alle stelle dell'Azteca, la sospensione infinita, il tocco sapiente di un mago dalle formule segrete, il pensiero imprendibile, o come, quando poco più che bambino, piangevi a Stoccolma, 29 giugno 1958, non sapendo ancora dello stupore e della bellezza che avevi donato al tuo popolo e al mondo. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=22170 Geròla Alta aspetta il Giro rosa|Volontari impegnati nella stazione alpina per l’arrivo della 6ª tappa La presentazione della tappa sarà abbinata alla promozione di importanti eventi gastronomici Valtellina – È iniziato il conto alla rovescia per l’arrivo mercoledì 11 luglio della 6ª tappa del Giro d’Italia femminile 2018, la Sovico - Gerola Alta, 114,100 Km percorso prima estremamente panoramico. Si parte veloci nella Brianza e per la sponda lecchese del Lago di Como, poi attraverso i prati della Bassa Valtellina quindi per l’ascesa che porta dai 262 metri della città di Morbegno, ultimo passaggio della tappa in pianura, fino ai 1050 metri del paese di Geròla Alta. A Gerola i volontari del Comitato tappa hanno issato in questi giorni lo striscione ufficiale che indica l’attesa per l’evento, si tratta di una prima assoluta e di un debutto per il grande ciclismo internazionale nella località alpina valtellinese, striscione che saluterà l’arrivo della carovana. Si infittisce intanto la serie di iniziative che accompagneranno le “giornate rosa” in questa tornata 2018 tra le montagne della Valtellina. «Grande attenzione sarà riservata anche alla vigilia dell’arrivo di tappa» ha spiegato per Ecomuseo Valgerola il dirigente Walter Pasina. «L’arrivo di una corsa, una tappa di montagna di un grande Giro d’Italia con un importante arrivo in salita in una zona come la Bassa Valtellina, distante da alcuni dei nostri passi alpini più rappresentativi e celebrati, come Stelvio, Gavia, Mortirolo è considerato non solo da noi, una grande vetrina. Una preziosa opportunità di promozione del territorio. Per questo, in collaborazione con il Consorzio turistico Valtellina di Morbegno, che rappresenta tutti i comuni della zona, si è convenuto che, nella vigilia dell’arrivo di tappa a Geròla Alta, il 10 luglio sarà presentata oltre alla tappa stessa anche l’edizione 2018 della rinomata manifestazione gastronomica “Gustosando”. Evento top valtellinese di degustazioni e di pranzi e cene con piatti e in ambienti tipici, che si svolge in autunno e che coinvolge circa 10 borghi antichi e paesi. Manifestazione di punta della nostra terra per il turismo travel & food. Il Comune di Gerola Alta, l’amministrazione con il sindaco Rosalba Acquistapace, il responsabile e il Comitato tappa insieme ai vertici del Consorzio turistico accoglieranno i sindaci delle altre località che aderiscono a “Gustosando”. Ci sarà una presentazione pubblica condivisa della manifestazione, una cena con primi cittadini, amministratori, giornalisti e autorità. Non mancheranno altre attività di animazione e concorsi per rendere unico l’arrivo del Giro tra le nostre case». Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22113 L'Europa in deltaplano vola nei cieli del Friuli Presto i cieli del Friuli saranno presi d’assalto dagli appassionati di volo in deltaplano provenienti da tutta Europa. Si tratta di un appuntamento internazionale, lo Spring Meeting 2018 – Trofeo Friuli Venezia Giulia, valido anche come campionato italiano di questo entusiasmante sport. La competizione, organizzata dall’Aero Club Lega Piloti e da Flyve, si svolgerà tra Meduno e Travesio (Pordenone) dal 25 aprile al 1° maggio. Si attendono circa 100 piloti e tra questi il campione del mondo in carica, il ceco Petr Benes, i pluricampioni iridati Christian Ciech, trentino trapiantato a Varese, e il bolzanino Alex Ploner che difenderà anche il titolo tricolore conquistato nel 2017. L’Italia vanta ben nove titoli mondiali dei quali cinque consecutivi. La manifestazione non si esaurisce con la gara, ma gli organizzatori hanno voluto caratterizzarla come una festa del volo libero con numerosi eventi collaterali turistici, didattici, culturali oltre che una esposizione. Decollo principale dal monte Valinis presso Meduno, eventualmente sostituito dai decolli sloveni di Lijak e Ajdovscina, da quello sul Cuarnan sopra Gemona o del Passo Pura vicino a Ampezzo (Udine) se le