News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Carlo Forin. Epifanìa 2019 e Su-ili-su (l’interprete) Epifanìa 2019 La lingua può rivelare sempre nuove cose a chi l’ama e ne studia i giri. Sei mesi fa sospesi la stesura di questo libro1 col proposito di concluderlo nell’anno (per non andar troppo per le lunghe). Non immaginavo affatto che sarebbero ‘venute in superficie’ (epifanìa)2 tante cose, pubblicatemi in questi sei mesi. 1) La ‘lingua soffiata dal fuoco’, eme zir, merita rilievo. 2) L’odore delle pecore e del lupo è un altro spunto (tag in zumero). 3) Zaccheo rivisto in zumero è il terzo e più innovativo tag. Concedi ai tuoi fedeli, Signore, la sapienza del cuore, l’amore. Il fuoco che arde3 prospetta in.izi, ‘corrente. fuoco’ in zumero, zi.izi, ‘soffio. fuoco’. Chiama L’ardore e Ka dello studio di Roberto Calasso4 sulla civiltà dei Rgveda. Collega la civiltà dei Zumeri e degli adoratori del fuoco alla originaria civiltà del Saraswati. Lo studio delle lingue agli studi geologici della deriva dei continenti. Anche nel mese scorso l’area indonesiana della catena dei vulcani ha mostrato, con l’onda anomala causata dall’eruzione subacquea dei resti del Krakatoa, gli effetti del fenomeno della deriva dei continenti con schiacciamento dell’Industan sotto alla catena dell’Himalaya. Nel 2001 un satellite americano della serie land-sat fotografò il paleoalveo del Saraswati, fiume, ora dea, che scorreva5 dall’Himalaya al mar arabico. Quel paleoalveo sottosta a 300 siti archeologici ora ‘misteriosamente’ in mezzo alla terra. Nel 1850 a.C., Abramo uscì da UR III, secondo la tradizione ebraica, perché i traffici tra Ur e la civiltà del Saraswati languirono fino ad interrompersi. A quel tempo il fiume aveva una larghezza di quattordici chilometri ed un pescaggio di pochi metri. Su-ili-su, l’interprete Roberto Calasso ha alzato6 un quesito cui posso rispondere compiutamente. Conosciamo soltanto un nome – fra tutti quelli che appartengono alla civiltà dell’Indo: Su-ilisu, un interprete. Ci appare come un nano, o un bambino, in un sigillo accadico. Sta in grembo a un personaggio che indossa ricchi, pesanti paramenti. Il testo inciso sopra l’immagine dice: Su-ilisu, traduttore di Meluhha. Altri sigilli parlano di merci provenienti da Meluhha, da quella civiltà dell’Indo che fu estesa più della Mesopotamia, dell’Egitto, della Persia e durò non meno di mille anni, estinguendosi infine, per motivi del tutto oscuri, intorno al 1600 a.C. I nomi sono scomparsi, rimane soltanto quello di Su-ilisu, interprete di una lingua che ancora resiste a ogni tentativo di decifrazione – ammesso che si tratti di una lingua, punto su cui ancora si disputa. Abbiamo visto sopra la narrazione dell’interramento de fiume Saraswati, che leggo in zumero: ‘vita (ti) cielo-terra (wa) in sharash’. Il palindromo sharash ha ‘r’ polygamma generativa in centro, tra utero (sha) ed Uno d’origine (ash). I mille anni almeno coprono, dal 2600 al 1600; ad occidente la civiltà zumero-accada fino alla decadenza, ad oriente la civiltà indo, che travasò dal catino asiatico a quello europeo determinando in seguito i sommovimenti descritti da archeologi come Eric H. Cline, 1177 a.C. Il collasso della civiltà, Torino, Bollati Boringhieri, 2014. Su-ili-su è il secondo re della dinastia Isin (circa 1926-1917 a.C.) secondo la cronologia corta, ovvero 1984-1975 secondo la cronologia media). La dinastia era stata fondata da Isbi-erra (Isbi-Erra [vita-morte] (2017-1985), inizia la dinastia Isin [vita corrente] che succede alla III dinastia di Ur). Meluhha in zumero: Me-luh-haki a country –probably the Indus valley civilization in Pakistan (literally, ‘cleansed rituals’; cf., ma2-gan-an-naki).7 La prossimità fonetica del sintagma offre perfino la gola (divina) della lingua zumera: meli2, mili2, mel2, gele3, gili3 [KA X LI]; mel; mel3 throat, pharynx; root of the tongue; voice (cf., mu7 [KA X LI]; Akk., ma’latu, ‘root of the tongue’; nemlu(m), ‘throat’?’; cf., Semitic root which manifests in Akkdadian qalu, ‘be silent’ [zumerian kalu ‘anima.soggetto’, but which means ‘ voice’ in Hebrew, Syriac, and Ge’ez [P.R. Bennet, Comparative Semitic Linguistics, p. 50].8 Poiché il me è, assieme al mu, nel melammu, il potere creativo (li) è gioia, il è Dio, me.lil potere creativo del dio vento, en lil la lingua misteriosa si rivela. Carlo Forin 1 Anthares: cinquant’anni insieme. 2 1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: 6E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». 3 25 ottobre 2018 – In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 49«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Lc 12, 49-53) 4 Adelphi, Milano 2010. 5 Ora interrato. 6 Roberto Calasso, L’ardore, cit., pp. 25-26. 7 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 172. 8 Ivi: 174. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22406 Cuba. Yanelys Núñez, l’artista che si oppone al Decreto 349 L'Avana, 27/12/2018 – Laureata in Storia dell’Arte nel 2012, Yanelys Núñez Leyva (L’Avana, 1989) è stata quest’anno uno dei volti più in vista nella scena dell’arte indipendente dell’isola. Insieme a Luis Manuel Otero Alcántara e un altro gruppo di artisti ha sfidato le autorità culturali del paese inaugurando la #00Bienal dell’Avana. Núñez è stata una delle principali curatrici e organizzatrici dell’evento indipendente che ha avuto luogo nella sede del Museo della Dissidenza, un progetto per cui è stata allontanata dal suo posto di lavoro alla rivista Revolución y Cultura. Attraverso il Museo della Dissidenza, Núñez ha cercato di spiegare a partire dall’arte il termine dissidente, basandosi anche sul significato che la Real Academia Española attribuisce alla parola. In uno stesso spazio, la curatrice ha mescolato personalità della storia di Cuba, come Hatuey, José Martí e Oswaldo Payá. Il progetto, che inizialmente funzionava in formato digitale attraverso una pagina web, si è materializzato tra i muri di un’abitazione in calle Damas 955, L’avana Vecchia. Il locale è servito anche come sede del festival Poesía sin Fin, della presentazione del libro di Enrique Del Risco, El compañero que me atiende, e perfino di una lettura di scrittori sotto censura, programmata per svolgersi parallelamente alla Fiera del Libro e poi boicottata dalla Sicurezza di Stato. Núñez ha inscenato una protesta contro il testo polemico di fronte al Campidoglio dell’Avana ricoprendosi il corpo di escrementi umani mentre