News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Carcere di Opera-Milano. Calendario poetico 2018|L'appuntamento annuale con il Laboratorio di lettura e scrittura creativa: la prefazione di Giovanni Mura e l'introduzione di Silvana Ceruti e Alberto Figliolia Prefazione Da Aristofane a De André, da Alda Merini a Jannacci le nuvole sono fonte d’ispirazione per la poesia e la canzone. Ed è normale: le nuvole fanno parte del cielo, come il sole, la luna e le stelle, e il cielo riguarda tutti. L’accostamento inevitabile è con qualcosa che riporta bambini: lo zucchero filato, e in queste pagine alcune poesie lo fanno. La panna montata, anche. Qualcosa di morbido, di fioccoso, di un luminoso bianco, ma non sempre. Ci sono anche nuvole nere, grigio piombo, arancioni, rosate, rosse. Dal 1803 sono tutte battezzate dagli scienziati (cumuli, cirri, nembi) ma adesso ce ne sono di nuove e sono tutte lì in fila che aspettano un nome. Nuvole nuove, quasi un anagramma. Le nuvole sono modellate dal vento, sono sculture mobili. In un bel film di tanti anni fa (La grande guerra) i soldati Gassman e Sordi sono stesi su un prato e indovinano altro, dalla forma della nuvola. Se il cielo decide di giocare a scacchi da terra si potranno vedere le torri, le regine, i cavalli. I cavalli al galoppo (la cavalcata delle Walchirie) sono nuvole gonfie e nere che vanno veloci e portano il temporale. Sono le nuvole a determinare la pioggia, la grandine, la neve. Da qui l’idea di bel tempo e cattivo tempo, che giornali e tv usano spesso a sproposito. Per il contadino che vede le sue bestie morire di sete, l’ennesima giornata senza nuvole è una bruttissima giornata. Per chi è in vacanza o va a fare un picnic in campagna, un cielo pieno di nuvole equivale a una brutta giornata. Tutto è relativo. Quando il cielo si apre, dalle nuvole possono arrivarci ristoro o morte, pioggia che rinfresca o pioggia che distrugge. Le nuvole sono una realtà labile, compaiono e scompaiono, si allontanano, si dissolvono. E a volte sono il contrario di quello che sembrano. Un soggetto ideale per la poesia, che per sua natura allena al dubbio, non alla certezza. Per chi sta chiuso in posti dove la vista del cielo è razionata, le nuvole sono passaporto e compagne di viaggio. Alla frontiera nessuno le ferma, anche perché non sono previste frontiere, per le nuvole. E poi c’è una cosa che tutte le nuvole sanno: non sempre il bello porta il buono, non sempre il brutto porta il cattivo. È un po’ così anche per gli uomini, pare. Gianni Mura Le nuvole sono libertà In fuga verso l'orizzonte infinito. Plumbee ed enfie, pronte a liberare l'elemento più prezioso del pianeta, oppure mobili e cangianti a screziar l'azzurro in innumerevoli forme e stravaganti modi in cui la fantasia ravvisa animali, oggetti, bizzarre creature. Il vento le spinge, le sfrangia, le culla; si fanno e si sfanno: aerei campi di cotone; montagne bombate e polilobate; filamenti altissimi; inattingibili, caduche nella loro intrinseca eternità o eterne nel loro precario esistere. Le nuvole sono libertà. E come si vivono le nubi dai riquadri di una grata in carcere? Che valenza simbolica assumono allorché sono incendiate dal fulgore dell'alba o quando il tramonto dona loro ultimi giallastri e porporini bagliori prima che le tenebre calino, seppur provvisorie, sulla Terra? Quali ricordi posson suscitare le nubi, quali sentimenti in una persona detenuta quando l'aura di primavera soffia dolce sul loro etereo corpo o quando, d'estate, si muovono in rare ma possenti masse? Quale carico nostalgico è portato dai nembi d'autunno? E quali ripensamenti si celano nella dura cappa invernale? Le nuvole sono libertà. Come i pensieri che vagano oltre le sbarre. E, come il pensiero, le nuvole, sono possibilità di metamorfosi. Forse per questo le guardiamo tanto, ne seguiamo le evoluzioni e i mutamenti e ne ammiriamo il cammino. In questo nuovo anno sia data anche a noi tutti la capacità di trasformarci, la possibilità di creare in noi una nuova dimensione, un nuovo pensiero, una nuova consapevolezza, la capacità di iniziarci sempre a qualcosa di nuovo e quella di non rimanere fissati, bloccati, nel dolore, nel senso di colpa e nei pregiudizi. Sì, le nuvole, maestre di trasformazione... Questo Calendario dalle splendide immagini – prezioso dono di Margherita Lazzati – e dagli incantati versi, nati dalla sensibilità delle persone che frequentano il Laboratorio di lettura e scrittura creativa che agisce nel Carcere di Opera, si offre con commozione all'attenzione del mondo. Quelle nuvole che tutti vediamo – ovunque siamo, comunque siamo – sono un ponte fra il dentro e il fuori. Siamo tutti sotto lo stesso cielo, transeunti ma necessari, ciascuno con la sua storia, come ogni nuvola che "trascina" la propria traccia nelle imperscrutabili rotte, nei sentieri verso l'infinito orizzonte in fuga. Le nuvole sono libertà. Alberto Figliolia e Silvana Ceruti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=158&cmd=v&id=21560 Wendy Guerra. Il “cubaneo”|C’è qualcosa di buono correlato a questa parola? Alcuni glossari indicano la parola cubaneo come azione descrittiva del comportamento festoso del cubano, altri testi di riferimento la convalidano come etichetta perfetta per descrivere l’idiosincrasia o l’attitudine nazionale e creola delle persone nate a Cuba. Nell’oscillazione sonora e figurativa della parola ci sfugge il positivo, il bello o edificante della nostra identità, perché oggi nelle sue sette lettere coesiste un pericoloso sintomo che menzioniamo con riserva. A Miami, davanti a un enorme piatto di Moros y Cristianos, una amica cubana come me, della mia stessa generazione che stava uscendo da un lungo, doloroso divorzio, mi ha spiegato tra i singhiozzi: “Il mio matrimonio è stato rovinato dal cubaneo”. A Parigi, passeggiando