News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Renato Ciaponi. 110 anni, ma non li dimostra|La Fiera del Bitto di Morbegno e il Concorso caseario provinciale Siamo a 110. 110 concorsi che dai primi anni del 900 hanno portato a Morbegno le migliori produzioni casearie della provincia di Sondrio. Commissioni di esperti che hanno assaggiato, che hanno espresso giudizi per decretare il miglior Bitto d’annata, il miglior Valtellina Casera, il miglior Latteria. Un tempo le categorie erano anche: formaggio grasso tipo Bitto, formaggio semigrasso o magro. Ed è proprio in un verbale del 1910 che si vede come la valutazione del Bitto teneva presente alcune caratteristiche ancora oggi utilizzate per determinarne la qualità: (…) La Giuria, composta dai signori prof. Gorini della Scuola di Zootecnia e Caseificio di Reggio Emilia, Melazzini della cattedra di agricoltura, Molteni e Del Nero Tommaso, negozianti di formaggio di Morbegno, nel mentre ha dovuto riconoscere i pregi intrinseci del formaggio Bitto quali sapore delicato e profumato, morbideza e butirrosità della pasta, ha pur dovuto rilevare i difetti non gravissimi quali: irregolarità d'occhiatura in generale, conservazione trascurata della cotica o crosta (muffe, fenditure) da parte di qualche espositore (…) Da diversi anni partecipo alla commissione di valutazione e ho visto sempre migliorare la metodica di valutazione. Ricordo le commissioni in piedi intorno al tavolo all’interno della casera. Si valutava la partita, si tagliava una forma, si guardava l’occhiatura e poi si assaggiava esprimendo un giudizio globale. I giudizi erano semplici: buono, un po’ amaro, troppo amaro, un po’ salato, salatissimo, odore sgradevole, profumo buono, profumo intenso senza declinare i vari odori percepiti, senza definire l’intensità dell’aroma. Esperienze positive maturate anche insieme a persone che purtroppo ci hanno lasciato e che in questa occasione voglio ricordare: il dinamico Campodoni, grande esperto zootecnico, il veterinario Caretta, la dottoressa Carini e la dottoressa Lodi del CNR, grandi esperte casearie, il professionale Colli, esperto battitore e per ultimo il sempre disponibile Aldo, l’uomo della casera. Anni che hanno visto l’esposizione dei formaggi e quindi il lavoro della commissione, in posti diversi: nella casera comunale, nel locali della mensa sociale, nei vecchi locali della scuola materna di S. Antonio, nella chiesa di S. Antonio, nella palestra dell’Istituto Tecnico Commerciale, in una casera in cartongesso costruita al polo fieristico fino ad arrivare alla nuova struttura refrigerata che da una decina di anni viene montata e smontata e che quest’anno è stata posizionata all’ingrasso del struttura della mostra. Negli anni 90, dopo il primo corso per assaggiatori di formaggio organizzato a Sondrio il lavoro della giuria è diventato più impegnativo. Il giudizio globale è stato sostituito da una scheda studiata dall’ONAF (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi) utilizzata in tutti i concorsi nazionali, che permette una valutazione più dettagliata. Il 60% del punteggio viene assegnato alle caratteristiche gustative, il 30% all’aspetto visivo ed il rimanente 10 % alle le caratteristiche tattili. Questo comporta che un formaggio pur visivamente non perfetto per un'occhiatura troppo grossa o assente e eccessiva o con la presenza di sfoglia, possa comunque essere premiato avendo ottenuto un punteggio altissimo per l'aspetto gustativo. La sola visione della forma tagliata, non permette un giudizio corretto e spesso il visitatore che guarda i formaggi in esposizione si meraviglia del primo premio ottenuto da un formaggio con caratteristiche visive non perfette. Vediamo allora in dettaglio come vengono assegnati i vari punteggi per la categoria Bitto. - Esame esterno della forma per un totale massimo di 10 punti. La commissione esamina la partita presentata, composta da due forme, una delle quali scelta dal produttore per il taglio successivo. La valutazione tiene presente la cura prestata al formaggio durante la stagionatura. In particolare si valuta lo scalzo, che deve essere concavo con spigoli vivi. La crosta deve essere liscia, omogenea, non presentare screpolature, macchie, muffe. - Esame delle caratteristiche della pasta per un totale massimo di 30 punti. La forma viene tagliata lungo la diagonale e si valutano le caratteristiche della pasta: il colore (da 4 a 10 punti), l’occhiatura (da 4 a 10 punti), la consistenza (da 4 a 10 punti). La pasta si deve presentare di un colore omogeneo dal bianco al giallo paglierino, senza sfoglie, strappi, lacrime. L’occhiatura deve essere non eccessiva, piccola e rada. La consistenza viene valutata al tatto, con una leggera pressione delle dita. Per un bitto giovane la barretta di formaggio, tagliata verticalmente in modo di lasciare sia la crosta superiore che inferiore, deve mostrarsi al tatto morbida e leggermente elastica. - Esame olfattivo e gustativo per un totale di 60 punti. Si esprime un giudizio sull’odore percepito con il naso e l’aroma percepito in bocca, utilizzando anche la retroolfazione dopo una lenta masticazione (massimo 20 punti). Si cerca di definire gli odori, per poter capire se appartengano alle caratteristiche di tipicità del prodotto e che comunque non devono creare sensazioni sgradevoli, odore eccessivo di stalla, di animale. Si passa al sapore (dolce, salato, acido e amaro), muovendo i pezzettini rotti con la masticazione su tutta la lingua che percepisce le sensazioni di sapidità in punti diversi (massimo 20 punti). Infine le caratteristiche strutturali che il formaggio presenta durante la masticazione: durezza, plasticità, friabilità, solubilità, adesività, granulosità (massimo 20 punti). Gli odori devono essere piacevoli, tipici, creando sensazioni armoniche. Così anche il sapore deve dare piacevolezza in bocca. Le sensazioni di sapidità devono essere in equilibrio. L’amaro, l’eccesso di salinità o di acidità penalizzano notevolmente il punteggio. La struttura deve essere morbida, solubile, non adesiva e granulosa. I giurati, tutti formati attraverso i corsi dell'ONAF, seduti intorno ad un tavolo, ricevono il campione di formaggio e dopo attenta valutazione esprimono il proprio giudizio per le sette caratteristiche precisate sopra. Segue una breve discussione, alla fine il presidente, facendo sintesi delle varie osservazioni propone un punteggio che può essere condivisi o meno. In caso di mancata unanimità, succede raramente, viene assegnato il punteggio espresso dalla maggioranza. La sommatoria del punteggio delle sette caratteristiche determina il punteggio finale che generalmente va da 60 a 80. La commissione ha poi la facoltà di proclamare il Bitto Super nell'eventualità che un formaggio abbia raggiunto un punteggio molto alto: 85/95. Come si può vedere i giudizi riportati nel verbale del 1910 non sono cambiati, sono stati sostituiti da giudizi più analitici e dettagliati, ma anche la valutazione attuale premia i formaggi che hanno un sapore delicato, un odore piacevole, una particolare morbidezza e butirrosità, un’occhiatura corretta e la mancanza sulla crosta di fenditure e muffe, come specificato nel verbale d'allora. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 14 ottobre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21559 L'organizzazione del Grappolo d'Oro di Chiuro pronta per la manifestazione Chiuro – Proseguono i preparativi a Chiuro per il 34° “Grappolo d'Oro” quest'anno in calendario dall'8 al 17 settembre (programma). Mentre la pagina facebook dell'evento si appresta a superare quota 1.000 fan, a dimostrazione dell'interesse che suscita la manifestazione, l'organizzazione fa il punto sulla situazione. «Lo sforzo organizzativo è notevole, ma la soddisfazione viene ripagata dagli ospiti che partecipano ai tanti eventi del Grappolo, che vediamo come strumento di promozione del territorio soprattutto fuori dai confini provinciali. In questo senso la comunicazione è l'aspetto nel quale ci stiamo impegnando maggiormente e crediamo che il ritorno mediatico che ne traiamo sia a vantaggio di tutti. Il paese ha tante anime e mille sfaccettature che in questa festa vi invitiamo a scoprire. Anche i cittadini di Chiuro e Castionetto sempre più dimostrano di apprezzare le scelte qualitative della manifestazione e questo non può che farci piacere». (Tiziano Maffezzini - Sindaco di Chiuro) «Di fronte ad un impegno come quello richiesto dal predisporre un evento del genere le aspettative non possono che essere alte. Anche per questo cerchiamo di puntare sulla qualità dell'appuntamento e non solo sull'aspetto culinario, in stretta sinergia con l'Amministrazione comunale che ci aiuta non solo sostanzialmente, ma anche operativamente. Ma tutto ciò non sarebbe possibile senza i nostri volontari, che nell'arco dell'evento arrivano a toccare il centinaio di persone coinvolte. Senza dimenticare le altre associazioni e attività del paese e non che collaborano per la buona riuscita della rassegna, che gode del patrocinio della Provincia di Sondrio: Coro Montagne Mie, Assocazione Amici degli Anziani, Viale della Formica, Gruppo Sportivo, Biblioteca Comunale “Luigi Faccinelli”, Protezione Civile, Gruppo Alpini, case vinicole e ristoranti di Chiuro, Consorzio Tutela Vini Valtellina, Associazione Valtellina Intagliatori, Consorzio Turistico Sondrio e Valmalenco. Fondamentale il contributo di Bim e Comunità Montana Valtellina di Sondrio e degli sponsor privati: Latteria di Chiuro, Paganoni Bresaola, CLR, MIDA, Dolciaria Valtellinese, Mobilificio Botacchi, Folini Arredamenti, Publihouse, OSAM». (Donatella Moretti - Presidente Pro Loco Comune di Chiuro) Chiuro, paese ricco di storia – le origini del paese si perdono in epoca preistorica – e tradizioni enogastronomiche, si trova sulla sponda destra del fiume Adda a pochi km da Sondrio, in Lombardia. Posto allo sbocco del torrente Val Fontana è un borgo immerso nella natura, circondato dalle montagne e dominato da frutteti e vigneti, che, con i loro suggestivi terrazzamenti del versante retico, rendono unico il paesaggio della Valtellina. Il suo ricco passato ha lasciato numerose tracce che impreziosiscono il centro storico. Ideale punto di partenza per escursioni e passeggiate, offre al turista preziosità naturalistiche ed esperienze all'insegna della tradizione enogastronomica. Per informazioni e prenotazioni: Biblioteca comunale “Luigi Faccinelli” di Chiuro Tel. +39 0342 484213 Lunedì, martedì, giovedì e venerdì 9–12 e 15–18:30, sabato 9–12 www.prolocochiuro.it www.facebook.com/grappolodorochiuro http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21446 Renato Ciaponi. Ardenno: Tre generazioni unite per produrre l'olio dell'Elfo Si chiama olio dell’Elfo e nasce dalla prima piantagione di ulivi messi a dimora in bassa valle nel 1999. L’etichetta verde, con un piccolo elfo che tiene in mano un rametto di olive dice “colline degli Elfi dal 1999 - olio extra vergine di oliva - Azienda agricola Folini - Ardenno”. Ma assolutamente nessun riferimento alla mitologia nordica, e nemmeno al simbolo dell’aria, del fuoco e della terra. Semplicemente le iniziali di Elisa Folini, giovane figlia di Giuseppe e nipote di Cesare nata nel 1999. La terza generazione di una famiglia che ha creduto nell’innovazione e che alla fine degli anni 2000 ha sostituito le viti di un terrazzamento con una piantagione di ulivi. Tre pertiche di terreno, sedici gradoni, calpestati per anni dall’anziano Cesare che ha sempre avuto una grande passione per la sua vigna ma che purtroppo l’età avanzata ha richiesto un radicale cambiamento. «Una sfida che ho voluto tentare perché ero stanco della vigna, anche se sinceramente mi è dispiaciuto cambiare», mi racconta Cesare. «Ero affezionato, ma la vigna costa troppa fatica, poi è soggetta a diverse malattie, gli ulivi sono più resistenti, richiedono meno attenzione, così ho deciso. Era il 1998, grazie ad un contributo della Comunità montana ho iniziato a estirpare le viti e a sostituirle con ulivi. Ho iniziato con 70 piante che venivano da Pistoia, poi altre 70 fino ad arrivare a 140 alberi da frutto che dovrebbero fruttare in piena produzione 3 tonnellate di olive a raccolto. Inizialmente volevo metter piccoli frutti, ma poi l’ulivo m’ha affascinato. Mi dicevano tutti, che ero un po’ matto ma io son andato avanti, scontrandomi anche con le gelosie dei produttori del lago cui avevo chiesto informazioni per iniziare». «Devo ringraziare» prosegue «l’amico Fulvio Briotti di Chiuro che possiede due uliveti in Toscana che mi ha consigliato e aiutato. Ricordo ancora il primo olio prodotto, erano tre litri, che non posso neanche dire che derivassero dalle mie olive. La quantità di olive era così limitata che nel frantoio di Lenno sono state miscelate con altre olive della zona del lago. Per avere il mio olio ho dovuto aspettare altri anni, quando ho avuto una produzione più alta, circa due quintali». Poi Cesare mi mostra con orgoglio la fotocopia di un articolo di un vecchio numero di Centro Valle che parla di lui, che racconta la sua storia. “SPUNTA IL PRIMO ULIVETO IN VALLE”, …chissà mai che fra qualche anno, fra le bresaole, i vini, i formaggi, le mele di Valtellina non compaia anche sul mercato l’olio di oliva e chissà che come quello per esempio prodotto sulle rive del lago non riesca ad entrare