News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Gianfranco Cercone. “La terra dell'abbastanza” dei fratelli D’Innocenzo C'è un modo di pensare, radicato, a volte, anche negli intellettuali e negli artisti, per il quale le persone più povere, che vivono in ambienti degradati, o perché sono ignoranti, o perché prevalgono in loro i moventi primari della sopravvivenza, avrebbero psicologie elementari, tutte d'un pezzo, che non meriterebbero tanti approfondimenti. Ora io non giurerei che i fratelli D'Innocenzo, autori di un film peraltro interessante, presentato al festival di Berlino, e intitolato: La terra dell'abbastanza, siano affetti da questo luogo comune. Forse una certa semplificazione dei personaggi del loro film rientra nelle consuetudini del film “d'azione”. Fatto sta che i due ragazzi delle borgate romane protagonisti della vicenda, che investono con la macchina e uccidono un loro coetaneo, non sembrano nemmeno tentati di prestargli soccorso. E quando il padre di uno dei due responsabili scopre che la vittima era un tale inviso ai potenti boss locali, e pensa di sfruttare quell'omicidio involontario per arruolare il figlio nel loro clan, questi asseconda senza resistere per niente l'iniziativa del padre, e se ne dimostra ben presto soddisfatto. E l'amico, che la notte del fattaccio era effettivamente lui al volante dell'automobile, che si sente defraudato del suo merito, per ottenere di essere ammesso nel clan, accetta immediatamente di commettere, su ordine dei boss, un omicidio. Evidentemente i fratelli D'Innocenzo vogliono raccontare di un ambiente in cui la criminalità è tanto endemica da essere percepita come un dato naturale. Ma un individuo non dovrebbe mai essere considerato soltanto come la conseguenza di un ambiente. E nella totale inerzia con cui i due ragazzi – prima di allora, sembra di capire, incensurati – si lasciano trascinare fino ai crimini più gravi, più feroci, e più pericolosi per la loro stessa incolumità, si percepisce negli autori un partito preso, un moralismo forse un po' grossolano: che cioè i due sarebbero in partenza integralmente corrotti, quasi senza contraddizioni. È vero, però, che nella seconda parte del film, in uno dei due affiora il senso di colpa, nella forma di un malessere psicosomatico. E che anzi proprio quel senso di colpa è probabilmente causa della tragedia in cui sfocia il racconto. Ma è un elemento un po' sovrapposto in extremis al personaggio. Tuttavia, malgrado questo semplicismo dell'impianto drammaturgico, La terra dell'abbastanza è un film che ha dei pregi e cioè dei momenti di verità. Basti considerare come è efficacemente suggerito all'inizio, con un silenzio agghiacciante, l'insorgere della disgrazia, dell'incidente automobilistico, nella serata ordinaria dei due ragazzi; la morbosità adolescenziale con cui uno dei due assiste ai particolari inediti della realtà criminale che via via gli si prospetta: come lo stupro di una ragazza che deve essere avviata alla prostituzione, o il cadavere di un uomo appena ucciso; la timidezza da neofiti con cui partecipano, un po' defilati, a un banchetto dei boss; e, più in generale, la naturalezza che i due bravi interpreti, Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, conferiscono ai loro personaggi. Dunque: un film discutibile, ma interessante. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 16 giugno 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22123 Gianfranco Cercone. “L’atelier” di Laurent Cantet È piuttosto raro che un autore, di fronte a un mistero che il suo racconto si trovi ad attraversare, o intorno al quale magari ruoti l'intero racconto, non cada nella tentazione di risolverlo. Perché il fatto stesso che un mistero resti tale, dimostra che la sua intelligenza è insufficiente a spiegare ogni cosa; e può risultare, per questo, umiliante. È allora uno dei meriti dell'autore belga Laurent Cantet, nel suo film intitolato L'atelier (presentato al festival di Cannes, dove Cantet aveva già vinto la Palma d'Oro per il film La classe), presentarci un personaggio per tanti versi misterioso, rispettando fino all'ultimo il suo mistero, senza pretendere di liquidarlo con una di quelle spiegazioni frettolose e semplicistiche di cui è piena la drammaturgia convenzionale; senza per questo rinunciare ad esplorare, a indagare quel mistero (anzi a quell'indagine è dedicato, in fondo, tutto il film). L'atelier a cui si riferisce il titolo è un laboratorio di scrittura creativa, che tiene una scrittrice professionista di romanzi gialli (piuttosto convenzionali, sembra di capire), rivolto a giovani anche inesperti di letteratura, che vogliano sperimentare il piacere di costruire insieme un romanzo giallo. Il laboratorio si tiene d'estate, in una villa, in una cittadina della Francia meridionale, vicino Marsiglia, di antica tradizione portuale e nella quale dunque, più che altrove, si mescolano etnie variegate. E tra i ragazzi che partecipano al corso ce ne sono di origine araba o africana, tutti però, almeno in apparenza, con maggiori o minori attriti, integrati nella società francese, alla quale in certi casi rivendicano con orgoglio l'appartenenza. Tra i partecipanti c'è un ragazzo, bianco, che è percepito un po' da tutti con quel misto di insofferenza e di malcelata curiosità che si riserva ai diversi: perché ha un'aria troppo riservata, un'espressione costantemente tesa e seria; quando scherza i suoi scherzi risultano offensivi, a volte sono apertamente razzisti; e perché, quando si cimenta a scrivere il racconto di un delitto – anzi, di una strage – il