per le meravigliose strade di Montparnasse, ho sentito dire al mio migliore amico e collega che vive lì da 20 anni: “Se vivo a Parigi, tra le altre ragioni, è per liberarmi del cubaneo, ma anche in Francia cara mia, se non stai attento, il cubaneo ti ghermisce”. A cena in un ristorante di Barcellona, chiacchierando animatamente con una coppia di attori cubani, ho avuto un ragguaglio dei loro progressi sulla scena spagnola. Dopo dieci lunghi anni di studio e pratica del catalano oggi loro sono pronti per recitare le loro battute in quest’altra lingua ed entrare così in un universo teatrale ben diverso dal nostro. A Cuba non hanno avuto abbastanza opportunità, al contrario, si sono sentiti assediati dal terribile sintomo che rovina e contamina tutto nelle nostre vite: il cubaneo. Poche volte ho sentito usare il termine cubaneo con una sfumatura positiva. Il tono della voce che serve a pronunciarlo fa male, ferisce, infastidisce e addirittura offende. Il fatto curioso è che questa epidemia, questo virus che inocula diverse malattie non è mai nella pelle di chi lo nomina ed è in genere diagnosticato da qualcuno che crede o è convinto di non averlo né di averlo mai avuto. Nei social network in cui si collegano, si aggregano o riuniscono migliaia, milioni di utenti dispersi per il mondo si scoprono intensi dibattiti che finiscono sempre con la stessa frase: Me ne vado perché non sopporto il cubaneo. Escludetemi una volta per tutte da questa questione sgradevole, io non centro niente con il cubaneo. Chiudo la mia pagina, perché se me ne sono andato da Cuba è stato proprio per evitare il cubaneo. Noi che viviamo a Cuba non parliamo di “cubaneo”, perché l’isola è in se stessa un paradigma che ingloba il concetto proiettato tanto nella sua politica domestica quanto di Stato. Ne affrontiamo le conseguenze con la naturalezza con cui subiamo l’irruzione del mare, il calore, i cicloni, le malattie tropicali o le zanzare. È già parte essenziale della nostra cultura, della nostra geografia o del clima ed è in forte relazione, nelle sue radici, con l’asfissia limitrofa della nostra condizione insulare. In qualche modo il verbo cubanear non specifica mai dove questo comportamento venga assunto di più, poiché fino a oggi nessuno ha attestato in quale luogo i nativi sostengano con più forza questa azione e pertanto nessuno di noi sa dove si cubanea di più, se in esilio o nel non-esilio. Sinceramente, dubito che esista un cubano sulla terra che non sia stato vittima dei suoi sintomi o delle sue conseguenze, seppur si tratti solo di stati transitori, lievi attacchi di cubaneo, febbrili quadri reversibili che solo alcuni potenti anticorpi umani riescono a sterilizzare Questa condizione – di focolaio permanente – coesiste distillando il suo aroma nella nostra pelle, la si è vista impiantata nella sella turcica di alcuni pazienti e nella pianta dei piedi di coloro che passano lasciando le loro impronte maligne dove mettono piede. Le chiacchiere, le difficoltà, l’apatia, l’esaltazione politica, le soffiate, i rancori passati, l’invidia, la povertà di spirito, la menzogna, la calunnia e l’inconsistenza del pensiero sono i sintomi più frequenti che danneggiano tanto il corpo civico e psichico del malato quanto il sistema nervoso o l’ambiente intimo, sociale e umano dell’individuo sano. Chi risulta essere bersaglio della furia dell’infetto può contrarre il virus o provare a rimanere forte tentando di non essere colpito dalla terribile epidemia. Solo la sua intelligenza, la sua educazione sentimentale, il senso comune e la forza di volontà lo aiuteranno a non essere contagiato. Sinceramente, dubito che esista un cubano sulla terra che non sia stato vittima dei suoi sintomi o delle sue conseguenze, seppur si tratti solo di stati transitori, lievi attacchi di cubaneo, febbrili quadri reversibili che solo alcuni potenti anticorpi umani riescono a sterilizzare. Questa sintomatologia può anche essere genetica perché conosco figli e nipoti di cubani che non hanno mai messo piede sull’isola, ma che soffrono di questa patologia endemica. C’è un’altra forma di contagio – minima – ma non per questo meno importante: trasmissione per convivenza o per rapporti coniugali, perché ci sono stati casi di coniugi di nazionalità diverse infettati a vita, perfino dopo il matrimonio. Il cubaneo concentra il superlativo del cubano, il meglio lavora duramente per sopravvivere al peggio della nostra identità nazionale, è un sintomo che quasi sempre si addensa nelle profonde onde dell’eterogeneo “Ajiaco” costitutivo, lo stesso descritto così bene dall’etnologo cubano Fernando Ortiz. Wendy Guerra (da el Nuevo Herlad, 13 ottobre 2017) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=146&cmd=v&id=21556 Asmae Dachan. Agguato al regista siriano Muhammad Bayazid Il giovane regista e documentarista siriano Muhammad Bayazid è stato vittima di una brutale aggressione mentre si trovava a Istanbul. Un uomo si è avventato su Bayazid e lo ha accoltellato al petto. Il regista è stato trasportato in ospedale in condizioni gravi. Le autorità turche stanno effettuando le indagini e raccogliendo testimonianze per capire le dinamiche dell’accaduto e individuare il responsabile del tentato omicidio. Bayazid è un famoso e pluripremiato regista di origine siriana con passaporto americano, come la moglie Samah Safi, anche lei regista. Entrambi sono noti come oppositori del regime siriano e per il loro impegno in favore della divulgazione delle notizie sul dramma dei civili siriani. L’ultimo lavoro al quale stava lavorando Bayazid riguarda il famigerato carcere di Tadmor, Palmira, uno dei peggiori centri di detenzione e tortura i Siria dai tempi di Hafiz al Assad. Lo scorso 2 ottobre la coppia Muhammad – Samah era a Oxford per ritirare due premi relativi ai film Fireplace (2017) e