News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Gianfranco Cercone. “Notti magiche” di Paolo Virzě Una delle accuse che sono state spesso rivolte a quel filone del cinema italiano che è la cosiddetta “commedia all'italiana”, è la compiacenza nei confronti dei vizi che quella commedia denunciava. Insomma: se alcuni dei suoi protagonisti erano affetti da cinismo, da volgarità, da cialtroneria, se non proprio dalla corruzione, erano proprio quei mali, quelle tare, che li rendevano in fondo simpatici; e così l'accusa era mitigata, annacquata, da un ammiccamento, e cioè da un fondo di complicità tra gli autori e i personaggi, che poteva indurre un'analoga complicità tra i personaggi e gli spettatori. Notti magiche, l'ultimo film di Paolo Virzì, non soltanto è un esemplare di commedia all'italiana, ma racconta, fra l'altro, di coloro che, per esempio in qualità di sceneggiatori cinematografici, negli anni Novanta erano autori ancora in piena attività dei film di quel filone. Ma il personaggio intorno al quale ruota tutto l'intreccio, è un produttore cinematografico, ridotto, come dice lui stesso, “alla canna del gas” (l'ufficiale giudiziario gli sequestra tutti i mobili di casa), fidanzato con una giovane attrice svampita per la quale ha lasciato la moglie e che lo tradisce quasi sotto i suoi occhi; ma che non si dà per vinto, e tenta come può di mettere su un nuovo film con ambizioni artistiche: tenta di coinvolgere nel progetto Federico Fellini, all'epoca impegnato nelle riprese di quello che sarà il suo ultimo film: La voce della luna; ma anche, a suo dire, uomini politici influenti, funzionari della RAI, divi americani. E tuttavia, ignorante, caotico, imbroglione com'è – anche se si tratta di un grande produttore, sia pure decaduto – ci lascia intendere che quel progetto è alla stregua di un vaniloquio, non vedrà mai la luce. Come si vede, il ritratto del personaggio, esasperato quasi come una caricatura (lo interpreta da par suo Giancarlo Giannini), non è indulgente. E sarà proprio dopo un incontro a cena con lui che un giovane, aspirante sceneggiatore, giunto a Roma dalla provincia toscana, con la testa piena di progetti, e di sogni di gloria e di amori, indignato, deciderà di abbandonare per sempre il mondo del cinema: che del resto, ai suoi occhi, aveva già dato pessima prova di sé, con i suoi registi disposti ai compromessi artisticamente più disastrosi pur di tornare a realizzare dopo anni un nuovo film; con i suoi sceneggiatori di grido pronti a sfruttare schiere di “negri” (e cioè: sceneggiatori meno noti disposti a scrivere per loro anonimamente e sottocosto); con un quadro d'ambiente nel complesso chiacchierone, maschilista, pettegolo, vanamente litigioso, nel quale spicca come coscienza critica uno sceneggiatore anziano, che adombra la nobile figura di Scarpelli (lo interpreta, molto bene, Roberto Herlitzka) e che esorta i suoi discepoli e i suoi colleghi a non ripiegarsi sul proprio ombelico ma a guardare “fuori dalla finestra”. Si può allora concludere che Notti magiche è il film di un moralista, che esprime in fondo una condanna di quel mondo di cinematografari che dipinge? Ebbene, no. Il senso del film è già nel titolo: “Notti magiche”, appunto. Vale a dire: tanta cialtroneria avrebbe un che di grandioso, di creativo, di magico. Sarebbe l'inevitabile terreno di coltura del vero cinema. E in quel contesto i personaggi più seri, più colti, magari più tormentati, fanno la figura di macchiette pietose, ridicole. Insomma: anche stavolta dietro l'apparente condanna, si ritrova puntuale l'ammiccamento, il sorriso complice, quasi l'assoluzione. Va detto che comunque Virzì dimostra le sue solidi doti di narratore, cosicché il suo film si lascia seguire con interesse. E che tra i giovani attori spicca per naturalezza Giovanni Toscano, nel ruolo di un aspirante sceneggatore. (Del resto, tra i giovani, è il personaggio meno macchiettistico di tutti). Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 10 novembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22316 Gianfranco Cercone. “Euforia” di Valeria Golino Diceva un grande scrittore, Luigi Pirandello: “Un fatto è come un sacco, vuoto non si regge. Perché si regga bisogna farci entrare dentro le ragioni e i sentimenti che lo hanno determinato”. Per illuminare i fatti dall'interno, come appunto voleva Pirandello in questa celebre battuta, ogni autore dispone del patrimonio, più o meno variegato, dei propri sentimenti. Valeria Golino, per il suo secondo film da regista, ne ha trascelto uno, e proprio intorno a quel sentimento – più che intorno a un tema o a un personaggio – ha costruito tutto il suo film. Che infatti ha per titolo il nome di un sentimento: Euforia. La quale euforia, ci accorgiamo presto seguendo il racconto, è ben diversa dalla pura e semplice gioia. È quell'impulso di vitalità, volontaristico, che ci si impone a se stessi, e che ci porta ad afferrare i piaceri del vita, per contrastare un impulso contrario: quello di farsi sopraffare dall'angoscia; quell'angoscia in particolare che può cogliere all'idea della fugacità della vita e della prossimità della morte. Il tema della morte è esplicitamente presente nel film della Golino. Uno dei due fratelli protagonisti del racconto, è affetto da un tumore maligno, che gli lascia pochi mesi di vita. L'altro tenta come può di nascondergli questa tragica verità. E disponendo di una comoda casa nel centro di Roma, di tanti soldi (è un affermato imprenditore), perfino di un autista, si ingegna, per quanto possibile, a far divertire il fratello, a mascherargli il suo destino. È un tentativo