esigeva il rispetto dell’arte libera Da quando il 10 luglio scorso è apparso nella Gazzetta Ufficiale il Decreto 349 che regola la diffusione artistica, Núñez è stata parte attiva del gruppo di San Isidro, che si è opposto al Governo chiedendo la sua abrogazione. La norma menzionava fino a 19 violazioni della legge, molte delle quali riguardavano direttamente le scena indipendente, come organizzare eventi culturali senza l’autorizzazione del Governo o divulgare contenuti “violenti, pornografici, discriminatori o offensivi per i simboli patri”. La campagna contro la norma ha denunciato attraverso testi e azioni artistiche il suo carattere esclusorio e ha segnalato che fosse stata scritta senza previo consulto con gli artisti. Núñez ha inscenato una protesta contro il testo polemico di fronte al Campidoglio dell’Avana ricoprendosi il corpo di escrementi umani mentre esigeva il rispetto dell’arte libera. Sebbene il decreto dovesse entrare in vigore il 7 dicembre scorso, parte del suo contenuto è rimasto in sospeso mentre si è aperto un processo di dialogo con istituzioni governative come l’Unione Nazionale di Scrittori e Artisti (Uneac) e l’Associazione Fratelli Saíz (AHS) nella quale si esamina la stesura di alcune norme complementari per la sua futura applicazione. Sia l’organizzazione Amnistía Internacional sia il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti si sono pronunciati contrari al 349 in considerazione del fatto che contravviene al diritto alla libertà di espressione e può essere impiegato per censurare contenuti. (da 14ymedio, 27 dicembre 2018) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=22396 Enrico Bernardini. Turismo natalizio: il fenomeno dei mercatini Il turismo è cresciuto enormemente in tutto il mondo a partire dagli anni ’50, favorito dalla diffusione dei mezzi di trasporto, dalla facilitazione delle comunicazioni e dall’aumento generale di benessere nel Paesi del cosiddetto “Nord del mondo”; la maggioranza degli spostamenti, infatti, ha origine dalle Nazioni più ricche e le maggiori destinazioni riguardano l’Europa occidentale ed il Nord America (Morelli, 2012). L'attività turistica è ovviamente influenzata sia da aspetti climatici ed ambientali, ma anche dalle tradizioni culturali delle popolazioni del mondo, capaci di attirare visitatori attratti da una particolare manifestazione o evento che si verifica soltanto in una particolare stagione o periodo dell’anno. È questo il caso, ad esempio, della Feria di Siviglia (Spagna), una serie di celebrazioni che animano la città più importante dell’Andalusia e che hanno luogo due settimane dopo la fine della Settimana Santa.1 Mentre l'evento spagnolo è legato alla festività della Pasqua, il Natale europeo porta con sé numerose manifestazioni in grado di attirare turisti da tutto il mondo, come nel caso dei mercatini. Fenomeno nato in Europa, di tradizione germanica inizialmente legato alla festività di San Nicola,2 si è diffuso in tutto il Continente negli ultimi anni. Concepiti per accompagnare il periodo dall’Avvento fino all'Epifania, nel nostro Paese hanno trovato terreno fertile, prima nelle regioni del Nord e successivamente nell’intera Penisola. In Trentino-Alto Adige ed in Friuli-Venezia Giulia sono oramai una tradizione consolidata, a causa dell’affinità linguistica e culturale con Austria e Germania. Oltre che per esporre prodotti legati alla festività del 25 dicembre, nei mercatini è possibile trovare anche stand gastronomici, assistere a piccoli concerti, eventi e spettacoli ed acquistare prodotti di artigianato locale.3 Ma cosa accomuna tutti i mercatini natalizi? La grande presenza di luci, di alberi di Natale, nonché l’odore di caldarroste, di vin brulé, di panettone e di zucchero filato. Inoltre, troviamo le vetrine dei negozi ricche di decorazioni che contribuiscono ad immergere i visitatori nell’atmosfera natalizia. La regione italiana con maggiore offerta turistica in questo senso è il Trentino-Alto Adige, dove quasi in ogni città o paese sono presenti dei mercatini di Natale; i più conosciuti sono quelli di Merano, Bolzano, Vipiteno, Bressanone, Brunico, Rovereto e, soprattutto, Trento, in rapida espansione negli ultimi anni. Visitarli può anche essere un’occasione unica per immergersi nelle bellezze paesaggistiche del territorio, unendo così la visita ai mercatini ai numerosi itinerari turistici offerti dalla Regione. Nel caso del capoluogo trentino è interessante notare come, nella realizzazione del mercatino, venga data particolare attenzione alla sostenibilità ambientale: vengono esposti in prevalenza prodotti enogastronomici tipici, sono servite stoviglie lavabili o compostabili, viene utilizzata energia pulita da fonti rinnovabili e sono stati introdotti dei piatti di pane in modo da rendere più invitante la fruizione di cibi e contemporaneamente limitare la produzione dei rifiuti.4 In Italia, al giorno d’oggi, vi sono diverse festività natalizie accompagnate da fiere di prodotti locali: pensiamo, ad esempio, alla fiera di Santa Lucia a Bologna, alla fiera degli Oh Bej! Oh Bej! a Milano, alla tradizione dell’esposizione e vendita del Presepe tipica della Campania e, in particolare, di Napoli.5 Inoltre, anche a Genova, con il mercatino di San Nicola, Natalidea e le bancarelle nella zona limitrofa alla stazione ferroviaria di Genova Brignole, il Natale porta con sé la sua atmosfera particolare anche nel capoluogo ligure. Analizzando il fenomeno in un’ottica di marketing e di mercato, regolata dal principio della domanda/offerta, è facile constatare come l’atmosfera natalizia in tutte le sue sfaccettature incentivi molto gli acquisti, considerando che i frequentatori dei mercatini sono persone di tutte le età, status e professione. Il fatto che lo shopping, soprattutto in compagnia, sia in costante aumento (Morelli, 2012), incentiva le città alla rivalutazione turistica di eventi come i mercatini. Nel caso di alcune regioni come il Trentino-Alto Adige, essi sono inclusi in pacchetti in modo tale da permettere ai clienti di diventare turisti in quanto, secondo l'Organizzazione Mondiale del Turismo, un turista è definito tale se si ferma per più di una notte nella destinazione prescelta. In questo modo, le regioni che li ospitano diventano così delle vere e proprie regioni turistiche, in grado di attrarre flussi periodici e costanti di visitatori (Morelli, 2012). Infatti, questi fenomeni sono diventati sempre più un'attrazione che permette alle aree interessate dalle fiere di usufruire di notevoli vantaggi sia economici che di promozione del territorio.6 Infine, tutto non sarebbe possibile senza una pianificazione strutturata dell'offerta in un piano di marketing che permetta di valorizzare sia le caratteristiche del luogo che la dimensione sociale ed il contesto culturale in cui l'esperienza turistica dei mercatini di Natale è stata concepita e vissuta. Enrico Bernardini 1 Per un approfondimento: Andalusia, viaggio italiano, 14/03/2017. 