News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Gianfranco Cercone. “Due sotto il burqa” di Sou Abadi È sempre, per me, motivo di stupore, constatare la longevità della struttura narrativa di base della commedia teatrale antica; la sua capacità di adattarsi ai più svariati contesti storici e sociali. Credo che tutti conoscano quella struttura elementare. Prevede due giovani innamorati, il cui amore è ostacolato da certe convenzioni della società, incarnate da un terzo personaggio, che di quella società esprime le tendenze più tradizionaliste e anche repressive. Ma gli innamorati, dopo una serie di peripezie, riescono a superare quell'ostacolo e a coronare il loro amore, di solito sposandosi. È uno schema che ritroviamo nella commedia greca, nella commedia romana, nella Commedia dell'Arte del Seicento, fino alle commedie cinematografiche dei giorni d'oggi. Per esempio, nella commedia francese, diretta da una regista di origine iraniana, Sou Abadi, uscita in Italia con il titolo Due sotto il burqa (ma il cui titolo originale è: “Cherchez la femme!”). Nel ruolo dei due giovani innamorati, c'è uno studente universitario, i cui genitori sono immigrati in Francia dall'Iran, e una ragazza, anche lei di origine straniera. Chi si frappone più di tutti alla loro unione, è il fratello della ragazza, che si è convertito all'Islam più radicale. Dallo Yemen piomba a Parigi e si insedia nell'appartamento della sorella dove pretende di dettare legge: la ragazza non potrà più uscire di casa senza la sua autorizzazione; tanto meno potrà partire per New York, dove la attende uno stage alla sede dell'Onu; se un giorno si sposerà sarà con un uomo che lui avrà scelto per lei. Quanto al fratellino più giovane, che convive con la sorella, sarà spedito nello Yemen per essere indottrinati dai Fratelli Musulmani. Ora, la ragazza avrebbe tutta la grinta necessaria per sbarazzarsi di questo fratello tanto ingombrante. Ma è nello spirito della commedia che anche il personaggio più negativo, anche se viene combattuto, sia allo stesso tempo tollerato. La sua sconfitta finale non comporta il suo annientamento, né fisico né morale. Nel nostro caso, la ragazza, che comprende che il fratello è diventato un fanatico dopo la morte dei genitori avendo trovato un conforto nella religione, anche se assume un atteggiamento ribelle, lo asseconda. Accetta, almeno apparentemente, di restarsene prigioniera in casa. Ma il suo innamorato non è per nulla disposto a rinunciare a lei. E allora (un espediente tipico della commedia è il travestimento!), si ricopre dalla testa ai piedi con il burqa, che lascia scoperti soltanto i suoi grandi occhi magnetici; interpreta il personaggio di una ragazza fervente musulmana, obbediente ai precetti più severi del Corano, e in questa veste riesce a introdursi e a farsi accettare nella casa dell'amata. Ma subentra una nuova complicazione: questa figura artificiale di donna, così pudica, così esperta del Corano, di cui sa citare anche i passi più poetici, quelli che elogiano la dolcezza d'animo, che inducono all'amore per tutte le creature umane, le più diverse tra loro, perché Allah le ha create tutte quante dando loro la propria sostanza; insomma: questo fantasma di donna, fa perdere la testa al fratello, a tal punto che niente riesce a distoglierlo dal proposito di sposarla. Non vi svelerò come si scioglie l'intrigo, anche se la conclusione non è imprevedibile. Così come è trasparente la morale che la commedia suggerisce. Un Islam tollerante e moderato è contrapposto, ed evidentemente preferito, a un Islam fondamentalista. Più in generale, e forse più profondamente, la realtà della vita è contrapposta a ogni fissazione illusoria, che sia quella dei fanatismi religiosi o delle ossessioni erotiche. A volte il racconto risente di qualche passaggio un po' grossolanamente caricaturale. Ma il terzetto dei personaggi principali, e anche qualche comprimario, è tracciato alla svelta, ma con grazia e con efficacia. Ma la principale virtù del film è quella di somministrare saggezza, divertendo. Piacevole, interessante. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 16 dicembre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21732 Gianfranco Cercone. “Sami blood” di Amanda Kernell In un passo di un suo poemetto, intitolato “La realtà”, Pasolini paragona se stesso a una “strega buona che caccia le streghe per terrore”; il terrore di essere riconosciuta. In questi versi Pasolini rievocava un periodo lontano della sua vita, probabilmente l'adolescenza, vissuta sotto il fascismo, durante la quale, essendosi già scoperto “diverso”, spaventato da quella diversità, per nasconderla agli occhi degli altri, avrebbe assunto un atteggiamento sprezzante, razzista, nei confronti delle persone diverse come lui. Quando si tratta di minoranze, specie di minoranze discriminate, il cinema può avere la tentazione di idealizzarle, quasi di santificarle, come per compensare la persecuzione di cui sono vittime. È dunque raro, e per me pregevole, perché spregiudicato, veritiero, il punto di vista – che ha qualche affinità, come vedremo, con la confessione di Pasolini – con cui la regista svedese di origine lappone Amanda Kernell, nel suo film intitolato Sami blood affronta il tema della discriminazione di cui la minoranza sami (meglio conosciuta come lappone) è stata oggetto negli anni Trenta in Svezia (ma il film evidenzia che almeno tra le persone anziane certi pregiudizi contro questa etnia ancora sussistono). Il film racconta di una ragazza, nata e cresciuta in una famiglia lappone dedita all'allevamento delle renne (uno dei mestieri tradizionali dei lapponi). Studia in una delle scuole-ghetto che lo Stato svedese riservava alla sua gente e che non davano accesso agli Istituti di istruzione superiore. Il suo corpo è misurato e studiato da certi scienziati, specializzati nella cosiddetta “biologia delle razze”, come quello di una bestia rara. È sbeffeggiata e aggredita da ragazzi svedesi del vicinato. E il risultato di questa emarginazione, di questa persecuzione, è che lei, un po' come “la strega” pasoliniana, finisce per detestare la gente del suo sangue. Tanto che un giorno, per raggiungere un ragazzo svedese che ha conosciuto a una festa da ballo e di cui si è invaghita, si spoglia dei suoi abiti tradizionali, abbandona la sua famiglia, si attribuisce un falso nome svedese, e parte per Uppsala, la città dove risiede quel ragazzo. In apparenza si tratta soltanto di una fuga per amore. Ma il film, che ci mostra quella città, la casa e la famiglia