suo racconto risulta così vivido, così esaltato, da rivelare un'inquietante immedesimazione con il personaggio dell'assassino. Da una ricerca che la scrittrice compie su di lui attraverso Facebook, appura facilmente che il ragazzo frequenta un gruppo di giovani di estrema destra, e che si esercita a sparare. Ma attenzione: se si può riconoscere in alcune sue idee il germe del fascismo, non si tratta di un militante pienamente arruolato in una formazione, perché è un individuo quantomai solitario, refrattario a integrarsi in qualsiasi gruppo. E se certe sue affermazioni suscitano insofferenza, sono degne di condanna, almeno da parte di un interlocutore di idee democratiche e liberali, non è la sua intera persona, per come è descritta nel film, che è investita da quella condanna, perché si lascia intuire nella sua intimità, un dolore, forse oscuro nelle sue origini anche a lui stesso, che suscita rispetto. E la scrittrice, che pure si sente ferita dal suo comportamento sprezzante, gli si accosta, per cercare di comprenderlo e di aiutarlo, con quello spirito di tolleranza e di razionalità che sembra così tipicamente francese; forse con una certa rigidità accademica, con una qualche goffaggine, ma comunque con simpatia, perfino con amore. Da questo incontro, quel grumo di dolore, composto di elementi disparati, da frustrazioni sociali come da una perdita più profonda del senso della vita, non sarà sciolto e guarito, e nemmeno analizzato fino in fondo. L'incontro conduce piuttosto a un rispecchiamento in quel malessere, della scrittrice stessa e degli altri ragazzi dell'atelier. E suggerisce che la parola, letta o scritta, se non costituisce la soluzione dell'esistenza, aiuta a rischiarare il fondo oscuro di noi stessi, scongiura il pericolo che quell'oscurità si trasformi nell'abisso della distruzione di sé e degli altri. Ma morale a parte, ciò che fa la riuscita del film è in primo luogo il ritratto del ragazzo che per essere misterioso non è per questo meno vivo: anzi vive proprio del suo mistero. I due personaggi sono impeccabilmente interpretati da Marina Foïs e dall'esordiente Matthieu Lucci. Si tratta di un film profondamente coinvolgente, da non perdere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 9 giugno 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22117 Cosio Valtellino. “Giù la maschera” riempie il Frassati per due sere Due serate veramente coinvolgenti quelle di lunedì 4 e martedì 5 giugno, per i ragazzini della quarta e delle quinte della scuola primaria “Don Ugo Sansi” di Regoledo, che hanno messo in scena, riempiendo il teatro per due sere, Giù la maschera, spettacolo teatrale frutto di un intenso lavoro portato avanti per un intero quadrimestre dagli esperti dell’Associazione IDEA scuola Gian Maria Moiola, Beatrice Ammannato e Genny Maxenti, con una serie di laboratori tenuti nelle classi quinte. «Gli esperti, due dei quali anche genitori di due alunni di quinta, sono intervenuti gratuitamente, tutti i sabato mattina da gennaio, per svolgere una serie di laboratori con attività propedeutiche» ci riferisce l’insegnante referente scolastico del progetto, Paola Mara De Maestri «fino ad arrivare alla creazione di un copione che riconosce all’iniziativa una forte valenza educativa. Il progetto infatti mirava, oltre a sviluppare la creatività, a favorire e stimolare la socializzazione, la collaborazione, il rispetto delle regole, il rispetto dei ruoli, promuovere il processo di autonomia e autostima». Gian Maria Moiola dichiara che da cinque anni l’Associazione I.D.E.A. Scuola della quale è Presidente, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Cosio Valtellino, promuove, a favore dei bambini di quinta elementare del plesso di Regoledo, un laboratorio teatrale. «Attorno ad un tema di riferimento, gli operatori, nel corso del secondo quadrimestre, invogliano i bambini a “mettersi in gioco” cogliendo la bellezza del teatro: il potersi esprimere a 360 gradi, l’essere altro da sé, l’improvvisazione, l’utilizzo della fantasia. Durante i laboratori, caratterizzati da un’attività ludica, i bambini provano a superare la loro personale timidezza, comprendendo così regole fondamentali utili anche nella vita quotidiana: il rispetto per se stessi e per gli altri, l’importanza delle relazioni e della collaborazione, accrescendo così la personale autostima. La tematica principale del progetto 2018 è riassunta nel titolo: “Giù le maschere!”. Grazie al dialogo con i ragazzi ed agli elaborati da loro prodotti si è cercato di comprendere la differenza fra l’essere e l’apparire/nascondersi, cogliendo l’importanza di avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, accettando anche le personali fragilità. Gli operatori, in questi cinque anni, hanno sempre cercato di veicolare il messaggio che il teatro non vuole essere fucina di attori, ma di persone consapevoli che possano accrescere la loro autostima, affrontando nuove esperienze». All’iniziativa hanno collaborato attivamente tutte le insegnanti delle classi quinte di Regoledo: Piera Ruffoni, coreografa di due balletti, e, a vario titolo, Stefania Cornaggia, Guglielma Fioroni, Paola Mara De Maestri, Luciana Marchetti, Elisa Piganzoli e Barbara Lanza, quest’ultima insegnante anche delle classe quarta con Patrizia Sansi e Savina Mariana, che ha seguito nel canto i ragazzini di quarta. Questi hanno partecipato alla rappresentazione interpretando la canzone “Essere umani” di Marco Mengoni. Alla prima serata è intervenuto anche il Dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Luciano Varenna che ha ringraziato l’Associazione Idea e le insegnanti, evidenziando come queste importanti esperienze si possono realizzare grazie alla collaborazione tra scuola e famiglie. (Red.) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=22109 Gianfranco Cercone. “La terra di Dio” di Francis Lee È quasi una regola matematica: nella durata limitata di un film, alla rarefazione, alla scarsità dei fatti raccontati, corrisponde un approfondimento dell'analisi dei comportamenti, delle psicologie dei personaggi. Insomma: lo spazio che è sottratto all'“azione”, all'intrigo, ai colpi di scena, alle peripezie romanzesche, è dedicato di solito all'introspezione; a valorizzare il “fattore umano” della storia narrata. Ciò, beninteso, quando l'autore sia dotato di quell'intuito che gli permetta di leggere nell'animo dei suoi personaggi. Ora, questa capacità, questo talento, appartengono senz'altro, a mio parere, al regista inglese Francis Lee, la cui opera prima, il cui titolo italiano è: La terra di Dio, esce in questi giorni nelle sale italiane, dopo essere stata presentata l'anno scorso al Sundance Film Festival, che, come si sa, è il più importante festival internazionale di cinema indipendente. L'ambientazione del film dà già un'idea dell'austerità del racconto. La terra di Dio si svolge in una fattoria isolata nella campagna inglese. La vita di chi ci abita e ci lavora è allo stesso tempo molto faticosa e molto monotona, quasi esclusivamente dedita alle attività dell'allevamento e dell'agricoltura. Si sa che spesso in un racconto i tratti dell'austerità, della monotonia servono a introdurre per contrasto un elemento eccezionale o meno ordinario. E nella “Terra di Dio” tale elemento è l'omosessualità. Il ragazzo che ha a lungo convissuto nel casolare soltanto con il padre dispotico (che diventa tanto più dispotico quando, a un certo punto, si ammala) e con la nonna (che appare brusca e severa, anche se, a ben guardare, in fondo in fondo, è indulgente e quasi affettuosa), il ragazzo sembra avere come unico svago, oltre a qualche birra bevuta in un pub in paese, dei rapporti omosessuali, ma del tutto occasionali, senza nessuna implicazione affettiva, perfino brutali. Del resto, a lungo non appare in grado di approfondirli, per il suo carattere, cupo e scontroso, e probabilmente per la sua mentalità, che però non rivela, essendo di poche parole. Quando però nella fattoria la famiglia si trova costretta ad assoldare un lavorante rumeno, il ragazzo vive la violenza emotiva, quasi il trauma, di un innamoramento per un altro uomo. Come anticipavo, La terra di Dio è in sostanza uno studio di caratteri e di comportamenti (in primo luogo del carattere e del comportamento del protagonista), e narra quel processo per cui dal ripudio dei propri sentimenti – per il quale l'attrazione si trasforma in avversione, in inimicizia; dal disgusto per se stessi, da un profondo disorientamento, si giunge all'accettazione commossa della necessità dell'amore. L'autore dimostra quelle qualità di finezza psicologica necessarie in particolare a questo genere di racconto, intimista. Ma riesce anche a far interagire, sottilmente, l'ambiente con la vicenda: nel senso che la durezza, l'aridità, la brutalità, che sono proprie delle condizioni di vita dei personaggi intorno al protagonista, giustificano la sua inibizione sentimentale. Si tratta di un'opera prima riuscita, da vedere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 2 giugno 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22101 Morbegno. Va in ferie e riprende a settembre il Corso con il Piccolo Teatro delle Valli Riprenderà a settembre, con l’ambizioso progetto di mettere in scena l'opera di Pirandello La favola del figlio cambiato, il corso gratuito di teatro “Leggere, comunicare, interpretare”, che ogni lunedì dal 9 aprile al 28 maggio 2018 ha tenuto impegnati fino a 25 iscritti nelle coinvolgenti lezioni tenute da Giacomo Romano Davare e da Gina Grechi del Piccolo Teatro delle Valli. «È sempre un onore per me affiancare Romano in queste esperienze di teatro perché nonostante ci conosciamo ormai da parecchi anni, anch'io ho ancora molto da imparare da lui», dichiara Gina. E Davare riferisce: «I sette incontri del corso, per un totale di 14 ore, sono stati possibili grazie al supporto dell'Associazione E' Valtellina rappresentata a livello operativo dalla poetessa Paola Mara De Maestri, tra l’altro anch’essa corsista, e da Luca Villa. Sono stati seguiti, con sufficiente continuità, da diversi corsisti, in maggioranza donne. L'eterogeneità del gruppo ha permesso di instaurare un clima di serio approccio alle problematiche comunicative e ai rudimenti del metodo teatrale. Poetesse, insegnanti, impiegate, pittrici e casalinghe si sono messe in gioco portando l'apporto delle loro esperienze di vita e culturali. Avvalendomi della collaborazione dell'attrice Gina Grechi ho posto in prova il testo di Pirandello La favola del figlio cambiato. Le prove, a tarda sera, mettevano a dura prova la resistenza fisica di persone che, in maggioranza, durante il giorno avevano svolto un lavoro faticoso. Eppure nelle ore di dibattito, esercizi fonetici, prove di lettura e interpretazione, traspariva un sano entusiasmo. È emersa la volontà di continuare il corso e di mettere in scena l'opera di Pirandello». De Maestri commenta: «L’esperienza che ho vissuto in questi mesi è stata per me molto utile, anche a livello emotivo e relazionale. Mi sono iscritta al corso per migliorare la capacità interpretativa delle mie poesie. L’impegno e la fatica che le varie prove di recitazione richiedevano