News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Alberto Figliolia. Ciao, Bob Se n’è andato anche Bob Lienhard. Un gran giocatore, una magnifica persona. Un americano che sapeva parlare il dialetto brianzolo. Uno che aveva scelto con il cuore l’Italia. Da New York a Cantù, per aiutare a far grande la squadra di quel piccolo centro, Davide contro Golia. Era un pivot forte fisicamente e tecnicamente, un giocatore completo e di squadra. E, come detto, le sue qualità umane erano straordinarie. Con lui se ne va un altro pezzetto della nostra vita, della nostra storia individuale e collettiva. Davvero è stato un privilegio averlo visto giocare e poterlo conoscere. Classe 1948, nativo del Bronx, il grande Bob, dopo il college disputato con la canottiera dei Bulldogs della University of Georgia (e prima ancora come high school la Rice di Manhattan), arrivò nel Bel Paese nel 1970, ventiduenne di immane prestanza fisica e belle speranze, rinunciando per sempre alla NBA dove forse sarebbe anche potuto andare (era stato scelto al quarto giro, n. 61 totale, dai Phoenix Suns). Il provino cui lo sottopose il Simmenthal del Principe Cesare Rubini, allora dominante con Varese (e Cantù), non andò però come avrebbe desiderato il pivottone della Grande Mela. Ma Cantù aveva fiutato l’affare e si fiondò sui magnifici 208 cm (x 110 kg) di Bob. E fu leggenda… Con Arnaldo Taurisano, alias Mastro Tau, in panchina, il Charlie (Recalcati) a sforacchiare retine e il Pierlo Marzorati a menare le danze e a volare in contropiede, il nostro caro Bob era il totem difensivo e offensivo di quell’irripetibile gruppo, baluardo, rimbalzista, blocchi granitici, passaggi e, senza mai essere stato un mangiapalloni, anche punti nelle mani. E furono lo scudetto 1975, le tre Korac di fila 1973-1974-1975, l’Intercontinentale 1975 e due Coppe delle Coppe, edizioni 1977 e 1978. Oltre 3300 i punti realizzati da Lienhard in quasi 200 partite con il team allora gestito dalla illuminata famiglia Allievi. Quando Bob decise di divenire cittadino italiano non fu tuttavia riconosciuto dal punto di vista cestistico come un giocatore nostrano. Non solo non poté mai giocare in Nazionale (e ci avrebbe fatto comodo un giocatore di quello spessore fisico e tecnico: fu uno dei pochi a impaurire, seppur per un attimo, un giocatore della tempra di Art Kenney), addirittura dovette ripartire dalle serie minori, vale a dire la C in quel di Treviglio. La passione per la palla a spicchi, l’amore per la coniuge, per la Brianza e l’Italia, lo fecero a ogni modo rimanere sul nostro suolo. Come giocatore avrebbe meritato un trattamento migliore (senza pensare all’autolesionismo di certe sponde federali). Bob aveva mani intelligentissime, anche fuori dal basket. Si era ristrutturato la casa canturina tutta da solo. La sua mente sapeva applicarsi agli schemi del basket come alle cose della vita quotidiana: laureato in Economia e commercio, esperto d’informatica, geniale artigiano autodidatta. E, con la sua forte personalità, simpatico, disponibile, tanto generoso e gentile. Lo andai a trovare a casa sua per una intervista e mi dedicò, con la moglie, l’intero pomeriggio (ecco il link dell’articolo, reperibile anche nelle note di Wikipedia). Lo invitai a parlare di basket nel mio paese, Cesano Boscone, e lui venne e raccontò e fu una serata magnifica. Ciao, Bob. Ogni tuo gancio, destro e sinistro, direttamente al canestro o con l’ausilio del tabellone, ogni appoggio, andrà sempre a segno, ogni passaggio sarà un assist. Ovunque tu sia. Riposa in pace, grande Bob. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=22250 Europei parapendio, argento e bronzo per l'Italia Dal 15° Campionato Europeo di parapendio gli azzurri tornano a casa con un soddisfacente risultato: medaglia d’argento per la squadra e bronzo per il bolognese Alberto Vitale nel singolo. La squadra campione d’Europa 2018 è la Spagna che precede appunto l’Italia, poi Francia, campione del mondo in carica, e Germania. La medaglia d’oro nella classifica individuale è stata messa al collo del britannico Theo Warden che ha superato d’un soffio il tedesco Torsten Siegel e il nostro Alberto Vitale, protagonista di una splendida rimonta. Migliore nella graduatoria femminile la francese d’origini nipponiche Seiko Fukuoka Naville. Argento per Yael Margelisch (Svizzera), bronzo per Meryl Delferriere (Francia). La campionessa d’Italia Silvia Buzzi Ferraris, milanese, ha terminato al sesto posto dopo aver vinto una prova femminile. Ventuno le quote rosa presenti. Un plauso per le prestazioni di Joachim Oberhauser di Termeno (Bolzano), di Marco Littamè (Torino) e Marco Busetta di Paternò (Catania) che si sono messi in luce durante alcune task, contribuendo al successo del collettivo. L’evento ha impegnato 150 piloti in rappresentanza di 28 nazioni per due settimane nei cieli di Montalegre, nel nord del Portogallo. Il team italiano si è presentato con la ferma determinazione di cancellare la prova opaca dello scorso anno ai mondiali di Feltre. Operazione riuscita. Questi i restanti piloti azzurri convocati dal CT Alberto Castagna di Cologno Monzese: Christian Biasi di Rovereto (Trento), Federico Nevastro (Padova) e l’emiliano Michele Boschi. Durante il campionato sono stati effettuati otto voli, uno al giorno, su distanze tra i 52 ed i 94 chilometri, percorsi contrassegnati da punti salienti del territorio, che i parapendio hanno aggirato prima di raggiungere l’atterraggio in media dopo due o tre ore, in un caso anche solo un’ora e mezza. Cancellate due task per avverse condizioni meteo, un dovere per riguardo alla sicurezza dei piloti. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22181 Alberto Figliolia. Pelé (Edson Arantes do Nascimento) La camicia di raso azzurra (scintillii da Messico e nuvole,) i pantaloni hippy, appoggiato al cofano di un'elegante autovettura targata SP-Santos WA 1000 (mille come quei gol tutti così diversi e speciali), lo sguardo di chi ha il mondo ai piedi... Si scrive Edson Arantes do Nascimento, si legge P-E-L-É! Eri poco più di un bambino a Stoccolma, 29 giugno 1958, quando piangevi dopo la finale contro i vecchi maestri di Scandinavia (ah l'impotenza del meraviglioso gol di Nils, quello che non sbagliava mai un passaggio... i suoi dribbling a liberare il sinistro dell'illusione) consolato dai tuoi mentori in verdeoro. Gilmar o Didi. Con i tuoi scatti e scarti, il sombrero, i colpi di testa riscattasti il Maracanazo facendo felice una nazione, dalle spiagge di Rio alle capanne nella foresta, dall'Atlantico al Rio delle Amazzoni, dalle case magiche di Bahia alle favelas, ai gravi palazzi di San Paolo. Ordem e progresso stava scritto sulla bandiera, anche nel 1970,quando João Saldanha fu abbandonato al suo destino, ma tu giocavi – dopo Garrincha, Didi, Vavá e Zagallo – con Jairzinho, Gérson, Tostão e Rivelino. e per prendere il cross di Roberto, il gatto mancino,salisti in cielo (e Burgnich proteso con il braccio in una fatica vana...) e colpisti di testa in un'elevazione eterna per affondare Albertosi e l'Italia: tricampeón, e la Rimet per sempre nel ventre del tuo gran Paese. Poi venne l'America... i Cosmos della Grande Mela, uno sgargiante vestito rosso in una foto con George Best, il 1281° gol, Andy Warhol e John Huston (mai finzione fu più vera della rovesciata di Fuga per la vittoria), la tua parabola sportiva divenne potere della rappresentazione, ma noi ti ricordiamo in quel balzo alle stelle dell'Azteca, la sospensione infinita, il tocco sapiente di un mago dalle formule segrete, il pensiero imprendibile, o come, quando poco più che bambino, piangevi a Stoccolma, 29 giugno 1958, non sapendo ancora dello stupore e della bellezza che avevi donato al tuo popolo e al mondo. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=22170 Geròla Alta aspetta il Giro rosa|Volontari impegnati nella stazione alpina per l’arrivo della 6ª tappa La presentazione della tappa sarà abbinata alla promozione di importanti eventi gastronomici Valtellina – È iniziato il conto alla rovescia per l’arrivo mercoledì 11 luglio della 6ª tappa del Giro d’Italia femminile 2018, la Sovico - Gerola Alta, 114,100 Km percorso prima estremamente panoramico. Si parte veloci nella Brianza e per la sponda lecchese del Lago di Como, poi attraverso i prati della Bassa Valtellina quindi per l’ascesa che porta dai 262 metri della città di Morbegno, ultimo passaggio della tappa in pianura, fino ai 1050 metri del paese di Geròla Alta. A Gerola i volontari del Comitato tappa hanno issato in questi giorni lo striscione ufficiale che indica l’attesa per l’evento, si tratta di una prima assoluta e di un debutto per il grande ciclismo internazionale nella località alpina valtellinese, striscione che saluterà l’arrivo della carovana. Si infittisce intanto la serie di iniziative che accompagneranno le “giornate rosa” in questa tornata 2018 tra le montagne della Valtellina. «Grande attenzione sarà riservata anche alla vigilia dell’arrivo di tappa» ha spiegato per Ecomuseo Valgerola il dirigente Walter Pasina. «L’arrivo di una corsa, una tappa di montagna di un grande Giro d’Italia con un importante arrivo in salita in una zona come la Bassa Valtellina, distante da alcuni dei nostri passi alpini più rappresentativi e celebrati, come Stelvio, Gavia, Mortirolo è considerato non solo da noi, una grande vetrina. Una preziosa opportunità di promozione del territorio. Per questo, in collaborazione con il Consorzio turistico Valtellina di Morbegno, che rappresenta tutti i comuni della zona, si è convenuto che, nella vigilia dell’arrivo di tappa a Geròla Alta, il 10 luglio sarà presentata oltre alla tappa stessa anche l’edizione 2018 della rinomata manifestazione gastronomica “Gustosando”. Evento top valtellinese di degustazioni e di pranzi e cene con piatti e in ambienti tipici, che si svolge in autunno e che coinvolge circa 10 borghi antichi e paesi. Manifestazione di punta della nostra terra per il turismo travel & food. Il Comune di Gerola Alta, l’amministrazione con il sindaco Rosalba Acquistapace, il responsabile e il Comitato tappa insieme ai vertici del Consorzio turistico accoglieranno i sindaci delle altre località che aderiscono a “Gustosando”. Ci sarà una presentazione pubblica condivisa della manifestazione, una cena con primi cittadini, amministratori, giornalisti e autorità. Non mancheranno altre attività di animazione e concorsi per rendere unico l’arrivo del Giro tra le nostre case». Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22113 L'Europa in deltaplano vola nei cieli del Friuli Presto i cieli del Friuli saranno presi d’assalto dagli appassionati di volo in deltaplano provenienti da tutta Europa. Si tratta di un appuntamento internazionale, lo Spring Meeting 2018 – Trofeo Friuli Venezia Giulia, valido anche come campionato italiano di questo entusiasmante sport. La competizione, organizzata dall’Aero Club Lega Piloti e da Flyve, si svolgerà tra Meduno e Travesio (Pordenone) dal 25 aprile al 1° maggio. Si attendono circa 100 piloti e tra questi il campione del mondo in carica, il ceco Petr Benes, i pluricampioni iridati Christian Ciech, trentino trapiantato a Varese, e il bolzanino Alex Ploner che difenderà anche il titolo tricolore conquistato nel 2017. L’Italia vanta ben nove titoli mondiali dei quali cinque consecutivi. La manifestazione non si esaurisce con la gara, ma gli organizzatori hanno voluto caratterizzarla come una festa del volo libero con numerosi eventi collaterali turistici, didattici, culturali oltre che una esposizione. Decollo principale dal monte Valinis presso Meduno, eventualmente sostituito dai decolli sloveni di Lijak e Ajdovscina, da quello sul Cuarnan sopra Gemona o del Passo Pura vicino a Ampezzo (Udine) se le condizioni meteo, alle quali è strettamente legato il volo in deltaplano e parapendio, detto volo libero perché non usa motore, lo riterranno necessario. Da questi punti i piloti spiccheranno il volo per completare percorsi che in condizioni di tempo ottimali possono superare i 100 km e contrassegnati da punti salienti del territorio da aggirare obbligatoriamente. Questi tragitti si snoderanno lungo la Pedemontana e non solo fino all’atterraggio ufficiale presso il centro operativo posto a Travesio. Qui sarà allestita un’area Expo con una grande zona coperta dove alloggeranno una ventina di espositori. Lo Spring Meeting 2018 è pure una prova generale di quanto avverrà il prossimo anno quando questa area di volo ospiterà l’evento mondiale per eccellenza, il XXII Campionato del Mondo di deltaplano. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=22025 Alberto Figliolia. “Nerazzurri siamo noi” di Francesco Caremani Francesco Caremani Nerazzurri siamo noi I campioni dell'Inter Bradipo, 2017, pp. 228, € 15,00 Lancio mancino di Mandrake Corso a Giacinto Facchetti poderosamente involatosi sulla fascia sinistra. Il terzino-lord goleador controlla e crossa, a sua volta di sinistro, verso il centro dell'area, dove, appostato in un agguato da pantera, Roberto Boninsegna si alza in volo e impatta di mancino la sfera di cuoio. Il corpo in orizzontale, perfettamente parallelo rispetto al suolo, Bonimba è letteralmente in orbita. Il pallone s'infila nella porta dell'incolpevole Trentini. Roberto Boninsegna da Mantova, il monatto, sigla uno dei più bei gol della sua splendida carriera consegnando di fatto all'Inter lo scudetto dell'anno di grazia 1971, dopo una entusiasmante rincorsa e dopo il sorpasso al Milan del Golden Boy Rivera e di Paròn Rocco. Quell'Inter-Foggia finirà 5-0 e gli stessi giocatori dauni si ritroveranno ad applaudire la prodezza del bomber della Beneamata. Titolo di capocannoniere per Bonimba-gol e undicesimo tricolore per i neroazzurri. Boninsegna: un centravanti d'altri tempi? Invero un giocatore che con il suo carisma e il suo carattere avrebbe dominato le aree di rigore in ogni era. Icardi come rapinatore d'area e superbo opportunista gli somiglia tantissimo. Maurito è destro di piede e più alto; Boninsegna aveva una struttura fisica più compatta, tozza se vogliamo (1,74 m x 72 kg), tuttavia perfetta per duellare con i granitici stopper di quel tempo (con i gomiti e con il corpo ci sapeva fare e sapeva farsi rispettare), e tecnicamente era completo, non certo rozzo: forte di testa, capace anche di manovrare, rigorista implacabile. Ed è proprio Bonimba, oltre che comparire nelle pagine, a scrivere la prefazione del bel libro di Francesco Caremani dedicato agli eroi interisti all time: Nerazzurri siamo noi. I campioni dell'Inter. In rigoroso ordine alfabetico sfilano nel volume personaggi entrati nell'immaginario collettivo del popolo neroazzurro. L'accuratezza della ricerca storica va di pari passo con la quantità di emozioni che Caremani riesce a riversare nell'animo di chi legge. Commovente è, per esempio, la storia di Lennart Nacka Skoglund, sublime sinistrorso fantasista dell'Inter degli anni Cinquanta, quelli della doppietta nazionale 1952-53 e 1953-54, l'uomo ispiratore di un irripetibile 6-0 alla Juventus. Uno svedese dal carattere