News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Gianfranco Cercone. “120 battiti al minuto” di Robin Campillo Un difetto ricorrente del cinema politico è la retorica, e in particolare la descrizione un po' monumentale, o agiografica, insomma: aprioristicamente positiva, di coloro che si battono per una causa ritenuta giusta dall'autore del film. Questo difetto lo si riscontra, a mio parere, anche in un film, peraltro molto ben fatto e di nobili ideali, come 120 battiti al minuto diretto da Robin Campillo, vincitore del Gran Premio della Giuria al festival di Cannes. Il racconto prende in esame soprattutto le riunioni in assemblea e le azioni di protesta, condotte dall'associazione francese Act Up, che, negli anni Novanta, quando l'epidemia di AIDS infuriava in Francia, mietendo vittime in particolare tra le persone omosessuali, si batteva per esplicite campagne di informazione e di prevenzione, così come per accelerare la sperimentazione di farmaci in grado di arginare l'infezione, che aveva allora esiti quasi sempre mortali. Per le persone malate o infette che erano tra i suoi militanti, costituiva anche una rete di solidarietà e di assistenza. Il film riferisce che l'associazione si definiva: non-violenta. Va detto, però, che alcune azioni eseguite dai militanti (come, ad esempio, gettare litri di sangue finto sui relatori di un convegno o sugli impiegati di una casa farmaceutica – liquido, da chi ne era imbrattato, poteva essere ritenuto in un primo tempo sangue infetto) – azioni che si spiegano con l'esasperazione di chi vedeva incalzare l'epidemia, o progredire la malattia dentro di sé – nonviolente certo non sono, perché non è nonviolento lo spirito che le anima, dato che l'intento che è sporcare, sfregiare, o terrorizzare, anche solo per qualche momento, gli interlocutori, gli avversari politici. Nel film questo genere di azioni sono tema di discussione in assemblea. Incontrano le perplessità dei più moderati, ma prevalgono su di loro i più oltranzisti. E se l'autore sembra registrare obiettivamente il dibattito, è chiara la sua simpatia per le azioni sicuramente non cruente ma più aggressive del gruppo, come quella che conclude il film: spargere le ceneri di un ragazzo morto per AIDS durante il rinfresco di una società di assicurazioni, accusata evidentemente di speculare sulla malattia, senza però che la sostanza delle accuse sia chiarita allo spettatore. Ma non è evidentemente il contenuto politico, che può incontrare legittimi consensi o riserve, che fa la riuscita o meno di un film. Però, ciò che dà un tono di propaganda al racconto è che tutti i militanti di Act Up appaiono, in sostanza, giusti, simpatici, coraggiosi, estrosi, vitali anche quando sono agli ultimi stadi della malattia. E che tutti, malgrado qualche dissenso, qualche litigio di superficie, sembrano volersi in fondo un gran bene. Così, quando il racconto entra nelle vicende private dei personaggi, e in particolare nella storia d'amore tra due di loro, cade a volte nel sentimentalismo; e, al cospetto della morte, diventa melodrammatico. Va detto però che tutti gli attori sono bravissimi, e che il film è scritto e diretto abilmente, un po' alla maniera del cinema-verità. È il film che la Francia ha scelto per concorrere all'Oscar per il miglior film straniero. Malgrado ogni riserva, è un film interessante. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 14 ottobre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21549 Daniele Mutino. Dal mythos al logos e viceversa|Aedi, guslari, rapsodi, trovatori, trovieri, alle radici dell’Occidente Domenica 15 ottobre ore 10:45 Velletri. Sala degli Affreschi Casa delle Culture e della Musica Piazza Trento e Trieste Primo incontro de LA STORIA CANTATA DAI POPOLI corso di musica popolare per i nostri giorni a cura del Maestro Daniele Mutino per Quaderni di cultura musicale introduzione all’ascolto Il mondo in cui viviamo in genere dimentica che la Storia dell'umanità può essere raccontata non solo dalle guerre, dalla politica, dalle dinamiche economiche, dai documenti, ma anche dallo sviluppo dell'attitudine umana al canto e alla poesia. In questo corso Daniele Mutino – musicista, cantastorie e antropologo culturale – illustrerà ed argomenterà le proprie ricerche antropologiche e le proprie riflessioni sul canto popolare e sul suo significato, con particolare attenzione al significato storico della musica in relazione al nostro “essere nel mondo”: si farà riferimento in questo senso alle questioni di fondo poste dal grande storiografo Ernesto De Martino, e si guarderà criticamente a come la musica popolare è stata finora trattata da studiosi ed artisti. Le parole saranno integrate da ascolti guidati, e sarà dato anche un respiro artistico agli incontri, sia tramite i disegni realizzati da Assunta Petrocchi, sia tramite gli interventi musicali e cantastoriali live di Daniele Mutino, sia, infine, accogliendo musicisti ospiti o, se è il caso, coinvolgendo i corsisti stessi in performances musicali, magari nel corso di incontri supplementari alle lezioni, da organizzare man mano nel corso dell'anno, se matureranno le condizioni per farlo. Si tratterà in ogni caso di un bel cammino, una riflessione da percorrere in gruppo alla ricerca di una melodia radicata nell'anima del mondo, il nostro mondo, quello che