non mi hanno scoraggiata, anzi mi sono accorta di quanto questo percorso fosse arricchente grazie ai docenti del corso e agli altri partecipanti, che come me poi hanno ricevuto l’ultima lezione un attestato di partecipazione». Davare tra l’altro ha ricevuto il “Golden Bookd Award” 2018 per l'alto merito letterario per il romanzo Il Professore e il Magistrato che aveva già ottenuto, sempre a Napoli, il “Premio Legalità” 2017. éValtellina http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=22099 Gianfranco Cercone. “Dogman” di Matteo Garrone Si sente a volte qualificare un film come “visionario”. Tra i possibili significati di questo termine, c'è, io credo, la capacità di scorgere oltre l'apparenza degli ambienti e delle persone, un'essenza, un significato profondo che sfugge allo sguardo comune e in virtù del quale quegli ambienti e quelle persone ci appaiono trasfigurati, li riscopriamo sotto una luce inedita, che ce li fa sembrare diversi da come eravamo abituati a percepirli. Questa qualità, piuttosto rara, la si può ritrovare e apprezzare, a mio parere, in Dogman, il film di Matteo Garrone, presentato con successo al festival di Cannes, dove l'attore protagonista, Marcello Fonte, ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile. Il film che, come si sa, è ispirato a un caso di cronaca nera avvenuto in un quartiere periferico di Roma, la Magliana, è stato girato in effetti dalle parti di Castel Volturno. Ma l'ambiente, il quartiere, che ha un ruolo preponderante nel racconto, è un co-protagonista della vicenda, non ci appare romano, e sfugge a una collocazione geografica precisa. Visto com'è quasi in uno stato di trance, appare una terra di nessuno, un deserto, ma non perché disabitato dagli uomini, ma perché visibilmente abbandonato dai segni, dalle regole, della civiltà. L'immaginazione dei cinefili potrebbe ricollegarlo a certi paesi del Far West. Ma se lì la civiltà, ancora latitante, era però in via di costruzione, nel paese raccontato da Garrone è piuttosto in via di disfacimento, e l'atmosfera che regna è infatti di decadenza estrema, con un paragone: di un crepuscolo giunto ai limiti della notte. Fatto sta che i rapporti tra gli uomini in quel pianeta si conformano ormai alla pura legge della foresta, al predominio del più forte. Il film suggerisce che quegli uomini sono simili ai cani, ma a quei pittbull da combattimento, resi feroci e isterici dalla vicinanza con i loro padroni. La storia di Dogman rievoca alla lontana il caso cosiddetto del “Canaro”, vale a dire di un tolettatore per cani, angariato da un piccolo boss del quartiere, che dopo l'ennesimo sopruso subito, si vendica del suo carnefice, imprigionandolo in una gabbia per cani, seviziandolo e poi uccidendolo. Nel film di Garrone l'assassino non sembra colto da un raptus di ferocia primordiale (come è forse accaduto nella realtà, almeno secondo il racconto, molto bello, che ne fece Vincenzo Cerami, in un libro intitolato Fattacci). Il personaggio del film è un uomo gentile, delicato nel trattare con i cani, con una certa indole artistica (tanto che per il suo modo di acconciare i cagnolini vince un premio a un concorso di bellezza per cani); troppo remissivo (a lungo sembra mancargli anche quel tanto di aggressività necessaria alla sopravvivenza); il quale, vedendo spadroneggiare quel teppista, quel piccolo criminale, nel quartiere dove vive, senza che niente gli opponga resistenza, in un primo tempo cerca di diventare suo complice; ma poi, vedendosi tradito, si vendica, ma fino all'ultimo come contro la propria volontà, combattendo con se stesso, soltanto per non essere sottomesso fino a perdere, agli occhi suoi propri e della figlia bambina, ogni residuo di dignità. In effetti la vicenda, come la racconta Garrone, è quasi la dimostrazione di un teorema: dimostra, cioè, che in un mondo in un cui è assente la Legge, in cui nessuno riesce più a fidarsi dello Stato e della polizia (tanto che, per liberarsi di quel prepotente, certi abitanti del quartiere non trovano altra soluzione che ricorrere a dei gangsters), in un mondo simile anche i più buoni, i più gentili, sono costretti a diventare feroci. Gran parte della riuscita artistica del film è dovuta al personaggio del tolettatore che, senza nessuna forzatura dimostrativa, riesce ad apparire sempre credibile, sempre vero, in tutto il suo percorso narrativo, nella sua apparente trasformazione. Ma il film ha anche il merito civile di far intravvedere nel frammento di periferia che racconta, la degenerazione, possibile o forse già in atto, di un intero paese. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 26 maggio 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22090 Gianfranco Cercone. “KEDI – La città dei gatti” di Ceyda Torun Tra le tante angolazioni, tra i tanti punti di vista possibili dai quali si può guardare una città, la regista turca Ceyda Torun ha scelto, per descrivere Istanbul, uno dei più singolari, dei più imprevedibili: il punto di vista dei gatti randagi. (Il suo documentario, che uscirà nelle sale cinematografiche dalla settimana prossima, si intitola: Kedi – La città dei gatti. E Kedi, in turco, significa appunto: gatto.) Infatti, si evince dal film, i gatti randagi – che compiono le loro scorribande per i terrazzi, per le strade, per le botteghe, per i caffé, per i ristoranti sul Bosforo, e insomma per tutta la città – sono a Istanbul numerosissimi, addirittura decine di migliaia; e, generalmente, per un'antica tradizione, sono tollerati e anzi curati e protetti dalla popolazione che, attraverso questa