2 All'inizio legati alla festività di San Nicola, i mercatini nacquero in Alsazia ed in Germania tra il XIV ed il XV secolo ma, dopo la Riforma protestante (1517), assunsero l'attuale denominazione (Annabelli Denti, “Consigli di viaggio: i mercatini natalizi del Trentino Alto Adige”, FOXlife 23/10/2018). 3 Fonte: ilTurista.info. 4 Fonte: mercatinodinatale.tn.it. 5 Fonte: ilTurista.info. 6 Fonte: ft formazione turismo.com. Bibliografia e sitografia Andalusia, viaggio italiano, 14/03/2017 Morelli M. (2012), Geografia Turistica, Mondadori, Milano ft formazione turismo.com FOXlife.it ilTurista.info mercatinodinatale.tn.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22392 Carlo Forin. Lingua (di) fuoco: eme zir Aspettando il Natale... ho ripescato un articolo di 11 anni fa che mi permette di riferire la storia del me di zumer, come la vedevo, e di aggiornarla in come la vedo oggi. Eme zir è ‘lingua soffiata dal fuoco (divino)’. Ho seguito eme ghir in questi undici anni. Ghirru segnalerebbe ‘fuoco’, ma la pluralità dei ghir mi ha fatto confuso. ‘Soffio fuoco’ nella dimensione umana. Izi è ‘fuoco’. Soffio: zi n., breathing; breath; life; throat; soul (cf., zid, zig3, zil, ba-zil) [ZI archaic frequency]. v., (with –r Auslaut) to destroy; to annihilate; to annul, erase (cf., ze2-er; zi-re). adj., raw, uncooked.1 Fuoco: izi [NE] fire; fever (cf., iz-zi) (NE archaic frequency).2 Dove [NE] si può leggere EN, Signore. Il signore del fuoco identifica l’onni-potenziario signore della città pari ad un dio. (gis/gi) izi-gar Torch; light; sunlight; brilliance; ray; oven; quarrel (‘fire’ + ‘to store’, place, deliver’).2 Izi-gi6-eden-na shadow, deep shade (‘fire’ + ‘night’ + ‘open country’).2 ‘Purificare col fuoco’ è pari ad ‘andar oltre il fuoco attraverso’. Izi…la2 To purify with fire (‘fire’ + ‘to raise up’).2 Qua sopra un caso eccezionale di la tradotto con ‘sollevato su’ che mi richiama lat. laus, che ho sempre etimato per la.us, ‘oltre fine’, che diventa un divino ‘sollevato su dalla fine’, mai trovato altrove. ziz moth (Akk. loanword from sasu, ‘moth’ and asasu, ‘moth’, cf., Orel & Stolbova #1034 *’acuc- ‘insect’).3 Lo scopo di tutta questa ‘discorsessa’ sta nel tradurre eme – gir15/gi7 Sumerian language (‘tongue’ + ‘native’ –no: ‘cuneo che scrive’-).4 con eme zir, lingua fuoco. Inoltre, l’alta sacerdotessa della dea luna zirru [MUNUS.MUNUS.ZI.d.NANNA] high priestess of the moon god.5 prende luce dal ‘fuoco sacro’, zir.ru. zi-ir (-ru) polished (adj., for copper – uruda) (Akkadian shiru(m) I, ‘exalted’).6 Carlo Forin 1 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 313. 2 Ivi: 130. 3 Ivi: 316. 4 Ivi: 60. 5 Ivi: 316. 6 Ivi: 314. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22382 Giuseppina Rebori. Conosci Morbegno 3/ Il Parco della Bosca|La prefazione di Annapaola Canevari Blu e verde. Acqua e vegetazione. Il logo del parco locale di inte­resse sovracomunale della Bosca rappresenta molto bene le caratteristi­che di questo lembo di territorio morbegnese, oggetto nel tempo di sem­pre maggiore attenzione e anche di qualche contestazione. Al di là della presenza dell’acqua (il fiume Adda, il fosso di Cam­povico, le due aree umide alle estremità del fosso), della vegetazione bo­schiva ripariale e delle aree agricole situate sulla sponda sinistra del fiu­me Adda, la caratteristica prevalente e il maggior valore di quest’area consiste nell’essere uno snodo, una vera e propria cerniera di collega­mento tra diversi paesaggi, diversi ambienti naturali e antropizzati, di­verse attività pubbliche e private, diversi beni culturali localizzati sul ter­ritorio (il ponte di Ganda, l’ex Centrale Elettrica e la chiesa della Beata Vergine a Campovico). Il parco della Bosca non è certamente più un ambiente pretta­mente naturale, e non a caso nell’introduzione al presente libro viene de­finito “un prezioso artefatto”; però si tratta di un ambito veramente pre­zioso per tutti i valori che riesce ad incorporare, da quello ecologico e di conservazione della biodiversità (sono state censite oltre 50 specie orni­tologiche), a quelli legati al tempo libero e alla fruizione da parte di citta­dini e turisti (ad esempio la pista ciclopedonale del Sentiero Valtellina), a quelli didattici e di coinvolgimento degli utenti, come testimoniano i pan­nelli predisposti dagli insegnati e alunni della scuola primaria di Campo­vico. Una eccellente occasione per osservare e comprendere lo stretto e delicato rapporto tra la natura e l’azione dell’uomo, un luogo frutto del­le trasformazioni prodotte nel tempo dal divagare del corso del fiume Adda, con le sue piene e i suoi periodi di magra, e l’opera dell’uomo, con i suoi interventi remoti ma anche recenti, dalle opere di regimazione del­le acque e di arginatura, il suo sfruttamento inizialmente a fini esclusiva­mente agricoli e poi industriali, la tendenza alla conurbazione tra gli in­sediamenti rivieraschi. Nel corso degli anni novanta alcune parti marginali dell’area dell’attuale parco della Bosca erano utilizzate in modo del tutto improprio (scarico abusivo di inerti e altri materiali, prelievo di alberi) quindi abba­stanza degradate, senza contare il progressivo aggravamento della si­tuazione idrogeologica. In questi stessi anni, però, si stanno affermando sia a livello glo­bale che a livello locale, i concetti legati alla sostenibilità urbana e am­bientale e all’importanza di salvaguardare il territorio e tutte le sue po­tenzialità, e a Morbegno nascono le prime proposte di istituzione di un parco che abbia proprio il compito di tutelare questa parte del territorio comunale. Un parco che non rientra, evidentemente, nella tipologia dei “parchi naturali” ma che a tutti gli effetti si può ascrivere alla categoria dei Parchi Locali di Interesse Sovracomunale (PLIS), una fattispecie defi­nita e istituzionalizzata dalla Regione Lombardia fin dal 1983 (legge re­gionale n. 86/83). Questa legge consente di