ogni giorno cerchiamo di ereditare, comprendere e costruire, scegliendo o meno la musica come guida e compagna. Per informazioni e iscrizioni: info.amroc@gmail.com – tel. 371 1508883 http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=148&cmd=v&id=21545 A Night in Kinshasa - Muhammad Ali vs George Foreman|Molto più di un incontro di boxe. Al Teatro Carcano di Milano fino a Sabato The Rumble in the Jungle (La Rissa nella Giungla), ossia uno dei più grandi eventi sportivi all time. Anche se alcuni avrebbero da ridire sul concetto di sport applicato al pugilato. Tuttavia quando hai a che fare con un personaggio come Muhammad Ali, un'icona, uno sepolto nell'immaginario collettivo, campione d'Olimpia e del mondo, bello, ribelle, lingua lunga, musulmano e pacifista, paladino dei diritti civili e tanto altro ancora, le polemiche riguardo alla noble art possono anche placarsi. Correva l'anno 1974 quando a Kinshasa, Zaire (ex Congo Belga), Africa – 40° di temperatura e 90% di umidità – si incontrarono/scontrarono sul ring il vecchio ex campione e il nuovo detentore della cintura iridata, George Foreman, un picchiatore puro, un giustiziere, il pugno dell'instant killer. Fu qualcosa di più che un match di boxe. Fu evento mediatico ante litteram, avvenimento politico, simbolo di riscatto dalle nevrosi post colonialismo e dalle sudditanze di vario genere. Possono alcune riprese su un ring cambiare la Storia? Chissà... Se ti chiami Ali, forse. O almeno un poco... Del resto colui che un tempo si chiamava Cassius Clay aveva saputo rinunciare, costrettovi dalla coerenza delle proprie scelte e dall'ottusa ipocrisia del sistema, al titolo di re del mondo della categoria dei pesi massimi allorché anni addietro aveva pronunciato il suo gran no alla sporca guerra, al napalm del Vietnam (in fondo nessun vietcong l'aveva mai chiamato negro in senso dispregiativo: No Vietnamese ever called me nigger oppure I ain't got quarrel with them Viet Cong). Fu immediatamente detronizzato e allontanato dai quadrati a calcare i quali sarebbe tornato tre anni dopo. E a Kinshasa era giunto il momento di riprendersi il proprio. Peccato che dall'altra parte c'era quel giovane arrogante, Big George, statua d'ebano, la forza di un maglio nei pugni. Ali era sfavorito, ma... ma Muhammad non solo era un boxeur sopraffino, elegante e ballerino, fluttuante come una farfalla e pungente come un'ape, con un jab stilisticamente perfetto e devastante; lui era anche, e soprattutto, un uomo intelligente, pragmatico e inguaribilmente idealista, con una missione da compiere, e seppe volgere la situazione a suo favore. Prima nell'attesa spasmodica dell'incontro, trascinando dalla propria le immani folle con i suoi proclami di ambasciatore della neritudine e della giustizia sociale, poi sul ring ribaltando una situazione che pareva compromessa e stroncando infine con un clamoroso knock-out la resistenza dello stranito e sballottato Foreman, pian piano demolito psicologicamente e all'ottava ripresa sbattuto sul tappeto per il drammatico conto conclusivo. Quarantatré anni dopo, e dopo la scomparsa di Ali (per tanti anni poi devastato dal Parkinson, ma anche in quell'immagine silente e tremolante vibravano la dignità e il fuoco delle idee), al Teatro Carcano rivive quella gloriosa ed eclatante vicenda sportivo-esistenziale (o politico-sportiva) grazie all'affabulazione di Federico Buffa, che torna sul palcoscenico dopo avere celebrato le gesta di un altro immenso atleta afroamericano, il quattro volte oro olimpico a Berlino '36 Jesse Owens. A Night in Kinshasa... «Il dittatore Mobutu regala ai suoi sudditi il match di boxe del millennio per il titolo mondiale dei massimi, tra lo sfidante Muhammad Ali e il detentore George Foreman. Ali ha 32 anni, l’altro 25. Sono entrambi neri afroamericani, ma per la gente di Mobutu, Ali è il nero d’Africa che torna dai suoi fratelli, George è un complice dei bianchi. Tanta gente assedia lo stadio dove si terrà il match e grida “Alì boma yé-Alì uccidilo”. E nella consueta sinfonia di contraddizioni che è la storia di Muhammad Ali il paradosso è che l'incontro simbolo della libertà ha luogo in un paese oltraggiato prima dal colonialismo, poi da una dittatura che sarebbe durata trent’anni e poi ancora dalla guerra. Ali torna nella terra dei suoi avi a riscoprire le sue origini. Sta nelle strade, va negli ospedali, incontra i bambini. Decide di poter trasmettere quello che ha visto ai neri d'America, agli emarginati, a quelli senza sussidi che non hanno coscienza di sé stessi. Vuole stare in mezzo ai drogati, ai disperati, alle prostitute. Questo racconta ai giornalisti. Dopo quella lunga notte a Kinshasa Ali si sente finalmente libero, ha un sogno nuovo in cui credere. È libero perfino di rappresentare l'America: l'America è tutta per lui. Il mondo intero lo è. La storia della dittatura di Mobutu sarà ancora lunga, ma all'alba di quel nuovo giorno i congolesi festeggiano come in una purificazione, colmi di speranza e grati a quell'uomo che da solo aveva sconfitto il sistema». In quell'autunno del 1974 furono testimoni e a loro volta, seppur ai margini, interpreti di quell'episodio James Brown, B.B. King e Miriam Makeba, impegnati in concerto, o anche lo scrittore Norman Mailer. Il racconto di Federico Buffa è, come sempre, attento a ogni particolare