mediterraneo era Nacka: dribbling e assist, davvero la fantasia al potere. E dopo aver fatto tanto divertire le folle una triste deriva esistenziale. Rientrato in patria, uno scorato abbandono lo colse, e una morte precoce. Troppo bravo, troppo dimenticato. Autentica icona della storia neroazzurra, le sue evoluzioni con Nyers, Lorenzi, Wilkes, Armano, Brighenti sono in ogni caso da storia del calcio. Struggente, senza mai cadere nel retorico, è la narrazione che di Nacka Skoglund ci regala Francesco Caremani. Scorrono alla lettura gli idoli d'infanzia... Mario Bertini, gran mediano – oggi si direbbe di quantità – dal tiro proibito, titolare nella spedizione di Messico '70; Giuliano Sarti, il portiere di ghiaccio della Grande Inter, un magnifico senso del piazzamento, di stile sobrio e, insieme, elegante, troppo a lungo colpevolizzato per il fatale errore di Mantova nel 1966-67, invero uno dei più grandi numeri uno della storia del calcio italiano, nonché uomo colto e sensibile; Beppe Bergomi, il bambino prodigio, iridato a poco più di 18 anni, e Javier Zanetti, capitani, bandiere, come pare non usarsi più nel contemporaneo calcio dei lustrini; Cambiasso, ovvero come essere geniali nell'apparente oscurità. E Spillo Altobelli, Amedeo Amadei, il fornaretto di Frascati, tre gol nel pazzesco derby, 6-5, del novembre 1949, dopo che l'Inter era stata subito sotto per 1-4; Antonio V. Angelillo, 33 gol in una sola stagione, giocatore raffinato, malinconico come un tango, di rara bellezza e maestria; Sandrino Mazzola, capace di segnare due delle più belle reti di sempre del calcio italiano: quella con il Vasas Budapest, dopo un dribbling infinito, in Coppa dei Campioni e quella, in azzurro, dopo un'incredibile serie di palleggi volanti contro la Svizzera; Giuseppe Meazza, semplicemente il più grande di tutti, abilissimo sia nelle vesti di centravanti che in quelle di mezzala (in tale ruolo due Mondiali con l'Italia). E ancora... Aurelio, Milani; Diego Milito, protagonista dell'inarrivabile triplete del 2010; Armando Picchi, il libero per eccellenza; The Wall Samuel; Luisito Suarez dai celeberrimi lanci che sapevano coprire 40 m di campo scavalcando le impreparate difese; Carlo Tagnin, colui che fermò il genio di Alfredo Di Stefano nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 al Prater di Vienna... e tanti altri. Un'opera pregevole, di ricerca storica e di sentimento, che non può mancare nella biblioteca non solo di un tifoso interista, ma di chiunque ami la storia del calcio. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21990 Alberto Figliolia. Solfrini ci mancherà tantissimo: Ciao, Marco Il Doctor J italiano. Poco meno di due metri, braccia lunghissime, abilità atletica e tecnica, la capacità di veleggiare per tiri dalle pose plastiche (perfette per le immagini fotografiche, alcune delle quali a ritrarlo indimenticabili!). E la dedizione alla squadra. Marco Solfrini da Brescia è morto. Aveva da poco compiuto sessant’anni. Un malore l’ha stroncato. Un infarto. Tradito dal cuore, proprio lui che in campo sapeva gettare il cuore oltre l’ostacolo: generoso nel gioco, altrettanto nella vita quotidiana dove sapeva spendere le proprie opinioni in favore di importanti temi civili. Idee forti, coraggiose, che denotavano sempre la sua grande apertura al mondo, agli altri. Un uomo libero. Senza alcuna posa da vip. La prima volta che ho sentito parlare di Marco Solfrini è stato negli anni Settanta, quando non era ancora famoso, tutt’al più un giovane di belle speranze. Me ne aveva tracciato un entusiastico ritratto il mio amico Fabio Borghetti, anch’egli di Brescia, il quale aveva giocato con lui nelle giovanili della squadra della città Leonessa d’Italia. Lo dipingeva come un fenomeno. Aveva ragione. Forse non ci voleva molto per afferrare il talento di quel giovanottone. Però quanti si sono persi strada facendo? Lui no. Marco era arrivato al top. Le sue tappe: Pinti Inox/Cidneo Brescia, sino al 1981-82; Banco Roma, sino al 1985-86; Fantoni Udine, sino al 1987-88; Alno/Turb. Fabriano, sino al 1990-91; Ticino Ass. Siena, sino al ritiro avvenuto al termine della stagione 1994. Nove stagioni, fra l’altro, trascorse in doppia cifra di punti. E poi la ‘parentesi’ con la maglia della Nazionale: cinque azzurri anni, dal 1979 al 1984, contrassegnati dal meraviglioso, a tratti rocambolesco ma meritatissimo, argento olimpico conquistato a Mosca ’80 contro i mostri della Jugoslavia unita. 