Orshena (2016), entrambi dedicati alle devastanti conseguenze sui civili della guerra in Siria. Solo poche settimane fa, sempre a Istanbul, erano state uccise la giornalista Halla Barakat e sua madre, l’attivista per i diritti umani Auruba. Tra gli oppositori siriani c’è grande preoccupazione e paura per queste aggressioni mirate ai loro danni. Asmae Dachan (da Diario di Siria, 11 ottobre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=21543 È uscito il “Nǘmmär Sèt” degli Antacǘch|Venerdì 20 ottobre a Villa di Chiavenna la presentazione Venerdì 20 ottobre alle ore 21 nel salone dell’oratorio di Villa di Chiavenna intitolato a don Peppino Cerfoglia, presso la chiesa parrocchiale di San Sebastiano, si terrà la presentazione del Nǘmmär Sèt, bollettino annuale del Gruppo di ricerca Antacǘch. Di oltre 250 pagine, il libro contiene articoli sulla storia e l’arte del comune della Val Bregaglia e si apre con la prefazione di Germano Caccamo, presidente dell’associazione. A lui si deve pure il primo dei contributi, in cui si ripercorre la storia della chiesa dell’Addolorata di Canete. Seguono gli articoli di Valerio Giorgetta sulle spese e le confische nei processi per stregoneria nel Seicento, di Marta Mangini sul reimpiego di alcune pergamene e di Stefano Galli su Antonio Danallo emigrato nel XVII secolo in Spagna, Portogallo e nelle Indie, dove fece fortuna. Gli ultimi articoli si devono allo stesso Galli, che si sofferma su alcune antiche incisioni rupestri rinvenute sui monti di Villa, a Cristian Copes, che parla della costruzione nel 1656 di due crotti a Posmotta, e ad Aldo Bonelli e Mariachiara Fois che, rispettivamente, si soffermano sul restauro della chiesa di Giavera e su quello di due sue interessanti tele. Entrambi i dipinti sono stati riconsegnati alla parrocchia al termine dei due interventi di restauro eseguiti dalla Fois. Una tela raffigurante la Pietà è stata riportata nella chiesa di Giavera a fine luglio del 2016, mentre la seconda, raffigurante l’Immacolata tra i santi Rocco e Sebastiano, in occasione della festa patronale lo scorso 20 gennaio è stata esposta nella chiesa parrocchiale, prima di essere anch’essa appesa sulla parete laterale della chiesa di Giavera. Chiudono il volume le cronache del parroco di Villa di Chiavenna don Remo Mazzoletti, in cui egli parla degli anni della seconda guerra mondiale, sul finire della quale il reverendo fu coinvolto in prima persona in quella che rischiò di diventare una guerra civile tra partigiani da una parte e repubblichini e soldati tedeschi dall’altra. Il parroco racconta una serie di eventi drammatici che, forse, lo segnarono per sempre. Nato a Dongo nel 1881, egli morirà nel 1956, dopo essere stato parroco a Villa di Chiavenna per ben 43 anni. (Guido Scaramellini) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21537 Wendy Guerra. I cubani sono sempre stati disposti ad aiutare, ma oggi chi aiuta loro? Le strade di Città del Messico custodiscono ancora cadaveri, rumori e gemiti rilevati fortuitamente da microfoni ipersensibili o telecamere termiche. Ti rendi conto che ogni minuto conta e che più tempo si perde nelle trattative con lo Stato più persone muoiono imprigionate nelle macerie. Guardando le notizie che arrivano da Porto Rico, luoghi come Guabate o El Yunque sono rimasti isolati a causa del disastro. Molti dei loro abitanti hanno perso tutto senza poterlo nemmeno raccontare ai loro cari per mancanza di connessione internet, telefoni cellulari, benzina, petrolio ed elettricità; sono i media a trasmettere lo scenario al resto del mondo. Seguendo attentamente le immagini di San Juan si nota che le zone più povere sono state devastate con scarse probabilità di poter essere ricostruite e che perfino alle case situate nei migliori quartieri dell’isola sono volate facciate, cornicioni e tetti che non sembravano affatto pericolanti. Esiste, nonostante il disordine, una precisa copertura mediatica legata dall’interno alla propria realtà. Soffocati, scomparsi, danneggiati e migliaia di sfollati a causa del fenomeno naturale hanno voce dai notiziari nazionali fino a quelli internazionali, periodici e piattaforme sociali raccolgono ciò che i loro giornalisti e i loro cittadini proiettano. In questi giorni mi sono chiesta se il mondo è a conoscenza del dramma di Cuba. Garantisco, da questa isola imbavagliata, che tanto la costa nordorientale quanto la striscia marittima centrale, le isole a nord, Varadero e i villaggi vicini, così come alcune zone del litorale di Pinar del Río e le spiagge vicine all’Avana sono devastate. Da diversi anni migliaia di persone vivono ammassate in ricoveri, in una condizione che non permette loro di condurre una vita famigliare, e non ottengono i rifugi permanenti abilitati in tutta l’isola. Esiste già una generazione di adolescenti nati e cresciuti in ricoveri e assicuro che avere un posto all’interno di questi impianti oggi è un vero lusso. In questo momento le soluzioni non sono più collettive. Siamo passati dall’assoluto paternalismo alle soluzioni individuali, a un si salvi chi può che va quasi sempre a finire nella diaspora. Le tasse sulla vendita ai privati, i guadagni del turismo e tutto ciò che le spedizioni famigliari lasciano all’arca nazionale non sembrano essere sufficienti per aiutarci. Oggi più che mai si sente una profonda mancanza di reazione di fronte al disastro. Siamo sempre disposti ad aiutare il prossimo, ma oggi: chi aiuta i cubani? Le notizie internazionali parlano dell’attuale isolamento delle zone costiere e delle isole Keys devastate da Irma. Compaiono le immagini, le cifre, i volti di chi in questa tragedia ha perso tutto. Allora spuntano gli artisti di Hollywood, i cantanti in voga e le fondazioni che, in maniera autonoma, mettono in moto la loro indipendenza e la loro forza per il pronto recupero