emozionale, accurato nella ricerca storica – vedi la citazione del genocidio perpetrato (e dimenticato dal mondo) dal 1885 al 1908 sotto lo spietato tallone di Leopoldo II, monarca del Belgio, che del Congo aveva fatto la sua personale riserva di ricchezza: 10 milioni di morti?, - affascinante nel modello narrativo – un esempio di contemporanea letteratura orale – con il supporto umanistico della tecnologia e vari elementi artistici a intrecciarsi. «Una narrazione sincopata, tenuta “sulle corde” da una serrata partitura musicale scritta ed eseguita al pianoforte da Alessandro Nidi e ritmata dalle percussioni di Sebastiano Nidi, all'interno della cornice visionaria della regista Maria Elisabetta Marelli». A Night in Kinshasa-Muhammad Ali vs George Foreman. Molto più di un incontro di boxe... Alberto Figliolia A Night in Kinshasa - Muhammad Ali vs George Foreman. Molto più di un incontro di boxe di Federico Buffa e Maria Elisabetta Marelli. Musiche Alessandro Nidi. Con Alessandro Nidi, pianoforte, pianoforte preparato, e Sebastiano Nidi, percussioni. Video design Mikkel Garro Martinsen (Roof video design). Regia Maria Elisabetta Marelli. Fino al 14 ottobre 2017. Teatro Carcano, Corso di Porta Romana 63, Milano. Orari: mercoledì, giovedì e sabato ore 20:30; venerdì ore 19:30; domenica ore 16. Info: e-mail info@teatrocarcano.com; sito Internet www.teatrocarcano.com. Prenotazioni: tel. 02 55181377 – 02 55181362; online www.vivaticket.it- www.ticketone.it-www.happyticket.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21540 Gianfranco Cercone. “Una famiglia” di Sebastiano Riso Non sempre in un racconto, cinematografico ma anche letterario, siamo messi in condizione dall'autore di capire subito la situazione di vita dei personaggi, certi loro strani comportamenti che da quella situazione dipendono. Dobbiamo lentamente “acclimatarci” alla realtà descritta dal film, un po' come l'occhio deve assuefarsi all'oscurità di un ambiente prima di riuscire a distinguere gli oggetti. Così in Una famiglia, il secondo lungometraggio di Sebastiano Riso, lì per lì non riusciamo a comprendere perché una giovane donna, affiancata da un uomo più maturo, in un vagone della metropolitana, come colta da un raptus si metta a inseguire dei bambini. Così come non comprendiamo le ragioni della sua perenne malinconia, o dei suoi momenti di esasperazione, in un ménage che sembra quello di una comune vita di coppia. E se tentiamo delle ipotesi, saranno probabilmente sbagliate, perché la situazione che Riso descrive è abnorme, perfino mostruosa. È centrata su una particolare forma di sfruttamento del corpo femminile – rispetto alla quale la donna recalcitra, a cui cerca di sottrarsi attraverso dei sotterfugi, ma a lungo senza la necessaria energia e dunque invano – per la quale l'uomo maturo che abbiamo visto al suo fianco, l'ha messa e continua a metterla incinta, per poi vendere i bambini a coppie facoltose che non possono avere figli. Sono parte, insomma, di un piccolo giro criminale. In una scena del film su un terrazzo, sotto la cupola di San Pietro – è l'abitazione di una coppia di due uomini – si afferma che a quell'espediente si fa ricorso vista la difficoltà, o in certi casi l'impossibilità, in Italia, di adottare legalmente un bambino. È uno spunto polemico che nel film resta secondario, il racconto essendo piuttosto focalizzato sul tema del controllo, del possesso e appunto dello sfruttamento del corpo femminile, di cui certo il primo responsabile è il convivente della donna, ma a cui partecipa un ginecologo loro complice (le cui visite e i cui interventi clinici sono brutali), e la stessa coppia omosessuale, che è certo ben affiatata, amorosa, il cui desiderio di avere un bambino è perfino struggente, ma che intende appropriarsi del bambino anche di fronte all'evidente pena della madre. Altro tema poi è – in quel giro d'affari – l'inevitabile mercificazione dei bambini che, se malati, vengono restituiti al venditore proprio come un prodotto avariato. Insomma: Riso si accosta al suo tema con l'attitudine del moralista, esprimendo un evidente giudizio di sostanziale condanna. Allo stesso tempo il suo film rimanda a significati più generali, essendo il controllo maschile della procreazione, come è noto, una caratteristica essenziale della società patriarcale. Ora queste caratteristiche – il moralismo e la tendenza allegorica – potrebbero far pensare che Una famiglia sia un film ideologico, forzato nel racconto dei fatti e dei personaggi per avvalorare un giudizio, per dimostrare una tesi. E invece non è così. I personaggi non sono soltanto incarnazioni di temi astratti. Sono personaggi reali, contraddittori e sfumati. A partire dalla sfruttatore: certo sordido, abietto, ma allo stesso tempo un povero diavolo, che usa il talento di sfruttare le donne perché forse altrimenti sarebbe destinato alla fame (una specie di nuovo accattone pasoliniano, che però non si redime). È interpretato, in modo sempre credibile, da Patrick Bruel. Ma il personaggio più ricco, più bello, è proprio quello della madre (una grande prova d'attrice di Micaela Ramazzotti), seguito per tutto il film nei suoi diversi stati d'animo, nella sua lenta e tortuosa evoluzione da una soggezione quasi masochistica allo sfruttatore fino a una ribellione animata dall'istinto materno. Sebastiano