nel paradiso dei prodotti doc. Nessuno l’avrebbe mai detto ma anche in Valtellina è possibile coltivare ulivi e avere ottimi frutti... Toglie, dalla cartelletta di plastica, un'altra fotocopia. “È NATO IL PRIMO OLIO VALTELLINESE” …Quest’anno e nato il primo olio di oliva interamente nostrano, prodotto sui nostri terrazzamenti che per anni hanno accolto vigneti. Il raccolto è stato eccezionale, 178 kg per produrre 25 kg di ottimo olio spremuto presso il frantoio di Lenno in provincia d Como… Rimette con cura in una cartelletta di plastica le due fotocopie e continua a raccontarmi della sua piantagione: «…ma ormai sono vecchio, non riesco neppure ad andare a trovare le mie piante, tutto è passato nelle mani di mio figlio Giuseppe e di mia nipote Elisa». Giuseppe ha ascoltato in silenzio la nostra conversazione, senza mai interrompere, rispettando e condividendo le parole del padre, poi m’invita a fare una passeggiata tra gli ulivi. E lì in mezzo al verde delle piante dove i piccoli boccioli floreali incominciano ad aprirsi, mi mostra le creature del nonno, passate sotto le sue attente cure. Ormai sono passati quasi vent’anni, la produzione è aumentata, non sono più i 178 chilogrammi, il raccolto 2016 è stato di 12 quintali con una produzione di circa 120 litri di olio. «Ho dovuto eliminare diverse piante, erano state messe troppo strette e dalle 140 iniziali sono arrivato a 110; dovrei toglierne ancora, ma mi dispiace, mi piange il cuore dover tagliare altre piante». Poi mi mostra il sistema di potatura adottato che tende a privilegiare la parte esterna della pianta, liberando la parte più interna in modo da portare la fruttificazione nelle zone più esposte al sole. «Ci vuole tempo, per fare un buon lavoro», mi dice, «ma la potatura è molto importante per avere una produzione maggiore e soprattutto per avere olive di qualità. Io sono un metalmeccanico, ho imparato da solo, leggendo libri, cercando su internet, chiedendo informazione a chi è più esperto. La potatura e la raccolta sono i lavori più impegnativi, poi occorre tagliare l’erba, qualche trattamento a base di rame, dopo la raccolta e dopo la potatura, non sempre necessari, comunque sicuramente meno impegnativo della vite». Camminiamo in mezzo alla piante, su questi gradoni, realizzati anticamente, che hanno sempre visto le radici delle vite e che oggi iniziamo a vedere una coltivazione diversa. Attorno a noi si vedono alcune vigne coltivate, altre abbandonate, trasformate in bosco. Penso alla fatica di nonno Cesare nell’estirpare le viti, nel preparare le buche per il nuovo impianto, nel trasportare il letame con la gerla per la concimazione. Ma penso anche alla soddisfazione di Giuseppe nel lavorare un terreno che viceversa sarebbe stato abbandonato, destinato ad un degrado pericoloso. Giuseppe mi parla ancora della necessità di collaborazioni con le istituzioni, con le associazioni, dell’importanza della comunità montana nell’organizzare i corsi per la potatura, soprattutto per tutti i giovani che vogliono iniziare, della necessità di avere un frantoio più vicino, utilizzabile da tutti i produttori del nostro territorio, per abbassare i costi ma anche per avere un’immagine più completa dell’olio della Valtellina. Ma soprattutto insiste sull’importanza di incentivare questa coltivazione per evitare l’abbandono dei terrazzamenti dove la coltivazione della vite risulta antieconomica, per creare una risposta concreta nella difesa del territorio e nel creare un ambiente anche bello dal punto di vista estetico. Poi il discorso si sposta sull’aspetto economico. «Io sono soddisfatto» mi dice: «riesco a vendere tutto il mio prodotto, a Sapori di Montagna, una azienda di distribuzione di prodotti tipici, senza più preoccuparmi della vendita diretta. Il prezzo è buono, potrebbe essere anche di più, se paragonato a quello degli oli del Lago che solo perché hanno la Dop sono venduti a 30 euro al litro. La qualità del nostro olio è elevata. Non hanno niente da invidiare alle dop del Lario. I nostri costi sono alti. Partiamo da un costo per l’estrazione di 20 euro ogni quintale di olive, cioè circa 2 euro ogni litro d’olio, poi c’è la bottiglia, l’etichetta, il trasporto… Però io sono contento». Sorride e mi parla del suo sogno: creare una piccola azienda per la figlia Elisa, giovane studentessa dell’istituto tecnico agrario. «Oltre l’uliveto, abbiamo una decina di capre camosciate. Mi piacerebbe aumentarle, creare una stalla di una quarantina di capi; poi mettere una decina di arnie, che potrebbero anche essere utili per le piante di olivo, e così formaggio, olio, miele, potrebbe portare un reddito per una ragazza che ha la passione per l’agricoltura». Lasciati gli ulivi Giuseppe mi presenta Elisa, la terza generazione di una famiglia ancora legata all’agricoltura. Elisa sta finendo la lavorazione di una piccola cagliata derivante dal latte di capra ed è pronta per andare con il padre a mungere le capre. Le chiedo “dove ti vedi, tra dieci annio?” Mi sorride, i suoi occhi verdi si illuminano, ci pensa un po’ e poi mi dice: «in un’azienda mia, dove poter produrre formaggi caprini, miele e, naturalmente, l'olio extravergine dell’Elfo!» Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 19 maggio 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21211 Valtellina Adda Festival 2017 Il “Contratto di Fiume” è un progetto molto interessante e particolare mediante il quale la Comunità Montana Valtellina di Sondrio è riuscita a coinvolgere tutti i soggetti che svolgono delle attività legate al fiume Adda. Un’azione di coordinamento importante che vuole creare sinergie fra i diversi soggetti ed armonizzare le politiche di rinaturalizzazione del fiume e di salvaguardia con quelle della fruibilità di questi areali. È in questo ambito che nasce “Valtellina Adda Festival”: il fiume Adda è un fil rouge che lega attività sportive, naturalistiche e culturali. Il mese di maggio sarà quindi all’insegna delle manifestazioni promosse dalla Comunità Montana e che vogliono aprire finestre nuove su ambienti in genere poco frequentati: occasioni in molti casi veramente imperdibili. Il Valtellina Adda Festival si apre con il weekend del 29-30 aprile con delle offerte veramente interessanti: SPORT Le Associazioni Polisportiva Albosaggia e AddaVi organizzano in località Bordighi “Open day di canoa – Laghetto Venina” dalle 14:00 alle 17:00 di Sabato e dalle 10:00 alle 16:00 di domenica. CULTURA Il Comune di Castione Andevenno dischiude le sue porte per svelare aspetti assolutamente poco noti, ma di notevole interesse, del suo territorio. Poiché il tema centrale è l’Adda non si può, ovviamente, che partire dall’acqua, risorsa