perbene del ragazzo, gli interni del collegio riservato ai privilegiati svedesi, attraverso lo sguardo incantato della protagonista, ci lascia intendere come, dietro l'amore, si nasconda un altro desiderio: il desiderio di appartenere alla maggioranza, di essere considerata normale. Insomma: Sami blood indaga con sottigliezza, con rigore, quel sentimento velenoso che è “il razzismo di secondo grado”, quel razzismo indotto da altro razzismo, e che divide, mette in conflitto, le stesse persone ingiustamente discriminate. Tra le qualità del film, c'è quella di saper far parlare i personaggi più attraverso le espressioni del loro volto che attraverso le parole che pronunciano. In particolare il volto della protagonista – interpretata da Lene Cecilia Sparrock – è così suscettibile di sfumature espressive, esprime così compiutamente tutta l'evoluzione della sua passione colpevole (vissuta con senso di colpa), che il film, che pure comprende numerosi personaggi, può essere considerato prima di tutto un suo monologo interiore, prevalentemente muto. Ma restano nella memoria anche le figure della sorellina, mite, ma profondamente ferita dal suo rifiuto; e della madre, chiusa in una dignitosa rassegnazione. Sami blood, che ha vinto pochi giorni fa il Premio Lux assegnato dal Parlamento Europeo, è distribuito in un circuito di sale alternativo da due distributori indipendenti: CineMaf e Cineclub Internazionale. A Roma può essere visto nella sala Apollo 11. Se lo trovate programmato nella vostra città, vi suggerisco di andare a vederlo. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 9 dicembre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21717 Alberto Figliolia. “Fine pena: ora” di Paolo Giordano|Milano, Piccolo Teatro “Grassi”, fino al 22 dicembre “Mi sono impiccato. Mi scusi, non lo farò più”. Chiedere scusa per aver tentato di togliersi la vita è l'ennesima distorsione prodotta dalla detenzione: in carcere si è sempre dalla parte del torto, qualunque cosa si faccia. Ma in quel chiedere scusa io lessi anche altro, il primo implicito accenno a quel patto tacito di ventisei addietro: tu mi accompagnerai, io resisterò. Non ce l'aveva fatta. Aveva resistito ventisei anni, poi il carico era diventato insostenibile. […] Come l'uomo non è mai del tutto racchiuso nel gesto che compie, essendo l'individuo assai più ampio del suo delitto, così la rieducazione non può essere confinata in un solo sintomo, essendo un percorso dalle molte opportunità, tante quante le notti insonni che il condannato passa interrogandosi sul senso della sua vita. (Elvio Fassone, magistrato e scrittore) Un uomo non può essere ridotto alla sua colpa. Se il reato – ogni reato, in primis quelli di sangue, è assimilabile a un peccato originale ex tunc per il quale nessun battesimo può cancellare i devastanti effetti giacché le vittime rimangono tali (e i parenti delle vittime restano sovente immersi in un ottuso fluido di dolore e oblio) – è al contrario ed egualmente vero che nessun uomo rimane uguale a sé stesso nell'arco temporale del proprio esistere (così come un bambino è il padre dell'adulto che diverrà). Salvatore è stato condannato all'ergastolo per la molteplicità dei reati ascrittigli, sei omicidi compresi. Da un brodo sociale e familiare di pesante degrado e abbandono non poteva che sortire una precoce attitudine alla devianza criminale. Il Giudice che alla fine del maxiprocesso in un'aula bunker gli commina, in forza degli articoli e commi di legge, la pena dell'ergastolo rimugina comunque fra sé e sé su quel triste caso umano. Salvatore ha ventidue anni, neppure la licenza elementare in tasca, un passato (seppur ancora breve) di pessimi modelli comportamentali e (già tante) triste azioni sul groppone, e dovrà passare ciò che rimane della sua vita in gabbia. Per sempre. Lì sfiorirà la sua giovinezza, in realtà mai vissuta, nell'inerzia di un tempo sempre uguale, costretto a una dimensione anomala, straniante e straziante, fra neri abissi di disperazione e inconsapevolezza (uno dei passi più ardui è acquisire coscienza del male compiuto e delle sue ripercussioni). Ma l'esistere è sempre sorprendente. Il Giudice, mosso da pietas, scrive, poco dopo avere pronunciato la durissima sentenza, al giovane, aggiungendovi in dono un libro di poesie. Inizia così uno straordinario percorso che accomuna il magistrato e il reo: un rapporto epistolare quasi trentennale, di crescita reciproca, non solo quindi del condannato il quale pian piano emerge dalle brume della bruta ignoranza. Nonostante i sei anni di isolamento, di 41 bis, e la conseguente interruzione della corrispondenza scritta il rapporto non cesserà, anzi riprenderà con vigore. Una storia vera, densissima, in cui l'opaco muta in speranza e nuove possibilità. Anche se dopo ventisei anni Salvatore, disfatto dalla detenzione, tenterà il suicidio impiccandosi. Si salverà per l'intervento di un agente e del proprio gesto autodistruttivo poi si scuserà in una lettera al Giudice. Elvio Fassone, quel magistrato, ha scritto nel 2015 un libro intorno a quest'avventura umana, Fine pena: ora (edito da Sellerio), adesso trasformato in pièce teatrale da Paolo Giordano e in scena allo storico Teatro Grassi di Milano sino al 22 dicembre. L'interpretazione dei due personaggi sul palcoscenico – Sergio Leone nei panni del Giudice e Paolo Pierobon in quelli di Salvatore (splendida la sua sicilianizzazione linguistica) – è, a dir poco, portentosa (e mai sopra le righe, per quanto il dramma inevitabilmente, di per sé, tracimi). Ha scritto Paolo Giordano, artefice di questa magnifica scrittura teatrale: «A teatro Salvatore e il suo giudice si parlano “fuori dal tempo” o, per meglio dire, come “dimentichi del tempo”. Vivono in un qui e ora, ma possono tornare ad abitare improvvisamente il passato. Sono fantasmi in grado di attraversare non solo i muri del carcere, ma anche gli anni. Fantasmi, sì, perché ognuno è lo spettro immateriale evocato dall'altro. Si trovano entrambi nella stessa stanza, sullo stesso palcoscenico, eppure sono costantemente separati. Il giudice nella propria casa e Salvatore nella sua cella, insieme e tuttavia soli – proprio come accade anche a noi ogni volta che scriviamo una lettera a qualcuno». Fine pena: ora è una storia colma di suggestioni e di innumerevoli spunti di profonda meditazione. Un grandissimo teatro civile, forte, d'impatto. Vale davvero la pena di riflettere su ciò che oggi rappresenta il FINE PENA: MAI o, in un'altra accezione, il FINE PENA: 31 DICEMBRE 9999... Una condanna a morte