estremo di riconciliarsi con lui, visti i conflitti latenti che da tempo li contrapponevano, dovuti in primo luogo alla diversità dei loro caratteri: se il fratello più ricco è un gaudente, e forse un superficiale, un frivolo, l'altro è più sobrio, più schivo, animato da una certa avversione moralistica nei confronti del fratello: che, oltretutto, è omosessuale, a differenza di lui che ha sempre amato le donne, essendone a sua volta riamato. Come si può intuire, la riconciliazione fra i due è quantomai problematica, anche perché l'inganno a fin di bene che il fratello più ricco e in buona salute ordisce a favore del fratello più povero e malato, può apparire agli occhi di quest'ultimo un sopruso, un modo per l'altro di ribadire la propria superiorità, Eppure una delle sottigliezze del film della Golino è che lascia intuire una somiglianza di fondo tra i due fratelli. Se in uno dei due l'angoscia è dovuta alla malattia, ma anche al pensiero che la morte concluderà una vita di cui è insoddisfatto, in cui non ha realizzato le sue aspirazioni, l'altro soffre, senza confessarlo, dell'angoscia del vuoto, dovuta a una vita che forse percepisce lui stesso senza un significato, uno scopo, riempita dai viaggi, dai rituali mondani, ma in fondo arida, monotona e solitaria. E contro le loro angosce altro rimedio non troveranno che aggrapparsi l'uno all'altro. Va detto che i due personaggi soffrono di una certa convenzionalità. Perché per esempio il fratello frivolo e gaudente è anche omosessuale? O perché il fratello frustrato fa proprio l'insegnante? Ma gli attori che li interpretano, molto bene, Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea, grazie proprio alla sottigliezza delle loro interpretazioni, riescono a renderli sempre convincenti. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 3 novembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22306 Gianfranco Cercone. “Il verdetto” di Richard Eyre L'altra settimana, parlando di un film turco molto bello, L'albero dei frutti selvatici, mi è capitato di definirlo un film-romanzo, perché, come avviene nei veri romanzi, racconta, attraverso e insieme le vicende del protagonista, un mondo: quello della provincia turca. Il film di cui vi parlo oggi, bello anche questo – si intitola: Il verdetto, ed è diretto da Richard Eyre – anche se è tratto da un romanzo di Ian McEwan, autore anche della sceneggiatura, ha invece la dimensione di un racconto, concentrato com'è su un gruppo ristretto di personaggi e sugli esili avvenimenti di cui sono i protagonisti. Ma anche se i fatti sono scarsi e la storia è poco più di un aneddoto, è analizzata con tale finezza e con tale profondità, che lascia trasparire significati complessi e ambigui. Protagonista della vicenda è una donna che di professione fa il giudice, e che si trova a dirimere un caso drammatico: un ragazzo, di pochi mesi al di sotto della maggiore età, gravemente malato, avrebbe necessità, per salvarsi, di subire una trasfusione di sangue. Ma i suoi genitori, che sono testimoni di Geova, ritengono la trasfusione peccaminosa, e non autorizzano l'intervento. Il figlio è un ardente seguace della religione dei genitori e, ascoltato direttamente dal giudice – che, allo scopo, un po' irritualmente, si reca all'ospedale in cui il ragazzo è ricoverato – si dichiara pronto anche a morire in conseguenza alla sua rinuncia. E tuttavia la legge impone al giudice di disporre comunque la salvaguardia del minore. Insomma: in conclusione del caso giudiziario, sembrerebbe prevalere la razionalità contro il fanatismo religioso. Eppure, a dispetto di questa morale, il racconto introduce sottilmente alcune perplessità. Se anche certi divieti religiosi possono apparire assurdi allo spettatore di nessuna o di altra fede, è lecito violare le convinzioni di un ragazzo che, anche se minore, dimostra intelligenza, maturità di giudizio, violando perfino l'integrità del suo corpo? E poi: se l'idealismo del ragazzo può apparire ingenuo (ma non riguarda soltanto la preziosità insostituibile del suo sangue, o l'obbligo della fedeltà nel matrimonio, ma anche il rifiuto della tortura come strumento di indagine, o il culto della poesia e delle musica), ma se anche i suoi ideali sono ingenui, non sono comunque preferibili alla perdita di ogni ideale, alla rassegnazione all'esistente? E la vita, considerata soltanto laicamente e razionalmente, non appare in fondo più povera? Di questo, sembrerebbe una riprova la vita privata del giudice, che cade in preda allo stress e alla depressione, perché suo marito dichiara apertamente di volerla tradire con una ragazza, visto che il loro matrimonio è ridotto a una consuetudine priva di passione. Ma d'altra parte: il modo in cui il ragazzo, una volta guarito, dichiara il suo amore al giudice che comunque gli ha salvato la vita, e la insegue, la perseguita, non è un fanatismo che si è trasferito da Dio a una persona in carne ed ossa? E l'inflessibilità con cui la donna lo respinge non è un po' una replica della fredda violenza con cui la legge si è imposta sul suo corpo? Sono, beninteso, domande, e non affermazioni; a cui ogni spettatore è lasciato libero di dare, se vuole, una risposta, perché il racconto non gli impone un giudizio conclusivo. È chiaro però che il film contiene, sia pure implicito, “tra le righe”, tutto un dibattito filosofico-morale. Ma se esso ci coinvolge, è perché i personaggi risultano sempre veri, autentici, coerenti con il loro carattere in tutti gli sviluppi dell'azione. Grazie anche ai loro eccellenti interpreti: la magistrale Emma Thompson nel ruolo del giudice, ma anche Stanley