dei loro conterranei. I momenti di crisi significano cambiamento. Ricordiamo che per i messicani il terremoto del 1985 fu il preludio delle prime elezioni democratiche dopo decenni di impasse. Le grandi catastrofi naturali generalmente sfociano in mutazioni sociali ispirate alla solidarietà umana, i disastri generano un sussulto, una scossa positiva per un colpo di timone che li porta dritti al cambiamento. Marc Anthony, Ricky Martin, Jennifer López, tra gli altri artisti, accademici illustri e noti intellettuali chiedono aiuto ai media e si uniscono nell’impegno per ottenere donazioni e azioni concrete per la ricostruzione di Porto Rico. Il principale obiettivo dei portoricani è risollevare il paese e impedire così la fuga di massa dei suoi cittadini verso gli Stati Uniti. Gael García Bernal e Diego Luna, tra centinaia di artisti e intellettuali messicani, si sono subito uniti in una serie di interventi tempestivi, la raccolta di mezzi e azioni per salvare i loro compatrioti. Nelle notti di black-out, nella mia casa dell’Avana, mi faccio continuamente la stessa domanda: chi aiuta i cubani colpiti dall’uragano? Il timore che le donazioni siano dirottate o vendute, la mancanza di garanzie all’esiliato che invia aiuti in soccorso dei propri cari hanno compromesso le azioni di coloro che, con buona volontà, desiderano collaborare con noi. Siamo profondamente soli. Siamo un popolo che, negli ultimi anni, ha aiutato qualunque paese del mondo si trovasse in difficoltà. Nonostante le decisioni non venissero dai cittadini, i nostri genitori e i nostri nonni sono andati in vari continenti a recuperare, curare e soccorrere chi ne aveva bisogno, abbiamo ceduto la nostra scarsa razione di riso, abbiamo donato sangue, ricostruito scuole, curato adulti e bambini di ogni parte del mondo. L’aiuto non si elemosina, ma è necessario dire che dai politici non ci si può aspettare un’azione non politica. Urgono aiuti diretti e individuali, medicinali, alimenti e materiali edili consegnati da persona a persona. Sarà possibile vedere i cubani agire, cantare, mostrarsi uniti per raccogliere fondi da destinare alle persone colpite, che vivano esse in Florida o all’Avana, alle isole Keys o a Baracoa? C’è una sola Cuba e pertanto una ferita comune. Se non siamo capaci di serrare le file in situazioni come questa creando vie d’uscita indipendenti saremo ricordati come una nazione che non è stata in grado di superare le circostanze ideologiche, che ha dimenticato la sua condizione umana ed è crollata, a pezzi, nella sua deriva storica. Wendy Guerra (da el Nuevo Herlad, 28 settembre 2017) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=146&cmd=v&id=21517 Carlo Forin. San Francesco San Francesco, mercoledì 4 ottobre. Voglio riconoscere il mio karma nella spinta ricevuta la notte 3-4 ottobre 2008. Decine di analisi specialistiche mi avevano diagnosticato la cerebropatia gongofila, che il popolo traduce: il cervello va in pappa ed il corpo continua a camminare. Ebbi la fortuna di tenere il diario di quell’autunno, che www.tellusfolio.it conserva. Dunque, la mia memoria personale, che potrà confondere qualcosa, è supportata dalla memoria web che ognuno può verificare. Quella sera di veglia la passai nella chiesa dei frati minori francescani di Vittorio Veneto insieme al popolo. Ciascuno postò la sua preghierina nell’urna ed io misi la mia a sorella demenza. Sento ancora il tremore e la dolcezza dell’abbandono. Non riesco più a vivere il timore, che però so bene esser stato prevalente. Adesso, tutto è solo un’ipotesi falsificata dal centro di eccellenza del san Matteo di Pavia a fine novembre. Dovete sapere che state leggendo le parole di un superbo che il Padre eterno ha graziato più volte. La prima, con la conversione mentale, venticinque anni fa, col coma da emorragia cerebrale, abbandono dell’attività finanziaria e delle gozzoviglie con gli amici, che mi avevano stressato fino al coma da ipertensione. La seconda, con la conversione religiosa, avvenuta in preparazione del congresso internazionale di Pinerolo del 17, 18, 19 ottobre 2003. Ero ancora agnostico, culturalmente cattolico, uno dei sapienti ed intelligenti, che il vangelo odierno irride. Dissi: Dio aiutami! Così come si può dire –Che tempo farà?–. Senza alcun moto di preghiera. Come san Paolo sulla via di Damasco. Dunque, l’aiuto venuto fu completamente inaspettato. Non ero riuscito a stringere l’intervento in preparazione al convegno a meno di un’ora (ed era a convincere che Publio Virgilio Marone è stato un sacerdote etrusco e non un poeta romano come si continua a fantasticare), ed in poco divenne di venti minuti. E non bastava perché era dato un quarto d’ora inflessibile. Parlarono quasi in quaranta per un quarto d’ora ciascuno. Il direttore del convegno, l’ing. Dario Seglie, venne in aula apposta e mi diede venti minuti. Fu un successo. Tornai. Ripresi a comunicarmi, dopo 35 anni di astinenza. Ed ora lo faccio con gioia ogni giorno. Sorella demenza non è venuta. In compenso, sono assistito come un bambino da mia sorella Maria Luisa, medico in pensione, il mio angelo biondo, da Paolo, mio fratello, ingegnere, che cura la mia vita amministrativa, e da Alessandro, l’ingegnere informatico, che dagli Usa mi tranquillizza economicamente. Dio manda le disgrazie ed assieme le risoluzioni dei problemi. Liberami dai sapienti e dagli intelligenti! Carlo Forin http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=21523 Visita alla Montagnola di Mezzòla Pochi conoscono la Montagnola sopra la Riva di Mezzòla, se non gli abitanti dei dintorni. Per questo il Centro di studi storici valchiavennaschi l’ha scelta come meta della prima delle sue visite guidate autunnali, gratuite, aperte a tutti, soci e non, senza nessuna prenotazione. Una cinquantina di persone si è ritrovata nel primo