basilare per la Valtellina, forza generatrice per l’agricoltura e motrice per le attività artigiane. Il Mulino della Rusina è una testimonianza dell’importanza dell’acqua e del suo sfruttamento. Un bene etnografico acquistato dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio che lo ha completamente restaurato per trasmettere un sapere antico, per salvaguardare e documentare l’attività e una tecnologia semplice ma non banale. Il Mulino della Rusina si trova a Castione Andevenno, in località Vendolo, e sarà visitabile, gratuitamente, nelle giornate di sabato 29 e di domenica 30 aprile dalla ore 9 alle 12 e dalla 14:30 alle 18:00. Presso il Mulino sarà disponibile anche una piccola pubblicazione illustrativa molto interessante. Il Comune di Castione Andevenno, che ha in gestione il Mulino ed organizza l’evento, si è preso carico, grazie alla collaborazione della Pro Loco, anche della realizzazione di un percorso guidato nei luoghi più significativi del paese. È questa un’occasione per osservare, con l’aiuto di esperti, le incisioni rupestri in località Ganda (area Sassella – Grigioni) o le particolarità delle architetture rurali della zona. Le visite guidate, durano circa due ore, avranno come punto di ritrovo il Municipio alle ore 14:30. Una visita verrà effettuata sabato e replicata il giorno successivo. Giampaolo Palmieri http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21157 Sondrio. Cena a lume di candela|Sabato 25 con WWF Valtellina Valchiavenna e La Bottega della Solidarietà sabato 25 marzo, ore 20:30/21:30 evento internazionale WWF – EARTH HOUR 2017 Sondrio- CENA A LUME DI CANDELA Anche quest’anno l’Ora della Terra lascerà al buio monumenti, luoghi simbolo, sedi istituzionali, uffici, imprese e abitazioni private di tutto il mondo, coinvolgendo cittadini, istituzioni, imprese e testimonial, quale momento simbolico a favore del Pianeta e alla lotta ai cambiamenti climatici. Grazie all'accordo con Altromercato, la maggiore organizzazione del Commercio Equo e Solidale in Italia e tra le principali a livello internazionale, il WWF Valtellina Valchiavenna organizza con La Bottega della Solidarietà di Sondrio la Seconda “Cena a lume di Candela”. Diffondere una nuova cultura della sostenibilità e sensibilizzare il grande pubblico sull’adozione di stili di vita orientati da una crescente consapevolezza ambientale, etica, sociale ed economica: è questo l’obiettivo dell’alleanza fra le due Associazioni. Il contrasto al cambiamento climatico e la lotta per preservare la biodiversità , con le loro connessioni con i sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo, sono i temi su cui, per i prossimi tre anni, si focalizzerà l’azione comune nell’ambito della campagna sociale di Altromercato “Insieme creiamo un altro vivere”. #unaltrovivere Attraverso azioni semplici e concrete, che ciascun consumatore può compiere a livello individuale e collettivo, Altromercato, insieme al WWF Italia, si propone di mobilitare la società civile per dimostrare che un altro mondo è possibile: un mondo più giusto, sostenibile, attento all’ambiente, ai diritti, al lavoro e alla solidarietà sociale. Sabato 25 marzo, in tutto il mondo e nei principali monumenti del pianeta, si spegneranno simbolicamente le luci per un’ora, dalle ore 20:30 alle 21:30, e in Italia, oltre agli spegnimenti di monumenti simbolici in tutto il paese, si festeggerà con la più grande cena sostenibile e solidale a lume di candela. Così faremo anche a SONDRIO: appuntamento ore 20 al ristorante “La Buona Luna” in via Mazzini, 7 Il menù sarà a base di materie prime equosolidali e biologiche. Quota partecipazione: 25 euro Prenotazione obbligatoria entro il 23 marzo a La Bottega della Solidarietà -Sondrio- 0342 567310 o per mail: bdmson@tin.it Vaninetti Villiam responsabile WWF Valtellina Valchiavenna http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=21026 Un corso per conoscere il mondo delle api e diventare apicoltore|Al via l’edizione 2017 che si terrà a Faedo Valtellino Sono ormai al via i corsi che puntualmente, ogni anno, vengono organizzati dall’Associazione Produttori Apistici della Provincia di Sondrio. Il corso è rivolto a tutti quelli che sono attratti dal mondo delle api e lo vogliono scoprire avvalendosi della guida di docenti particolarmente esperti e preparati. L’attività apistica non può essere affrontata in modo superficiale ed inconsapevole perché si rischia di incorrere in brucianti disavventure, oltre a mettere a rischio la sanità degli apiari limitrofi. La serie di lezioni è quindi realizzata per fornire le informazioni e gli strumenti conoscitivi necessari per poter operare consapevolmente. Negli anni la complessità del mondo dell'apicoltura è notevolmente cresciuta, di conseguenza abbiamo aumentato il numero degli incontri per poter presentare le diverse problematiche. Gli appuntamenti previsti in questa edizione del 2017 sono ben 16, suddivisi in 5 moduli. Quattro lezioni prevedono la pratica in apiario. I docenti che si alterneranno sono 9, tutti con un bagaglio di esperienze e competenze molto interessanti e tali da fornire complessivamente un approccio didattico differente e un quadro esaustivo. Alcuni, come la Dr. Carla Gianoncelli (una delle maggiori esperte nazionali nel campo del miele e, da molti anni, responsabile del laboratorio per le analisi del miele della Fondazione Fojanini) e Giampaolo Palmieri possiedono un'esperienza didattica pluridecennale; altri, come Marco Moretti, Fulvio Muttoni, Cleto Longoni e Giuseppe Mottalini, portano in dote una notevole esperienza professionale e semi-professionale, mentre i tecnici, Dr. Silvia De Palo e Dr. Cristian Moretti, hanno un solidissimo retroterra culturale e scientifico in tema apistico e l'entusiasmo e la freschezza della gioventù. Il corso è riservato a 50 persone, secondo la data di iscrizione. Ulteriori richieste verranno accolte con la riserva dell'individuazione di soluzioni logistiche od organizzative alternative. Sul sito www.apicoltori.so.it nella sezione “I corsi” è disponibile il calendario delle lezioni. La prima lezione è programmata per martedì 24 gennaio 2017 alle ore 20:30; gli incontri si succederanno con cadenza settimanale, di martedì, a Faedo Valtellino presso la sala “Bettini” - Aula magna del Corso di Laurea di Infermieristica. Gli incontri pratici in apiario cominceranno invece sabato 8 aprile e si svolgeranno, tempo permettendo, generalmente di sabato mattina. A chi partecipa ad almeno 10 lezioni sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Alla fine del seminario chi vorrà intraprendere l'attività apistica ed iscriversi all'APAS, potrà avvalersi di un apposito servizio