Tucci nel ruolo del marito, e un giovane attore, straordinario, Fionn Whitehead, nel ruolo del ragazzo. Da vedere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 27 ottobre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22299 FNAS. La musica di strada non si taglia! La Federazione Nazionale Arti in Strada (FNAS) scende in strada con gli artisti romani. Raccolti i fondi per il ricorso al TAR del Lazio contro la delibera del I Municipio che vieta ogni manifestazione sonora nelle piazze del centro storico. Si auspica una possibilità d’incontro fra le parti per una nuova delibera che nel rispetto delle regole promuova e sostenga la cultura popolare in ogni sua espressione. Intanto il Comune di Roma lancia una opzione call agli artisti di strada per la Befana in Piazza Navona! Di seguito il comunicato della FNAS: Grazie alla mobilitazione e all'impegno di un gruppo di artisti, alla solidarietà nazionale e internazionale, al sostegno della Federazione ce l'abbiamo fatta! Il crowdfunding lanciato in rete da FNAS e le cifre raccolte personalmente dagli artisti, attraverso le loro esibizioni, hanno raggiunto la cifra che ci permetterà di presentare il ricorso al TAR del Lazio contro la delibera del Municipio 1 di Roma datata 1° agosto, che vieta in molte piazze e vie della città qualsiasi tipo di emissione sonora. È un grande risultato, anche perché coloro che lo hanno voluto caparbiamente raggiungere, lo hanno fatto in poco tempo e soprattutto sono riusciti nell'obiettivo comune, riunendosi intorno ai valori fondamentali dell'arte di strada, che va praticata in forma etica e rispettosa del territorio che la ospita e che, proprio per questi motivi, non può e non deve essere proibita in assoluto, ma, ove richiesto, semmai, regolamentata. Questo è ciò che chiede il movimento di artisti “La Strada Libera Tutti” a Roma e che sostiene fortemente anche la Federazione Nazionale delle Arti in Strada, che ha appoggiato sin dall'inizio questa causa e che presenterà entro la data di scadenza, attraverso il proprio ufficio legale, il ricorso al TAR. La Federazione ringrazia gli artisti del movimento La Strada Libera Tutti, Artisti di strada a Genova e Artisti di Strada a Roma per il sostegno, l'aiuto e la perseveranza. Un grazie anche a tutti i cittadini ed artisti che hanno raccolto e donato durante la raccolta fondi sulla piattaforma Rete del Dono, ma anche gli oltre 2.500 firmatari della petizione su change.org, che, ancora una volta, hanno dimostrato concretamente e in modo tangibile l'interesse da parte della cittadinanza nei confronti dell'arte in strada, della libera espressione e dell'utilizzo artistico degli spazi pubblici. Una delegazione degli artisti romani incontrerà a breve i legali della Federazione, per stabilire i prossimi passi in direzione del ricorso Al TAR del Lazio che sarà presentato entro la fine di ottobre. Una voce risuona già nella città di Roma, così come in tutta l'Italia: #LaMusicadiStradanonsitaglia! Questo è il messaggio che gli artisti lanciano insieme alla Federazione Nazionale delle Arti in Strada, ora più che mai. Non contenti di quanto fatto dal Primo Municipio, ovvero aver vietato la fonica in diverse aree del centro storico, pochi giorni fa, il Comune di Roma ha pubblicato alcune comunicazioni a nostro parere inappropriate. Una chiamata per gli artisti, dal titolo “Call per gli artisti di strada in occasione della Festa della Befana in Piazza Navona” è infatti stata lanciata sui social e su alcuni siti istituzionali della Città Eterna. Siamo indignati ed esterrefatti di fronte a questi comportamenti che denotano un totale disprezzo per la figura dell'artista e soprattutto l'ignoranza totale di ciò che è l'arte di strada, perciò lo ripeteremo e non ci stancheremo mai di farlo. L'arte di strada è l'utilizzo artistico volontario di uno spazio pubblico da parte di un cittadino e va praticata in forma etica e consona al luogo in cui la si pratica, deve essere e restare libera ovunque e regolamentata solo ed esclusivamente dove la situazione lo richieda. Altro è lo spettacolo di strada, ovvero ove si chiede agli artisti una prestazione in orari e luoghi determinati con presentazione preventiva del tipo di spettacolo e selezione degli stessi e a queste richieste non fa seguito un adeguato compenso né il pagamento di contributi e assicurazioni. Noi riteniamo ciò molto offensivo e lesivo della figura dell'artista. La Federazione invita il Comune e il 1° Municipio al ripensamento e al dialogo, per riprendere a lavorare su una nuova delibera, che sia rispettosa del codice etico FNAS e dell'arte e della cultura popolare espressa in ogni sua forma. Fonte: www.fnas.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=22295 Gianfranco Cercone. “L'albero dei frutti selvatici” di Nuri Bilge Ceylan Ci sono film che somigliano a dei racconti, e ci sono film che somigliano a dei romanzi. La differenza tra loro non è di valore. Un film-racconto non è di per sé meno bello di un film-romanzo. La differenza dipende dall'ampiezza del punto di vista. Un film-racconto è concentrato su un gruppo ristretto di personaggi e sui fatti di cui sono i protagonisti. Un film-romanzo prende in considerazione un mondo intero, un microcosmo; e i fatti che racconta sono intimamente correlati a quel mondo, perché è il contesto che li giustifica, così come essi servono a chiarire, a illuminare, quel contesto. Questa premessa è per dire che l'ultimo film di Nuri Bilge Ceylan, un grande autore turco, ma anche uno dei più importanti autori del cinema contemporaneo – il titolo italiano del film è: L'albero dei frutti selvatici – è il caso, piuttosto raro, di un film-romanzo. Il mondo che il film prende in esame è quello della provincia turca, povera, depressa e anche culturalmente arretrata; almeno dal punto di vista di un ragazzo che in quella provincia è nato e cresciuto, che si è trasferito in città per studiare all'università e laurearsi, che ha sviluppato un coscienza che lo pone in contraddizione con la mentalità del suo ambiente originario; e che, tornato nel suo villaggio natale con la prospettiva di doverci restare – perché ancora non ha un lavoro che gli consenta di emanciparsi dalla sua famiglia – si sente come prigioniero, gli sembra di soffocare. Tanto più che le sue ambizioni sono alte: ha scritto un libro, una specie di diario intimo ambientato proprio in quella città di provincia, e presso le istituzioni locali e i mecenati del villaggio cerca i soldi per pubblicarlo. Ma incontra una sorda resistenza: perché il suo non è un libro turistico che esalta le attrazioni della regione; e perché, sembra di capire, è una libera ricerca sul senso dell'esistenza, libera cioè dalle dottrine religiose, in un paese dominato dalla religione musulmana. Uno scrittore celebre, che il ragazzo avvicina in una libreria e che provoca goffamente sperando di attrarre la sua attenzione, finisce per respingerlo irritato. Il padre, che dissipa il proprio stipendio di insegnante nelle scommesse clandestine, sarà forse proprio lui a rubargli i soldi che dovrebbero servirgli a pubblicare il libro. E quando il libro sarà infine pubblicato, non sarà facile in quell'ambiente trovare qualcuno disposto a comprarlo e a leggerlo. Insomma: le ambizioni artistiche, intellettuali, del ragazzo rischiano di spegnersi nel grigiore della provincia, dove predominano, come si è visto, un fatuo campanilismo, l'autorità a volte gretta degli imam, gli interesse mercantili e il malaffare, le eterne contese dei maschi per la conquista delle ragazze. Tutto risulta al ragazzo monotono, ripetitivo, malinconico, come le onde del mare di inverno che battono sulla banchina del porticciolo della sua cittadina. E l'eco delle rivolte studentesche, forse l'unico segnale di vitalità che giunge alle sue orecchie, è accompagnata dalle confidenze di un amico poliziotto che gli racconta come si diverta a picchiare quegli studenti. Insomma: la caratteristica del film di Ceylan è il raccordo tra un ambiente ampiamente perlustrato nelle strade, nei caffé, negli uffici, nelle campagne limitrofe, negli interni delle case, nei tanti profili dei suoi abitanti, e l'interiorità del protagonista, in cui convivono intelligenza e balordaggine, spirito di rivolta e rassegnazione, una speranza ostinata e una disperazione che contempla perfino la possibilità del suicidio. Si potrà rimproverare al film proprio per il suo sforzo di rendere l'affresco di un ambiente, una prolissità a volte estenuante. Ma la pazienza, l'attenzione, che il film richiede allo spettatore sono ripagate, io credo, dal senso di verità che emana costantemente dai fatti e dai personaggi raccontati, cosicché, al termine della visione del film, si ha l'impressione di conoscere un piccolo mondo dal suo interno. Da non perdere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 20 ottobre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22290 Gianfranco Cercone. “Quasi nemici – L'importante č avere ragione” di Yvan Attal Capita a volte di constatare in un film un contrasto tra i personaggi e lo sviluppo del racconto: come se a quei personaggi, magari ben descritti, ben definiti, fossero imposte dall'autore delle azioni che non corrispondono al loro carattere, ma obbediscono piuttosto a degli schemi precostituiti, a delle convenzioni; magari per soddisfare il gusto che viene attribuito al pubblico, per infondere ottimismo, buonumore, come in certi lieto-fine artificiosi. Un simile contrasto si può percepire, a mio parere, in un film francese il cui titolo italiano, sulla falsariga di un altro film francese di successo, è Quasi nemici, sottotitolo: “L'importante è avere ragione”, ma il cui titolo originale è: “Le brio”; diretto da Yvan Attal. Nella storia si fronteggiano, all'inizio quasi appunto come nemici, due personaggi: una studentessa universitaria, di origine araba, algerina, residente a Parigi; uno dei suoi professori all'università, francese “doc”. La ragione dello scontro è il razzismo dell'insegnante, che si sfoga contro la ragazza fin dal primo giorno di lezione, quando lei, che per raggiungere l'università dalla banlieu in cui risiede, deve compiere un lungo percorso sul treno e sul métro, arriva in aula con qualche minuto di ritardo, e lui la apostrofa platealmente, in un'aula gremita quasi come uno stadio – si tratta evidentemente di un insegnante discusso ma popolare – prendendosela con i suoi abiti poveri, con la mentalità delle persone della sua etnia, con il suo stesso nome di battesimo. La filippica fa scandalo. E per scongiurare il proprio licenziamento, l'insegnante si trova costretto ad allenare proprio quella studentessa a un torneo di retorica – una gara di eloquenza – al quale ogni anno quella università presenta un proprio candidato. Ora: l'insegnante è un razzista conclamato, odioso, ma allo stesso tempo, il racconto tiene a dimostrare, è un uomo colto, intelligente, estroso. Il razzismo, nel suo caso, non si combina, come capita per esempio in Italia, con l'anti-intellettualismo. Ma anzi si basa proprio sulla supremazia della lingua, della cultura e in particolare della letteratura francese, seguendo una tradizione culturale di destra che in Francia, come si sa, è di alto livello. E il valore della