pomeriggio di sabato 30 settembre in via Foppa a Novate Mezzòla, dov’era stabilita la partenza. Il consigliere prof. Marino Balatti ha illustrato ogni tappa del percorso a piedi, parlando anche della prima bonifica della Mera sul piano, potendo godere di una vista panoramica durante la salita. La Montagnola a quota 580 ricoprì un ruolo importante nella primavera del 1625 durante gli scontri tra Spagnoli e Francesi per la conquista della valle, dopo che erano stati allontanati i Grigioni che da oltre un secolo comandavano in valle. Lassù, dopo la visita al piccolo nucleo di case un tempo permanentemente abitate, sono stati gentilmente offerti thè e biscotti a tutti i partecipanti da parte di una signora del luogo. Verso le 17,30 la visita si è conclusa al piano. Sabato prossimo, 7 ottobre, si terrà la seconda visita autunnale del Centro di studi storici valchiavennaschi, che avrà come meta i crotti di Posmotta a Villa di Chiavenna, passando dal settecentesco palazzo ritenuto dei Salis, dalla casa del notaio Pollavini con stemma, dal Sasc de Quartìn con una curiosa scritta incisa nella roccia nel ’600, per arrivare ai crotti, alcuni dei quali datati al ’500. Non mancherà un rinfresco. Centro di studi storici valchiavennaschi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21515 Virgilio Piñera. Tra il freddo e il caldo (1959) Bene, sono qui… Siccome non ho nessuno che mi presenti, lo farò io stesso. Mi chiamo Rafael Sánchez Trevejo (Rafa per Rosita – la mia donna –, la famiglia e gli amici). E ora che mi ricordo… Mi pare che fosse il 1930 quando Rosita si innamorò del Miami. E si lamentava: “Questo Rafa… Non trova mai il tempo di portarmi a mangiare al Miami”. Lo diceva perché una volta ci andammo e incontrò Monona (la donna di Mencheca, il senatore di Oriente). Ragazza mia, era un secolo che non ci vedevamo! Rosita, ti vedo e non ci credo! Ma come ti trovo bene! Vecchia mia, per te gli anni non passano! Questa Monona sempre così adulatrice! Macché, ragazza mia, non sono più la Rosita di prima! Guarda, Rafa, questa è Monona, non ti ricordi? Rosita voleva che la portassi al Miami con la speranza di fare un altro incontro casuale con Monona e, soprattutto, per i gelati. Mi diceva: “Rafa, non c’è niente come il chiffon al caramello del Miami…”. Rosita (che ora vive a New York, con nostra figlia Caruca e con Pepín, mio genero) mi scrive lettere di fuoco. Se ne sono andati da circa un anno. Non volevo parlare di questo prima del resto (il rsto è il mio passato), ma ho la virtù, o il difetto, di dire quello che mi passa per la testa. Dunque Rosita, visto che non le davo il permesso come marito (in attesa che glielo desse il Governo) mise sul tavolo, come ultimo argomento per far valere i suoi motivi da prossima esiliata che, magari, sull’altra sponda si sarebbe incontrata con Monona… Rosita mi catturò per amore, io la catturai per interesse. Da tempo si era convinta che non l’avevo mai amata come avrebbe desiderato, con un amore da Romeo e Giulietta, senza che, ovviamente, Shakespeare entrasse nei suoi pensieri. Per lei Romeo e Giulietta era soltanto una marca di sigari. Io sono di Bayamo, il nonno mi mandò a Santiago per compiere gli studi liceali. Questo accadde nel sedici, quando Menocal era in gran spolvero, ma il nonno aveva molta confidenza con il generale, perché combatté insieme a lui la battaglia de Las Guásimas. Quando il Comandante passò da Bayamo andò a trovare il nonno e gli disse: “Lázaro, dimmi quel che vuoi…”. Il nonno gli rispose: “Una borsa di studio perché Rafaelito possa frequentare il liceo a Santiago”. Conobbi Rosita in casa di donna Pancha, un’amica della nonna e della mammina, tra le migliori di Santiago, che organizzava serate e cose simili…. Il sabato, che era giorno di ricevimento, facevamo il gioco di toglierci i vestiti e ogni volta che iniziavamo, donna Pancha ripeteva. “In questa stessa sala ho giocato a togliermi i vestiti quando avevo quindici anni. Ah, che tempi…!”. Dopo si dilungava in considerazioni sull’alta moralità di quel gioco. Poveretta! Si era dimenticata di tutte le eccitazioni e dei contatti fisici. Non mi resta altro rimedio che dirvelo: Rosita era brutta da morire. Unica eccezione in quell’insieme di bruttezze: un paio di gambe superbe, e anche se, come si dice oggi, questa cosa può stuzzicare la fantasia, a me non capitava. Che cavolo! Le belle gambe mi dicono qualcosa se il resto è ugualmente buono. Certo, esiste gente di ogni tipo. Lo dico, perché adesso mi ricordo di un vecchio che andava al teatro Shangai e sedeva in prima fila per guardare le gambe delle ballerine. “È la sola cosa che può fare”, diceva Chico, il mio segretario. In ogni caso, sebbene fosse brutta, mi sposai con Rosita. Durante il fidanzamento, mi confessò che era uscita di testa quando mi aveva sentito recitare La bambina del Guatemala. Mi diceva: “Pure io ero folle d’amore, ma ti ho catturato”. E la poveretta non si rendeva conto che pure io l’avevo catturata. Ma la cattura non avvenne proprio in quelle serate. Io terminai il liceo come potei, cioè con molte insufficienze, molte copiature e molte raccomandazioni alla commissione esaminatrice perché mi facesse le domande su cose che conoscevo. Bene, in ogni caso sono riuscito a finirlo, ma siccome non volevo diventare universitario, lo dissi al nonno e al tempo stesso gli chiesi che mi inserisse nel commercio. Si mise a gridare come un matto. Voleva che diventassi avvocato; anche lui lo era e aveva avuto persino la fortuna di conoscere Castelar a Madrid; a me sarebbe potuto capitare la stessa cosa con un altro Castelar… Ma ne approfittai per tagliare il cordone ombelicale con il nonno, che detto per inciso non era così feroce come lo dipingevano. Quando vide che ero deciso mi dette questo consiglio: “Rafa, visto che vuoi inserirti nel commercio, compra a