condizioni meteo, alle quali è strettamente legato il volo in deltaplano e parapendio, detto volo libero perché non usa motore, lo riterranno necessario. Da questi punti i piloti spiccheranno il volo per completare percorsi che in condizioni di tempo ottimali possono superare i 100 km e contrassegnati da punti salienti del territorio da aggirare obbligatoriamente. Questi tragitti si snoderanno lungo la Pedemontana e non solo fino all’atterraggio ufficiale presso il centro operativo posto a Travesio. Qui sarà allestita un’area Expo con una grande zona coperta dove alloggeranno una ventina di espositori. Lo Spring Meeting 2018 è pure una prova generale di quanto avverrà il prossimo anno quando questa area di volo ospiterà l’evento mondiale per eccellenza, il XXII Campionato del Mondo di deltaplano. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22025 Alberto Figliolia. “Nerazzurri siamo noi” di Francesco Caremani Francesco Caremani Nerazzurri siamo noi I campioni dell'Inter Bradipo, 2017, pp. 228, € 15,00 Lancio mancino di Mandrake Corso a Giacinto Facchetti poderosamente involatosi sulla fascia sinistra. Il terzino-lord goleador controlla e crossa, a sua volta di sinistro, verso il centro dell'area, dove, appostato in un agguato da pantera, Roberto Boninsegna si alza in volo e impatta di mancino la sfera di cuoio. Il corpo in orizzontale, perfettamente parallelo rispetto al suolo, Bonimba è letteralmente in orbita. Il pallone s'infila nella porta dell'incolpevole Trentini. Roberto Boninsegna da Mantova, il monatto, sigla uno dei più bei gol della sua splendida carriera consegnando di fatto all'Inter lo scudetto dell'anno di grazia 1971, dopo una entusiasmante rincorsa e dopo il sorpasso al Milan del Golden Boy Rivera e di Paròn Rocco. Quell'Inter-Foggia finirà 5-0 e gli stessi giocatori dauni si ritroveranno ad applaudire la prodezza del bomber della Beneamata. Titolo di capocannoniere per Bonimba-gol e undicesimo tricolore per i neroazzurri. Boninsegna: un centravanti d'altri tempi? Invero un giocatore che con il suo carisma e il suo carattere avrebbe dominato le aree di rigore in ogni era. Icardi come rapinatore d'area e superbo opportunista gli somiglia tantissimo. Maurito è destro di piede e più alto; Boninsegna aveva una struttura fisica più compatta, tozza se vogliamo (1,74 m x 72 kg), tuttavia perfetta per duellare con i granitici stopper di quel tempo (con i gomiti e con il corpo ci sapeva fare e sapeva farsi rispettare), e tecnicamente era completo, non certo rozzo: forte di testa, capace anche di manovrare, rigorista implacabile. Ed è proprio Bonimba, oltre che comparire nelle pagine, a scrivere la prefazione del bel libro di Francesco Caremani dedicato agli eroi interisti all time: Nerazzurri siamo noi. I campioni dell'Inter. In rigoroso ordine alfabetico sfilano nel volume personaggi entrati nell'immaginario collettivo del popolo neroazzurro. L'accuratezza della ricerca storica va di pari passo con la quantità di emozioni che Caremani riesce a riversare nell'animo di chi legge. Commovente è, per esempio, la storia di Lennart Nacka Skoglund, sublime sinistrorso fantasista dell'Inter degli anni Cinquanta, quelli della doppietta nazionale 1952-53 e 1953-54, l'uomo ispiratore di un irripetibile 6-0 alla Juventus. Uno svedese dal carattere mediterraneo era Nacka: dribbling e assist, davvero la fantasia al potere. E dopo aver fatto tanto divertire le folle una triste deriva esistenziale. Rientrato in patria, uno scorato abbandono lo colse, e una morte precoce. Troppo bravo, troppo dimenticato. Autentica icona della storia neroazzurra, le sue evoluzioni con Nyers, Lorenzi, Wilkes, Armano, Brighenti sono in ogni caso da storia del calcio. Struggente, senza mai cadere nel retorico, è la narrazione che di Nacka Skoglund ci regala Francesco Caremani. Scorrono alla lettura gli idoli d'infanzia... Mario Bertini, gran mediano – oggi si direbbe di quantità – dal tiro proibito, titolare nella spedizione di Messico '70; Giuliano Sarti, il portiere di ghiaccio della Grande Inter, un magnifico senso del piazzamento, di stile sobrio e, insieme, elegante, troppo a lungo colpevolizzato per il fatale errore di Mantova nel 1966-67, invero uno dei più grandi numeri uno della storia del calcio italiano, nonché uomo colto e sensibile; Beppe Bergomi, il