cultura lo accomuna alla studentessa, che è respinta ai margini della società, che non gode per diritto di nascita del privilegio di quella cultura, e che a trovarsi l'oggetto principale dell'attenzione dell'insegnante, non comprendendone la ragione, malgrado un senso di ostilità, non può fare a meno di sentirsi lusingata, sedotta intellettualmente dall'uomo, senza perdere però del tutto l'istinto della ribellione, e anche della profanazione di quella cultura in parte a lei nemica. Come si vede, si tratta di due caratteri piuttosto complessi, che affondano le loro radici nella storia e nella composizione della società francese. E il loro incontro, se fosse stato svolto in modo libero, spregiudicato, avrebbe potuto condurre a esiti eccellenti da un punto di vista artistico. E invece nel film di Attal quello sviluppo è costretto in alcuni schemi: in primo luogo quello della favola – sembra a momenti la favola di Pigmalione, quella che ha già ispirato, ad esempio, un film famoso: My fair lady. Così in breve tempo la studentessa si trasforma in un'oratrice sovraffina, capace di conquistare qualsiasi uditorio. Quanto all'insegnante, che l'aveva cinicamente strumentalizzata, rivela un'inconfessata generosità, e rientra tutto sommato nel tipo del “burbero benefico”. Tuttavia, malgrado inverosimiglianze e qualche sdolcinatura, il film è interessante per come descrive, in modo sottile e convincente, la tradizione dei concorsi di eloquenza, e per il ritratto dei due protagonisti, affidati a due eccellenti attori: Daniel Auteil, nel ruolo dell'insegnante; e Camélia Jordana in quello della studentessa. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 13 ottobre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22280 Gianfranco Cercone. “Girl” di Lukas Dhont Un difetto che ricorre nei film, anche d'autore, più acerbi, particolarmente nelle opere prime, è l'esposizione di fatti e di azioni non sostenute dai sentimenti, dagli stati d'animo, dei protagonisti di quei fatti, di chi compie quelle azioni. Il racconto rischia allora di diventare un referto arido, una cronaca tutta di superficie degli avvenimenti che compongono la storia. E invece una qualità che va riconosciuta all'opera prima di un giovane autore belga (ha appena ventisette anni – Lukas Dhont, il suo film si intitola Girl, ed è stato presentato al festival di Cannes dove ha vinto fra l'altro il premio della Caméra d'Or), una qualità che gli va riconosciuta è la capacità di creare un rapporto di costante empatia tra il protagonista del film e lo spettatore, che insomma ha sempre accesso, in una certa misura, alla complicata vita interiore del personaggio. Un'empatia che non era per nulla scontata, era un traguardo difficile da raggiungere, perché si tratta di un personaggio introverso, che raramente esteriorizza i suoi sentimenti, e quasi mai li confida a qualcuno. È un ragazzo, un adolescente, anatomicamente ragazzo, che però intimamente si sente donna, e intraprende per questo quelle cure, quel trattamento ormonale, che dovranno condurlo all'operazione chirurgica che lo renderà una donna a tutti gli effetti. L'ambiente in cui si compie il suo percorso è in genere comprensivo nei suoi confronti, o almeno tollerante. Il padre è un suo complice quantomai affettuoso, lo psicologo gli prodiga buoni consigli, una dottoressa segue attentamente le sue condizioni psicofisiche. E tuttavia il racconto non dissimula che il problema del ragazzo ha, almeno per il momento, un aspetto drammatico. Perché la diversità suscita negli altri una curiosità che risulta a chi ne è l'oggetto, indiscreta, offensiva; perché chi si sente normale, e per questo privilegiato, è indotto a esercitare forme, anche sottili, di crudeltà nei confronti di chi è ritenuto diverso. E perché poi le sollecitazioni sessuali sono ovunque, pressanti, ma il proprio corpo è inadeguato a rispondere ad esse, almeno nel modo in cui si desidererebbe. Un esempio del difficile adattamento del personaggio, si ha quando si lascia convincere a fare, per la prima volta, la doccia insieme alle ragazze della scuola di danza che frequenta. Le immagini del film, in questa occasione, lasciano trasparire una sensazione contraddittoria: di chi assapora il piacere di trovarsi in un luogo congeniale, ma anche il disagio di chi si sente non del tutto conforme a quel luogo, e deve per esempio coprirsi i genitali. È un dramma tutto interiore, compresso, intricato, alimentato da quelle nuove e troppo intense sensazioni che sono proprie dell'adolescenza; un dramma che, attraverso una progressione, sfocia, del tutto persuasivamente, in un gesto inconsulto, raccapricciante, che il protagonista infligge a se stesso. Va detto che Lukas Dhont ha trovato nell'attore esordiente Victor Polster un interprete magnificamente adatto al ruolo, che evoca un'immagine di donna dall'apparenza solare, perfetta, bellissima – si direbbe più un ideale femminile che una realtà – ma la cui splendida superficie, a ben guardare, è rosa dall'insoddisfazione, da un tormento segreto. Da vedere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 6 ottobre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22272 Gianfranco Cercone. “Un affare di famiglia” di Kore-eda Hirokazu Una delle qualità che caratterizzano di solito un racconto di valore artistico, e che al cinema, come altrove, si ritrova raramente, è l'ambiguità. Rara a trovarsi perché i film tendono ad assecondare l'abitudine dell'intelletto a schematizzare fatti e personaggi, per esempio a distinguere nettamente e immediatamente le azioni giuste e quelle sbagliate, e i personaggi buoni e quelli