simpatica, gentile abitudine sembra esprimere fra l'altro una tendenza all'apertura, all'accoglienza degli altri (perché, come afferma, non senza ragioni, uno dei personaggi intervistati, chi disprezza gli animali disprezza anche gli esseri umani). Insomma: la regista abbassa la macchina da presa quasi rasoterra, come per guardare la città dal punto di vista dei gatti; studia il loro comportamento, il valore espressivo di certi loro movimenti; fa di alcuni di loro i protagonisti di piccole avventure, colte sul vivo, non ricostruite. Ma grazie a questo suo evidente, conclamato amore per i gatti, riesce a cogliere anche quell'alone protettivo intorno a loro costituito dagli abitanti di Istanbul – donne, ma soprattutto uomini – che li accarezzano, li nutrono e li ospitano per tutto il tempo che quei gatti desiderano, nei loro negozi o nei loro appartamenti. Il documentario cerca di scandagliare le ragioni di questo affetto, e scopre così che per alcuni i gatti sono strumenti della provvidenza, messaggeri di Allah (nel Corano sono spesso citati!), tanto che ecco attraverso un gatto, racconta un uomo, ha trovato per terra un portafogli che conteneva proprio quella somma di denaro di cui in quel momento aveva disperato bisogno. Per altri, più raffinati, quei piccoli idoli dagli occhi verdi e indecifrabili, sono un contatto con l'Ignoto, con un'altra dimensione dell'esistenza. Per altri ancora i gatti incarnano quelle positive tendenze del carattere che gli uomini a volte perdono: come la risolutezza, l'indipendenza, il gusto di vivere, la capacità di essere felici anche essendo poveri (mentre degli uomini si depreca l'avidità). È forse proprio l'avidità di guadagno, si suggerisce, che ha condotto all'inquinamento dell'ambiente, del cibo e dell'acqua, cosicché molti gatti adesso muoiono di tumori (problema che certo investe anche gli uomini). La nota conclusiva del film è amara. Si teme che quell'anima antica di Istanbul (religiosa ma anche tollerante), nel degrado compressivo possa andare perduta. Si tratta di un documentario poetico, interessate. Nelle sale italiane il 22 e il 23 maggio, distribuito da Wanted Cinema. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 19 maggio 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22082 Gianfranco Cercone. “L'isola dei cani” di Wes Anderson L'estetismo, al cinema, ma forse in genere in arte, si accompagna spesso al difetto della superficialità. Da spettatori, ci può succedere di ammirare un gioco di movimenti, di colori, di incastri di immagini, che appaga l'occhio, diverte, ma che non si accompagna a un'emozione. È insomma il gioco della bellezza fine a se stessa, separata cioè da quella verità dei sentimenti che dovrebbe essere l'oggetto, la sostanza di ogni opera d'arte. Almeno il sospetto dell'estetismo, può essere suscitato dal cinema di Wes Anderson. Non però, o almeno molto meno, dal suo ultimo film, un film di animazione, che ha vinto il Premio per la Migliore Regia al Festival di Berlino, intitolato L'isola dei cani. Intendiamoci: anche L'isola dei cani è, in parte, un film estetizzante. Si svolge in Giappone, un Giappone fantasticato, proiettato nel 2037. E le immagini spesso rievocano quella particolare compostezza dei gesti, quel gusto della decorazione, quel senso della ritualità che associamo convenzionalmente alla cultura, all'iconografia del Giappone. Ma ecco: quando, per esempio, assistiamo durante il film alla preparazione di un piatto nella cucina di un ristorante giapponese, e a un granchio ancora vivo sono strappate le interiora, e a un polipo ancora palpitante sono amputate le spire, e il risultato nei piatti è ricomposto in piccole sfere, in cilindri, come in eleganti quadri astratti, capiamo che nel film alla bellezza è associato un lato d'ombra, e cioè la crudeltà. E se si parla letteralmente della crudeltà contro gli animali, ci si riferisce in effetti anche e soprattutto, alla crudeltà degli uomini contro gli uomini. Nel Giappone dell'Isola dei cani, domina un dittatore che, seguendo la tradizione della sua dinastia, e per conquistarsi il consenso della massa dei sudditi, ha indetto una guerra contro i cani. I cani, nella logica della favola, hanno la tradizionale funzione di un capro espiatorio. Accusati di diffondere il virus di una malattia mortale (un virus che in effetti gli stessi scienziati al soldo del dittatore hanno inoculato in loro), sono esiliati in un'isola che funge da discarica, e sono destinati a essere lì sterminati. Inventandosi questo nemico immaginario, il dittatore dimostra di avere a cuore la salute del suo popolo, e di essere determinato, per tutelarla, a usare tutta la necessaria violenza, contro i dannosi sentimentalismi degli animalisti, che vorrebbero curare e salvare quei cani. La metafora è trasparente e duttile, può riferirsi ad esempio, a piacimento dello spettatore, alla persecuzione delle minoranze durante il nazismo o, nel presente, all'istigazione all'odio contro gli immigrati. Fatto sta che l'ordine, la simmetria, la compostezza rituale, sono nel film messi in contrasto con la sporcizia dei cani randagi, con i cumuli di immondizia che costituiscono il paesaggio dell'isola, con la violenza disperata delle zuffe tra branchi di cani. La bellezza nel film è un po' un filtro che serve a distanziare, a rendere con una certa leggerezza umoristica, un aspetto del mondo che non è per niente dissimulato, e che è il suo orrore. Così la rassegnazione dei cani emarginati; oppure la rabbia degli uni verso gli altri nella quale sfogano la loro frustrazione; il senso di dignità che a volte riescono comunque a strappare alla loro condizione; perfino la violenza del desiderio erotico, sono resi nel film, pur attraverso la stilizzazione dei disegni, con un realismo incisivo. Si potrebbe dire che nel film i cani risultano più umani degli umani. Ma forse, più precisamente, la morale della favola è che a tutti gli uomini può capitare, per tanti versi, di essere cani. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 12 maggio 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22064 Morbegno. “Televisiun”: tap TIP Teatri I Prati a Paniga sabato sera|Esplorazione semiseria nella televisione Lo spettacolo teatrale Televisiun è un'esplorazione del mondo connesso alla televisione e propone danze, approfondimenti con l'indagine rispetto a quante ore mediamente si guarda la televisione (risultate quattro su cento interviste), quanti anni si passano mediamente davanti alla tv, la canzone ironica di propria produzione “la Tv”, flash di “teatro immagine” che hanno mostrato cosa faceva la gente prima dell'arrivo della tv, al momento del suo arrivo e oggi. Particolarmente divertenti sono state le scene collegate allo sviluppo di una ricetta con chef impossibili da seguire e quella del telespettatore che “vuole tutto” rimediando un lancinante mal di stomaco. Molti spettatori hanno manifestato un consenso nel vedere la lettura incrociata del “teatro giornale” che contrapponeva notizie come ad esempio: - La televisione è un fantastico strumento educativo. Si amplia la conoscenza di culture diverse, promuove la tolleranza e la comprensione globale delle questioni internazionali. Attraverso attualità, la scoperta, lo stile di vita, programmi di cucina e programmi per bambini, televisione incoraggia la curiosità. - La televisione ha informazioni e autorità. Oggi è ovunque. Ma la televisione ha una particolare autorità. Se vedi qualcosa in tv, si sa che milioni di altri stanno vedendo anche esso, e che è stato verificato, prodotto e realizzato da professionisti. - La TV crea programmi televisivi comunitari: ha una grande capacità di creare comunità intorno agli spettatori. Spettacoli televisivi, eventi dal vivo e notizie fare conversazione animate per amici, familiari e colleghi. Si legano le persone e scatenano reazioni su network. (www.worldtelevisionday.tv) - In tutti i tempi la moneta cattiva ha scacciato la buona e i ciarlatani hanno ingannato i gonzi. Accadeva prima della televisione e accade dopo. Data la potenza del mezzo, semplicemente accade di più. La crescita dell’informazione e della cultura accresce la credulità […]. (Eco: “I miei antidoti contro la menzogna", intervista a cura di Riccardo Chiaberge, 29-10-1998) - La verità è, come già abbiamo avuto modo di dire anni fa con “Il Corpo delle Donne”, che alcuni programmi sono realmente la fine del mondo. Non perché mostrano una coscia o una chiappa, e sul far finta di non capire questo punto credo che in molti ci marcino, ma perché non sono più esseri umani quelle caricature umiliate e derise. (donnedellarealta.wordpress.com/2016/0) - “La televisione può anche danneggiare la vita familiare: diffondendo valori e modelli di comportamento falsati e degradanti, mandando in onda pornografia e immagini di brutale violenza, inculcando il relativismo morale e lo scetticismo religioso; diffondendo resoconti distorti o informazioni manipolate sui fatti ed i problemi di attualità; trasmettendo pubblicità profittatrice, affidata ai più bassi istinti; esaltando false visioni della vita che ostacolano l’attuazione del reciproco rispetto, della giustizia e della pace”. (Giovanni Paolo II) - Non ci dovrebbe essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia; questa TV è diventata un potere politico colossale, si potrebbe dire il più importante di tutti. (Karl Popper, Cattiva maestra televisione) Il libretto che accompagna lo spettacolo è arricchito dalle vignette messe gentilmente a disposizione dal Maestro Ernesto Cattoni e raccoglie numerose altre informazioni è scaricabile gratuitamente nella sezione “news” de iprati.org. Lo spettacolo è il frutto di due anni di lavoro e vede la collaborazione con Scuola di Musica Artesuono, Ribaltamenti Teatro per Azioni, Sinend, Anffas Onlus Sondrio, Campagnia dell'Echo. A richiesta la compagnia tapTIP Teatri I Prati è disponibile per effettuare ulteriori repliche dello spettacolo. I PRATI http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=22058 Gianfranco Cercone. “Manuel” di Dario Albertini Si sa che il senso di un film, prima ancora che attraverso le battute pronunciate dai personaggi, ci è trasmesso attraverso le immagini; e soprattutto, forse, attraverso qualcosa che non decifriamo subito razionalmente, e che è l'atmosfera, la sensazione complessiva che quelle immagini creano. A voler considerare soltanto razionalmente il film Manuel, un'opera prima italiana, già presentata al festival di Venezia, diretta da Dario Albertini, si potrebbe ritenere, almeno in un primo tempo, che racconti soltanto il positivo reinserimento sociale di un ragazzo, appena maggiorenne, che è stato a lungo detenuto in una casa-famiglia; che aveva probabilmente commesso alcuni forti o altri piccoli reati; la cui madre è in carcere per reati più gravi; e che ora è rilasciato in libertà con il compito di lavorare di notte in un panificio, di rimettere in ordine la casa popolare sul mare che era già stata assegnata a sua madre, di prendersi cura per tre anni della madre la quale, sotto la sua tutela, dovrebbe essere messa ai carceri domiciliari. Insomma: la sua storia, in apparenza, è quella, tanto positiva da