bambino prodigio, iridato a poco più di 18 anni, e Javier Zanetti, capitani, bandiere, come pare non usarsi più nel contemporaneo calcio dei lustrini; Cambiasso, ovvero come essere geniali nell'apparente oscurità. E Spillo Altobelli, Amedeo Amadei, il fornaretto di Frascati, tre gol nel pazzesco derby, 6-5, del novembre 1949, dopo che l'Inter era stata subito sotto per 1-4; Antonio V. Angelillo, 33 gol in una sola stagione, giocatore raffinato, malinconico come un tango, di rara bellezza e maestria; Sandrino Mazzola, capace di segnare due delle più belle reti di sempre del calcio italiano: quella con il Vasas Budapest, dopo un dribbling infinito, in Coppa dei Campioni e quella, in azzurro, dopo un'incredibile serie di palleggi volanti contro la Svizzera; Giuseppe Meazza, semplicemente il più grande di tutti, abilissimo sia nelle vesti di centravanti che in quelle di mezzala (in tale ruolo due Mondiali con l'Italia). E ancora... Aurelio, Milani; Diego Milito, protagonista dell'inarrivabile triplete del 2010; Armando Picchi, il libero per eccellenza; The Wall Samuel; Luisito Suarez dai celeberrimi lanci che sapevano coprire 40 m di campo scavalcando le impreparate difese; Carlo Tagnin, colui che fermò il genio di Alfredo Di Stefano nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 al Prater di Vienna... e tanti altri. Un'opera pregevole, di ricerca storica e di sentimento, che non può mancare nella biblioteca non solo di un tifoso interista, ma di chiunque ami la storia del calcio. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21990 Alberto Figliolia. Solfrini ci mancherà tantissimo: Ciao, Marco Il Doctor J italiano. Poco meno di due metri, braccia lunghissime, abilità atletica e tecnica, la capacità di veleggiare per tiri dalle pose plastiche (perfette per le immagini fotografiche, alcune delle quali a ritrarlo indimenticabili!). E la dedizione alla squadra. Marco Solfrini da Brescia è morto. Aveva da poco compiuto sessant’anni. Un malore l’ha stroncato. Un infarto. Tradito dal cuore, proprio lui che in campo sapeva gettare il cuore oltre l’ostacolo: generoso nel gioco, altrettanto nella vita quotidiana dove sapeva spendere le proprie opinioni in favore di importanti temi civili. Idee forti, coraggiose, che denotavano sempre la sua grande apertura al mondo, agli altri. Un uomo libero. Senza alcuna posa da vip. La prima volta che ho sentito parlare di Marco Solfrini è stato negli anni Settanta, quando non era ancora famoso, tutt’al più un giovane di belle speranze. Me ne aveva tracciato un entusiastico ritratto il mio amico Fabio Borghetti, anch’egli di Brescia, il quale aveva giocato con lui nelle giovanili della squadra della città Leonessa d’Italia. Lo dipingeva come un fenomeno. Aveva ragione. Forse non ci voleva molto per afferrare il talento di quel giovanottone. Però quanti si sono persi strada facendo? Lui no. Marco era arrivato al top. Le sue tappe: Pinti Inox/Cidneo Brescia, sino al 1981-82; Banco Roma, sino al 1985-86; Fantoni Udine, sino al 1987-88; Alno/Turb. Fabriano, sino al 1990-91; Ticino Ass. Siena, sino al ritiro avvenuto al termine della stagione 1994. Nove stagioni, fra l’altro, trascorse in doppia cifra di punti. E poi la ‘parentesi’ con la maglia della Nazionale: cinque azzurri anni, dal 1979 al 1984, contrassegnati dal meraviglioso, a tratti rocambolesco ma meritatissimo, argento olimpico conquistato a Mosca ’80 contro i mostri della Jugoslavia unita. 68 le sue presenze con la canotta color del cielo. Marco Solfrini mi aveva raccontato del suo esordio con l’Italia. Battezzato da Pier Luigi Marzorati, che gli aveva proprio fatto un esame caratteriale dal nostro peraltro brillantemente superato, con le armi di una serena ironia, delle virtù tecniche e del gioco aereo. A sessant’anni ancora sapeva schiacciare Solfrini. Già perché l’antica passione gli covava sempre nell’anima. E giù ancora medaglie, auree, argentee o bronzee che fossero: Europei e Mondiali over 45 / over 50. E di queste avventure vissute con autentico ardore e genuina passione Marco scriveva con altrettanto trasporto. Scriveva bene, sapeva portarti nel suo fatato mondo, quello della palla a spicchi che tanto abbiamo amato. Anche con una squadra di club (quella capitolina) il nostro caro Doctor J aveva vinto non poco: l’epocale