Riso è stato vittima in questi giorni di una aggressione di stampo omofobico. Gli esprimiamo la nostra solidarietà. Ma a prescindere da questo episodio, vi consiglio il suo film perché è bello, certamente da vedere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della rubrica “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 7 ottobre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21529 Gianfranco Cercone. “L'inganno” di Sofia Coppola Ci sono film che – per la ricchezza delle vicende narrate, per la larghezza dell'ambiente che attraverso quelle vicende è esplorato – somigliano a un romanzo. E ci sono film che invece si concentrano su un breve episodio, quasi un aneddoto, collocato in un contesto ristretto, e che ricordano piuttosto un racconto. In questi casi, la scarsezza degli eventi può consentire al film un'analisi più approfondita dei personaggi e dell'ambiente. A questo secondo genere, del “film-racconto”, appartiene l'ultimo film di Sofia Coppola il cui titolo italiano è: L'inganno (in effetti tratto da un romanzo di Thomas Cullinan, dal quale già negli anni Settanta Don Siegel trasse un famoso film: La notte brava del soldato Jonathan, con Clint Eastwood). Lo spazio angusto nel quale la storia si svolge per intero è quello di un collegio femminile, in Virginia (dunque, negli Stati Uniti del sud); in pieno Ottocento, precisamente ai tempi della Guerra di Secessione. In quel collegio trova rifugio un soldato dell'esercito unionista, caduto ferito. È un rifugio che si rivela presto irto di pericolo e di trappole anche mortali. Perché le donne di quel collegio – giovani, le educande, o più mature come l'insegnante e la direttrice – sono tutte sessualmente represse, vuoi per la scarsità di uomini, partiti per la guerra; vuoi per l'effetto di un'educazione molto severa, puritana che traspare già dalla rigidezza degli abiti e dal portamento impettito di alcune di loro. Così quel giovane uomo che giace seminudo in una stanza nel loro stesso edificio, esercita su tutte un'attrazione potente, che per le più giovani si colora di toni quasi fiabeschi, sembrando affascinante e spaventosa. È evidente che tante gelosie, tanti desideri accesi e rivali, costretti a convivere a lungo, si esasperano, e possono deflagrare in conflitti anche cruenti. È uno spunto che per la sua natura erotica., per i suoi possibili risvolti libertini, in Italia può essere facilmente definito boccaccesco. E non è una definizione del tutto impropria, purché ci si riferisca alle novelle di Boccaccio meno leggere, meno allegre, quelle in cui l'avventura erotica ha esiti funesti, addirittura tragici. Perché la guerra sessuale che si scatena all'interno del collegio – tra donne, mai poi anche tra un uomo e le donne – e che sembra come un riflesso della guerra militare che si combatte nei campi aperti – avrà conseguenze macabre e fatali. Dicevo che i limiti narrativi di un racconto, favoriscono in un film le virtù dell'analisi. Da questo punto di vista Sofia Coppola si dimostra, a mio parere, all'altezza del compito. Il coro femminile che è il protagonista del film, è cesellato con precisione e bravura, ognuna delle donne detenendo un suo specifico atteggiamento. Dall'esaltazione delirante della direttrice (interpretata da Nicole Kidman) (ed è un delirio fomentato dalla repressione sessuale), all'amarezza dell'insegnante (intepretata di Kirtsten Dunst), disposta anche a essere umiliata pur di non perdere l'occasione, forse irripetibile nella sua vita, di essere amata da un uomo; all'audacia di una delle studentesse (interpreta da Ellen Fanning), pronta a sfidare i divieti pur di sperimentare con uomo i baci sulla bocca e i primi atti sessuali. E se l'uomo (interpretato da Collin Farrell) è visto più dall'esterno, si lascia intuire allo spettatore la sua prudenza, il suo opportunismo e anche lo sprezzo segreto con cui considera quel gineceo di donne sudiste tutte infervorate di lui. Da non perdere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della rubrica “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 30 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21516 Gianfranco Cercone. “Gatta Cenerentola” di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone Si sa che l'allegoria collega a un'immagine, a un ambiente, ma anche a un seguito di eventi, un significato ben preciso, più generale, che li oltrepassa. Un esempio classico: la selva in cui Dante si smarrisce all'inizio del suo celebre poema, ci è stato spiegato, è allegoria del peccato. Un film il cui impianto è interamente allegorico, è il film d'animazione, ispirato a una novella di Giambattista Basile, Gatta Cenerentola. E infatti è evidente a ogni spettatore che la nave, sul porto di Napoli, in cui la storia si svolge, destinata nel passato a essere sede di un avveniristico Polo della Scienza e della Tecnologia; e poi, dopo l'uccisione del suo promotore – un armatore – a opera della malavita, divenuto luogo di traffico di droga, di un night club di quart'ordine che copre un giro di prostituzione; e scelta come centro di una nuova Las Vegas, tutta adibita al riciclaggio di denaro sporco; ebbene quella nave è evidentemente allegoria di due Napoli (o di due Italie): una Napoli generosa, idealistica, inventiva; e una Napoli, predominante, criminale, disperata, distruttiva e