essere perfino edificante, di un ragazzo che sotto la guida di servizi sociali che hanno “funzionato”, ha messo la testa a posto, è diventato onesto, responsabile e maturo, perfino più maturo della sua età. In effetti, il film di Dario Albertini è più contraddittorio, più ambiguo, di quanto la vicenda, così esposta, può far supporre. E ciò in forza di alcuni indizi con cui le immagini, prima ancora che certi episodi secondari, contrappuntano tutto il racconto. Per esempio: nella casa famiglia, come è forse inevitabile in un ambiente così problematico, la disciplina è imposta a volte dalle assistenti sociali con una certa nevrastenia. L'amore del protagonista con una ragazza lì detenuta, è ostacolato, represso, per ragioni che non ci risultano del tutto comprensibili. Ma più ancora: lo squallore degli ambienti – quello squallore che è così caratteristico degli uffici statali, almeno in Italia; la malinconia opprimente di quella cittadina sul mare semideserta, sotto una luce invernale; l'aspetto funebre dei palazzoni popolari che contengono l'appartamento in cui il ragazzo dovrà vivere; la solitudine dell'appartamento, rischiarato la sera soltanto da un vecchio televisore; la prospettiva che in quel paese, in quegli ambienti, dovrà trascorrere almeno tre anni della propria vita appresso a sua madre, perché tanto durerà la detenzione domiciliare di quest'ultima; questo complesso di elementi ci fa capire che la vita normale che è stata ritagliata per lui è di un'aridità che deprime ogni impulso vitale. Mentre certe vie di fuga che sono come incarnate da altri personaggi che incontra (una ragazza che fa l'attrice e che cerca di sedurlo; un amico, affiliato alla malavita, che vorrebbe fargli gestire un locale notturno; un ex-detenuto nella stessa casa-famiglia che lo avvicina a un giro di prostituzione), tentazioni a cui il protagonista magari cede per un attimo ma che poi allontana da sé, risultano però più attraenti, più colorate, più avventurose, di quel binario che è stato disegnato per lui. L'attrice gli parla di un film di Truffaut, Baci rubati, che il protagonista non può che ignorare. Ma su Manuel si può intravvedere il ricordo di un altro film di Truffaut, bellissimo, intitolato Il ragazzo selvaggio. Si raccontava di un ragazzo, nell'Ottocento, cresciuto da solo nella foresta, preso in cura da un medico francese che si incaricava di alfabetizzarlo e di insegnargli le regole della civiltà. Pur apprezzando l'opera pedagogica di quel medico illuminato, Truffaut lasciava trapelare dal suo racconto un senso di nostalgia acutissima per la vita nella foresta, forse più libera e più felice. Un'insofferenza in parte simile accompagna la storia di Manuel nel film di Albertini, che si concretizza nel finale in un nodo alla cravatta che al protagonista sta troppo stretto. Dunque: un'opera prima interessante, che si avvale di buone interpretazioni, in particolare quella di Andrea Lattanzi nel ruolo del protagonista e di Francesca Antonelli in quella di sua madre. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 5 maggio 2018 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=22057 Alessandra Borsetti Venier. RESET - retroguardie in festival Sabato 19 maggio 2018, dalle 17 alle 23 presso La Barbagianna: una casa per l’arte contemporanea, Via di Grignano 25, Pontassieve (Firenze) si svolgerà la prima edizione del festival nazionale RESET con gli incontri intermediali a punto zero: filosofia / musica / performance / poesia / scienza / video. Coordinamento: Franco Baggiani, Alessandra Borsetti Venier, Antonello Cresti, Elisa Zadi. Scriveva Drieu La Rochelle che il compito dell'intellettuale è quello di “andare dove non c’è nessuno”... Per secoli questa intima necessità si è espressa attraverso la qualità visionaria, profetica degli artisti e dei pensatori, i quali a questo ipotetico “oltre” hanno assegnato i colori del futuro. Ecco dunque assumere senso il termine avanguardia, che, soprattutto nel secolo scorso, ha rivestito una rilevanza sociale e culturale, difficilmente sottostimabile. Quel sogno, quella spinta, quel “volo del gabbiano”, per dirla con Gaber, si è esaurita non perché certe istanze non abbiano oggi ancora senso profondo, ma perché la Storia ha prodotto uno dei suoi cortocircuiti: a dominare la scena, quella del Potere, con le sue mistificazioni e banalizzazioni, è oramai una retorica modernista, nuovista giunta alla fase fondamentalista. Nuovi guru di questi sicofanti sono gli esperti di marketing, i tecnologi, i vati della “new economy”, tutti intrinsecamente “avanguardisti” nella loro caricatura di pensiero. Di fronte ad un simile stato delle cose cosa resta ai creativi, agli intellettuali? Inevitabilmente si impone la necessità di rivendicare scelte di retroguardia, unica vera trasgressione al desco delle “magnifiche sorti e progressive” che già aveva irriso il Leopardi: retroguardia per rimettere l'uomo al centro del proprio progetto, per ridare cittadinanza a temi di identità che sono stati banditi o oltraggiati nel dibattito odierno. Retrogradi, perché è l'unico modo rimasto per guardare oltre. Retrogradi perché, riecheggiando le tesi di Ronald Laing, è questo l'unica risposta sana a un mondo malato. Retrogradi perché vogliamo azzerare tutto e ripartire da zero. Ripartire, appunto, dall'unica prospettiva possibile per chi ancora ami il pensiero: quella di stare dall'altra parte. PROGRAMMA -Saluto delle autorità -Suonatori Stradali Indipendenti di Firenze, “Luttuosità in morte dell’intelligenza” performance musicale con sfilata funebre. -Presentazione della