cattivi, come se questi ultimi fossero costitutivamente, e cioè per loro natura, destinati a essere tali, e dunque facili da riconoscere. Il film dell'autore giapponese Kore-eda, il cui titolo italiano è: Un affare di famiglia, per il quale ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes, fa dell'ambiguità il principio costruttivo di tutto il racconto, e lo persegue con tanta convinzione da riuscire a non scioglierla mai, quell'ambiguità, da sospendere fino all'ultimo il giudizio sulle vicende, anche estreme, che racconta. L'ambiguità è già racchiusa in una delle scene introduttive del film. È ambientata all'interno di una casa – una casa fatiscente, poco più di una baracca –, in una stanza affollata di mobili e soprammobili d'accatto, tanto da somigliare al negozio di un rigattiere, dove un gruppo di persone di diversa età, strette strette l'una all'altra, accovacciate a terra secondo il costume giapponese, consuma la cena. Si capisce presto che il polo d'attrazione di tutto il gruppo è una vecchia signora, chiamata la nonna, che gli altri sembrano assistere affettuosamente, tanto che a un primo colpo d'occhio possiamo scambiarli per un tradizionale gruppo familiare, di gente povera ma capace di calore umano (tanto più che alla cena è fatta partecipare una bambina, trovata tutta sola, infreddolita, per strada). Eppure qualche indizio contraddice questa impressione: come quelle bocche avide che sorseggiano il brodo dalle ciotole, o la sporcizia della vecchia che si taglia le unghie dei piedi proprio nel luogo e nel momento in cui si mangia. Alcuni insorgono, sia pure bonariamente, contro la maleducazione della signora, ma lei non si cura di quelle proteste, certa com'è di avere in pugno quella gente grazie alla pensione che riceve dopo la morte del marito, e che in quella casa, capiamo presto, è l'unica entrata certa. Saremmo allora indotti, secondo un'abitudine automatica, a contrapporre l'apparenza alla realtà, a concludere che l'affetto familiare è simulato per interesse economico (tanto più che la bambina, che sembrava ospitata per spirito caritatevole, è presto ammaestrata a commettere quei furti nei negozi e nei supermercati con cui sopravvivono alcuni membri del clan). Ebbene il film di Kore-eda sembra fatto apposta per contraddire questa conclusione. Non viene fatto alcuno sconto alla della descrizione del gruppo, la descrizione non è mai edulcorata: se ne evidenzia il cinismo, l'attitudine al calcolo bieco, senza scrupoli; l'avidità di guadagno, la balordaggine di chi vive in uno stato di emarginazione, fuori delle regole civili, senza nemmeno più averne coscienza. Ma allo stesso tempo il film riesce a farci credere che tra alcune di quelle persone ci sia vero affetto, alcuni slanci di autentica solidarietà, perfino per quella bambina, strumentalizzata per rubare, ma sottratta a una famiglia “perbene”, ma arida, anaffettiva, dove veniva picchiata. Cosicché è arduo decidere se prevalga nei protagonisti l'egoismo o l'amore, tanto che ne dubitano loro stessi: sradicati dalle loro vere famiglie e dalla società, vorrebbero credere disperatamente di avere trovato un rifugio l'uno nell'altro, ma in certi momenti la fiducia è raggelata dal sospetto di essere soltanto usati. Forse Un affare di famiglia – un film dove la descrizione prevale sul racconto, perché i fatti narrati sono scarsi – ha il difetto della ridondanza: che cioè si soffermi sul ritratto di personaggi già esaurientemente delineati. Ma delineati uno per uno così bene, con tale precisione e tale delicatezza, nel corpo, nei gesti e nelle azioni, che quella descrizione è sempre di alta qualità. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 22 settembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22254 Gianfranco Cercone. “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini In una scena del film Sulla mia pelle – il film che il regista Alessio Cremonini ha dedicato al caso Cucchi, e che è stato recentemente presentato al festival di Venezia – vediamo un piccolo drappello di guardie scortare un ragazzo ammanettato – Stefano Cucchi, appunto – all'interno della stanza di una stazione dei carabinieri. Cosa avviene all'interno di quella stanza non è mostrato dal film. Fatto sta che, subito dopo, scopriamo che il volto del ragazzo è ricoperto di lividi. E in seguito proprio al pestaggio che, evidentemente, lo si lascia intendere con chiarezza, si è consumato in quella stanza, il ragazzo si ammalerà e morirà dopo una lunga agonia. La scelta di omettere dal racconto l'esposizione diretta di quelle violenze, che sono comunque attribuite alle forze dell'ordine, è comprensibile: si è voluto procedere con la prudenza e con la delicatezza che richiedono fatti realmente e recentemente accaduti, ancora oggetto di un procedimento giudiziario; e le persone a vario titolo interessate alla vicenda. E si è forse voluto scongiurare il “voyeurismo dell'orrore”. Tuttavia la scelta di questa omissione è, a mio parere, un sintomo dei limiti dell'impostazione di tutto il racconto. Poco prima avevamo visto quel ragazzo arrestato da quegli stessi carabinieri per detenzione di stupefacenti, perquisito e interrogato in caserma, e la perquisizione in casa dei suoi genitori: un trattamento severo ma, ci era sembrato, nei limiti della legalità, fatto salvo il rifiuto di mettere il ragazzo in contatto con il proprio avvocato, come da sua precisa richiesta: un rifiuto che, con il passare delle ore e dei giorni, diventa sempre più manifestamente criminale (e per ottenere il riconoscimento di questo diritto, come sappiamo e come ci racconta anche il film, Cucchi