inserire nell’ambito di questi parchi anche aree verdi periurbane e caratterizzate da contesti paesisti­camente impoveriti, urbanizzati o degradati, con la finalità della loro sal­vaguardia e valorizzazione attraverso forme di gestione e di tutela di tipo sovracomunale, orientate al mantenimento e alla valorizzazione dei ca­ratteri tipici delle aree rurali e dei loro valori naturali o seminaturali tra­dizionali. Questi concetti e obiettivi sono stati successivamente definiti e sanciti a livello europeo dalla “Convezione europea del paesaggio” del 2000 (ratificata dall’Italia nel 2006) che riconosce la caratteristica del paesaggio come frutto dell’interazione tra fattori naturali e umani, indivi­dua la necessità di vere e proprie politiche del paesaggio tese allo loro salvaguardia e valorizzazione attraverso una gestione sostenibile, volta a garantire il governo del paesaggio stesso per orientare e armonizzare le sue trasformazioni. La Convenzione riguarda gli spazi naturali ma anche quelli rurali, urbani e periurbani, e si applica a tutti i paesaggi, da quelli eccezionali, a quelli della vita quotidiana fino ai paesaggi degradati. Le alterne vicende legate alla nascita e istituzione del Plis inaugu­rato nel 2011, al suo sviluppo e consolidamento attraverso opere di si­stemazione, rinaturalizzazione, infrastrutturazione, fino alle recenti pro­poste di futuro ampliamento verso la “grande Bosca” che dovrebbe coin­volgere i comuni di Talamona e Cosio Valtellino e gli ambiti della Colmen di Dazio, del torrente Tovate e del torrente Bitto, entrando a far parte di un più ampio sistema “verde” con connessioni “blu” e configurandosi come una possibile cerniera tra i due versanti della valle (retico e orobi­co, con i loro parchi naturali), sono narrate in modo esauriente e con ric­chezza di dettagli nel testo. Così come sono molto ben tratteggiati i con­tenuti, le finalità e le prospettive dello strumento che consente di mette­re in pratica e poten­ziare quanto definito nella Convenzione europea del paesaggio e conte­nuto negli obiettivi istitutivi del Parco: il suo Piano di Gestione. Per quanto riguarda il Plis della Bosca gli obiettivi del piano di ge­stione sono stati definiti nella convenzione tra Comune di Morbegno e Comunità Montana e riguardano principalmente la conservazione degli ambienti naturali e degli ecosistemi esistenti, la tutela del patrimonio fo­restale, il recupero e/o bonifica delle aree abbandonate o degradate, la salvaguardia degli ambienti agricoli anche attraverso forme di collabora­zione con gli agricoltori operanti sul territorio, la fruizione sociale del ter­ritorio, la ricreazione e il tempo libero, l’integrazione fra l’ambiente pro­tetto e l’insediamento, il monitoraggio, la riqualificazione e la valorizza­zione dei corsi d’acqua e delle zone umide, il potenziamento dei percorsi ciclo-pedonali. Ora, in vista dell’anno 2019, si presenta una grande occasione di visibilità, rilancio e valorizzazione per il Plis della Bosca: la nomina della cit­tà di Morbegno a “Citta alpina dell’anno” per il 2019. Questo prestigioso riconoscimento viene assegnato annualmente da una Giuria che valuta le diverse candidature attraverso i progetti pre­sentati e portati avanti dai Comuni, negli ambiti della sostenibilità ecolo­gica e dello sviluppo sostenibile. I progetti in programma da parte del comune di Morbegno, ac­compagnati da una serie di convegni e conferenze, sono ispirati a cinque obiettivi guida: rafforzare la coscienza alpina, coinvolgere la popolazione, consolidare i ponti con la regione e il territorio circostante, configurare in modo sostenibile il futuro della città, e infine, sviluppare la collaborazio­ne. Questi progetti, oltre che nell’ambito prettamente urbano, possono e devono trovare il campo di applicazione e la cornice ideale proprio nella realtà territoriale, ambientale e paesaggistica del Parco della Bosca. Annapaola Canevari Giuseppina Rebori, Il Parco della Bosca Un prezioso artefatto... naturale [CONOSCI MORBEGNO 3] LABOS Editrice, pp. 84 (riccamente illustrato), € 15,00 IL VOLUME È IN VENDITA PRESSO LABOS EDITRICE E IN TUTTE LE LIBRERIE/EDICOLE DI MORBEGNO http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=105&cmd=v&id=22373 Anna Lanzetta. Omaggio a Matera 3|Capitale Europea della Cultura per il 2019 È passeggiando per le strade di Matera tra la parte antica e quella moderna che se ne respira la vita e se ne vive la storia che si perde nel tempo. Palazzi signorili, chiese, conventi e nuovi insediamenti indicano l’evoluzione e i mutamenti della città nelle varie epoche. Notevolissimi nelle chiese rupestri sono gli affreschi bizantini ma anche altri stili godono di un fascino inconfondibile come il gotico e il barocco. La facciata della Cattedrale di Sant’Eustachio, in stile romanico-pugliese (1230-1270), è dominata dalla statua della Madonna della Bruna. La facciata laterale su piazza Duomo ha due porte, la più interessante, finemente lavorata a ricamo, è detta dei “leoni” per due sculture leonine presenti alla base. L’artigianato, tipico nei colori fiammanti, ruba ad ogni passo l’attenzione. È andando per gradinate e salite scoscese che si visitano le chiese rupestri con i meravigliosi affreschi, le cripte e le straordinarie antiche dimore dei Sassi, come la Casa Grotta di Vico Solitario, il cui interno, arredato col gusto povero di una volta, mobili e utensili artigianali d’epoca, offre l’opportunità per rendersi conto di come si viveva nelle case dei Sassi: un unico letto dove si dormiva a turno, la culla per il più piccolo, il telaio per tessere, l’indispensabile per sopravvivere. Le chiese rupestri, veri gioielli incastonati in uno scrigno di pietra millenaria, sono preziose eredità dei monaci bizantini e benedettini insediatisi nell'area nell'alto Medioevo. Nate come luogo di culto, successivamente sono diventate abitazioni o ricoveri per animali fino al loro restauro. È incredibile la presenza di vere opere d’arte in esse; affreschi che seppur in parte danneggiati, ci riportano ad una cultura longobarda, ma anche bizantina, dipinti che malgrado il passare degli anni, mantengono la loro bellezza per la particolare tecnica utilizzata. La chiesa di Santa Lucia alle Malve (dal nome della pianta spontanea che cresce abbondantemente nei dintorni), situata presso il Sasso Caveoso, il cui scavo viene datato intorno al IX secolo d.C. è il primo insediamento monastico femminile dell’Ordine benedettino. Dal 