performance collettiva “ventiquattrore” ideata da Alessandra Borsetti Venier ed Elisa Zadi già iniziata alle ore 19 di venerdì 18 e che si chiuderà alle 19 di sabato 19 maggio con la partecipazione dei performer Nicola Bertoglio, Murat Onol, Lorena Peris, Niousha Rezaeinia, Simoncini.Tangi, Elisa Zadi. -Intervento di Antonello Cresti “La scomparsa della Musica”. Saggista, critico musicale e compositore. Dal 2013 firma recensioni librarie e discografiche sullo storico mensile musicale Rockerilla. Collabora inoltre alle pagine culturali de Il manifesto. Dal 2004 ha pubblicato nove libri di saggi, interviste e narrativa. -ODRZ presentano un estratto, tre movimenti, della “Sinfonia nr. 2”, opera noise/industrial in sette movimenti, che si muove fra voci disturbate e sferzate ritmiche oscillando in maniera inquieta in un distillato di suoni e rumori metallici. ODRZ sono una coppia di sperimentatori. I loro progetti esplorano musicalmente la realtà tramite una ricerca su strumenti, suoni e struttura compositiva e la ripropongono in una forma che spazia tra musica industriale, noise e avanguardia, interagendo anche con artisti di diversa estrazione. Tutti gli spazi, le strutture, gli oggetti e gli abitanti del mondo divengono - tramite opportuni interventi artistici - oggetto di sonorizzazione. Ogni progetto viene identificato dal nome del gruppo seguito da un numero progressivo. -Intervento di Giacomo Verde “Sparizione dell'artista nel mimetismo digitale”. Artista e docente di Teatro multimediale all’Accademia di Nuove tecnologie Alma Artis di Pisa. Primo in Italia a sperimentare la Telematic performance con il progetto Connessione Remota per il Museo Pecci (2001) di Prato, storico animatore del personaggio virtuale BIT (progettato da Stefano Roveda di Studio Azzurro), nel 2016 ha debuttato con una narrazione con uso di proiezioni ad ologramma L’albero della felicità. -Presentazione del CD “La mia eternità” con testi di Luca De Silva, musiche di Cristiano De Silva e la partecipazione di Francesco Pinzani che canterà alcuni brani. Intervento di Dino Castrovilli. -Mostra di Enzo Minarelli “S.O.S. del Sosia, opere inedite 1977-2017”. Reading da L'Altro Phantasus di Arno Holz. Minarelli si occupa di poesia e delle sue praticabili aperture verso il suono, la scrittura, il video e lo spettacolo, sin dagli anni Settanta. Numerose le sue pubblicazioni sonore in dischi, audiocassette, CD a livello internazionale e collaborazioni radiotelevisive; ha curato varie rassegne di poesia visuale. -Esposizione del trittico di Antje Sträter “Abele alzati”. Artista visiva lavora tra la Germania e Firenze. -Intervento di Annalisa Cattani “Io vedo Io guardo”, residenza “Novella Guerra”, progetto di sostegno al C.R.A.C. (Centro Ricerca Arte Contemporanea) di Dino Ferruzzi. A distanza di circa due anni dalla chiusura forzata del C.R.A.C. dal Liceo Artistico Bruno Munari di Cremona, il Centro pubblica nelle Edizioni Postmedia Books, un libro, che documenta dieci anni di ricerca/azione nel campo dell’arte contemporanea e della didattica. Dall’esperienza sul campo, si è fatta strada una riflessione sulla globalizzazione dell’economia e sui fenomeni di disgregazione sociale e culturale che essa determina. -Chiusura della performance collettiva “ventiquattrore” ore 20:00 / 21:00 cena Durante la cena avrà luogo la tafelmusik proposta da EDØ PISTØ SØMI. Non sarà un semplice sottofondo ma uno studio sulla intima relazione tra il deliziante e il deliziato (chi crea e chi ascolta) nel simposio. EDØ PISTØ SØMI, “Giramanopole” nel campo della musica di ricerca e interessato all'integrazione delle illimitate connessioni tra suono e psicologia, collabora a svariati progetti nel sottobosco ambient / noise / elettroacustico internazionale, creando suoni e frequenze che negli anni hanno stimolato l'interesse sia del mondo artistico che di quello scientifico. Il programma prosegue con: -Franco Baggiani e Giacomo Downie esecuzione musicale per tromba e sassofono. -Alessandra Borsetti Venier performance “Scomposizione RESET” con la partecipazione del musicista Franco Baggiani, e proiezione video “Città dell’altrove”, musiche di Gianluca Venier, regia di Gianpietro Fabre. Artista e performer dalla fine degli anni Settanta, è titolare dal 1985 di Morgana Edizioni che tuttora dirige. Cura e organizza mostre d’arte ed eventi culturali. È presidente dell’associazione MulktiMedi91 e dell’Archivio della Voce dei poeti. Dal 1992 cura la Rassegna internazionale “Incontri d’Arte” alla Barbagianna: una casa per l’arte contemporanea. -Enten Hitti “Il culto delle nuvole”, performance per lastre di pietre sonore, live electronics, oboe, voci minime e strumenti etnici e rituali. È il nome del laboratorio costruito da Pierangelo Pandiscia e Gino Ape per l'esplorazione e la ricerca delle intersezioni fra elettronica, musiche rituali ed etniche e canzone d'autore. Patrocini: Regione Toscana - Città Metropolitana di Firenze - Comuni di Pontassieve e Rufina. Collaborazioni: MultiMedia91, Firenze - Archivio della Voce dei Poeti, Pontassieve - Scuola Comunale di Musica dei Comuni di Pontassieve e Rufina - Officine Sonore Fiorentine ExFila, Firenze - Rete dei Solchi Sperimentali, Firenze - Florence no mind, Firenze - Zoia Gallery, Milano. Ingresso libero In caso di pioggia il festival sarà annullato ad eccezione della performance collettiva “ventiquattrore” Informazioni: 055 8398747 - 335 6676218 info@morganaedizioni.it Per raggiungere La Barbagianna a Pontassieve (FI) consultare Google maps http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=22053