intraprenderà invano uno sciopero della fame). Si erano anche visti trascorrere sui volti degli uomini d'ordine, i segni del furore, dell'intolleranza, forse della perversione. Ma erano accenni discreti, non proporzionali all'orrore che sarà perpetrato, inadeguati a introdurlo e a trattarlo. Insomma: prima ancora che un caso giudiziario, e prima che l'oggetto di una sacrosanta denuncia, la vicenda di Stefano Cucchi è l'incontro, aberrante, tragico nelle sue conseguenze, di alcun individui, tutti ragazzi (in un'inquadratura un po' misteriosa del film uno dei carabinieri sembra rispecchiarsi nell'arrestato). Ecco: di questo incontro, e cioè del fattore umano della vicenda nel suo aspetto più profondo, e allo stesso tempo del suo cuore selvaggio, il film di Cremonini non vuole, forse non può, dirci nulla. (Si pensa, per contro, a un bel film di Katherine Bigelow, Detroit, anch'esso dedicato a una vicenda, meno recente, realmente accaduta, che era però capace di farci entrare nel percorso mentale ed emotivo di un poliziotto autore di atrocità perfino peggiori di quelle di cui è stato vittima Stefano Cucchi). Eluso il centro della vicenda, il film di Cremonini si attiene alla cronaca, e cioè alla superficie dei fatti, riferendo in sostanza ciò che avevamo già appreso dai resoconti giornalistici. La resa degli ambienti e delle persone che li abitano è precisa e sempre verosimile; degli ambienti istituzionali – che siano le caserme, le carceri, i tribunali, o gli ospedali giudiziari – ci si fa percepire un'atmosfera di atavica rassegnazione al crimine, quand'anche il crimine sia commesso da chi dal crimine dovrebbe tutelarci (anche se alcuni uomini di quelle istituzioni tenteranno inutilmente di convincere Cucchi a denunciare l'accaduto). Il film è complessivamente ben recitato, e in particolare svetta l'interpretazione di Alessandro Borghi, che sembra capace di una mimesi intima del personaggio di Cucchi. E comunque il film ha il merito civile di divulgare la vicenda attraverso il mezzo popolare di un film di finzione. Per una scelta a mio parere lungimirante, e particolarmente appropriata a un film come questo – perché gli permette la massima risonanza - Sulla mia pelle è allo stesso tempo distribuito nelle sale e su Netflix. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 15 settembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22243 Gianfranco Cercone. “Don't worry” di Gus van Sant Forse il sentimento più negativo che si possa concepire, è il sentimento della dannazione. E cioè quel sentimento di chi sente pesare su di sé una condanna, la più crudele, per la quale la sua esistenza è ridotta a puro dolore, senza nessuna speranza di una salvezza futura, e nemmeno di un momento di sollievo. È il sentimento che, per esempio, in letteratura, Dante attribuisce ai dannati dell'Inferno. Ma in arte, e anche al cinema, è a volte fatto rivivere in un ambito terreno, perché, si sa, anche la Terra, in svariate forme e per svariate ragioni, può trasformarsi in un inferno. E perché anche gli artisti che si ritengono laici possono concepire inconsciamente la realtà secondo immagini e categorie religiose. Uno di questi casi è forse quello del regista Gus Van Sant che, nel suo film intitolato Don't worry (“Non preoccuparti”) racconta di un uomo che in seguito a un terribile incidente automobilistico si risveglia in ospedale, paralizzato agli altri, tra atroci dolori, il corpo spezzato tenuto insieme dalle macchine, senza nessuna possibilità di guarigione. Sembrerebbe una dannazione accidentale, dovuta soltanto alla Dea Fortuna. E invece il caso raccontato dal film, è più complesso, più profondo. Quella disgrazia sembra infatti la manifestazione più acuta, più drammatica, di un senso di condanna che già pesava sulla vita del protagonista, fin dalla sua infanzia: per essere stato un figlio illegittimo, abbandonato da sua madre. È una circostanza biografica di cui il racconto riesce a farci percepire le intime conseguenze. Non soltanto ci riferisce che l'uomo, da giovane, cade nell'alcoolismo, ma ci fa intravedere le intricate ragioni di quella caduta: delle quali fa parte un radicato senso di colpa, e un disperato appello amoroso: come se, precipitando deliberatamente nella spirale dell'autodistruzione, egli invocasse l'aiuto di qualcuno – di quella madre mitizzata perché assente o magari di Dio, anche se l'uomo sembrerebbe ateo – comunque: qualcuno che lo salvasse. L'episodio forse più compiuto, più riuscito di tutto il film, è quello che culmina nel fatale incidente automobilistico. Si racconta di un pomeriggio trascorso dal giovane a procurarsi dell'alcool; a bere di nascosto, in un parcheggio, vergognandosi del proprio vizio; di una notte passata tra vari party, dove la comunicazione con gli altri invitati è disturbata dall'assillo, da dissimulare di fronte agli altri, di dover bere altro alcool; e dell'incontro durante una festa con un sodale dello stesso vizio, con il quale si stabilisce un'immediata complicità. Sembrerebbe l'avvio di un'amicizia tipicamente maschile, cementata dal comune interesse per l'alcool e per le donne. E invece è qualcosa di diverso: ognuno è per l'altro come un demone, che lo trascina nella notte più tenebrosa. E il veicolo di quel viaggio è la loro macchina, che vediamo infatti sospingersi nel buio, guidata da un autista sempre più incosciente di sé. Come anche in altri suoi film, Gus Van Sant non adotta un racconto lineare. Somiglia piuttosto a un incastro, dove le varie fasi della storia si intrecciano tra loro, dando suggestivamente quel senso del caos, che si combina bene con lo