1525 fino al 1960, fu utilizzata come abitazione. L'interno, a tre navate, presenta numerosi affreschi datati a partire dal 1200, che ancora in parte decorano le pareti della navata, e che, dopo i restauri, sono ritornati all’originale splendore; da notare la bellissima Madonna del Latte, datata intorno al 1270. La vergine è raffigurata a seno scoperto, colta nell’atto di allattare il proprio figlio, a dimostrare al mondo anche la natura umana di Cristo. Nel significato cristiano: Gesù è vero Dio e vero Uomo; e la Vergine regina del mondo, madre non solo di Cristo ma dell’intera umanità. L’immagine richiama quella di Iside intenta ad allattare il figlio Horus nell’Antico Egitto. Rappresentazioni di Maria Lactans le ritroviamo nell’Egitto copto, diffuse poi nelle chiese orientali, nell’arte bizantina fino ad arrivare in occidente. Molti sono i simboli allegorici rappresentati nelle opere come il dipinto: la Madonna della Melagrana della piccola chiesa Madonna delle tre porte (per i tre ingressi). La melagrana è un frutto che compare spesso nelle raffigurazioni pittoriche, sia sacre che profane. Nel Medioevo diventa simbolo di Resurrezione e di vita, di castità e purezza e viene raffigurato nelle immagini sacre. Il territorio materano è unico e suggestivo dove ogni angolo, ogni pietra, ogni caverna, riporta a un passato molto remoto e non a caso ha richiamato registi come Mel Gibson per The Passion of the Christ (2004) i cui esterni furono girati a Matera e a Craco, oggi città fantasma, e Pier Paolo Pasolini per Il Vangelo secondo Matteo (1964). Visitare Matera è come entrare in un altro mondo, in una realtà che ci riporta indietro tra nostalgia e malinconia. Matera è una città che ha combattuto contro il tempo, che non si è arresa all’abbandono e all’incuria, che consapevole del grande patrimonio che rappresenta si è conservata per testimoniare a tutti la propria storia. Grazie all’impegno di quanti si sono prodigati e specialmente dei giovani, Matera è risorta dal suo passato e oggi mostra al mondo il suo inestimabile patrimonio Matera è stata scelta come Capitale Europea della Cultura per il 2019. Una scelta che ci rende orgogliosi del nostro territorio che tuttavia ci chiede incessantemente protezione, tutela e rispetto. Si conclude il nostro viaggio a Matera, una città che lascia nel cuore un desiderio inestinguibile di ritornare che il tempo può soltanto moltiplicare. Anna Lanzetta 3 – Fine http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22365 Milano-Opera. Calendario Poetico 2019 Introdotto dalla scrittrice Erminia Dell'Oro è stato presentato lo scorso 3 dicembre il nuovo Calendario poetico-fotografico 2019 del Laboratorio di lettura e scrittura creativa nella Casa di reclusione di Milano-Opera, fondato quasi cinque lustri or sono da Silvana Ceruti. Sede della presentazione, con relativo reading, la prestigiosa Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani, luogo simbolo della Milano di grande impegno civile e portata culturale. Il Calendario Poetico 2019, figlio di una ormai lunga tradizione, è stato per questa edizione dedicato al tema Ombre e luci: luci e ombre che disegnano e incorniciano le nostre viste, riprese dalla camera sapiente di Margherita Lazzati. Luci e ombre che intersecano le anime e i versi proposti dal Laboratorio, che gridano la sofferenza e cantano la speranza delle vite recluse. E ci invitano a riconoscere le ombre e le luci dentro di noi. Ombre e luci interrogate dalla presentazione di Simonetta Agnello Hornby. Scopo fondamentale del Laboratorio – ama ricordare la Ceruti – è quello di... fare un pezzo di strada insieme fra persone “dentro” e persone “fuori”, scoprire sentimenti propri e altrui e linguaggi per esprimerli. Un Laboratorio davvero molto creativo, in grado di esprimere per mezzo dei suoi partecipanti non solo il Calendario poetico-fotografico annuale, ma anche numerose antologie di versi, personali o collettive (queste ultime a tema libero o scelto). Il Laboratorio è oggi anche Associazione culturale senza scopo di lucro, della quale sono soci onorari, fra gli altri, Simonetta Agnello Hornby, George Hornby, Erminia Dell’Oro e Vito Mancuso; come lo fu, sin dalle origini, Umberto Veronesi. Di seguito alcuni stralci poetici dal Calendario 2019: Seleziono i miei ricordi come se fossero granelli di sabbia rimasti immersi in un fondale senza corrente senza un raggio di luce. Cerco immagini rimaste nell’ombra in un negativo che nasconde ciò che è stato. La notte se ne va trascinando con sé la nostalgia lasciandomi solo e indifeso in questo posto dove anche i sogni sono costretti a riunirsi in preghiera. G.N. Sotto la punta del cielo alla frontiera con la vita ogni sera che mi lascia penso all’altra che arriva Nel supplizio dell’immagine per strappare le radici del ferro continuo a inseguire l’alba per ritrovarci a vivere Lasciato solo sul sentiero disegnato sono in cammino sulla terra sopra una montagna di macerie dove mi consumo tra nuvole grigie C.C. Per informazioni: laboratorio@operacreativa.it Via L. Palazzi 15, 20124 Milano http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=158&cmd=v&id=22356 Anna Lanzetta. Omaggio a Matera 2|Capitale Europea della Cultura per il 2019 Ogni Sasso di Matera affascina e rende interessante il territorio. Poco distante dalla via Appia, in una delle gravine che solcano l’altopiano della Murgia Materana, fra vigne, ulivi e campi di grano, si trova uno dei luoghi più suggestivi del Sud Italia: la Cripta del Peccato Originale, una cavità naturale a strapiombo sulla Gravina di Picciano, tra le più antiche testimonianze dell’arte rupestre del Mezzogiorno d’Italia, dove il Pittore dei fiori di Matera, anonimo artista vissuto intorno al IX secolo, affrescò scene dell’Antico e del Nuovo Testamento in un ciclo risalente al IX sec. d.C. Per il valore teologico e artistico del compendio pittorico la chiesa-grotta è stata definita la Cappella Sistina della pittura parietale rupestre. Nella Grotta dei Pipistrelli, che si trova a circa 4 chilometri dal centro abitato, l’archeologo Domenico Ridola compì la sua prima esplorazione e ritrovò manufatti paleolitici. Nato a Ferrandina nel 1841 e morto a Matera nel 1932, Ridola condusse scavi importantissimi nel territorio, consentendo al Sud di uscire dal suo isolamento. Notevole è stata la sua ricerca per ricostruire le origini di Matera nel periodo Paleolitico e Neolitico. Così scrive: «I miei scavatori