di “tutoraggio” nato per sostenere le nuove realtà apistiche. Associazione Produttori Apistici della Provincia di Sondrio http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=20826 Renato Ciaponi. L'uomo che accarezzava i formaggi|Un ricordo di Primo Ciapponi che è anche l'affresco di un'epoca L’ultima volta che l’ho visto era seduto sulla panchina all’esterno del suo negozio, con le spalle appoggiate al muro portante della storica bottega, quasi a proteggerla, quasi a non volerla abbandonare, a sostenerla ancora con la sua esperienza. Seduto in bellavista vicino al fratello Dario, chiacchierava e sorrideva ai tanti conoscenti che si fermavano a salutarlo. Mi sono fermato anch’io e mentre mi parlava, nei suoi occhi ho notato la felicità di poter comunicare ancora con qualcuno, ma anche la rassegnazione di una vita ormai alla conclusione, il meritato riposo, ma forse il desiderio di essere ancora dietro il banco a tagliare il formaggio migliore per i suoi clienti. Ho sempre avuto un’ammirazione particolare per questo negozio. È qui che per la prima volta ho assaggiato un Bitto di dieci anni. Erano i primi anni 90. Da poco mi interessavo di formaggi dopo aver frequentato il primo corso ONAF per assaggiatori di formaggio. Dovevo scrivere un articolo per la rivista Valtellina Magazine ed entrambi i fratelli mi avevano accolto calorosamente cercando di spiegarmi in poco tempo tutti i segreti del Bitto. Mentre mi raccontava i pregi di questo meraviglioso formaggio, Primo, ha preso con delicatezza una forma di Bitto invecchiata, l’ha appoggiata sul tavolo della cantina tenendola in verticale, l’ha accarezzata, poi l’ha appoggiata sul tavolo continuando ad accarezzarne la faccia superiore, invitandomi a sentire la consistenza e la levigatezza della superficie. “Non tutte le forme sono adatte per essere invecchiate” mi diceva continuando ad accarezzare il formaggio “bisogna saperle scegliere, bisogna sapere come le vacche sono state alimentate, in quale periodo il latte è stato prodotto, quanto latte di capra è stato usato”. Lui sapeva scegliere, conosceva tutti gli alpeggi delle valli del Bitto, conosceva tutti i caricatori, sapeva in quale periodo le vacche pascolavano le erbe migliori di quel determinato alpeggio e così poteva scegliere le migliori forme da portare nelle cantine del negozio per iniziare quel rito di stagionatura che iniziava appena le forme arrivavano a Morbegno e che soli li, in quegli anni si potevano trovare. Già, le famose cantine di “Ciapun”, che scendono di due piani per circa 10 metri, dove le migliori forme di Bitto delle valli vicine iniziano la loro stagionatura che può durare anche 10 anni. Un continuo lavoro di raschiatura, di ribaltamento sia delle forme sia delle assi sulle quali sono poste, di cure particolari, di stagionature, di forme poste in verticale su appositi scaffali, dove ogni tanto vengono ruotate leggermente come per la lavorazione dello champagne. Le cantine dove la temperatura è per tutto l'anno dagli 8 ai 13/14 gradi, con volte a muratura a secco, con pavimentazioni differenziate (piattoni o ghiaia) a seconda del prodotto da stagionare, perfettamente areate tramite finestre che danno direttamente all'esterno. Le stesse cantine che durante la guerra venivano utilizzate come rifugio, durante le incursioni aeree, sia dagli abitanti della casa che dai clienti che si trovavano in negozio. Così mi raccontava mostrandomi con orgoglio gli spazi dove le sue creature si trasformavano lentamente. Ho un altro piacevole ricordo di Primo. Durante una mostra del Bitto di quegli anni Primo e Dario erano stati invitati per il taglio di una forma di Bitto di dieci anni. Ricordo uno spazio sotto un tendone, colmo di gente, le telecamere di Raitre che riprendevano l’evento, l’emozione e la sicurezza di Dario e di Primo, le loro mani che accarezzavano la forma, che segnava per mezzo di un righello e di un coltellino una riga precisa, il silenzio quasi sacro del pubblico e poi il rito di un’arte che non tagliava ma scolpiva la forma fino ad avere due mezze forme perfette e il clamoroso applauso del pubblico. Ricordo Primo sorridente. Guardava nella telecamera quasi incredulo dell’interesse che aveva suscitato. Eravamo nei primi anni novanta, quando pochissimi negozi valtellinesi puntavano sulla valorizzazione dell’enogastronomia valtellinese, quando molti piccoli negozi di paese erano già stati chiusi o trasformati secondi i nuovi modelli commerciali dove il self service aveva annullato il rapporto cliente/negoziante. Ma Primo e Dario non hanno cambiato, hanno continuato a ricevere i lori clienti nella bottega, togliendo dagli scaffali i vari prodotti, incartandoli nelle vecchie carte per alimenti, conversando con loro e tagliando con cura il formaggio richiesto raccontandone le caratteristiche. Con molta lungimiranza avevano creduto nella tradizione, e non hanno mai trasformato il loro negozio. Ma soprattutto hanno creduto nei prodotti di qualità del nostro territorio, cercando di valorizzarli nel modo migliore, trasformando la bottega in un luogo di rispetto per la cultura contadina e soprattutto per quella casearia. E così, ancora oggi i figli Alberto e Paolo continuano a gestire la bottega nello stesso modo presentandola ai clienti come un luogo magico dove si respira il sapore degli alpeggi e della vita contadina, dove mobili e suppellettili rustici ed antichi sono utilizzati per esporre la merce. Un intreccio tra il vecchio e il nuovo dove, nel tipico arredamento del bottegone di una volta, con i cassetti con i numeri di porcellana dipinti a mano, le vecchie originali antine a vetrina dei vari scaffali, trovano posto i migliori prodotti valtellinesi: il miele, la pappa reale e propoli, i funghi, le grappe (secche, aromatiche, giovani, vecchie, al lampone, alla fragola), i vini delle principali cantine valtellinesi, esposti nelle cantine sotto il negozio, gli amari, i biscotti, le bisciole, le farine gialle o di grano saraceno rigorosamente macinate a pietra,le marmellate, le caramelle dell'Alta Valtellina. Tutto come una volta. Tutto come quando il negozio era gestito da Emilio e Paolo (padre di Primo e Dario). Tre generazioni che si sono tramandate quell'amore per la terra ed i suoi prodotti genuini, tre generazioni che hanno trasformato nel tempo la vecchia bottega dell'orologio anche in un piccolo museo dove la cultura contadina trova spazio tra una forma di formaggio, una bottiglia di vino, una bottiglia di grappa. Ciao Primo, grazie per aver dedicato la tua vita ai prodotti del territorio, ai formaggi delle valli del Bitto, grazie per aver fatto conoscere il nostro territorio a tante persone. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 5 settembre 2016) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=20386 Sondrio. “Cantina al Buio”|AltRaValtellina a “Scarpatetti Arte” con l'Unione Ciechi L'Associazione Culturale Scarpatetti Arte, l'Unione Ciechi ed Ipovedenti della provincia di Sondrio con i volontari dalle Sezioni di Como e Varese, l'APS per il Turismo Responsabile AltRaValtellina propongono insieme “Cantina al Buio”: un nuovo ed originale evento che consente di avvicinare le persone alla tematica della cecità e condividerla almeno per un momento, attimo in cui tutti avremo l'opportunità di sviluppare sensibilità perdute o attutite dal vivere distrattamente. Il veicolo sarà il vino, in un territorio come il nostro dove la viticoltura sta restituendo un'economia rilevante che consente il recupero dei versanti terrazzati con il conseguente beneficio per il paesaggio spettacolare che ci circonda. Il buio come pretesto per avviare un percorso necessario alla convivenza paritaria fra tutti gli esseri umani, atta a sensibilizzare la popolazione ma ancor più perfetta per sviluppare capacità sensoriali normalmente sopite o sottovalutate. L'appuntamento sarà nelle Cantine dell'Azienda Agricola “Marsetti” nelle due giornate della manifestazione “Scarpatetti Arte” in pieno centro storico. Consisterà in una degustazione di vini guidata da un Sommelier e praticata al buio della cantina; le visite saranno regolate con la formazione di due gruppi di cinque persone con una guida non vedente ognuno, seguendo una scaletta di ingresso ogni mezz'ora come descritto nel programma: Corte delle Cantine Marsetti in Scarpatetti a Sondrio » Sabato 16 luglio dalle ore 18:00 alle ore 21:00 con prenotazione a partire dalle ore 17:40 » Domenica 17 luglio dalle ore 15:00 alle ore 18:00 con prenotazione a partire dalle ore 14:40 Ingressi ogni mezz'ora in gruppi di dieci persone (cinque per ogni accompagnatore) I gruppi saranno condotti da persone non vedenti La degustazione sarà guidata da un Sommelier In cantina sarà presente personale di assistenza Costo € 5,00 a persona al momento della prenotazione AltRa Valtellina altravaltellina@gmail.com http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=20183 Geròla. Una giornata sulle Alpi lombarde, tra percorsi guidati e sapori tipici Piattini, assaggi, pranzi itineranti in Valgeròla. Domenica 26 giugno si tiene la manifestazione “Gusta la Valgerola”, di scena i formaggi, la “Mascherpa” Organizza la Pro loco Si riprende a camminare, sostare, degustare in Valgeròla. Domenica 26 giugno la Pro loco della località alpina valtellinese, con il gruppo folk i Giaroi e l'Ecomuseo della Valgerola organizzano la manifestazione “Gusta la Valgerola”, articolato percorso gastronomico a tappe per i borghi, gli antichi locali, e le rivendite storiche del centro montano. L'evento enogastronomico è abbinato alla 13ª edizione della “Sagra della Mascherpa”. Protagonista delle degustazioni questa volta è infatti proprio la Mascherpa, la grande forma di ricotta grassa, rustica, di malga, che viene portata ancora umida di siero vaccino e caprino, dai casari, impegnati nei pascoli alti con le mandrie, avvolta nel panno alle rivendite del paese. Una delle caratteristiche del percorso del gusto, dedicato al formaggio fresco di malga delle Valli del Bitto, è l'unione tra punti di degustazione gestiti dai volontari, all'aperto o in ambienti tipici della tradizione locale, e attività ricettive. Ristoranti, locande, anche il negozio del paese. «In questo modo», spiegano dalla località, «l'impegno alla costruzione dell'evento non trova, a differenza di come succede talvolta, in “competizione” i volontari e le attività. Tutti lavorano per la buona riuscita della manifestazione, e tutti hanno modo di valorizzarsi e trovare il proprio spazio». Si rende omaggio alla mascherpa che a Geròla, “patria” del formaggio bitto, rinomato “grasso d'alpe”, è “tutelata”. Segue precise regole di produzione fissate in un “disciplinare”. Il latte è quello della caseificazione del formaggio Bitto Storico, si utilizza il siero fresco, il riscaldamento è diretto, con fuoco a legna, viene aggiunto a 60, 65 gradi latte intero di capra di razza Valgeròla nella misura del 2%, 5%. Il marchio 'Mascherpa delle Valli del Bitto' è registrato a nome del Comune di Gerola Alta al Ministero dello Sviluppo economico, Ufficio italiano Brevetti e marchi. Ci saranno otto tappe, per degustare aperitivi e manicaretti a base di ricotta, “Ravioli Valgerola” mixati a specialità della cucina alpina: arrosto di vitello, polenta alla piastra, caffè, gelato, digestivo di montagna. Durante tutta la giornata si esibirà l'associazione Fisarmoniche valtellinesi, con brevi concerti, saranno aperte per l'occasione tutte le dimore storiche e i contesti museali dell'Ecomuseo, e al Centro del Bitto gli animatori proporranno per le famiglie attività ricreative. Costo dei pass: 18 euro gli adulti, 12 i bambini e “under 12”, acquisto presso l'ufficio informazioni. Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=20104 Renato Ciaponi. Perché l'IGP ai pizzoccheri prodotti con grano saraceno proveniente dalla Cina? Mi hanno chiesto “ma perché il riconoscimento europeo IGP ai pizzoccheri delle Valtellina? Perché un’indicazione geografica protetta per una pasta fatta con farina di grano saraceno che viene dalla Cina?” Semplice. Perché a differenza della DOP (denominazione origine protetta) dove tutto ciò che concerne l’elaborazione e la commercializzazione del prodotto ha origine nel territorio dichiarato, nel caso del prodotto IGP non tutti i fattori che concorrono all’ottenimento del prodotto provengono dal territorio dichiarato. L’esempio tipico è la Bresaola della Valtellina, prodotto IGP e non prodotto DOP, perché ottenuta da carni di animali che non sono allevati in Valtellina, pur seguendo i metodi di produzione tradizionali e beneficiando, nel corso della stagionatura, del clima particolarmente favorevole della zona. Così anche per le «Rusticane tagliatelle a base di farina di grano saraceno, specialità della Valtellina» (dizionario della lingua italiana Zingarelli) si valorizza e si riconosce il metodo di produzione tradizionale e il territorio dove il prodotto è sempre stato preparato. Entrando nella rotazione agraria biennale dei nostri paesi di montagna (patate, grano saraceno, segale) ha permesso un miglior sfruttamento del poco terreno disponibile ma soprattutto ha dato una nuova risorsa alimentare alla povera cucina dei valtellinesi. Ma se è pur vero che oggi in provincia di Sondrio è sempre più difficile vedere i fiorellini bianchi del grano saraceno o il rosso dei papaveri tra le spighe delle segale, non si può dimenticare che la farina di grano saraceno, opportunamente miscelata ad altre farine, è stata la base di molti piatti della cultura alimentare della Valtellina e Valchiavenna. È importante specificare che l’IGP riguarda il prodotto di base, le tagliatelle o gnocchetti sia preparati secchi che freschi, non riguarda la ricetta. La Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea del 24 maggio 2016 che assegna il marchio IGP (indicazione geografica protetta), stabilisce che i «Pizzoccheri della Valtellina» sono una pasta alimentare derivata dall’impasto di almeno il 20% di farina di grano saraceno in miscela con altri sfarinati e sono da intendersi e da commercializzare sia come pasta secca sia fresca. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea chiude finalmente una lunga storia iniziata nel 2012 con la pubblica audizione presso la Camera di Commercio di Sondrio. L’iter per il riconoscimento si era interrotto al ministero per l’opposizione del Pastificio Annoni di Fara Gera d’Adda, in provincia di Bergamo, che aveva rivendicato l’origine storica della pasta al territorio della bassa Bergamasca chiedendone l’allargamento della zona. Il contenzioso fu chiarito nel 2014 dal Tribunale delle imprese di Milano che stabilì che solo i pizzoccheri prodotti in provincia di Sondrio si possono chiamare «della Valtellina»; ma soprattutto stabilì che l’uso della dicitura «della Valtellina» per quelli prodotti in altre zone geografiche è da considerarsi concorrenza sleale. Una conclusione importante che sancisce anche l’appartenenza storica di una materia prima, il grano saraceno, introdotto in Valtellina dopo il 1600. Grazie al grano saraceno sono nate alcune pietanze nuove che hanno sostituito la monotonia della polenta, delle minestre di latte o di quei “pastoni” fatti con le erbe selvatiche e condite con un po' di lardo: i malfàcc e gli strozzaprèvet, gnocchetti fatti con miscele di farine di grano saraceno e altri cereali, aggiungendo verdure e conditi secondo la tradizione, le manfrigole, piccoli cannelloni fatti con farina di grano saraceno ripieni di formaggi, conditi con il burro fuso, gli sciàtt o i chiscioi, frittelle di farina di grano saraceno contenente un pezzetto di formaggio e fritti nello strutto o nel lardo. Il fugascìun, lasagnette di farina di grano saraceno, di frumento e di segale, cotte in acqua con patate e verze, conditi con burro e formaggio giovane tagliato a fette, servite in una parte del brodo di cottura. O ancora l’introduzione della farina di grano saraceno anche nella preparazione della polenta miscelandola con quella di granoturco. E naturalmente i pizzoccheri. Ma va ricordato che i pizzoccheri, così come vengono preparati oggi, non appartengono alla cultura contadina più autentica. Nel 1798 Lehmann in Die Republik Graubunden, riferendosi alla Valtellina dice: «… il contadino benestante vive bene. Consuma infatti i prodotti della sua terra. Latte, formaggio e burro sono serviti ogni giorno in abbondanza… I Perzockel sono una sorta di tagliatelle fatte di farina e di due uova. La pasta vien cotta nell'acqua, poi si aggiunge il burro e si sparge subito il formaggio grattato…» I pizzoccheri del contadino povero erano fatti invece mettendo nell’acqua bollente assieme alle verze e le patate, piccoli pezzetti dell’impasto di farine e acqua, staccati con le mani o con un cucchiaio (pizzocher col cugiar). Non erano le tagliatelle, la cui preparazione richiedeva un tavolo, spesso mancante nelle case dei contadini più poveri. E così in aggiunta al formaggio per il condimento si usava il lardo o lo strutto e non il burro, che il contadino più povero vendeva e utilizzava con molta parsimonia. Oggi i pizzoccheri sono diventati il simbolo della gastronomia valtellinese, presenti nei menu di tutti i nostri ristoranti e preparati nelle tantissime feste paesane; un numero elevatissimo di piatti che quotidianamente vengono preparati, purtroppo, utilizzando grano saraceno importato dalla Cina, non essendoci in loco una produzione quantitativamente adeguata. Va segnalato che alcuni ristoranti valtellinesi utilizzano grano saraceno autoctono, che da alcuni anni comincia a essere nuovamente coltivato nella nostra valle. Il riconoscimento europeo per i pizzoccheri potrebbe diventare l’occasione per rilanciare la produzione di questa poligonacea rintroducendola nelle zone marginali creando un mercato di nicchia legato appunto soprattutto alla ristorazione. I dati produttivi sono abbastanza incoraggianti: un ettaro di terreno a grano saraceno potrebbe dare, in condizioni climatiche favorevoli, 15 quintali di granella che diventano circa 11 quintali di farina e potrebbero servire a preparare 11.000 porzioni di pizzoccheri. Senza dimenticare che la coltivazione di grano saraceno potrebbe anche creare una produzione di miele di grano saraceno, particolarmente richiesto per le ottime proprietà antiossidanti. Così come potrebbero essere intensificate coltivazioni di patate e di verze per promuovere nella ristorazione una ricetta più autentica, più legata al territorio, come del resto è specificato nelle notizie storiche del disciplinare: La produzione dei «Pizzoccheri della Valtellina» è considerata dai Valtellinesi un’attività tradizionale, legata alla propria storia e alla propria cultura; basti pensare che questa particolare pasta dopo essere stata cotta, viene tradizionalmente condita con numerosi ingredienti derivanti da colture e produzioni caratteristiche della Valtellina (burro, formaggio, verdure quali verze, patate ecc.). Invece in diversi ristoranti burro e formaggio non sono scelti tra le produzioni valtellinesi, ma, seguendo la logica del profitto, utilizzando quelli più economici dimenticando di rispettare la tradizione e la territorialità. Così il formaggio top della cultura casearia valtellinese, il Valtellina Casera, formaggio che per le caratteristiche organolettiche e strutturali è sicuramente il formaggio più adatto per la preparazione del nostro piatto tradizionale, viene spesso sostituito con altri formaggi. In un’indagine del Distretto Agroalimentare di Sondrio (Indagine sui mercati e canali di sbocco dei prodotti agroalimentari della Valtellina, 2010), realizzato dalla società Agri2000, si riportano i seguenti dati riferiti al formaggio Bitto e Valtellina Casera: La provincia di Sondrio assorbe una quota in valore del 37,5% del mercato. Il territorio nazionale, esclusa la Valtellina, assorbe oltre il 60% della produzione, mentre l’esportazione è del tutto irrisoria con una quota inferiore all’1%. I canali distributivi sono i seguenti: GRANDE DISTRIBUZIONE: 82%, GROSSISTI: 15% (di cui 25% alla ristorazione), DETTAGLIO: 