stato di perdizione del protagonista. Così il momento negativo della storia è fatto convivere con quello più positivo, e cioè con il momento della redenzione. Grazie a una terapia di gruppo, nel quale il giovane si trova inserito, tra persone tutte fuori della norma e solidali tra loro; grazie agli insegnamenti di chi conduce la terapia – un giovane omosessuale malato di AIDS (il racconto si svolge negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Ottanta) – il protagonista si libera delle proprie tendenze autodistruttive, scopre la propria creatività diventando un disegnatore satirico (il film è tratto dall'autobiografia di John Callahan, che è stato appunto un vignettista di successo), e riesce a sentirsi realizzato e felice malgrado la grave invalidità. Il risvolto positivo del racconto può lasciarci scettici: oltreché ridondante, ha un che di forzato, come spesso capita quando l'arte pretende di essere edificante, di additare la via del Bene. Ma il momento della crisi è raccontato con sottigliezza ed efficacia. Si tratta di un film da vedere, nel quale giganteggia l'ottima interpretazione di Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 8 settembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22234 Gianfranco Cercone. “La notte di San Lorenzo” di Paolo e Vittorio Taviani La contaminazione tra il Mito e la Storia, che ha un'antica e gloriosa tradizione letteraria, si è rivelata a volte feconda, da un punto di vista artistico, anche al cinema. Del resto, i miti, si sa, sono favole, ma favole di un tipo particolare, perché se la loro apparenza è inverosimile, fantastica, contengono una tale dose di verità, che la memoria collettiva le ha tramandate nei secoli, perché, credo, ha avvertito che possono riferirsi ai fatti di ogni tempo e di ogni luogo, aiutarci a comprenderli più a fondo. Raccontando un piccolo episodio della Seconda Guerra Mondiale, un episodio da loro direttamente vissuto, i fratelli Taviani, in un loro film del 1982, La notte di san Lorenzo, che sarà riproposto in questi giorni, precisamente il 2 e il 3 settembre, al festival del cinema di Venezia, in una versione restaurata dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Paolo e Vittorio Taviani avevano scelto, appunto, la chiave del Mito. Non soltanto il loro film contiene riferimenti espliciti agli eroi mitici di un poema di Omero, l'Iliade. Ma il Mito segna in modo continuativo e profondo lo stile del racconto. Tutto il film è la visualizzazione del racconto che una madre fa al figlio bambino, durante una notte di san Lorenzo che si immagina coeva alla realizzazione del film, il racconto di un fatto reale, occorso alla madre quando lei era bambina, ma impostato con il tono con cui si racconta una favola (e i miti, in origine, si sa, erano tramandati oralmente). Il fatto, in sé, è povero di sviluppi narrativi. Nel '44, quando l'Italia era invasa dalle truppe naziste, in un paese toscano, San Martino (ma storicamente, si tratta, in effetti, di San Miniato), i tedeschi, prima di procedere a un bombardamento delle case, ordinano alla popolazione di raggrupparsi nella cattedrale, in apparenza per salvaguardarla, ma in effetti, si scoprirà presto, per sterminarla. I più accorti tra loro non obbediranno all'ordine dei tedeschi e vagheranno come profughi per la campagna toscana, nell'attesa dell'arrivo dell'esercito di liberazione americano. Il film in sostanza è il racconto di questo viaggio, costellato di alcuni episodi cruenti, perché tra i profughi ci sono partigiani della Resistenza antifascista, che si scontreranno con altri italiani, invece fascisti. Si tratta di episodi frammentari, non collegati da uno sviluppo romanzesco. Ma ciò che rende questa cronaca di un episodio di guerra – tragico, ma in fondo simile a tanti altri – la rende vivida, esaltante, nei suoi orrori e nei suoi momenti di gioia, è il punto di vista da cui è raccontata, che, lo ricordo, è quello di una bambina, che vive la disgrazia come una straordinaria avventura, per quella nota virtù dello sguardo dei bambini di mitizzare gli oggetti e le persone su cui si posa. Se altri film, anche belli, hanno raccontato la guerra attraverso immagini un po' decolorate, nel film dei Taviani è esaltato il verde delle campagne, il giallo dorato del grano, così come gli occhi azzurri di un partigiano. Allo stesso tempo sono esaltate le qualità dominanti dei personaggi: la generosità, la prudenza, la vigliaccheria, la malvagità. Ma anche la passione, il desiderio, l'amicizia, sono condotti a un alto grado di intensità. In tale idealizzazione della realtà, non stona che gli scontri tra fascisti e partigiani si trasfigurino, per qualche attimo, in una scena rimasta famosa, in una delle battaglie campali tra i Greci e i Troiani. Eppure il sentimento che conclude il film è più complesso, meno primario. La notte di san Lorenzo è quella in cui si esprimono i desideri, che dà adito alla speranza. E certo i profughi del racconto sperano nel termine della notte: di sopravvivere, ma anche di approdare in un domani migliore. Ma nel film la speranza è resa incerta, dolorosa, come quella di un amore che non si è realizzato in gioventù, che è coronato per una notte nella tarda maturità, ma che potrebbe disperdersi di nuovo. È un film molto bello, ricco di invenzioni visive, nel quale spicca anche la travolgente colonna sonora di Nicola Piovani. Sarà proiettata al festival di Venezia, in versione restaurato, in omaggio a Vittorio Taviani, scomparso quest'anno. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 1° settembre 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22222