68 le sue presenze con la canotta color del cielo. Marco Solfrini mi aveva raccontato del suo esordio con l’Italia. Battezzato da Pier Luigi Marzorati, che gli aveva proprio fatto un esame caratteriale dal nostro peraltro brillantemente superato, con le armi di una serena ironia, delle virtù tecniche e del gioco aereo. A sessant’anni ancora sapeva schiacciare Solfrini. Già perché l’antica passione gli covava sempre nell’anima. E giù ancora medaglie, auree, argentee o bronzee che fossero: Europei e Mondiali over 45 / over 50. E di queste avventure vissute con autentico ardore e genuina passione Marco scriveva con altrettanto trasporto. Scriveva bene, sapeva portarti nel suo fatato mondo, quello della palla a spicchi che tanto abbiamo amato. Anche con una squadra di club (quella capitolina) il nostro caro Doctor J aveva vinto non poco: l’epocale scudetto 1983, con in panca il Vate Bianchini, e, a seguire, una Coppa dei Campioni (79-73 vs. Barcellona), una Intercontinentale (davanti a Obras Sanitarias, Sirio, Barcellona, Marathon Oil) e una Coppa Korać (doppio scontro fratricida contro Caserta). Eppure si aveva l’impressione che lui fosse sempre leggermente sottovalutato (non certo da chi lo aveva nei suoi ranghi o dai compagni di gioco). Chissà… forse non peccava di sufficiente egocentrismo e narcisismo. Di certo era un califfo del gioco. Uno dei migliori atleti che abbiamo mai avuto nel Bel Paese. E, fatto che non guasta, una excellentissima persona. Vir, come dicevano i Romani. Nobile e forte. Ci mancherà tantissimo. Ci mancherà. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=87&cmd=v&id=21979 Gustavo Vitali. Vola e cammina, la nuova frontiera del parapendio Camminare lungo le valli, salire sui monti, scegliere un buon pendio come punto di decollo, preparare il parapendio e poi spiccare il volo verso altri monti e attraverso altre valli. Si chiama hike & fly, escursionismo e volo, tutto gambe e parapendio la nuova frontiera del volo libero, quello senza motore, sinonimo di libertà e spirito d'avventura. Qualcuno dice che non sia proprio nuova, perché a chi pratica questa entusiasmante attività con habitat naturale in ambienti montani una scarpinata prima o poi tocca. Sull’onda della celebre X-Alps, maratona biennale di oltre mille chilometri dall’Austria a Montecarlo, i cultori di hike & fly sono in crescita esponenziale e gli eventi si moltiplicano. Facili le regole base: usare solo piedi e parapendio, preferibilmente il secondo perché il volo è meno faticoso e più veloce. Nessun altro mezzo di trasporto è ammesso. Le gare possono durare più giorni e lungo percorsi di centinaia di chilometri contrassegnati da punti salienti del territorio, detti boe o turn point, con obbligo al pilota di aggirarli. Ogni concorrente è seguito da un team di supporto con il compito di suggerire valutazioni tecniche sul miglior tragitto, informazioni meteo e fornire l’occorrente alla sussistenza. Quando non vola, il pilota è obbligato a camminare con in spalla la sacca contenente parapendio, selletta e tutta l’attrezzatura per il volo che non può essere portata altrimenti. Il live tracking sorveglia tramite GPS, invia in tempo reale la posizione dei piloti, stila classifiche. Ci proviamo anche in Italia con l’hike & fly. Nel 2018 tre diverse organizzazioni si sono messe di buona lena per varare altrettanti eventi. Hanno raccolto partecipanti da Europa, Asia e America, lo svizzero Christian Maurer, vincitore di cinque X-Alps, il più noto. Pochi posti e riservati ad atleti ben allenati in corsa, arrampicata e altre discipline. Indispensabile pratica costante e esperienza di volo libero. Rare le quote rosa non senza rammarico. Primo appuntamento dal 12 al 19 maggio per la “Ironfly” pensata dal Parapendio Club Scurbatt di Suello (Lecco). Partenza dal lungolago di Lecco e salita sul monte Cornizzolo, altitudine 1.040 m. Da qui la gara si snoderà attraverso le Prealpi lombarde, piemontesi e Canton Ticino. Turn point a Macugnaga e il Monte Rosa, altitudine 4.634 m., Bormio in Valtellina e il passo della Presolana in Val Seriana prima di raggiungere l’atterraggio di Suello. Totale 458 km in linea d’aria, di più nella sostanza. Il 26 agosto a Levico Terme (Trento) prenderà il via la “Dolomiti Superfly” organizzata dal Volo Libero Trentino. Il percorso, tutto dolomitico e dedicato ai luoghi della Grande Guerra nel centenario della vittoria, misurerà 250 km. Prima boa a Canazei (Trento) passando per la catena del Lagorai. Poi toccherà Sesto Pusteria (Bolzano) oltre le Tre Cime di Lavaredo e infine Cima Grappa nelle Prealpi venete. Conclusione a Levico Terme entro l’1 settembre. Durerà un solo giorno, l’8 settembre, la h&f “Presolana 1.0”, grazie al Club Volomania di Gandino (Bergamo), teatro il comprensorio attorno al massiccio di 2.521 m nelle Prealpi bergamasche che ha ispirato il nome dell’evento. I piloti partiranno da Gandino, passeranno da Clusone, dalla Valzurio, dalla valle di Castione, dal monte Pora, ancora da Clusone e dalla Val Gandino, toccheranno lo spartiacque tra Val Cavallina e lago d’Iseo prima dell’atterraggio di Cirano presso Gandino. Gustavo Vitali http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21960 Alberto Figliolia. Bianche salite|Presentazione del volume, il 30 in Engadina Anime serene tra scie di bianco candore attraversano una distanza angelica di infinita pace (Pietro e Brenda) Versi idilliaci dedicati a montagne fra le più belle del mondo, in una delle regioni geografiche più affascinanti del globo, cuore d'Europa, una perfetta commistione fra Cultura (Nietzsche, Segantini, Rilke, Varlin, Giacometti et alii) e Natura. Si parla, ovviamente, dell'Engadina. Uno spettacolo di rarissima e commovente bellezza. Eppure quelle stesse cime, che contempliamo con stupore e meraviglia, quasi una prova dell'esistenza divina (anche agli occhi di un agnostico!), possono essere teatro di tragedie e dolori. Sfogliamo Bianche salite, volume poetico-fotografico edito da Book Time, e non riusciamo a non pensare alla parabola umana di Marco Liva, che ne è stato il primo ideatore, milanese che amava con tutto il cuore l'Engadina, grandissimo appassionato di montagna, che proprio quest'anno durante il passaggio di una sua escursione in quei luoghi ha concluso la propria vita terrena, che è stata tanto piena e dedita al prossimo. Ci restano il suo ricordo e le meritorie azioni sociali. E questo libro fatto di straordinarie immagini: trentatré scatti fotografici di Ocram Avil, fotoreporter-scialpinista siberiano, e trentatré poesie dal Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa attivo nella Casa di reclusione di Milano-Opera. I lavori poetici sono firmati, come quello (in tal caso a quattro mani) che apre il presente articolo, dai semplici nomi di battesimo delle persone detenute che frequentano il Laboratorio e dei volontari che lo conducono e animano. Tutti felicemente mescolati insieme, come a voler abbattere muraglie di pregiudizi. Invece quei muri che sono le montagne dell'Engadina hanno un respiro senza fine, un afflato senza limiti, orizzonti di cielo e neve e pietra che allargano l'immaginazione e la spingono oltre. Bianche salite è quindi un libro che fisicamente e simbolicamente racchiude in sé innumerevoli motivi: celebrazione della splendida maestosità della Natura, cattedrale semplice e complessa, fra interpretazione, contemplazione e meditazione; coinvolgimento di persone altrimenti separate dal “mondo di fuori”, con lo smembramento, come detto, di pregiudizi; caldo e affettuoso ricordo di chi non è più fra noi, ma perdura nei nostri animi. Riportiamo dalla prefazione collettiva del Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa del Carcere di Opera: «Nel vedere le fotografie del misterioso siberiano abbiamo pensato che sarebbero state un magnifico stimolo per una prossima esperienza di “scrittura istantanea” in carcere. Lo spazio sconfinato, la bellezza prorompente della natura segnata da una presenza umana discreta e defilata, il senso di libertà piena e assoluta si sarebbero profondamente contrapposti a una quotidianità fatta di orizzonti murati, di corridoi vuoti e semibui, di umanità silenziosa e rassegnata, di ruggine e di sbarre. Cosa avrebbe potuto suscitare nell'anima delle persone detenute una simile divergenza?» Il Piz Surgonda, Marmorera, il Fortezza, il Piz Uter, il Piz Arpiglia, il Piz Roccabella, il Piz La Pelle, il Piz Belvair,il Piz Chaputschin, il Piz Scalotta, il Piz Minor, la Fuorcla d'Agnel, il Pizzo Scaglia, la Crasta Mora, il Piz Laschadurella, il Piz Alv, il Piz Campagnung, il Piz Grevasalvas, il Piz Griatschouls, lo Julierpass, il Berninapass, Zuoz, Bivio, Madulain, la Val di Fex, Diavolezza, l'Albulapass, Zernez, Samedan, Plaun da Lej... toponimi leggendari e oltremodo evocativi... nevi, ghiaccio, nubi, il cielo blu con la sfolgorante luce – ossimoro senza contraddizioni – di un gelido sole. E s'immaginano, per contrasto, anche le tormente coi fiocchi che roteano e roteano, togliendo la vista e restituendo impenetrabili ombre di sonni eterni, e i venti furiosi che battono i vertiginosi pendii risucchiando in un'eco il fondovalle, gli altipiani, i villaggi, i sentieri, le rocce. «Si rispecchia il cielo/ alla vista dei contorni sinuosi/ che l'Engadina ha scolpito negli anni./ Ritti e maestosi i guardiani proteggono/ il bianco paesaggio...», scrive Vincenzo. E Luca: «In bilico affaticati,/ camminiamo a passi incerti/ sognando traguardi infiniti». E sulla stessa onda emozionale si muovono Lenny – «Altri già varcarono il confine/ fragili umani esposti all'infinito» – e Roberto – «Sapendo della propria finitezza/ l'uomo tende sempre/ verso l'infinito/ lasciando tracce di sé...». Carlo: «Sogniamo una vita diritta/ e sbagliamo./ Il bello è proprio saper fare le curve». Sabato 30 dicembre (ore 17:30) Bianche salite sarà presentato all'Albergo Ospizio Bernina (Berninapass-Engadina). Un'occasione da non perdere, se possibile, in uno scenario autentico, primordiale e, nel contempo, ospitale. Proprio come l'Engadina è, con la sua presenza umana perfettamente armonizzata con l'ambiente circostante (e sovrastante). Pare doveroso chiudere con un ricordo di Marco Liva da parte di Carlo Lazzati, esperto trekker nonché volontario del Laboratorio di Scrittura del Carcere di Opera: «Persone molto diverse, Marco e io, ma con lo stesso grande amore per la montagna. Compagni di scuola, di giochi, di oratorio, di gite in montagna molto prima di diventare anche cognati (non per merito mio, ma per l'illuminato intuito di mia sorella). Come le differenti pareti delle montagne si incontrano