autodistruttiva. I personaggi del racconto sono tutti definiti in primo luogo in base all'appartenenza all'una o all'altra Napoli. La matrigna della favola, promessa sposa all'armatore, a cui in fondo voleva bene, ma anche poi, per un atavico disincanto, ha lasciato uccidere da un delinquente di cui è tuttora innamorata, incarna il cinismo. La voragine in cui precipita è quella della totale mancanza di ideali. Le sue figlie (una delle quali, in effetti, è un travestito), sguaiate, sanguinarie, pronte a prostituirsi ai criminali, incarnano la corruzione. La loro sorellastra Cenerentola, traumatizzata dall'omicidio del padre, e per questo muta, apparentemente ebete, è l'innocenza impotente. E un poliziotto, un tempo aiutante dell'armatore ucciso, e che ora ingaggia con la criminalità una lotta temeraria, quasi suicida – data la forza che la criminalità ha acquisito – è l'eroismo strenuo. Gatta Cenerentola è un piccolo gioiello. Il disegno animato crea un continuo gioco di dissolvenze tra situazioni del presente e del passato, che serve a mettere in discussione lo status quo – come le cose sono effettivamente andate – alla luce di come sarebbero potute andare, suggerendo un'indicazione per il futuro. Le figure dei personaggi non sono levigate e armoniose come quelle dei tradizionali disegni di Walt Disney; sono apparentemente grezze, angolose, si direbbe: di derivazione “cubista”. Forse perché la realtà a cui appartengono è tutt'altro che edulcorata, ma anzi dura, aspra. Ma anche se stilizzate, quelle figure evocano con precisione, con grande efficacia, ognuna delle maschere in cui i personaggi consistono. Forse il limite del film è nello stesso impianto allegorico, che vincola il racconto a significati precisi ma anche semplici. Si ha a volte l'impressione che i disegni rianimino un repertorio di figure già depositate nella nostra memoria, piuttosto che farci esplorare un mondo inedito (o aspetti inediti di quel mondo). Gianfranco Cercone (Trascrizione della rubrica “Cinema e cinema”, trasmessa da Radio Radicale il 23 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21499 Ferrara. Incontro con l'autore e recital musicale alla galleria del Carbone Ferrara – Sabato 23 Settembre alle ore 17:30, alla Galleria del Carbone, in occasione dell’“Incontro con l’Autore” sarà presente l’artista mantovana Giuliana Natali; al termine si terrà un recital musicale della flautista Laura Trapani (foto) e il pianista Jacopo Bonora (foto in allegato). Il duo suonerà brani dalla Carmen, dalla Carmen di Bizet e arrangiamento per flauto e piano di F. Borne, e Joacopo Bonora eseguirà due sue inedite composizioni. (L.B.) La mostra di Giuliana Natali resterà visitabile fino a domenica 24 Settembre con i seguenti orari: dal mercoledì al venerdì 17:00-20:00; sabato e festivi 11:00-12:30 e 17:00-20:00; lunedì e martedì chiuso http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21493 Velletri. “Repertorio vocale da camera italiano fra Otto e Novecento”|Master biennale di secondo livello. Commenti a cura del prof. Guido Salvetti Dal 24 settembre al 19 novembre 2017 si terranno a Velletri, presso l’Auditorium della Casa delle Culture e della Musica, tre concerti con gli artisti del Master biennale del Conservatorio di Milano. Il Master biennale di secondo livello in “Repertorio vocale da camera italiano tra Otto e Novecento” gode del sostegno della Fondazione Araldi Guinetti ed è curato dai docenti: Stelia Doz e Daniela Uccello (Prassi esecutive), Luigi Marzola (Collaborazione pianistica), Emanuela Piemonti (Musica da camera e responsabile dell’Ensemble del Conservatorio) e Paolo Petazzi (Storia), Guido Salvetti (Storia e Analisi). Guido Salvetti, musicologo e pianista, ci illustra nello specifico i contenuti e le valenze del progetto. (m.l.) Master “Repertorio vocale da camera italiano” Esiste un patrimonio immenso, per lo più sepolto nelle nostre biblioteche, costituito da Canzoni e Romanze per voce e pianoforte. Sono la testimonianza di una pratica sociale diffusa nelle case di una qualche notabilità di censo, di rendita o di professione. Nella maggior parte dei casi appartengono all’Ottocento (dagli anni napoleonici a quelli umbertini); ne erano destinatarie fanciulle in cerca di marito, più raramente ospiti celebrati nelle professioni musicali. L’oblio ha generalmente e meritatamente coperto questi prodotti artistici, pari per sciattezza e dilettantismo solo alla massa ingente e debordante dei piccoli pezzi e delle danze per pianoforte, che nessuno oggi – almeno lo spero – pensa di rinverdire. Eppure negli ultimi anni benemeriti ricercatori sono riusciti a compiere una scrematura utile ad individuare, in mezzo a questo numero ingente, un numero molto più piccolo di autori di valore, degni di conoscenza e di recupero. Sono personaggi che hanno avuto rinomanza internazionale come cantanti e maestri di canto, in saloni blasonati e addirittura regali. Alcuni nomi: Tirindelli, Gordigiani, Pinzuti, Rotoli, Denza e, più di tutti celebrato, Francesco Paolo Tosti. Il canto italiano “da camera” conquistò con loro una rinomanza internazionale almeno pari a quella che, nel genere operistico, si stavano conquistando i nostri grandi autori romantici (da Rossini a Puccini). Le ragioni del successo, anche editoriale, di questi autori poggia sulla semplicità e sulla