buon mercato e vendi a caro prezzo. Pratica sempre il sano principio della rapina”. Finsi di ascoltarlo con somma attenzione; non mi stava dicendo niente di nuovo: quello era l’abc di ogni commerciante. Suo nipote sapeva un poco più di questo. Se si fosse reso conto che prestavo denaro a strozzo sarebbe caduto morto stecchito. Il giorno che arrivai a Bayamo con il mio diploma, zia Lola, zitellona e maestra in pensione, che viveva insieme a noi e che mi adorava, di ritorno dal cimitero mi portò nella sua stanza, mi mise, in gran segreto, cento pesos in mano, e mi disse: “Rafa, sono per te”. E ora che mi ricordo andammo al cimitero per dire al mio paparino che suo figlio si era già diplomato. Papà morì prima che io nascessi, e una delle prime parole strane che appresi fu postumo, che il nonno si prese la briga di spiegarmi con ricchezza di dettagli quando ancora non avevo dieci anni. Zia Lola, visto che passavano i giorni e io non spendevo il denaro, mi disse: “Ascolta, Rafa, oggi sono passata da El Cañon Alemán e ho visto un vestitino di gabardine inglese che è una bellezza. (Subito dopo aggiunse che il vestitino sarebbe stato eterno.) Tuo nonno vuole vederti a Madrid nella stessa Tribuna di Castelar, e un buon vestito apre tutte le porte”. Quando le dissi che avevo deciso di cambiare l’oratoria con il commercio, per poco non le prese un colpo. Decotto di gelsomino a cinque foglie, acqua di colonia sulle tempie e carezze, oltre a prometterle milioni futuri, promessa che, in ultima istanza, la rianimò visto che il suo cavallo di battaglia era quello di fondare un asilo a Bayamo per signorine pentite. Tutto ciò doveva averlo letto nei romanzi di Palacio Valdés; che io sappia, a Bayamo non potevamo contare su quel tipo di signorine… Naturalmente, non presi mai in considerazione l’idea di comprare il vestito bianco; piuttosto, prestai i cento pesos a strozzo: dopo sei mesi erano raddoppiati. Ma terminai l’attività perché il nonno se ne rese conto, e anche se non gli prese una sincope soffrì un principio di embolia. Ci fu un’agitazione generale seguita da grandi rimproveri da parte di zia e mammina. Tutto questo lo sentii come chi sente piovere. Ma non mi scoraggiai. Avrei messo il corpo sull’altro lato. Se il mio destino era trionfare nella vita, avrei trionfato con strozzinaggio o senza. E, naturalmente, trionfai, e in che misura! Ma alla fine persi tutto. Una mattina ci alzammo e ci rendemmo conto che l’uomo era Fidel. Volete che vi confessi una cosa? Nonostante la mia proverbiale verve l’uomo non mi sembrò sospetto. Per me, lui era proprio come gli altri, anche se pensavo che non sarebbe mai stato tanto brigante, ma credevo che in fin dei conti avrebbe lasciato correre le cose come sempre. Il mio modo di pensare provocò un’accesa discussione tra me e Rosita. Per una volta nella vita non si sbagliò. Mi disse: “Ascolta, questo è comunismo”. Da dove tirava fuori una simile idea? Mi misi a gridare come un pazzo, le dissi che le donne vedono sempre fantasmi, che lei non sapeva un accidente di politica, che restasse nel suo mondo, in una parola, che la piantasse di dire sciocchezze. E se le dissi la cosa delle sciocchezze è perché, piangendo, mi supplicò di mandare il denaro negli Stati Uniti; che lei avrebbe fatto la stessa cosa con i suoi vestiti, che non avrebbe permesso che i comunisti si appropriassero di tutto. – Tu non parli sul serio – le dissi. – Credi quel che vuoi; domani stesso li tolgo dall’armadio. So con certezza che questo è comunismo. – Che comunismo e comunismo! – gridai – Fidel e tutti gli altri sono cattolici. Non hai visto che portano rosari e croci? – Non mi dire! Cerca di capire… è soltanto una facciata. – Vieni qui, Rosita. Devi essere ragionevole. Non ti mettere a vedere fantasmi dove non ce ne sono. Fidel non combatterà mai contro gli americani. – Non so se finirà per combattere oppure no, ma questo è comunismo. E continuò nei suoi piani. Naturalmente, tirò fuori i vestiti; per impedirglielo avrei dovuto metterle contro una squadrone, inoltre, pensavo tutto questo non è altro che un attacco isterico; quando le sarà passato, i vestiti torneranno a prendere di nuovo il loro posto nell’armadio del Chase. E adesso che parlo di vestiti… La prima cosa che mi comprai fu un orologio marca Hamilton, di quelli che al tempo venivano chiamati ruote di carro. Non dovrò specificare che sia l’orologio che la catenella erano d’oro massiccio. Mi costò centocinquanta pesos. Questo accadde l’anno che entrai nel commercio. Divenni barattiere. L’idea me la dette Charles, un siriano allampanato che pronunciava le parole con la erre blesa. Due volte al mese usciva da Bayamo e vagava per i dintorni portando con sé un’enorme valigia, grande come una casa, dove metteva ogni specie di mercanzia. Mentre attendeva il treno, gridava per la gioia di grandi e piccini: “A buon mevcato, a buon mevcato!”. Quindi seguii i suoi passi, ma con una differenza: mentre, come ho detto, Charles vendeva cianfrusaglie di ogni tipo, io mi dedicai a un solo articolo. Dopo il mio primo viaggio nella zona di Bueycito, dove mi caricarono con una montagna di articoli (dagli spazzolini da denti fino alle fisarmoniche), compresi che i miei guadagni non sarebbero mai andati oltre a quel che mi serviva per mangiare. Il mio problema era trovare un articolo che piacesse a tutti e che garantisse un buon guadagno. Ma quale? Il mio sogno dorato era vendere una di quelle cose rare che tutti si accapigliano per comprale. E più ero disorientato, più la mia testa era in ebollizione pensando: “Questo no, perché lo conoscono, e questo forse, perché farebbero follie per prenderlo”; nel momento in cui, con due valigie aperte, circondato da una nuvola di negretti, con tre contadine che per ogni cosa dicevano comare, mentre prendevano, chi un fermaglio, chi un paio