dilazionata nell'eterno di giorni, ore, minuti, secondi da vivere/non vivere... Uno stillicidio infinito. Quanto di più contrario, con ogni probabilità, allo spirito civile e riabilitativo della pena, così come prescriverebbe il dettato costituzionale (art. 27). Ma, se questa può essere una considerazione di chi scrive, rimane l'essenza umana di una vicenda unica: il moto d'avvicinamento fra persone, oltre i ruoli codificati che parrebbero fissati ab origine. Il “messaggio” di Fine pena: ora è che una palingenesi è sempre possibile, e anche una pacificazione dell'anima. Si può rivivere, crescere, mutare in altro dall'orrore di cui si era inseminati. La pietà e la compassione, nel senso più nobile dei termini, possono essere materia di questo mondo e nessuna grata di sbarre è per sempre se il cuore si libera, se la mente s'intride di empatia. Fine pena: ora... La chiosa al regista Mauro Avogadro: «Mi piacerebbe suscitare due reazioni. In primo luogo un interrogativo in più su che cosa voglia dire decretare la morte civile di una persona. In fondo l'ergastolo sta un passo indietro, ma forse non troppo, alla cosa peggiore che io possa immaginare: la pena di morte. Se è orribile che una comunità, uno Stato, stabilisca di togliere la vita a un altro essere umano, è altrettanto vero che il fine pena: mai è la stessa condanna sotto mentite spoglie. Quindi, come può la società difendersi da chi si macchia di atrocità senza farsi essa stessa carnefice? Secondariamente vorrei che gli spettatori pensassero che forse anche mondi diversi possono incontrarsi. Rifuggo dalla retorica del “siamo tutti uguali, non esistono differenze”, ma è vero che, forse, esiste un ponticello sul qual possiamo incontrarci». Alberto Figliolia Fine pena: ora di Paolo Giordano, liberamente tratto dal libro di Elvio Fassone, Regia: Mauro Avogadro. Con Sergio Leone e Paolo Pierobon. Assistente alla regia: Pasquale Di Filippo. Scene: Marco Rossi. Assistente scenografa: Giulia Breno. Costumi: Gianluca Sbicca. Luci: Claudio De Pace. Musiche: Gioacchino Balistreri. Fino al 22 dicembre. Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2, Milano (MM1 Cordusio). Orari: mar, gio e sab 19:30; mer e ven 20:30; dom 16:00; lun riposo; ven 8/12 chiuso. Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro. Info e prenotazioni: tel. 02 42411889; www.piccoloteratro.org. News, trailer, interviste ai protagonisti su www.piccoloteatro.tv. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21704 Gianfranco Cercone. “Detroit” di Katherine Bigelow Quand'è che un film di denuncia è davvero efficace? Io credo, quando non ha il solo effetto di sommuovere la nostra indignazione, di suscitare la nostra riprovazione per i cattivi, e la nostra simpatia, il nostro plauso, per i buoni. Perché le pure emozioni sono tanto facili a infiammarsi, quanto a svanire e a essere dimenticate. Una denuncia è davvero incisiva, resta nella memoria, quando all'emozione si accompagna un contributo di conoscenza. Se il film, insomma, ci consente di cogliere nell'oggetto della denuncia, quell'aspetto ulteriore che una semplice cronaca giornalistica avrebbe lasciato probabilmente inesplorato. Questa premessa potrebbe sembrare sproporzionata al film Detroit, diretto da Katherine Bigelow. Sproporzionata perché il film ha la forma apparente di una cronaca, appunto. Nel 1967, in un quartiere periferico di Detroit, abitato da neri, nel corso di una rivolta degli abitanti contro la polizia, accusata di vessarli e di perseguitarli senza giustificazione, furono uccisi dalla polizia tre ragazzi neri, colpevoli di nient'altro che di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato. E i responsabili di quegli omicidi furono assolti da un tribunale composto esclusivamente da bianchi. Di quegli omicidi – avvenuti nel corso di una retata all'interno di un motel, il Motel Algiers – i cui ospiti furono sottoposti sul luogo a un interrogatorio terrificante, con tecniche che costituivano vere torture, il film dà un resoconto meticoloso, esasperante, con uno stile che imita ad arte quello del cinema-verità: come se insomma un testimone, armato di telecamera, riprendesse disordinatamente, tumultuosamente, i fatti orribili che lì per lì gli si dispiegano sotto gli occhi. Un resoconto, per l'emozione che produce, così efficace, da risultare appunto duro da sopportare. Ma non sarebbe giusto accusare il film della Bigelow di un effettismo gratuito. Perché il suo racconto non si ferma alla superficie delle cose. A ben guardare, è sottile e penetrante. Basterebbe considerare il caso del poliziotto che guida le operazioni, e che è il principale responsabile degli omicidi. Si tratta di un ragazzo (lo interpreta molto bene Will Poulter) al quale la cultura della violenza e dell'illegalità è stata instillata dai suoi superiori, che infatti quando lo scandalo di quegli omicidi esplode, trattano lui e i poliziotti suoi complici, con metodi violenti e illegali, sia pure non efferati come quelli che lui ha usato. Ma il suo è anche il caso di un uomo bianco, non bello, che trovandosi alle prese con dei ragazzi neri, alcuni di loro dotati invece di grazia e bellezza, sospettati di avere allestito un'orgia con due ragazze bianche, appunto nel motel dove si svolge il fattaccio, prova lo sdegno di un puritano, l'indignazione di un razzista, e l'invidia per chi ritiene più libero, più felice di lui. Nel fervore con cui conduce quell'interrogatorio spietato, si nasconde un interesse pratico. In quel motel la polizia ha già ucciso un uomo. Per giustificare quell'omicidio, occorre scoprire un'arma che si suppone nascosta nel motel, che sarebbe stata usata contro la polizia. È questa informazione che si vuole a tutti i costi ottenere. Ma la finezza dell'autrice, ci fa intuire nell'esaltazione del ragazzo, il furore di un moralista e la rivalsa di un frustrato. Detroit è un film che invoca esplicitamente nel diritto, nel rispetto della legge, l'unico redenzione dall'inferno che descrive. E lo descrive con quel senso di verità e quell'approfondimento che ci si aspetta da un'opera d'arte. Da non perdere. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 2 dicembre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21694 Giacomo Bottà. Al cinema la nuova versione di “Tuntematon Sotilas”|Il centenario allo specchio: la Finlandia si racconta Cominciamo dalla fine. Sono seduto nella sala Finnkino numero uno del centro commerciale Sello di Leppävaara, un quartiere di Espoo, poco fuori Helsinki, direzione nord-ovest. È un sabato pomeriggio di novembre inoltrato, sono già le quattro e fuori probabilmente è già buio e pioviggina. Come al solito. Acqua o neve, fa poca differenza. Sono seduto in nona fila un po’ a sinistra dallo schermo e piango come un vitello. Piango perché Rokka è ancora vivo ed è tornato a casa e piango perché la vedova di Kariluoto con la corona di fiori è incinta e piango perché questa versione di Finlandia per violoncello solo è letteralmente struggente. Qualche ora prima avevo deciso impulsivamente di andare al cinema, da solo, a vedere la nuova versione cinematografica di Tuntematon Sotilas (Il milite ignoto). È il terzo film ispirato dal romanzo omonimo di Väinö Linna del 1954 su una compagnia dell’esercito finlandese durante la Guerra di continuazione contro l’Armata Rossa (1941-1944). Segue la prima versione diretta da Edvin Laine del 1955 e quella diretta da Rauni Mollberg del 1985. La versione di Laine è tradizionalmente trasmessa alla televisione durante la mattinata del 6 dicembre, anniversario dell’indipendenza finlandese, ed è la versione di riferimento in assoluto, persino per il romanzo, dato che anche in Finlandia molti si nascondono dietro il ‘non ho letto il libro, ma ho visto il film!’ La nuova versione del film ha avuto una gestazione difficile. La produzione fu annunciata nel 2014 e le riprese iniziarono nel 2016, e c’è stato un disperato tentativo di farlo arrivare in tempo per il centenario dell’indipendenza del Paese del 2017. La produzione di Tuntematon Sotilas detiene il record per film indipendente finlandese più costoso, con un budget di sette milioni di euro, provenienti per la maggior parte da fondi privati. All’inizio del film però compare una scritta che sostiene ‘anche tu hai collaborato al finanziamento di questo film’: visto che la Elokuvasäätiö (la fondazione nazionale del cinema) ha contributo i fondi iniziali, è finanziata in parte con soldi pubblici. Yhdessä (assieme), lo slogan del centenario finlandese, assume qui un significato un po’ sinistro. La maggior parte dei finanziamenti sono stati comunque privati, in particolare dalla Rafale International, una ditta francese che produce aerei da guerra. Il regista del film è Aku Lohimies, che nei “Nokia years” aveva collezionato una serie di film di successo dove inscenava intrecci amorosi di vario tipo tra giovani e aitanti single urbani di Turku e Helsinki, il più noto dei quali è Levottomat. Per andare a vedere il film dovevo affidare i figli a mia suocera. Le telefono: “vado a vedere Tuntematon Sotilas. Da solo”. La sua reazione è stata “perché?” “Come perché” “Perché non capirai niente!” “Come non capirò niente?” “Perché parlano in dialetti di tutta la Finlandia! Dicono mie invece di mä!” “Aha.” Il mio sprezzante “aha” lascia mia suocera perplessa, non sa che anch’io dopo quattordici inverni, forse scavando dentro di me ho trovato un po’ di sisu e posso stare seduto per tre ore di fila davanti a delle immagini in movimento, anche se buona parte dei dialoghi chiave avvengono in careliano o in ostrobotnico. Quindi guido fino a Leppävaara, parcheggio nel centro commerciale, faticando non poco perché Sello il sabato a mezzogiorno è molto frequentato da famiglie che fanno la spesa, mangiano da Taco Bell e passeggiano per i viali coperti. Riscaldati ed illuminati del centro commerciale, i finlandesi di Espoo lasciano il centro di Helsinki in mano ai turisti asiatici e a qualche hipster. Mi fiondo nel foyer del cinema dove afferro una porzione small di popcorn e, come tutti gli autoctoni, prendo una paletta e riempio una sacchettino di plastica con delle caramelle pick and mix a caso. Riesco appena in tempo a sedermi, facendomi strada tra una coppia di nonni con nipoti adolescenti, quando cominciano le pubblicità. Già, le pubblicità. Al cinema come in internet, pare che le pubblicità siano gestite da un qualche algoritmo che ha deciso che le persone che vanno a vedere Tuntematon Sotilas di sabato a mezzogiorno siano 1. Vecchi 2. Adolescenti (e non sembra che abbiano sbagliato a giudicare dalle persone in sala, almeno dai miei vicini di posto). Quindi la prima pubblicità è sugli occhiali (da vista), la seconda sulla Spagna (paradiso per pensionati) e la terza su qualche videogioco (e il nipote seduto di fianco a me, per la prima volta solleva gli occhi dal cellulare e punta lo schermo). Poi una struggente pubblicità dove due fratelli adulti vendono ad una famiglia sprovveduta la casa dei nonni (i nonni di fianco a me staranno facendo gli scongiuri) sotto le note della ancora più struggente Kun aika on cantata da Seija Simola ed infine una pubblicità su quanto sia importante conoscere la lingua svedese in Finlandia (molempi parempi, l’adolescente di fianco a me finge indifferenza e si rituffa sul telefono). Poi partono i trailer ed anche qui c’è da divertirsi. I film in questione sembrano essere dei bignami di Tuntematon Sotilas. Sembra che vogliano dire: lo sappiamo che questo film problematizza parecchio il senso di cosa significhi essere finlandese, se volete festeggiare la vostra finlandesità in maniera più populista e in your face, allora guardatevi questi due. Il primo è Veljeni vartija, un film sulla vita del rapper Cheek. Il secondo è 85, un film sulla vittoria del campionato mondiale di hockey nell’omonimo anno. A giudicare dai trailer, entrambi i film sono terrificanti, anche se condividono molti degli attori del film che mi appresto a vedere. Adesso arriviamo al film. Prometto di non rivelare nessuno spoiler vero e proprio (comunque la storia è nota, il film è molto fedele alla prima versione del romanzo, quella che è uscita postuma col titolo Sotaromaani). La prima cosa da notare è la gamma di colori, la ‘tavolozza’ del film, che è molto particolare. Estati e inverni nel film mantengono una gamma molto limitata di colori, tutti dettati dal grigio delle uniformi militari. Sono colori eleganti che non calcano la mano, danno unità alla narrazione e sono molto neutrali. Le prime parole del film sono – e non potevano che essere - Saa-ta-na! Per-ke-le! scandite dal comico Pirkka-Pekka Petelius nei panni di Kaarna, un ufficiale che poi si fa velocemente eliminare quando impudentemente si getta all’attacco al grido di ‘Hakkaa päälle pohjan poika!’, il grido di battaglia della cavalleria finlandese. Il paesaggio del film è soprattutto la foresta careliana di betulle che si dipana sul confine finno-russo. Le inquadrature sono quasi sempre dal basso, in frog perspective o worm’s eye view come si dice in inglese. In questa prospettiva le betulle si innalzano infinite, il