mi dicevano di non andare alla “grott du mattivagghi”, la grotta dei pipistrelli, perché non c'era niente là sotto. Avevano scavato già in tanti, per molti anni: sì, tiravano fuori ancora qualche cosa, qualche coccio, qualche punta di freccia, persino qualche osso, ma niente di più. Dovevo andare nella Grotta, dovevo rendermi conto di cosa si nascondesse dietro i pipistrelli. Sapevo bene che non esisteva il tesoro di Barbarossa. [...] Io cercavo, volevo trovare altro. Anzi, forse volevo solo capire, scavare per conoscere» (da La Città dell’uomo). «Un ritrovamento, tra i primi, che effettuai e che mi commosse fu quello di un focolare, il più grande, collocato in direzione dei primi raggi del sole nascente. Dunque la grotta non era stata sempre regno dei vampiri volanti: dunque la grotta era un luogo sacro per gli uomini antichissimi del Paleolitico. Sì, questo era un sito molto più antico di quanto nessuno avesse mai pensato». Il viaggio è conoscenza ed è un privilegio per il visitatore entrare nel cuore di un territorio guidato dalla voce di artisti, letterati e di quanti vi operarono. Giovanni Pascoli (1855-1912), giunse a Matera il 7 ottobre del 1882 per insegnare latino e greco nel locale Liceo Ginnasio. Nelle lettere che inviava alle sorelle Ida e Maria, scriveva: «Sono a Matera sin dalle ore prime antimeridiane del 7. Arrivai all’una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge, attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli… Una città abbastanza bella, sebbene un poco lercia. [...] I contadini vanno vestiti nel loro simpatico ed antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti i brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sopravi un cappello tondo. Sembrano che si siano buttati giù dal letto in fretta e furia, e si sian messi per distrazione il cappello sopra il berretto da notte» (7 ottobre 1882). «[...] ma in generale sto bene a Matera…sai di una cosa mi lagno: qui è troppo caro il vivere e l’alloggio e tira quasi sempre scirocco» (19 ottobre 1882). «Non c’è un libro qua, da vent’anni che c’è un Liceo a Matera, nessuno v’è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d’un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa; e perciò di libri non s’è n’è comprati. Ci vorrebbe forse un sussidio del governo, ma il Governo probabilmente non ne vorrà saper nulla» (1902, al Preside del Liceo di Matera Vincenzo Di Paolo). «Come mi giova, dopo una vita così torba tornare a cotesta serenità di pensiero e di parole, che avrei dovuto prendere da lei in quella povera città di trogloditi, in cui vissi così felice, sebbene così pensoso! Sì: delle città in cui sono stato, Matera è quella che mi sorride di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia e di malinconia» (5 ottobre 1883, a Giosuè Carducci). Matera è una città da visitare più che da descrivere, perché è camminando per le sue strade che si vive la suggestione di un’atmosfera che occupa ogni pensiero e che pagina dopo pagina, sasso dopo sasso si sfoglia e racconta una storia antica che ogni visitatore cattura come un raggio. Bellissima è Matera al tramonto, quando si riveste di riflessi d’oro e di infinite luci che la mutano in un meraviglioso presepe e la incoronano regina della storia. Anna Lanzetta 2 – Il nostro omaggio continua http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22348 Asmae Dachan. “Allah, la Siria, Bashar e basta?”, recensione dell’opera di Alberto Savioli “Il conflitto siriano ha stravolto molte vite. La Siria che abbiamo conosciuto non esiste più e non tornerà come un tempo”. Sono parole tratte dall’ultimo capito del libro di Alberto Savioli Allah, la Siria, Bashar e basta? Vent’anni di vita custoditi in un racconto, BiancaeVolta edizioni, le conclusioni di un’opera articolata, fondamentale per chi vuole conoscere e comprendere la crisi siriana. C’è un velo di amarezza che l’autore non nasconde, perché per Alberto (lo chiamo per nome perché siamo amici) la Siria non è un posto qualunque di cui parlare, ma un Paese che per vent’anni ha fatto parte della sua vita. Luoghi, personaggi, aneddoti di una terra dalla storia millenaria, dove la modernità dei grandi centri urbani dà le spalle alle aree rurali più remote, dove sopravvivono tradizioni antiche, fatte di codici ed equilibri delicati. Alberto osserva, chiede, riflette e scrive con uno stile delicato e allo stesso tempo semplice, ritraendo i profili dei siriani che per molti anni sono stati la sua seconda famiglia. Questo legame con la Siria, professionale, ma anche umano, porta l’autore a vivere un’esperienza totalizzante. Prima di essere un fine saggista, Alberto è uno stimato archeologo, un ricercatore. La professionalità che mette nel suo lavoro, le ore di scavi, di studio, di viaggio, è la stessa con cui scrive per vent’anni. Annotazioni, riflessioni, perplessità che per lungo tempo restano chiuse sui suoi taccuini, per diventare poi una sorta di reperto prezioso, uno spaccato di quella Siria che “non tornerà come un tempo”. Alberto racconta della sua graduale presa di coscienza di tutti quei retroscena che scandivano la vita dei siriani. In apparenza tutto andava bene ed era bellissimo, ma andando a fondo, con la stessa delicatezza e attenzione dell’archeologo chino sugli scavi, l’autore scopre gradualmente il significato di certi silenzi, di certi gesti, di alcune parole. Scopre la Siria segreta, quella che solo uno sguardo attento, che va oltre all’amore per le bellezze e la cultura del Paese mediorientale, può scorgere. Alberto coglie le contraddizioni e le speranze dei siriani che incontra sul suo lungo cammino, fino a vivere e condividere con loro il dolore per quei sogni di libertà e cambiamento che si sgretolano sotto il peso dell’oppressione e le devastazioni portate dalla guerra e dal terrorismo. Forse nessuna testimonianza può essere autentica come la sua, perché Alberto la Siria l’ha vissuta, l’ha capita e l’ha amata. “Allah, la Siria, Bashar e basta” è uno slogan che i sostenitori del regime hanno gridato forte per contrastare il canto di libertà di chi invece gridava “Il popolo vuole la caduta del regime”. Il titolo del libro di Alberto non è solo una citazione, ma anche una presa di coscienza dello stato attuale delle cose. Il volume è davvero un reperto prezioso da studiare e custodire, un’opera importante per chi vuole capire cosa è successo in Siria negli ultimi sette anni, ma anche come era la Siria prima, cosa