di giarrettiere, quando stavo scervellandomi pensando alla sensazione che non avevo ancora scoperto, una delle comari, dopo aver rovistato fino in fondo alla più grande delle valigie, mi chiese: – Compagno, non ha tessuto di raso? Era una cosa che mi avevano chiesto in precedenti occasioni, ma sia perché non avevo prestato grande attenzione, sia perché il proposito di dedicarmi a un solo articolo ancora non occupava la mia mente, sino a quel momento il tessuto di raso era passato per i miei orecchi, senza incantarmi con il suo dolce suono. Ma ora, seduto su quello sgabello, con una gallina situata all’altezza dei miei occhi, gallina che sembrava ipnotizzata mentre seguiva le volute formate dal fumo del mio sigaro; in quel momento, dico, con le valigie aperte ai miei piedi, con il vociare dei ragazzi, con le grida delle comari: “Forza, sciogli quella fisarmonica! Accontentati, bimba, starai tranquilla, porta qua quel pezzo di stoffa!...”, la richiesta della contadina mi lasciò di stucco. Tessuto di raso! Era quello che la zia regalava a Caridá per il suo compleanno. Un pezzo di tessuto di raso! Avevo trovato l’articolo sensazionale. Quella notte andai al ballo che davano allo zuccherificio Mabay. Il novanta per cento delle contadine portava un vestito fatto di quella tela sfavillante. Erano infilate in una specie di sacco scintillante e sembravano lastre di zinco messe al sole. Un sarto francese si sarebbe spaventato; invece, in quel momento, il mio piacere non conobbe confini. Pensavo già agli affari che avrei fatto. Avrei sommerso quella zona con ondate di tessuto di raso. E proprio in quel luogo cominciai a esibire le mie eccellenti doti di venditore. Anche se non avevo ancora neppure un pezzo di quella tela, dissi fino alla noia di possedere alcuni tagli di colore azzurro chiaro che andavano di gran moda, che la seta da loro indossata in quel frangente non era male, ma quella che io vendevo era di miglior qualità. In pratica, sparsi il seme della tentazione. Riconosco che questa menzogna (del resto, abbastanza elementare) e altre menzogne (colossali e molto elaborate) fecero di me, nei successivi dieci anni, un uomo ricco, e in altri dieci uno dei più opulenti della provincia di Oriente. Sarà stato il millenovecentoventidue, quando aggiunsi alla linea di tela (s’intenda esclusivamente tessuto di rado) un’altra linea commerciale che, con il passare del tempo, mi avrebbe portato pingui guadagni. Una strana linea perché invece di vendere, compravo; in pratica, compravo voti. Bene, non mi meraviglia il successo ottenuto, in un certo senso ero un uomo famoso in Oriente, il campione dei venditori di tessuto di raso. Quando ho allargato l’attività con l’acquisto dei voti, la mia fama si è consolidata. E siccome tutto mi stava andando bene, Rosita si mise di nuovo sul mio cammino. Non l’avevo più vista dopo la memorabile festa di diploma al Liceo di Santiago. Per farla breve: ci sposammo in un mese. Voi mi direte che io non l’amavo. Va bene, ma quel sentimento che chiamano amore io non l’ho mai provato. Il mio problema era sposarmi. Un uomo come me, che stava diventando rispettabile, non poteva rimanere scapolo. Vero che ero molto giovane, e anche se sono stato sempre un cubano perfetto, il mio obiettivo nella vita non è mai stato fare bisboccia ventiquattro ore al giorno; inoltre, e in linea con la mia febbre dell’oro, mi sposai anche con il denaro di Rosita. Questa cosa ve l’ho già detta; non mi sposavo con lei per il suo denaro, non era certo la cosa più importante, soprattutto mi sposavo, come ho detto, per acquisire rispettabilità e anche perché sono un uomo che ama la famiglia e non mi è mai piaciuto passare da una donna all’altra. Sì, le dissi che non ero innamorato, lei mi rispose che lo sapeva, che con il tempo avrei imparato ad amarla. In realtà non si sbagliò di molto, perché se è vero che per lei non provai mai un amore degno di Romeo, in cambio le volli bene con quella sincerità che basta a una donna innamorata per sentirsi felice. Lasciai il tessuto di raso, si può dire che l’avevo già appeso al chiodo dell’oblio, per concentrare tutti i miei sforzi nella politica. In quel tempo passai senza colpo ferire da mero compratore di voti a capetto politico, e questo significava qualcosa. Per un uomo come me, che aveva appena venticinque anni nel millenovecentoventi (per la precisione sono nato il 19 maggio del 1895) non erano tutte da buttare le cose fatte fino a quell’età. Per cominciare avevo un capitale che quasi raggiungeva i tremila pesos. E poi vestivo elegante, portavo un anello di brillanti e un cappello di tela. Poco prima di morire, il nonno, vedendo i miei successi, mi disse: “Ragazzo, sono sicuro che farai carriera”. E così fu: quando finì la campagna presidenziale del Chino Zayas, gestivo due uffici di riscossione, quattro circoscrizioni ed ero consigliere del municipio di Bayamo. Inoltre, potevo disporre di un conto corrente di diecimila pesos. Li avevo accumulati non so dire come, o forse lo sapevo fin troppo bene. Per me, ogni truffa era buona, e lo era, perché io sentivo puzza di marcio a cento leghe. Non sono mai finito in affari disastrosi; sporchi sì, ma disastrosi no davvero! Ora mi ricordo la truffa di Manzanillo: venne a farmi visita Cebollón, il rappresentante per Manzanillo, e mi disse che se fossi andato al collegio elettorale di Yara e se avessi sottratto dall’urna i voti a favore di Sosa (che era il candidato sindaco dei conservatori), mi avrebbe messo in mano tremila pesos. Non me lo feci dire due volte. Presi l’automobile, una seminuova che avevo comprato da mister Stone, l’americano dello zuccherificio, che aveva dovuto fuggire in maniera precipitosa perché gli era impazzito un figlio ad Atalanta, e in compagnia di Bero (un aiutante che tenevo con me) arrivammo a Yara. Siccome gli dei mi proteggevano, ebbi la gradevole sorpresa che il presidente del Collegio elettorale era Panchón, capo della zona Fiscale del mio paese, che veniva ritenuto onesto senza mezzi termini e che andava sempre dicendo: “Sono soltanto il fedele depositario dei fondi dello Stato”. Un furbacchione come pochi che io conoscevo bene. Lo presi da parte e gli parlai chiaro: “Ci sono mille pesos per te se mi lasci manomettere l’urna”. E naturalmente, si prestò alla sottrazione dei voti, quindi festeggiammo con una bottiglia di Domecq. Dovetti sopportare quella cosa del fedele depositario oltre a dirmi che lui non era altro che un apolitico. Subito mi abbracciò e mi disse: “Rafa, e se ci scoprono?”