terriccio è umido, ricoperto di muschio e popolato di millepiedi, gli uomini strisciano, si buttano per terra e combattono di fianco a noi, come se fossero tra di noi. Questa è una scelta molto convincente e il senso di soffocamento e la tensione di combattere in un ambiente così complesso ed ostile coinvolgono lo spettatore. A questo collabora anche l’eccezionale uso del paesaggio sonoro e l’abile intarsio con la colonna sonora. I silenzi (e ce ne sono di silenzi nel film) non sono mai assolutamente silenziosi, c’è sempre qualcosa che cattura la nostra attenzione auditiva e che ci mantiene nella foresta. Le esplosioni e le raffiche di mitra poi sono talmente forti da far temere per l’udito e mi sono trovato spesso con le mani sulle orecchie come i protagonisti del film o con il ronzio in seguito all’esplosione di una granata. Ci sono vari aspetti del film per riflettere sulla Finlandia di oggi, il suo patrimonio e il suo passato. Un aspetto importante del film è il ruolo delle donne. In una società fondata sull’egualitarismo di genere questo tema è fondamentale. Ci sono donne di vario tipo nel film, ci sono le volontarie delle Lotta Svärd che cucinano, medicano e addirittura combattono a fianco dei nostri, come Kotolainen, ci sono fidanzate, madri e mogli a casa, e ci sono femmes fatales (russe) e prostitute (russe). In particolare ci sono due attrici fondamentali e speculari nel film, una è Paula Vesala nella parte di Lyyti, la moglie di Rokka, l’altra è Diana Pozharskaya nella parte di Vera, un’abitante di Petroskoi/Petrozavodsk. Lyyti, la moglie di Rokka, si prende cura della loro fattoria carelliana, munge, impasta, aggiusta, taglia e alleva i figli, che stanno sempre un po’ in disparte. Quando Rokka torna a casa in licenza, la prima cosa che gli dice è ‘bene che sei a casa, c’è il cavallo da ferrare’. L’unico momento vagamente romatico tra i due è nella sauna, dove lei si prende cura di frustarlo con il vihta. Piange soltanto quando deve evacuare la fattoria, mai quando Rokka parte. Vera invece è un’emancipata abitante di Petroskoi, dove vive con altre due eleganti ragazze in un appartamento ben decorato di fiori. Accoglie la delegazione galante di tre militari finnici, discute di politica, stampa un bacio sulla bocca di Koskela e danza per loro al suono del grammofono, dopo aver servito il tè. Potrebbe benissimo essere una giovane poetessa formalista. La Vesala ha un’interpretazione sciatta e abbastanza priva di emozioni, mentre la bellezza est-europea della Pozharskaya viene celebrata dal triplo male gaze dei soldati seduti nel suo soggiorno, del regista dietro la telecamera e dello spettatore. È molto strano che l’egualitarismo finnico non passi il confine e che le donne dall’altra parte diventino oggetti del desiderio, pur conservando autonomia e determinazione. Dove in un film americano ci sarà sempre una sparatoria, in un film finlandese non mancherà mai un’ubriacatura collettiva. L’ubriacatura del film cita abbondantemente da quella archetipica nel film del 1952 e che richiama un evento – reale – quando in occasione del compleanno di Mannerheim del 1942, il sotamarsalkka/ fältmarskalk/ Feldmarschall concesse a tutto l’esercito un bicchierino di acquavite. La nostra divisione, dopo aver poco cerimoniosamente svuotato la minima porzione ufficiale, stappa una tanica di kilju, una specie di vinaccio casalingo fatto con zucchero, patate, frutti di bosco o qualsiasi altra cosa che fermentando produca alcool. Gli effetti sono presto detti: tutti cominciano ad essere loquaci, a discutere animatamente, a fumare, a litigare e a riappacificarsi e a dichiararsi amicizia eterna. Qualcuno ha bisogno del bagno, qualcuno vomita compostamente, qualcuno barcolla, qualcuno canta e balla. Ed è proprio il cantare che assume una connotazione importante. In questo film tutti cantano a un certo punto, ma non pensate che Tuntematon Sotilas sia un musical. In Finlandia, come in altri Paesi protestanti, il canto ha una funzione importantissima, anche educativa. È solo cantando le canzoni di Natale che Lyyti/Vesala finalmente si rianima un po’ dal torpore. Le canzoni dei soldati servono per temprarsi e per instaurare l’illusione che sacrificarsi per la Patria valga qualcosa. Si canta per onorare un compagno caduto in battaglia. Nella scena del compleanno di Mannerheim qualcuno comincia a cantare Калинка (Kalinka) e Punakaartilaisten marssi, canzone della fazione rossa durante la Guerra Civile finlandese del 1918. Koskela (che è figlio del rosso protagonista della trilogia Täällä Pohjantähden alla, “Qui sotto la Stella Polare”, sempre di Linna) è scosso dalla canzone e decide di entrare barcollando nel capanno di legno dove stanno festeggiando i militari di grado superiore. Loro non bevono kilju, ma stanno pasteggiando a acquavite e cognac, mentre cantano canzoni naziste come la Horst-Wessel-Lied. Koskela tenta di riprendere gli ufficiali che simpatizzano un po’ troppo per l’alleato tedesco, ma alla fine viene riportato fuori, contenuto da una cintura e si addormenta vicino al fuoco. Tutto finisce con una risata e con Rati riti ralla, una canzone per bambini. Le canzoni portano con sé memorie e conflitti non ancora risolti, ma sembra che il canto in qualche modo le esorcizzi. Ci sono altri elementi nel film che si ritrovano nella vita quotidiana finlandese. La disciplina militare è continuamente denigrata, specialmente da Rokka, e si predilige il cameratismo all’eroismo. Da questo punto di vista sono interessanti le scene di trincea, dove i dormitori sembrano dei piccoli mökki, molto hygge. I soldati conversano rilassati in calze di lana, fumano e si dedicano all’intaglio del legno, un po’ come in un ufficio statale di venerdì pomeriggio. Come in una scuola pubblica, ci si chiama per nome e non per grado e le punizioni non servono a niente. Non si lascia indietro nessuno e si è tutti uguali. La grande lezione del film è comunque il rifiuto del nazionalismo estremo. Quando il generale Karjula che continua a urlare “Perkele!” “Mantenete le posizioni!” “Dovete farlo per la Finlandia!” (+++SPOILER+++) viene schiacciato dai cingoli di un carro armato sovietico come una nocciolina, non si può che gioire. Quello che ogni soldato vuole veramente è tornare a casa, salvare la pelle, farcela, pochi però nel film ce la faranno. (+++FINE SPOILER+++) La cosa più straniante del film è comunque la scuderia di attori presenti. La Vesala ad esempio ha militato per anni nel duo PMMP ed ha appena cominciato una carriera solista di successo con un singolo dove ci