sul crinale, eccoci di nuovo là, noi due soli o in compagnia, a respirare con gli occhi quell'immensa bellezza, e poi guardarci e sorridere, spesso senza nemmeno dire una parola. Insieme poi abbiamo fondato un gruppo di sci alpinismo (perché certe esperienze sono più belle quando si fanno con gli altri). Gruppo inizialmente sparuto ma che in pochi anni ha raccolto più di 150 compagni di escursioni. Centinaia di gite e poi a casa per trasferire immediatamente sul computer le foto e le emozioni della giornata per poter condividere quella bellezza entusiasmante con chiunque lo volesse. Un giorno mi viene a trovare e mi dice: “Con queste fotografie facciamo una mostra e un libro!” Abbiamo fatto la mostra e il libro, ma poco dopo abbiamo perso Marco. Una perdita immensa per tutti noi. E se – come io credo – la montagna ha un'anima, anche la montagna si è ritrovata improvvisamente più vuota». «Nella notte/ la luna/ annega di argento/ i cumuli bianchi/ di polvere e vento/ ed è il risveglio/ dalla notte più lunga/ la libera neve» (Giorgio). Quale epitaffio, che è anche un novello incipit, può mai esser più dolce? Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21762 La poesia dello sport|di Mauro Raimondi «Ecco lo sport celebrato dai versi di Alberto Figliolia, versi di un autore che conosce il segreto profondo della narrazione; una narrazione che sorprende, illumina, tra tenerezza e saudade». Non ci sono parole migliori di quelle scritte da Darwin Pastorin per inquadrare il bellissimo libro di Alberto Figliolia, Cieli di gloria, recentemente pubblicato dalle Edizioni Il Foglio (12 euro). A tredici anni dal fortunato Una curva nel cielo (Apollo e Dioniso Editori), il giornalista free lance, scrittore, animatore insieme a Silvana Ceruti del laboratorio di scrittura creativa del carcere di Opera, accantona per un momento gli haiku, la poesia civile e metropolitana. E ritorna ad una delle sue tante passioni, lo sport, con una raccolta di vecchie e nuove poesie. Trentatré, in cui celebra altrettanti protagonisti italiani e non delle più svariate discipline come alpinismo (Messner), ginnastica (Jury Chechi), automobilismo (Arcari), ciclismo (Binda e Girardengo, Gimondi e Merckx, Coppi e Bartali), atletica (Bikila, Zàtopek, Mennea…), pugilato (Muhammad Ali, Primo Carnera…). Senza dimenticare l’amata pallacanestro, che l’ha visto anche allenare squadre della periferia milanese “unendo – parole sue – la passione dell’insegnante con i concetti di agonismo, democrazia e solidarietà”. La parte del leone, comunque, la fa il calcio, con i ritratti di campioni che, con la magia dei versi, assumono vesti inedite, si illuminano di squarci di verità insospettabili. Combi diventa così “il padre di tutti i portieri”; Sandro Mazzola ha un dribbling come lo “zigzagare di un fulmine… lo scorgi un attimo e nulla più”; Meazza è il “Balilla, vecchio ragazzo di ricordi in dialetto brillanti e corrosi”; Cruijff assume le sembianze di Gaudì, Rembrandt, van Gogh, Vermeer; il brasiliano Rivelino è un “gatto divino, i tuoi adoratori ardevano allorché palleggiavi a piedi nudi, solo in mezzo al prato, con due nuvole a vagare nel cielo sterminato”. E poi Benito Veleno Lorenzi, Valentino Mazzola, Gigi Meroni, la lunga poesia dedicata all’altrettanto quasi interminabile carriera di Gianni Rivera: “Golden Boy, Mandrogno, Nato a Betlemme, Abatino... In mille modi ti hanno definito, Gianni, ma come si può inquadrare la fantasia? Quali sono i suoi confini?” Per finire con un giocatore forse minore ma che per Figliolia ha rappresentato un vero idolo adolescenziale, l’interista Renato Cappellini: “Rincorrevo i sassi per strada e li calciavo come pensavo solo tu sapessi fare. La tua figurina tenevo perennemente in tasca o attaccata alle bretelle, strano e giocoso residuo di un tempo andato, come un santino, di giallo bordata, per avere sempre il tuo sorriso sullo sfondo azzurro di un cielo lontano”. Ogni poesia è seguita da una scheda che, pur nella sua sintesi, esalta anche le qualità di un narratore sempre fantasioso, spesso divertente, generoso, dal vocabolario ricco e seducente. Per concludere, ripartiamo dall’inizio, dalla prefazione di Pastorin: «Ci voleva un poeta vero, ardente, capace di cesellare parole e ricordi, per mettere in versi quei nomi che ci fanno esaltare, commuovere, recuperare, ancora appassionare: un poeta come Alberto Figliolia. Queste poesie sportive, con ogni protagonista accompagnato da una biografia sentimentale, rappresentano un conforto per la mente e per il cuore, scandiscono il tempo della nostalgia». Saludi. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21682 www. radiorossonera.it|di Mauro Raimondi Da qualche mese, i tifosi rossoneri hanno una radio con cui commentare le partite, discutere di attualità e calcio mercato, rivivere la loro gloriosa storia. Se avete sottomano un computer, uno smartphone o qualche altro di quegli aggeggi che ormai ci fanno più compagnia degli amici, digitate www.radiorossonera.it e andate subito a scoprire il progetto di questa web radio, a cui ci si può associare diventandone quindi uno dei proprietari. Una splendida idea che è venuta ai fratelli Filippo e Giuseppe La Scala, quelli che – per intenderci – quando c’era l’Assemblea dei Soci del Milan avevano la competenza di fare le pulci al “signore con la cravatta gialla”, alias Adriano Galliani. Per saperne di più, abbiamo pensato di intervistare proprio l’Avv. Giuseppe La Scala, Presidente di Milanisti 1899 e uno degli editori della radio. – Come è nata Radio Rossonera? L'idea e le motivazioni nascono da una analisi precisa: il giornalismo sportivo è in crisi e gran parte di esso ha deciso di combatterla rinunciando alla qualità, all'approfondimento e all'inchiesta. A questo punto le risorse – anche amatoriali – che a questo riguardo già svolgono una funzione suppletiva sul web e sui social, possono e devono fare un ulteriore passo avanti verso la disintermediazione da quella parte del giornalismo che non serve più a nulla. I tifosi milanisti poi, in questo quadro, meritavano qualcosa di dedicato essenzialmente a loro. – Dopo più di quattro mesi dall'inizio di questa avventura è soddisfatto? Molto. Non solo per i tantissimi contatti (veri e propri record per una radio web), ma anche per la loro qualità (l'interazione è a livelli altissimi: durante le trasmissioni riceviamo in media un messaggio ogni 15 secondi) e la relazione che abbiamo creato con la gran parte dei nostri ascoltatori. Più di 1.000 dei quali sono soci della radio attraverso una associazione che possiede la maggior parte del capitale. – Un esperimento di successo, quindi? Senza dubbio, che vogliamo coltivare e far crescere. Il palinsesto si va allargando e arriveremo presto a coprire più di 8 ore di trasmissione al giorno. Anche la redazione entro la fine dell'anno raddoppierà. Non siamo una radio di semplici chiacchiere: ogni programma viene preparato bene e lo sarà sempre di più. – Come sono i rapporti con la nuova dirigenza del Milan? Sono di reciproco rispetto e attenzione. Abbiamo molto apprezzato la svolta comunicativa del nuovo management e ci piacerebbe essere anche un canale attraverso il quale i tifosi possono far sentire la loro voce alla società. Un’altra voce che abbiamo voluto sentire è quella di Pietro Balzano Prota, Direttore Editoriale nonché una delle “anime” della web radio milanista. – Come è l'aria che si respira in Radio? Siamo diventati una grande famiglia, sia tra di noi della redazione, sia con i nostri ascoltatori e credo sia proprio questo il nostro punto di forza. Non c'è voglia di mettersi su un piedistallo e pontificare, ma di confrontarsi e parlare di Milan con un approccio spontaneo ma professionale. – Chi è l'ascoltatore tipo? Ci sono sia giovani che persone più adulte, un bel mix di milanisti. C'è l'amante del “cazzeggio”, colui che vuole dire la sua, quello che ci chiede notizie, chi impazzisce per il calciomercato e chi vuole commentare le partite insieme a noi. Il bello è che gli ascoltatori condividono pezzi di loro vita con noi, e molti associati ci hanno portato dei regali incredibili: dalla sciarpa del Gruppo Convinto (dedicato a un ragazzo che non c'è più), fino a Claus da Genova che ci ha portato in un quadretto un pezzo della rete tagliata da San Siro alla festa scudetto del 1998/99. – Quali sono le trasmissioni più seguite? Sicuramente il Talk, anche dovuto all'orario (il drive time serale, 18-20), ma ogni singola trasmissione ha il suo seguito, come ad esempio l'analisi tattica che facciamo con mister Emanuele Bottoni, preparatissimo. E poi come dimenticare Meno male che l'Inter c'è, la trasmissione dell'Avvocato La Scala e Leo Spillo che ci raccontano le disgrazie interiste... Poi c'è Cantera Rossonera sulle giovanili, c'è il Vero/Falso, c'è Casciavit in cui si racconta in pillole la storia del Milan. – Un primo bilancio? La partenza è stata oltre ogni più rosea aspettativa, a partire dal giorno della presentazione con un auditorium Calamandrei stracolmo fino ad oggi, dove in soli 4 mesi, siamo arrivati a 700mila ascolti e puntiamo al milione. Del resto, abbiamo una redazione fantastica con Simone Cristao, Matteo Vismara e Salvatore Noel, il nostro fonico. E un amministratore delegato che guida tutto sapientemente, Pierangelo Rigattieri. – Come vedi il futuro di Radio Rossonera? A tinte Rossonere. Scherzi a parte, c'è la volontà di crescere e trasformare questa avventura in un qualcosa che un giorno diventerà case history. Abbiamo messo in piedi un progetto editoriale, “costruito” una web radio e un nuovo polo Rossonero. E poi, abbiamo sempre delle sorprese, come #ACenaCon, dove abbiamo portato 10 nostri associati estratti a sorte, a cena con il ds del Milan Massimiliano Mirabelli. E stiamo già pensando al secondo episodio. In più inizieremo nuove collaborazioni con parecchie realtà, perciò invito tutti i milanisti a seguirci. Sperando di tornare a gioire anche per i risultati del nostro Milan. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=86&cmd=v&id=21638