ha portato a tanta esasperazione e violenza e perché si è arrivati a un conflitto internazionale sulla pelle dei siriani. Come le opere d’arte di cui Alberto si occupa da sempre, che parlano ai cuori e raccontano il passato, proiettandolo nel presente, questo volume sussurra verità nascoste e parla alle coscienze, offrendo ai lettori tutti gli strumenti per capire anche cosa ne sarà della Siria e dei siriani quando le bombe cesseranno i loro boati, ma nel Paese continueranno a riecheggiare i lamenti delle vittime di tortura, delle madri dei desaparecidos, degli orfani, delle vittime di abusi, dei giovani che hanno creduto e lottato per il sacro ideale della libertà e si sono trovati a stringere i corpi esanimi dei loro amici morti ammazzati. La Siria, allo stato attuale, sembra destinata a rinascere non dalle sue ceneri, ma sui cadaveri dei suoi stessi figli, senza la prospettiva di alcuna giustizia. Alberto lo racconta ricordando le tante donne e i tanti uomini che ha incontrato sul suo cammino, giovani pieni di sogni e speranza, portati vai dal fragore disumano della guerra. Mi permetto di aprire una parentesi personale. Tante volte, durante la lettura di questo volume di oltre 650 pagine, mi sono fermata a sospirare, perché attraverso le parole, gli occhi, l’esperienza di Alberto ho scoperto una Siria che non ho mai conosciuto e questa scoperta mi ha appassionata, addolorata e commossa. L’opera per molte sere è stata la mia finestra sulla Siria, su un passato che per certi versi dovrebbe appartenermi, ma che di fatto, da siriana nata e cresciuta in Italia, non ho mai vissuto. Le pagine di questo libro hanno tutte la stessa grammatura, ma ho faticato a girarne alcune, tanto erano cariche di dolore e sconforto, da sembrare estremamente pesanti. Alberto parla di personaggi che sono entrati anche nella mia vita, cambiandola per sempre, di sogni che ho condiviso e che hanno fatto battere il mio cuore, di ferite di cui non porto fisicamente alcun segno, ma che da siriana mi lacerano il cuore. Sì, il conflitto in Siria ha sconvolto molte vite, anche la mia. Non riesco a ricordare com’erano le mie giornate prima del 2011, prima che la parola libertà venisse accostata alla parola Siria e si scoperchiasse il vaso di Pandora. Attraverso quest’opera Alberto ha permesso anche a me di acquisire nuovi strumenti per interrogare la mia parte siriana, ma anche per conquistare quella distanza imprescindibile per avere una visione di insieme che permette di riconoscere errori e mancanze. So già che riprenderò il mano questo libro ogni volta che verrò assalita dalla nostalgia. Leggerò di una Siria che non ho conosciuto, ma ho imparato ad amare profondamente. Mi sembrerà di tuffarmi nel calore di quella terra e di quei familiari lontani, di sentire le melodie degli ud suonati nelle case col cortile interno, dove i suoni riecheggiano anche di notte. Stringerò al petto questo libro ogni volta che avrò bisogno di ricongiungermi con le mie radici recise. Stanotte è il 6 novembre del 2018. Ho iniziato a rielaborare queste parole diverse settimane fa, forse mesi, ma come una Penelope disperata ho scritto e cancellato, incapace di proseguire, incerta della mia stessa scrittura. Negli ultimi mesi ho tentato di strapparmi il cuore e di buttare in mare la mia anima siriana, di allontanarmi da tutto questo, senza mai riuscirci. Adesso forse sto iniziando a rielaborare il mio lutto per un ideale che è stato ucciso, ma leggendo le pagine di Alberto, mi sento meno sola. Asmae Dachan (da Diario di Siria, 6 novembre 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=22318 Anna Lanzetta. Omaggio a Matera 1|Capitale Europea della Cultura per il 2019 Matera, uno dei luoghi più suggestivi e incantevoli d'Italia, dichiarata dal 1993 Patrimonio Mondiale dell’Unesco e scelta come Capitale Europea della Cultura per il 2019, affonda la sua storia in un tempo remoto e segna le tappe dell’uomo dall’età paleolitica ad oggi, dai villaggi neolitici fino alla costruzione della Civita e dei Sassi. Dal periodo dei romani fino al 1638, quando ottenne la libertà demaniale, Matera è stata luogo di dominazioni, di conquiste e di saccheggi. Ridotta a feudo e ceduta a vari domini, ha subito nel tempo la dominazione di famiglie potenti come gli Orsini. L’origine del nome è controversa. C’è chi afferma che derivi dal greco “Meteoron”, chi dal termine greco-jonico Matera, ossia “madre” ma tutte le ipotesi restano tali. Città della Basilicata, capoluogo della provincia omonima, Matera è situata a 401 m sul versante occidentale delle Murge. Include l'area dei Sassi, un complesso di Case Grotta scavate nella montagna. Evacuati nel 1952 a causa delle misere condizioni di vita, i Sassi ospitano ora musei. Il nucleo più antico è disposto in parte sul fianco scosceso della Gravina, in parte sul margine dirupato del pianoro e entro brevi gole. Il torrente Gravina affluente di sinistra del Bradano, scorre nella profonda fossa naturale che delimita i due antichi rioni della città: Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Il Sasso Caveoso è disposto come un anfiteatro romano, con le case-grotte che scendono a gradoni. Con l’età dei metalli nacque il primo nucleo urbano, quello dell’attuale Civita, sulla sponda destra della Gravina. «Nelle grotte dei Sassi si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà. Chiunque veda Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza, […] fu dapprima esperienza, e pittura e poesia…e poi teoria e gioia di verità per diventare infine apertamente racconto […]». Nasce così Cristo si è fermato a Eboli, il libro-documento scritto da Carlo Levi, quando confinato ad Aliano (Matera), ebbe modo di conoscere la realtà di questo territorio e di descriverla. Secondo Calvino: Carlo Levi è il testimone della presenza di un altro tempo all'interno del nostro tempo, è l'ambasciatore d'un altro mondo all'interno del nostro mondo. I “Sassi”, antichi rioni, dal punto di vista artistico, unici nel loro genere, sono case scavate nel tufo, sovrapposte irregolarmente lungo i due avvallamenti del Sasso Barisano e del Sasso Caveoso, a ridosso della Gravina. Essi ci riportano ai primi insediamenti dei villaggi sparsi, dove ogni gruppo viveva in modo autonomo, separato dagli altri: «La città è di aspetto curiosissimo, viene situata in tre valli profonde nelle quali, con artificio, e sulla pietra nativa e asciutta, seggono le chiese sopra le case e quelle pendono sotto