chiede insistentemente di ‘non droppare la sua atmosfera’ (älä droppaa mun tunnelmaa). Aku Hirviniemi e Jussi Vatanen sono comici di successo, con partecipazioni a varie edizioni di Putous (una specie di Zelig, in onda il sabato sera). Juho Milonoff da anni conduce programmi e documentari on the road e Elias Gould è un cantante indie-rock. Poi c’è Robin; il Justin Bieber di Turku. Ci si mette qualche secondo a capire che il baby-face in uniforme è proprio lui, la pop star preferita dagli under 12, ma pochi minuti dopo (+++SPOILER+++) la sua carriera filmica finisce e non proprio con un front-side ollie. (+++FINE SPOILER+++) Nonostante tutti questi volti conosciuti, la recitazione e il realismo del film fanno presto dimenticare chi c’è dietro la maschera. Altri attori fondamentali nel film sono esseri viventi non umani, ci sono grandissime interpretazioni di millepiedi, farfalle, cavalli, topi, lepri (una viene presa in braccio da Rokka, un omaggio a L’anno della lepre?), mucche, vitelli e soprattutto fastidiosissimi tafani. Purtroppo non posso esprimermi su uno degli aspetti più importanti del film, cioè il mosaico linguistico/dialettale che costituisce la maggior parte dei dialoghi e delle – immagino – argute battute di Rokka. Il film si regge sulla geniali variazioni linguistiche dei dialoghi ideati da Linna, che ho potuto solo in parte apprezzare e che costituiscono l’enorme patrimonio del finlandese orale. Forse aveva ragione mia suocera? Giacomo Bottà (da La Rondine, 26 novembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21680 Gianfranco Cercone. “The place” di Paolo Genovese Una delle ragioni per cui, a mio parere, certi drammi teatrali, magari ritenuti dei classici, una volta messi in scena risultano ostici agli spettatori di oggi, “pesanti”, è che quei drammi tendono a volte piuttosto che a rappresentare ciò che avviene nel presente, a raccontare, attraverso le battute dei personaggi, ciò che è avvenuto nel passato. La “pesantezza” deriva dallo sforzo di visualizzare quei fatti attraverso le parole pronunciate dagli attori; abituati oggi come siamo, dal cinema e dalla televisione, alla più immediata descrizione visiva di ogni avvenimento. (La parola scritta, che può essere assimilata più lentamente, favorisce, rispetto alla parola orale, questo esercizio di visualizzazione interiore, almeno per il pubblico più recettivo). Questa premessa serve a evidenziare l'originalità e il rischio dell'ultimo film di Paolo Genovese, intitolato The place. Un film nel quale i fatti principali restano fuori scena, o meglio: fuori campo. Mentre ciò che vediamo sullo schermo, sono dei personaggi che li raccontano. Eppure, il film di Genovese, non sarà raccomandabile per chi al cinema si annoia se non vede un film d'azione, ma evita il rischio della pesantezza; e non risulta nemmeno un virtuosismo gratuito. Anzitutto, in omaggio ai ritmi dei programmi televisivi e del cinema di consumo, i personaggi che raccontano le loro vicissitudini, si alternano con rapidità. E poi i loro racconti avvengono in dialogo con un personaggio misterioso, carismatico, che capta la loro fiducia, pur non essendo mai compiacente con loro; perché anzi li giudica con tutta la severità che essi meritano. E le sue reazioni, equilibrate, sagge, commisurate ai discorsi che ascolta, suscitano il nostro interesse. Lo si potrebbe identificare con il diavolo, dal momento che propone ai clienti che si avvicendano al tavolo del bar dove trascorre le sue giornate, un patto magico e scellerato: essi potranno realizzare i loro desideri più profondi, se commetteranno un atto, che l'uomo decide apposta per ognuno, che è quasi sempre malvagio. È anche vero però che l'uomo sembra assecondare certe resipiscenze dei suoi clienti, certa loro refrattarietà a commettere quei crimini. Ma il tono prevalente del racconto è cupo e pessimistico. In cambio della loro egoistica felicità, gli uomini sembrano propensi a commettere perfino rapine, pestaggi violenti, stupri, infanticidi, stragi. E quando compiono un gesto apparentemente altruistico – un uomo per esempio rapisce una bambina, che un altro cliente è stato incaricato di uccidere – il suo vero movente, si scopre, è la vanità, il vagheggiamento di sé come eroe. A voler dare una lettura religiosa del film – una lettura che gli è consona, vista l'atmosfera soprannaturale che lo permea per intero – si può ritrovare in The place un fondo luterano, perché, come nella predicazione del monaco tedesco, l'umanità, come gravata dal peccato originale, appare qui fatalmente incline al male, se non intervenisse a volte a salvarla la grazia di Dio. Come capita nel finale del film, quando, proprio mentre le cose sembrano volgere al peggio, inopinatamente, miracolosamente, in alcuni personaggi si fa strada la luce del Bene. The place schiera un gruppo di attori bravi e popolari – da Silvio Muccino ad Alessandro Borghi, da Giulia Lazzarini a Sabrina Ferilli – ognuno dei quali sembra pienamente congeniale al personaggio che interpreta. Fra tutti, anche per il ruolo che riveste nella vicenda – che sia appunto quello del diavolo, o di un giudice o di un confessore – spicca Valerio Mastandrea che offre un'interpretazione molto ben misurata e sfumata. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 25 novembre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21675 In libreria Pierino contro tutti|Il saggio di Gordiano Lupi uscito per i tipi di Sensoinverso Edizioni Gordiano Lupi Pierino contro tutti L’eroe popolare delle barzellette: analisi di un fenomeno cinematografico e di costume Sensoinverso Edizioni, 2017, pp. 60, € 12 È nelle librerie il saggio Pierino contro tutti, un libro che sicuramente non può mancare nella biblioteca degli appassionati di cinema. Pierino è il bambino terribile delle nostre barzellette, noto anche in America Latina, dove viene chiamato Pepito, ma le caratteristiche non cambiano: irriverenza, volgarità, trasgressione, ilarità e sboccataggine. Noi vogliamo parlare solo del Pierino cinematografico, geniale intuizione di Marino Girolami, Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino che produsse sequel, apocrifi, film per la televisione, progetti mai realizzati, idee bruciate sul nascere e persino alcuni film invisibili, vero e proprio incubo dei fan. I film della serie regolare – interpretata da Alvaro Vitali – sono tre: Pierino contro tutti (1980) e Pierino colpisce ancora (1982), diretti da Marino Girolami, mentre il tardo sequel Pierino torna a scuola (1990) è firmato da Mariano Laurenti. Pierino contro