scudetto 1983, con in panca il Vate Bianchini, e, a seguire, una Coppa dei Campioni (79-73 vs. Barcellona), una Intercontinentale (davanti a Obras Sanitarias, Sirio, Barcellona, Marathon Oil) e una Coppa Korać (doppio scontro fratricida contro Caserta). Eppure si aveva l’impressione che lui fosse sempre leggermente sottovalutato (non certo da chi lo aveva nei suoi ranghi o dai compagni di gioco). Chissà… forse non peccava di sufficiente egocentrismo e narcisismo. Di certo era un califfo del gioco. Uno dei migliori atleti che abbiamo mai avuto nel Bel Paese. E, fatto che non guasta, una excellentissima persona. Vir, come dicevano i Romani. Nobile e forte. Ci mancherà tantissimo. Ci mancherà. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=21979 Gustavo Vitali. Vola e cammina, la nuova frontiera del parapendio Camminare lungo le valli, salire sui monti, scegliere un buon pendio come punto di decollo, preparare il parapendio e poi spiccare il volo verso altri monti e attraverso altre valli. Si chiama hike & fly, escursionismo e volo, tutto gambe e parapendio la nuova frontiera del volo libero, quello senza motore, sinonimo di libertà e spirito d'avventura. Qualcuno dice che non sia proprio nuova, perché a chi pratica questa entusiasmante attività con habitat naturale in ambienti montani una scarpinata prima o poi tocca. Sull’onda della celebre X-Alps, maratona biennale di oltre mille chilometri dall’Austria a Montecarlo, i cultori di hike & fly sono in crescita esponenziale e gli eventi si moltiplicano. Facili le regole base: usare solo piedi e parapendio, preferibilmente il secondo perché il volo è meno faticoso e più veloce. Nessun altro mezzo di trasporto è ammesso. Le gare possono durare più giorni e lungo percorsi di centinaia di chilometri contrassegnati da punti salienti del territorio, detti boe o turn point, con obbligo al pilota di aggirarli. Ogni concorrente è seguito da un team di supporto con il compito di suggerire valutazioni tecniche sul miglior tragitto, informazioni meteo e fornire l’occorrente alla sussistenza. Quando non vola, il pilota è obbligato a camminare con in spalla la sacca contenente parapendio, selletta e tutta l’attrezzatura per il volo che non può essere portata altrimenti. Il live tracking sorveglia tramite GPS, invia in tempo reale la posizione dei piloti, stila classifiche. Ci proviamo anche in Italia con l’hike & fly. Nel 2018 tre diverse organizzazioni si sono messe di buona lena per varare altrettanti eventi. Hanno raccolto partecipanti da Europa, Asia e America, lo svizzero Christian Maurer, vincitore di cinque X-Alps, il più noto. Pochi posti e riservati ad atleti ben allenati in corsa, arrampicata e altre discipline. Indispensabile pratica costante e esperienza di volo libero. Rare le quote rosa non senza rammarico. Primo appuntamento dal 12 al 19 maggio per la “Ironfly” pensata dal Parapendio Club Scurbatt di Suello (Lecco). Partenza dal lungolago di Lecco e salita sul monte Cornizzolo, altitudine 1.040 m. Da qui la gara si snoderà attraverso le Prealpi lombarde, piemontesi e Canton Ticino. Turn point a Macugnaga e il Monte Rosa, altitudine 4.634 m., Bormio in Valtellina e il passo della Presolana in Val Seriana prima di raggiungere l’atterraggio di Suello. Totale 458 km in linea d’aria, di più nella sostanza. Il 26 agosto a Levico Terme (Trento) prenderà il via la “Dolomiti Superfly” organizzata dal Volo Libero Trentino. Il percorso, tutto dolomitico e dedicato ai luoghi della Grande Guerra nel centenario della vittoria, misurerà 250 km. Prima boa a Canazei (Trento) passando per la catena del Lagorai. Poi toccherà Sesto Pusteria (Bolzano) oltre le Tre Cime di Lavaredo e infine Cima Grappa nelle Prealpi venete. Conclusione a Levico Terme entro l’1 settembre. Durerà un solo giorno, l’8 settembre, la h&f “Presolana 1.0”, grazie al Club Volomania di Gandino (Bergamo), teatro il comprensorio attorno al massiccio di 2.521 m nelle Prealpi bergamasche che ha ispirato il nome dell’evento. I piloti partiranno da Gandino, passeranno da Clusone, dalla Valzurio, dalla valle di Castione, dal monte Pora, ancora da Clusone e dalla Val Gandino, toccheranno lo spartiacque tra Val Cavallina e lago d’Iseo prima dell’atterraggio di Cirano presso Gandino. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21960