piacevolezza: qualità raggiunte con la prevalenza del canto strofico (stessa musica per testi di diverse strofe), facili percorsi armonici e soprattutto canto disteso e continuo. Queste stesse ragioni sono state responsabili in buona parte dell’oblio a cui prima accennavo e che in parte ne insidia oggi (tranne che per Tosti) la pratica e il giudizio critico. Ne sia testimonianza anche il poco spazio che trovano – tranne Tosti – anche nei programmi di lavoro di questo Master in cui si spazia su decine e decine di composizioni per voce e pianoforte. Molta maggiore attenzione abbiamo riservato verso composizioni appartenenti a una fase più complessa e con maggiori ambizioni d’arte: si tratta di una produzione che si attesta già negli ultimi due decenni del XIX secolo per diventare preponderante nel XX secolo. Le intitolazioni prevalenti sono ora “Melodia” o “Lirica”; il pianoforte ambisce a un ruolo para-orchestrale, come è già ben evidente nel Poemetto La canzone dei ricordi di Martucci-Pagliara; di conseguenza la linea del canto perde continuità e semplicità assimilandosi a stilemi propri dell’opera lirica; il tutto per un approccio molto più stretto con la prosodia e i contenuti del testo poetico. Ed è proprio la scelta dei testi poetici a divenire decisiva per un prodotto artistico più elevato: poeti come Carducci, Panzacchi, Pascoli e, soprattutto, D’Annunzio diventano occasioni preziose per una musica più pensata e complessa. Il genere salottiero per eccellenza subisce influssi impensabili nei decenni precedenti. In parte ciò avviene per l’avvento di un gusto decadente e simbolista nei poeti del tempo, gusto che affida alla musica compiti nuovi nel comunicare emozioni e nella ricerca di prospettive visionarie. In parte la grande ombra di Richard Wagner si estende su ogni composizione che accosti – temerariamente – la parola alla musica. Ecco allora una nuova storia che, nei suoi aspetti sostanziali, non è dissimile da quella che, un paio di generazioni prima, aveva compiuto nei paesi di lingua tedesca il Lied romantico attraverso Schubert, Schumann, Brahms e Strauss con la loro passione per poeti come Goethe, Heine, Eichendorff. Pari vicenda possiamo intravvedere in Francia, quando, una sola generazione prima, Duparc, Fauré e Debussy crearono autentici capolavori musical-poetici prediligendo Baudelaire, Verlaine e Mallarmé. La storia di ‘questa’ lirica da camera italiana si colloca dunque per larga parte nel Novecento, condividendo le sue sorti, nei primi decenni, con il dannunzianesimo nelle sue diverse anime: dalla sensibilità acuita allo spasimo ne I pastori di Pizzetti, al wagnerismo eroico e decadente insieme delle Canzoni di Amaranta scritte appositamente per la musica di Tosti, fino al crepuscolarismo estenuato dei cicli, sempre di Tosti, Consolazione e La sera. Nei decenni seguenti autori come Casella, Castelnuovo Tedesco, Petrassi e Pilati si confrontarono in prospettiva antidannunziana con Ungaretti, Quasimodo e, addirittura, Trilussa, o Shakespeare, o Machado. A questo Novecento, carico di umori e di passioni il Master ha dedicato e dedica le maggiori attenzioni, adempiendo così al suo compito primario di stimolare conoscenze non acquisite né scontate, addestrando a questo scopo una ‘scuderia’ di interpreti appassionati e consapevoli. Calendario dei Concerti Auditorium della Casa delle Culture e della Musica Velletri, Piazza Trento e Trieste Domenica 24 settembre 2017, ore 18:00 Barbara Vignudelli, soprano Maria Silvana Pavan, pianoforte e Roberta Canzian, soprano Maria Silvana Pavan, pianoforte Domenica 29 ottobre 2017, ore 11:30 Valentina Vanini, mezzosoprano Giuseppina Coni, pianoforte e Selena Colombera, soprano Muriel Grifò, pianoforte Domenica 19 novembre 2017, ore 18:00 Hsiao Pei Ku, soprano Giuliano Guidone, pianoforte Info: Master “Repertorio vocale da camera italiano” – Tre concerti La lirica italiana da camera del primo 900 - Radio3 Suite dell'8/7/2017 Repertorio vocale da camera italiano tra Otto e Novecento (pagina fb) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21488 Gianfranco Cercone. “Dove cadono le ombre” di Valentina Pedicini Io credo, e spero, che molti ascoltatori ricorderanno quel film, molto bello, di Liliana Cavani, del '74, intitolato Portiere di notte. Era un film che, in una chiave del tutto originale, rievocava la realtà dei lager nazisti, e in particolare un certo tipo di relazione tra carnefici e vittime che nei lager poteva instaurarsi. Si sa che, malgrado le apparenze, il carnefice dipende dalla vittima, di cui ha bisogno per esercitare il suo dominio. E la vittima può non subire soltanto la crudeltà del carnefice, ma può finire per desiderarla, perché quel legame così intimo, assoluto, “simbiotico” con il carnefice può avere una sua dolcezza, anche se è velenoso, mortifero. Fatto sta che nel film della Cavani, una donna ebrea, anni dopo la caduta del nazismo, si imbatte in un albergo in un ufficiale delle SS, che in un lager appunto era stato il suo aguzzino. E si ritrova a rinnovare con lui, in piena sintonia con lui, in segreto, gli atti sadomasochistici che venivano compiuti nel lager, in un rito che finisce per condurre i due amanti all'autodistruzione. Ricordo questo celebre film della Cavani, perché il suo “fantasma” è evocato da un altro film italiano, presentato in questi