a queste, confondendo i vivi e morti la stanza. I lumi notturni la fan parere un cielo stellato» (Giovan Battista Pacichelli, Roma, 1634-1695, Il Regno di Napoli in Prospettiva). La struttura architettonica e le decorazioni pittoriche sono tra gli aspetti più interessanti della civiltà delle grotte. A partire dall'VIII secolo, monaci benedettini e bizantini si stabilirono lungo le grotte della Gravina trasformandole in Chiese rupestri. Se ne contano più di 120 e conservano affreschi bizantini straordinari che consentono una lettura del tempo. Santa Maria di Idris, Madonna delle Acque, sorge nella parte alta del Monterrone, una rupe calcarea che si erge nel mezzo del Sasso Caveoso e offre una vista spettacolare sull’altopiano murgico. La chiesa è collegata alla cripta rupestre di San Giovanni in Monterrone attraverso un cunicolo, dove si trovano numerosi e pregevoli affreschi databili dal XII al XVII secolo. Oltre l’aspetto decorativo delle chiese, colpisce l’aspetto devozionale, legato a un’economia rurale, per il culto dei Santi protettori delle attività artigianali e delle corporazioni. Il territorio che circonda Matera è ricco di resti preistorici. Anna Lanzetta 1 - Il nostro omaggio continua http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22323 “Milano e il cinema” a palazzo Morando|di Mauro Raimondi Assolutamente imperdibile, la mostra “Milano e il cinema”, che si è aperta l'8 novembre a Palazzo Morando. Per gli amanti del cinema, ovviamente. Ma anche per chi è appassionato della storia della città. Perché, nelle varie sale che si succedono, si possono vedere, parallelamente ai film e ai generi che hanno contraddistinto Milano, anche quello che vi è avvenuto, le trasformazioni che l'hanno portata a diventare quello che è. Dalla casetta di Italo Pacchioni nelle popolarissima fiera di Porta Genova del 1898, in una città intrisa di tensioni sociali, ai grattacieli di Porta Nuova che appaiono in Gli sdraiati del 2017. Così come nell'ultima mostra (di grande successo) dedicata alla Mala, il curatore Stefano Galli ha deciso di seguire uno stretto ordine cronologico. Nella prima stanza, quindi, si parte da due padri fondatori del cinema meneghino, il già citato Italo Pacchioni, autore delle prime riprese in città, come la scenetta Il finto storpio al Castello o i funerali di Giuseppe Verdi. Insieme a lui, il più famoso Luca Comerio, immortalato sul tetto della copertura della stazione di Trastevere che aveva acquistato per poter girare in tutte le stagioni alla (spesso, poca) luce di Milano. Lo schermo che rimanda Stramilano del 1929 ci accompagna nella sala dedicata agli anni Trenta. Quello di Corrado D'Errico è considerato il primo documentario d'autore sulla città e ne vuole raccontare un giorno, dall'alba (con le strade deserte e nebbiose), al mattino (con le industrie e le loro ciminiere fumanti) fino alla sera, con gli spettacoli teatrali e i locali dove si suona il jazz. Il messaggio è semplice: questa è la città più moderna d'Italia, dove si lavora ma ci si diverte anche. Nello stesso decennio, Milano è immortalata per la prima volta anche in una commedia di successo, Gli uomini che mascalzoni, con protagonista un giovanissimo Vittorio De Sica diretto da Mario Camerini. Il quale, nel 1939, sarà il regista di un altro fortunato lungometraggio, Grandi magazzini, che pur richiamando apertamente Milano fu quasi completamente girato in interni a Cinecittà, sotto il fascismo diventato l'unico luogo dove “si faceva il cinema”. Gli anni Cinquanta ci vengono presentati, oltre che dalle foto di due capolavori come Cronaca di un amore e Miracolo a Milano, anche dalle immagini che si possono vedere in una saletta. Dove, a ciclo continuo, si può ridere con l'immancabile Totò, Peppino e la Malafemmina, Lo svitato Dario Fo e Susanna tutta panna. La stessa, azzecatissima unione foto-immagini viene riproposta pure nell'ampio spazio dedicato al decennio successivo, con spezzoni di opere immortali come La notte e Rocco e i suoi fratelli ma anche di un film che raccontava criticamente le trasformazioni di Milano come La vita agra di Carlo Lizzani. Completano la descrizione del periodo altri lungometraggi importanti come Una storia milanese, l'episodio meneghino del premio Oscar Ieri, oggi, domani, La rimpatriata, Il posto, I cannibali. Dopo questa scorpacciata di fotografie, le seguenti tre sale le abbandonano incentrandosi su filmati o manifesti di alcuni fenomeni cinematografici tipicamente milanesi. La prima è dedicata al cinema industriale prodotto da aziende, mostrato - tra l'altro - da stralci di Tre fili fino a Milano, di Michelino 1ªB e dalla versione integrale di Il pensionato, tutti di Ermanno Olmi. Quindi, ci appare l'animazione milanese, con i fratelli Pagot, Bruno Bozzetto (e il suo Signor Rossi), la linea con l'omino di Cavandoli e altre chicche tratte dal mitico Carosello come Calimero, che ebbe successo in tutto il mondo e soprattutto in Giappone, ma non negli USA. Infine, ecco i manifesti del poliziottesco alla milanese che, oltre a evocare il fosco periodo attraversato da una città che stava diventando metropoli, in Banditi a Milano ha impresso anche un avvenimento realmene accaduto come la fuga della banda Cavallero che il 25 settembre 1967 seminò la morte per le strade sparando dai finestrini dell'auto. Le fotografie ritornano protagoniste nell'ultima, vasta sala (Milano da bere e da ridere) che ripercorre gli ultimi decenni della cinematografia meneghina con i suoi filoni principali. Innanzitutto, la “commedia alla milanese”, sia nella sua versione più popolare (Pozzetto, Abatantuono, Boldi, Aldo Giovanni e Giacomo) sia in quella d'autore, da Nichetti a Salvatores (di cui appare una bellissima immagine del set di Happy family). Le foto, poi, ci narrano anche il genere della “Milano dell'inquietudine”, che ha in Silvio Soldini il suo caposcuola con L'aria serena dell'Ovest e in Marina Spada un'altra degnissima esponente. Mentre Io sono l'amore di Luca Guadagnino e Fame chimica ci indicano come il cinema riproduca solo parti, talvolta agli antipodi, della stessa realtà. Siamo così giunti alla fine. Invece di uscire, però, tale è la ricchezza di questa mostra che viene voglia di tornare indietro, di rivedere, di riguardare tutto. Inaugurata l'8 novembre, “Milano e il Cinema” resterà aperta fino al 10 febbraio 2019. Per ogni info: www.mostramilanoeilcinema.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=22315