tutti fa registrare tra gli otto e i nove miliardi d’incasso (al tempo il biglietto costava 4.000 lire), un successo clamoroso che produce una ridda di imitazioni prima che Girolami possa girare il sequel autorizzato. Chi ha inventato Vitali nei panni di Pierino? Pare che persino Federico Fellini (diresse Vitali sul set di Amarcord) vedesse bene il piccolo attore romano nei panni di Pierino, ma è logico affermare che l’idea fu di Clerici e Girolami, non è lecito sapere quanto sia da imputare al primo e quanto al secondo, ma una cosa è certa: Alvaro Vitali ha le phisique du rôle per interpretare il bambino pestifero delle barzellette. Una mise che non cambia mai: cappello azzurro, fiocco rosso, pantaloni corti, scarpe da tennis, maglioncino senza maniche… risata irriverente, battute salaci, ripetitività della mimica e un immancabile epiteto conclusivo: col fischio o senza? (Nota editoriale) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21641 Gianfranco Cercone. “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani Quando si parla di un film tratto da un romanzo – soprattutto se si tratta di un celebre romanzo – si è indotti a confrontare le due opere; a chiedersi se il film abbia rispettato, se non la superficie dei fatti, almeno lo spirito del romanzo. È un confronto legittimo. Però se si vuole valutare la riuscita di un film, io credo che il film vada considerato in se stesso, autonomamente. Perché potrebbe darsi un film bello che si sia servito di un grande romanzo come di un pretesto, rielaborandolo liberamente. Nel caso di Una questione privata, il film che i fratelli Paolo e Vittorio Taviani hanno, appunto, “liberamente tratto” dal romanzo omonimo di Beppe Fenoglio, generalmente considerato uno dei grandi romanzi della letteratura italiana del Novecento, non è mio compito stabilire se certi difetti del racconto fossero già del romanzo, o se il film li abbia evidenziati, o se siano propri del film. Fatto sta che compromettono, a mio parere, la piena riuscita dell'opera. La questione privata a cui allude il titolo riguarda Milton, uno studente di letteratura così soprannominato, che è stato ed è tuttora innamorato di una ragazza, forse ricambiato o forse no, ma che di fatto probabilmente si è concessa, piuttosto che a lui, a un altro uomo, un grande amico di Milton. Comunque, la possibilità dell'amore tra Milton e lei è stata indefinitamente allontanata dalla guerra. La storia si svolge negli anni Quaranta, quando tanto Milton che il suo amico sono tra le fila dei partigiani. Ma è durante la visita in una villa dove i tre, in tempo di pace, avevano trascorso delle giornate insieme, che Milton è colto e lacerato da quel dubbio: lei ho davvero “tradito” con il suo amico? E per appurare la verità vuole a tutti i costi raggiungere l'amico, che è arruolato in una diversa brigata dei partigiani e poi finisce prigioniero dei fascisti. Ora: è inverosimile che nel mezzo di una storia pubblica tanto tragica, piena di orrori, la mente di un uomo sia occupata da una questione privata? Io credo di no. È anzi un'intuizione poetica quella per cui un partigiano non sia soltanto un partigiano, ma conservi in sé tutte le passioni di un uomo. E in ogni caso Milton è un introverso, quasi un lunatico, incline ad astrarsi dal mondo intorno a lui. In effetti, il suo caso psicologico non appare comune. Perché, malgrado tutto il tempo trascorso insieme alla donna, non era mai riuscito a dichiararle il suo amore? Perché quell'amore era rimasto soltanto contemplativo? Perché, consciamente o inconsciamente, l'ha quasi ceduta all'amico? Forse Milton è soltanto un timido. O forse, al fondo della sua timidezza, ci sono delle complicazioni nevrotiche. Fatto sta che il film non vuole, e non ha il tempo, di indagare il suo caso intimo, che resta così, più che ambiguo, sfuggente, irrisolto. Ma non riuscendo, lo spettatore e l'autore, a rivivere i suoi sentimenti, anche la sua ricerca strenua, quasi eroica, dell'amico e della verità che lui conosce, quella ricerca che è il filo conduttore del racconto, non appassiona. Resta solo un pretesto per inanellare alcuni episodi di guerra, o per ritrarre alcuni personaggi che Milton incontra durante il suo viaggio. Alcuni di quegli episodi sono molto belli. Penso all'incontro di Milton con i suoi genitori, sotto il porticato di una città sferzata da un vento che si direbbe carico di disgrazie: un incontro muto, al quale Milton dopo varie titubanze, non riesce a rinunciare; fatto solo di un abbraccio convulso, prima di una fuga precipitosa, perché avviene quasi sotto gli occhi dei fascisti. O alla figura di una bambina, l'unica superstite della strage dei suoi familiari, i cui cadaveri sono allineati davanti alla loro casa di campagna: entra in quella casa a bere un bicchiere d'acqua, a lunghi sorsi intervallati dall'affanno, prima di ridistendersi buona buona insieme ai cadaveri. Oppure all'apparizione degli aerei da bombardamento degli Alleati, una lenta processione nel cielo, funebre ma che promette la salvezza. Sono queste visioni, altamente espressive, cariche di senso del dramma o della tragedia, che fanno la riuscita del film; anche se una riuscita soltanto parziale, frammentaria. Gianfranco Cercone (Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema” trasmessa da Radio Radicale il 11 novembre 2017 »» QUI la scheda audio) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=85&cmd=v&id=21630 Istituto Confucio di Roma. “Luci dalla Cina” alla IV edizione Luci dalla Cina Festival di documentari cinesi indipendenti con il patrocinio di Biblioteche di Roma La rassegna, che ha coinvolta quest’anno diverse città europee, con sette nuovi documentari, si svolge a Roma dal 10 al 12 novembre presso il Cinema “Trevi” in Vicolo del Puttarello, 25. Lunedì 13 novembre in mattinata presso il Dipartimento di studi orientali dell’Università “La Sapienza”, proiezione speciale organizzata in collaborazione con l’Istituto Confucio cui seguirà una tavola rotonda con la partecipazione del regista Qin Xiaoyu. = Ingresso libero = »» Luci della Cina http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21629 Marco Amore. Dorian Gray, full album Il 30 ottobre è uscito Dorian Gray, la scommessa musicale di un artista giovane e interamente autoprodotto, una scommessa che oserei dare per vincente, in una realtà di mercato dove la scena underground non ha mai smesso di avere un peso pari, se non maggiore, della scena ufficiale. L’album (interamente presente sulle maggiori piattaforme online, come Youtube o SoundCloud) consta