giorni al festival di Venezia nella sezione delle Giornate degli Autori, e intitolato Dove cadono le ombre, diretto da una giovane regista: Valentina Pedicini. Lo sfondo storico del film non è dato in questo caso propriamente dal nazismo, ma da un fatto storico poco noto che dal nazismo sembra discendere. Si racconta che in Svizzera tra gli anni Venti e gli anni Settanta, sono stati sottoposti a sterilizzazione e a un programma di rieducazione centinaia di bambine e di bambini appartenenti all'etnia Jenish, una popolazione nomade un po' simile ai Rom, per estirpare così alle radici il male che quell'etnia avrebbe incarnato. Il film si svolge ai giorni nostri, quando quel progetto di “pulizia etnica” è stato abolito e anche dimenticato. Si immagina che la clinica adibita a quegli orrori è stata trasformata in un ospizio per anziani. Ma c'è una donna che da allora è disperatamente ancorata a quel luogo. Era una delle bambine jenish sottoposte a quel trattamento, presa a suo tempo a benvolere da una delle dottoresse della clinica, divenuta per lei una specie di madre putativa; promossa a “kapò” (dunque a despota degli altri bambini rinchiusi nella clinica), e ora infermiera dell'ospizio. Se quel luogo non è più riuscita ad abbandonarlo, è perché lì ha perso la sua più cara amica d'infanzia, del cui corpo va ancora alla ricerca; ma forse più ancora perché non può liberarsi del gusto perverso del dominio sugli altri, che i suoi trascorsi le hanno instillato. Un dominio che esercita in particolare su un suo coetaneo, un suo antico compagno di sventura, divenuto idiota in seguito agli esperimenti scientifici condotti su di lui. Questo nodo oscuro di sentimenti e di pulsioni che è in lei, e che la opprime, si esaspera, ma poi anche si chiarisce e si scioglie, quando la ragazza in una delle pazienti dell'ospizio riconosce la dottoressa che l'aveva presa in cura, e rinnova di fatto a ruoli scambiati (adesso è lei la carnefice) il suo passato. Come si vede, il tema del film è scabroso e sgradevole. E va dato atto all'autrice del coraggio di averlo affrontato. È certo uno dei compiti dell'arte indagare e portare alla luce le zone d'ombra, della Storia, della società, e della psiche individuale. E Dove cadono le ombre è certo un film intelligente e suggestivo (e mi riferisco in particolare alla suggestione del luogo, la clinica-ospizio in cui il racconto si svolge per intero). Se però, nel film della Cavani, malgrado la situazione estrema, quasi paradossale, i personaggi risultavano “veri”, qui il racconto, risulta a volte artificioso, visibilmente costruito, “teatrale”, nel senso negativo, manieristico, del termine. I tre attori principali – Federica Rossellini, Elena Cotta e Josafat Vagni – sono bravi, ma neanche loro sono del tutto immuni dal difetto della teatralità. Gianfranco Cercone (Trascrizione della rubrica “Cinema e cinema”, trasmessa da Radio Radicale il 9 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21468 Gordiano Lupi. “I’M Infinita come lo spazio” di Anne-Riitta Ciccone|In attesa dell'uscita del film presentato a Venezia, leggetivi il romanzo! Regia: Anne-Riitta Ciccone. Soggetto: Anne-Riitta Ciccone (romanzo I’M Infinita come lo spazio, Edizioni Il Foglio, 2017). Sceneggiatura: Anne-Riitta Ciccone, Lorenzo D’Amico De Carvalho. Direttore della Fotografia: Pasquale Mari. Scenografia: Maurizio Sabatini. Effetti visivi, 3D stereoscopico: David Bush. Costumi: Andrea Sorrentino. Montaggio: Andrea Maguolo. Musiche originali: Peter Spilles, con le canzoni dei Project Pitchfork. Produzione: Italia - visto censura dicembre 2016. Case di Produzione: A.T.C. ADRIANA TRINCEA CINEMA con RAI CINEMA E PAYPERMOON ITALIA. Prodotto da: Francesco Torelli. Con il supporto di: Trentino Film Commission e Regione Lazio. Distribuzione: Koch Media. Interpreti principali: Barbora Bobul'ová, Mathilde Bunduschuh, Guglielmo Scilla, Julia Jentsch, Piotr Adamczyk. Distribuito da Koch Media (Italia) e da Rai Com (estero). Il fatto di essere l’editore del romanzo non mi impedirà di scrivere tutto il bene possibile di un film italiano non convenzionale e dotato di un respiro internazionale. Al diavolo le questioni di opportunità e la correttezza formale! I’M - Infinita come lo spazio è un film costato anni di lavoro – e si vede! - che consacra Anne-Riitta Ciccone nell’olimpo dei migliori giovani registi italiani. Non dobbiamo limitarci a presentarlo come un fantasy in Tre D, perché è troppo riduttivo; il film usa gli effetti speciali per condurci alla scoperta della psiche della protagonista, accompagnandoci nei meandri del suo cervello, nei suoi pensieri cupi di adolescente insicura. I’M è un film sul bullismo, sulla crescita, sulla necessità di vivere secondo i propri sogni, senza tradirli mai e senza attendersi niente dagli altri, perché – come dice in una sequenza cruciale una straordinaria Bobul'ová – “Al mondo non gliene importa un cazzo di te! Tira fuori le palle e lotta per affermare i tuoi sogni!” Il 3 D si scatena quando la protagonista sogna di far precipitare in una feritoia del terreno i compagni bulli, ma anche in una rappresentazione da fiaba dark di Alice nel paese delle meraviglie, per non dimenticare la trasfigurazione della preside in perfida strega. Da notare le apparizioni del fantastico Papà Zucca, padre immaginario di Jessica, che