3%, RISTORAZIONE: 0,01%. Rapportando questi dati alla produzione annua di 200.000 forme di Valtellina Casera, risulta che solo 3.000 forme vengono utilizzate dai ristoranti valtellinesi. Calcolando che in Provincia di Sondrio ci sono circa 1.000 ristoranti (ristoranti, ristoranti di alberghi, agriturismi, rifugi), si avrebbe un consumo medio per ristorante di 3 forme all’anno. Veramente pochi per un’enogastronomia che dovrebbe puntare tantissimo sui prodotti caseari. Considerato che nella ristorazione valtellinese i pizzoccheri sono il piatto più richiesto, credo sia ragionevole e prudenziale calcolare una preparazione media di 50 porzioni a settimana per ristorante. Calcolando un consumo di formaggio di 60 grammi a porzione (ricetta Accademia del Pizzocchero), avremmo un totale potenziale di circa 20 forme all’anno per ristorante solo per la preparazione dei pizzoccheri, per un totale di 20.000 forme. Un decimo della produzione totale del Valtellina Casera. Ultimo ingrediente: il burro. Molto spesso vengono utilizzati burri importati dall’estero, o prodotti da industrie lontane dalla Valtellina, dimenticando che il “burro di latteria” è un prodotto agroalimentare tradizionale (PAT) riconosciuto dalla Regione Lombardia e prodotto con crema derivante da latte valtellinese. Le caratteristiche organolettiche di questo grasso fuso sopra le tagliatelle di grano saraceno sono ben diverse da quelle dei burri d’importazione. E allora mettiamo il sapore delle patate di montagna, il gusto raffinato del Valtellina Casera, il profumo del burro di latteria, il sapere del grano saraceno maturato al sole della Valtellina, mettiamo tutto in un piatto e raccontiamo ai turisti che dentro quel piatto c’è un territorio, c’è una storia, ci sono persone che con fatica lavorano una terra di montagna, dove le rese in agricoltura sono diverse dalla pianura! Sicuramente i turisti apprezzeranno e non si lamenteranno, anche se il prezzo fosse leggermente alto. Renato Ciaponi (dal Blog il gusto del gusto, 3 giugno 2016) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=20045 La Cooperativa di Montagna punta sul biologico|Trattamenti fitosanitari biologici e tempestivi per tutte le aziende valtellinesi Dirupi: i primi a sposare il progetto realizzato in collaborazione con la Fondazione Fojanini Montagna in Valtellina, 20/05/2016 – Ecosostenibilità, salubrità dei prodotti e ricerca della massima qualità. Questi gli obiettivi della svolta biologica della Cooperativa Vitivinicola Montagna Poggiridenti Ponchiera: nel 2016 è partito il nuovo servizio di trattamento fitosanitario biologico per cui la Cooperativa ha acquistato i mezzi necessari e allestito una squadra di tecnici. Non sono poche le difficoltà organizzative di tale attività, principalmente legate a tempistica e conformazione territoriale locale che penalizza gli interventi meccanici a favore di quelli manuali. In particolare la tempestività di intervento è fondamentale, se si pensa alle frequenti piogge estive, dopo le quali è necessario coprire velocemente le pareti fogliari per proteggerle da un attacco fungino. E le problematiche delle operazioni si spiegano con la manualità del lavoro richiesto, a maggior ragione se pensiamo che la Cooperativa si impegna ad intervenire con i propri tecnici entro 48 ore dalla pioggia. Per questo a Davide Fasolini e Pierpaolo Di Franco della Società Agricola Dirupi è venuto naturale “appoggiarci e confrontarci con una realtà attrezzata e presente sul territorio, composta da giovani come noi che hanno voglia di scommettere sulla sostenibilità ambientale, senza farsi spaventare dalle difficoltà che incontreremo durante questa bella sfida”. Dirupi che ha virato al bio 100% nei suoi 3 ettari di vigneti dislocati tra Sondrio, Montagna e Poggiridenti, nelle sottozone Grumello e Inferno DOCG. Sposare un progetto come questo comporta un aggravio dei costi, ma i clienti, come Dirupi, sono convinti del valore aggiunto che ne ricaveranno sul prodotto finale, che remunererà l’investimento. Per questo motivo l’iniziativa vuole rivolgersi a tutte le aziende vitivinicole valtellinesi. Ad avvalorare e affiancare scientificamente il progetto bio della Cooperativa la collaborazione instaurata con la Fondazione Fojanini, i cui tecnici, insieme al personale della squadra dedicata al servizio, seguono l’evolversi dei lavori, monitorandone i risultati. Del resto la tendenza dei mercati, in particolare nel settore vitivinicolo, si sta dimostrando sempre più sensibile alla salubrità dei prodotti. La crescita della qualità dei vini valtellinesi, unita ad una corretta gestione delle pratiche agricole, creano un prodotto esclusivo riconosciuto dai mercati stessi. E se in provincia di Sondrio i trattamenti sulla vite sono numericamente inferiori rispetto ad altre province, la Cooperativa da anni investe su prodotti con molecole meno impattanti dal punto di vista ambientale. Ne è testimonianza il progetto della confusione sessuale nella lotta contro tignola e tignoletta della vite (insetti che, danneggiando gli acini, causano l'insorgenza di marciumi) nei vigneti dei Dossi Salati nella sottozona del Grumello DOCG a Montagna in Valtellina. La direzione dell’agricoltura locale è tracciata. La salvaguardia dell’ambiente è al primo posto. I trattamenti fitosanitari seguono già questa direzione, anche per le difficoltà territoriali che trasformano le necessità in virtù. L’impossibilità di lavorare con i mezzi meccanici sui vigneti favorisce il lavoro manuale: le ore di lavoro sono enormi, è fisiologico quindi cercare di intervenire il meno possibile. La sfida del futuro sarà sviluppare l’impianto di nuove tipologie di vitigni resistenti che non necessitino o limitino l’utilizzo di trattamenti fitosanitari. Alcune aziende ne stanno vagliando la qualità per procedere alla realizzazione degli impianti in zone non vocate alla produzione DOCG, in territori solitamente destinati ad altre colture. Questo consentirebbe l’affiancamento al prodotto di punta, il Nebbiolo, di chicche produttive che permettano di recuperare territori incolti o diversificare le produzioni. La Cooperativa vitivinicola Montagna Poggiridenti Ponchiera, fondata all’inizio degli anni ‘70, persegue uno scopo mutualistico e si propone di contribuire, senza finalità di lucro, al miglioramento economico e morale dei soci. Per meglio adempiere a tali finalità si profila un processo di ammodernamento che punta a ritagliare per la Cooperativa un ruolo sempre più importante nell’agricoltura valtellinese. Info: cooperativamontagna@gmail.com www.facebook.com/cooperativamontagna http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=56&cmd=v&id=19997