di tredici tracce, intro inclusa, ognuna delle quali imperniata sul rapporto fra l’emcee e la quotidianità in un mondo da lui percepito come avverso, una società traditrice che, influenzata dalla cultura della visibilità mass-mediatica, predica come il Lord Henry Wotton wildiano “l’amore per le cose superflue e la profanazione del sacro”, “la ricerca dell’effimero e del piacere”, salvo abbandonarci a noi stessi quando la progressiva corruzione dell’Io tocca il punto di non ritorno, e la redenzione diventa una specie di sogno a occhi aperti. Fulcro dell’album, quindi, è l’interiorità dell’artista, quel ritratto intimo e privato che solo noi possiamo “sbirciare”, e che viene messo a nudo di fronte all’intera umanità; nonché la critica ad un genere musicale, quello dell’hip-hop italiano, che si è lasciato corrompere dalle logiche di mercato delle lobby, e che da forma di ribellione e protesta sociale è divenuto un fenomeno commerciale per adolescenti e nostalgici del genere, ovvero una farsa a scopo di lucro. A tale proposito, il brano sicuramente più interessante resta la traccia n. 12, Incubi, dove Mr. Mind (alias Davide Sturatti), assumendo un atteggiamento poco simpatico nei confronti del fruitore, sottolineato da una distorsione diabolica della voce narrante, afferma “Questo non è rap / odio il rap / questa è follia / questo non è hip-hop / è satanismo”, o , ancora, “vorrei vedere il genocidio delle masse / solo perché odio / la vostra musica / le vite / le radio / uno stadio dove la lotta si fa più cruda / odio il vostro credo / tu chiamami Giuda”. Le continue provocazioni, scandite da basi dure e monotone e accompagnate da un canto spesso monocorde, toccano il culmine nella traccia n. 6, Mind One, in cui il rapper fa un compendio del suo lavoro, estremizzandone i canoni stilistici fino a sfiorare un minimalismo non solo musicale, ma linguistico, espresso sotto forma di giochi di parole: Mr. Mind / mr. Hyde / dottor Jekyll / flow-divide / […] high-tech / back on track / rap tipo muay thai eccetera. Non mancano i riferimenti al film di Oliver Parker del 2009, campionati all’inizio dell’album e alla fine del brano suddetto, per esempio, o i featuring con MC e leader di altri gruppi musicali, sia sul beat che in refrain. Bella la collaborazione con un altro giovane sannita, Emmanuele Iannucci, il quale va ad arricchire la traccia n. 7, Giorni Solitari, con la sua voce energica e aspra. Marco Amore marcoamore2015@gmail.com http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21614 Tirano. Il “Tananai” torna per riempire l’inverno di storie, immagini e teatro Compie tre anni il “Tananai”, la rassegna di teatro per le famiglie promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Tirano e organizzata dal Zanubrio Marionette, la compagnia professionistica di Teglio nata tra la Valtellina e la Romagna. Inizia, come di consueto, nel mese di novembre per offrire alle famiglie, ai bambini e alle bambine di Tirano e dintorni racconti storie e immagini nel corso di 5 spettacoli creati per bambini, ma scelti sempre con uno sguardo anche agli adulti e spaziando fra i generi. Cinque le compagnie ospiti – dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia Romagna – che fino alla primavera, si alterneranno a raccontare vicende antiche, immaginarie, buffe o tristi che stimolano la fantasia e la creatività. Tananai è una stagione per il pubblico più piccolo ma curata nella qualità delle proposte selezionate per offrire ai suoi spettatori la possibilità di scoprire e immaginare attraverso le emozioni del teatro e in un momento condiviso con gli altri. Si parte domenica 12 novembre con un’Ode alla vita della giovane compagnia Rodisio (CO): una coppia di simpatici vecchietti racconta la propria vita quotidiana, fatta di semplicità e di purezza dei sentimenti, di lentezza. Ma la calma apparente esplode in un’inaspettata trottola di vivacità e di brio che si conclude con una festa da ballo animata dall’energia del pubblico. Un omaggio ai bambini piccoli e alla loro forza d’immaginazione, nato in collaborazione con teatri di tutta Europa (Unicorn Theatre a Londra, Espace600 a Grenoble, Centre d’Animation de la Cité a Losanna e il Teatro alla Corte di Collecchio). Ad allietare le vacanze natalizie sabato 30 dicembre le Storie selvatiche della compagnia La Voce delle Cose (BG): fiabe tradizionali italiane, le cui storie sono scaldate dall’energia delle persone che le hanno tramandate: per educare, per divertire, per intimidire, per far passare il tempo, per accendere i sogni. Protagonisti gli animali – topi, volpi, lupi, oche, galli e galline – che vivono le loro avventure in un mondo senza tempo evocato da oggetti della vita quotidiana e piccoli strumenti musicali che guidano gli spettatori ad immergersi nell’atmosfera del bosco. Domenica 28 gennaio, nei giorni della merla, ci si riparerà al caldo partecipando alle vicende di Arlecchino e la strega Ròsega Ramarri presentati dalla Compagnia Paolo Paparotto (TV) e accompagnati da una schiera di burattini tradizionali veneti che popolano l’enorme e bellissima baracca. Ammaliati da filtri e incantesimi arrivano proprio tutti: Pantalone, Brighella, Colombina… incluso il terribile drago. Uno spettacolo amatissimo e premiato al festival mondiale di Praga 2007 come “miglior spettacolo per bambini” e “migliore scenografia e burattini”. Domenica 25 febbraio arriva da Ravenna la Compagnia Drammatico Vegetale che con figurine e ombre racconta Quattro volte Andersen. Fiabe note e meno note del famoso autore danese escono da una scatola di cartone piena di ricordi (un pisello rinsecchito, un vecchio soldatino, la scatola stessa trasformata in teatrino di figure, un paio di forbici) e si mettono a raccontare. A chiudere la rassegna, la compagnia Zero Beat (MN): negli ultimi giorni d’attesa della primavera, domenica 11 marzo, arrivano i viaggiatori della sfera magica, una mongolfiera strampalata che finisce nel Mondo Piatto Lontano da Oz e che deve riprendere il volo per rientrare a casa o fare ritorno nel mondo colorato di OZ… non senza qualche imprevisto. Gli spettacoli si tengono all’Auditorium “Trombini” (presso l’Istituto comprensivo di Tirano, Viale Cappuccini-Angolo Via Pedrotti) alle ore 16:30. Ingresso 5€ – prevendita presso la biblioteca di Tirano (mar-sab: 9-12 | 14-18), dal martedì precedente lo spettacolo. Domani 07/11/17 inizio prevendita. Info: Biblioteca “Arcari” Tirano 0342 702572 - biblioteca@comune.tirano.so.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=83&cmd=v&id=21611