la ragazza ha visto una sola volta, ad Halloween, e quindi continua a rappresentarlo nella sua mente mentre indossa una gigantesca maschera da zucca. Il film è girato in Alto Adige, tra le nevi di un ambiente surreale, di un non luogo imprecisato, perché non è importante. Potrebbe essere un’altra dimensione, un altro pianeta, il nostro stesso mondo, non è importante… La regista racconta i rapporti difficili di un’adolescente che sogna di diventare una disegnatrice di fumetti, in lotta con il mondo circostante, dai compagni di classe alla madre, passando per la sorellina e i professori. Unica confidente la rockstar fallita (Bobul'ová) che dispensa buoni consigli ma al tempo stesso è alcolizzata, depressa e costretta a fare un lavoro che odia. Un film sceneggiato senza punti morti, ben fotografato, interpretato alla perfezione dalla giovanissima Mathilde Bunduschuh e dalla più esperta Barbora Bobul'ová (mai così convincente). Colonna sonora di Peter Spilles, perfetta per accompagnare una simile storia, mixata con le canzoni dei Project Pitchfork, che pervade di musica rock, ai limiti del punk, tutta la pellicola. Finale a sorpresa, che non anticipo, ispirato a un fatto realmente accaduto in Finlandia. Poetico e suggestivo il sottofinale, tra le montagne altoatesine, che spero obbligherà anche il più incolto dei pubblici a seguire i titoli di coda. Presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori. In uscita il 16 novembre, speriamo in molte sale, perché la novità di una pellicola italiana impegnata e al tempo stesso spettacolare lo merita. Intanto leggetevi il romanzo… Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21456 Gianfranco Cercone. “Dunkirk” di Christopher Nolan Ci sono film che hanno al centro le azioni di un personaggio o di un gruppo di personaggi; e ci sono film in cui la situazione, il contesto storico e geografico, l'ambientazione insomma, è predominante rispetto ai personaggi; ed è quella che determina le loro azioni. È questa seconda l'impostazione del racconto nel film Dunkirk che il regista anglo-americano Christopher Nolan ha dedicato a un episodio della seconda guerra mondiale che ebbe luogo in quella cittadina sul mare al nord della Francia. La situazione è quella delle truppe alleate inglesi e francesi, asserragliate appunto a Dunkirk, accerchiate dall'esercito tedesco, in quella fase della guerra vittorioso; impedite ad abbandonare la cittadina raggiungendo per mare l'Inghilterra, dai sommergibili tedeschi e ancor più dall'aviazione tedesca che bombarda le navi. Truppe salvate in extremis (è questo il risvolto eroico, luminoso, dell'episodio, in cui risaltano le virtù patriottiche della popolazione inglese) dalle piccole imbarcazioni civili inglesi, che raccolgono l'appello del Primo Ministro Churchill, si dirigono numerose alla volta di Dunkirk, da dove riescono a imbarcare e a evacuare decine di migliaia di soldati. Si sa che al cinema, nei film di guerra, patriottismo e retorica sono raramente disgiunti, e da questo difetto non è del tutto esente neanche il film di Nolan, che pure è quasi sempre asciutto, quasi cronachistico, tutto fatti e azioni, senza enfasi sui buoni sentimenti, tutt'altro: l'istinto di sopravvivenza, che il movente principale delle azioni dei soldati accerchiati acuisce in loro anche la vigliaccheria, la meschinità, la spietatezza. La retorica – più che nell'afflusso, salvifico, delle piccole imbarcazioni inglesi – è nella figura dell'indomito comandante della Marina inglese, interpretato molto bene da quel grande attore che è Kenneth Branagh: ma tanto indomito da risultare a volte un po' monumentale. Ma è la situazione alla base del racconto a ispirare all'autore le immagini più belle, più espressive: come le strade deserte di quella città morta che è divenuta Dunkirk, su cui aleggiano come piccoli fantasmi i volantini di propaganda lanciati dagli aerei tedeschi, e che intimano la resa; o quella larga spiaggia sabbiosa, messa a nudo dalla bassa marea, che sembra un deserto e che dà un senso di morte. La definizione del contesto, dell'atmosfera dell'ambiente, anche attraverso colori e suoni, così uniformemente plumbea, opprimente, certamente suggestiva, ma che proprio per questo può ingenerare nello spettatore un senso di insofferenza o di monotonia, occupa un tale spazio nel racconto che i personaggi sono un po' respinti ai margini. Ma anche se visti di scorcio, sono incisi con maestria: penso al maturo comandante di una piccola imbarcazione inglese che mantiene la flemma al cospetto delle disavventure che incontra, eroico, ma con l'aria di chi semplicemente fa il proprio dovere; al naufrago inglese che imbarca, disorientato fin quasi alla follia, alla violenza omicida, ma allo stesso tempo evidentemente vittima di guerra; e ad altri ancora. Ma forse il personaggio che più resta impresso è quello di un ragazzo che attraverso vari sotterfugi, dopo innumerevoli traversie, riesce a tornare in Inghilterra. Lo ritroviamo alla fine, rannicchiato sul sedile di un treno inglese. Sul suo volto, nero di sporcizia, spicca il suo sguardo offeso. È un'immagine emblematica, perché in quel momento in lui è la bellezza e la gioventù del mondo che appaiono offese, oltraggiate, dall'orrore della guerra. Gianfranco Cercone http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21449