. Lo tranquillizzai: “Sono amico personale del Chino”. Per puro caso, l’ho incontrato la settimana scorsa. Si sorprese di vedermi ancora a Cuba. – Io ti facevo già a Miami… Non ti è arrivato il visto? Io lo sto aspettando. Sono già novanta giorni. Tu credi che mi autorizzino l’uscita? Panchón era molto nervoso, e diventò ancora più nervoso quando gli feci sapere che non me ne sarei andato da Cuba. – Qui non si può più vivere; i comunisti si sono presi tutto… E tu, non venirmi a dire che sei comunista. – Certo che non sono comunista, ma non me ne vado da Cuba. – Allora, non me lo spiego. Ti hanno tolto tutto. – Bene – gli dissi, – tutto meno che il diritto di restare a Cuba. È già qualcosa; almeno per me. Panchón scosse la testa. Fece un respiro profondo e disse: – Chico, guarda che lavorare tutta la vita come un mulo e che ora vengano questi comunisti a portarti via ogni cosa… Tu sai che nella nostra epoca il pesce grosso saltava, e tutti erano felici e contenti. E adesso… un disastro, vecchio mio, un disastro! E come rispondendo a un pensiero, che senza dubbio l’ossessionava, aggiunse: – Che mi dici della soppressione del gioco d’azzardo? Mezza Cuba viveva con la roulette. Quanta gente andava avanti con i pesos di Castillo… – E con i tuoi – gli dissi. – Certo! Anche se io non ero un banchiere forte, davo comunque da mangiare al povero… – guardò a destra e a sinistra per assicurarsi di non essere ascoltato e aggiunse: – Sai quanto mi hanno portato via al gioco? Centomila pesos, tre case alla Vibora e un’ipoteca per cinquanta milioni! Ti sembra giusto? Cosa potevo rispondergli? Certo, la pensavo come lui, con la differenza che io sono realista. Quando mi è toccato stare in alto mi sono divertito e ho suonato la tromba…; ora che sto in basso devo attaccarmi ai pali. Questo non lo comprende Panchón, né altri come lui, con i quali parlo fino alla noia cercando di far capire che anch’io – proprio come loro – desidero che Fidel se lo porti via un fulmine, al tempo stesso so che se non se lo porterà via, è lui l’uomo del momento e quindi dobbiamo sopportarlo. Panchón e i suoi amici sono dei poveri idioti. Sarà meglio non vederli più. Passano la vita facendo confronti, cioè, paragonano Fidel con Batista, con Prío, con Estrada Palma, con Zayas, con Machado… Il risultato di tale confronto: qualunque cosa è meglio di Fidel. Non dirò di no, ma il Fidelón ha un vantaggio, e che vantaggio! Quei presidenti sono stati, lui è. Dimenticano che ognuno di noi ha avuto il suo momento. Per esempio, io l’ho vissuto con Machado. Il suo governo mi ha fatto guadagnare oltre mezzo milione; inoltre, ho debuttato come oratore… Si stava organizzando un comizio a Victoria de Las Tunas. Ricordo che stavo finendo di mangiare una paella quando mi si avvicinò Polito, il candidato senatore, e mi disse: “La sai l’ultima? Non abbiamo un oratore per il comizio di questa sera. Siamo proprio fritti. Hanno appena chiamato al telefono per dire che l’uomo dell’Avana è rimasto a Camagüey. Ha comunicato che ha la parotite”. Dirò tra parentesi che l’uomo dell’Avana era Diosdado, oratore a pagamento per eventi politici di relativa importanza, uno dei tanti piazzisti rurali del commercio politico. Aveva facilità di parola; quando saliva sul podio non la finiva mai. “Compagni, che parlantina possiede il cittadino!”, dicevano i contadini a bocca aperta. Polito pretendeva che io sostituissi l’immortale Diosdado! Mi cadde la forchetta per lo spavento: – Sei matto! Non ho mai parlato da un podio. – Questa sera lo farai per la prima volta – mi rispose – e parlerai fino alla noia… Questo comizio si deve tenere; i conservatori sanno già che Diosdado non verrà e che il nostro comizio sarà un fallimento. – Proprio così – dissi, – sarà un fallimento se io parlo da una tribuna. Meglio sospenderlo. Mi attaccò: – Di sospenderlo non si parla neppure. Il comizio si deve tenere! – Ma tu credi che potrei? – Certo che potresti; in vita tua non hai fatto altro. Hai passato anni magnificando alle contadine le virtù del tessuto di raso. Andiamo, preparati! Lascia perdere la paella, ordina le tue idee, pensa a quel che dovrai dire… – E che cosa dirò? Ti giuro, Polito, ho paura. – Ragazzo, imposta il tuo discorso sulla base del motto presidenziale di Machado: Acqua, Strade e Scuole… Con quelle tre parole puoi parlare per ore intere. E così fu. Cercando di imitare l’inimitabile stile di Diosdado, parlai fino allo sfinimento. Certo, più che parole, erano ruggiti, imprecazioni, frasi senza senso, ma che possedevano la virtù di sbalordire il mio uditorio. Soprattutto, quei finali, la cui efficacia si basa sul tono delle parole: “Quii tuuttii siiaamoo diispoostii aa saacriificaarcii suull’aaltaare saacroosaantoo deellaa paaatriaaa!...”. Risultato pratico di quel discorso: arrivò agli orecchi del Generale. Quando si fermò a Holguín durante il suo viaggio per le provincie mi mandò a cercare: “So che a Las Tunas hai parlato molto bene”, mi disse dandomi una pacca sulle spalle. “Preparati per Santiago”. Questo voleva dire che ero nell’elenco degli oratori che avrebbero avuto l’insigne onore di parlare nel comizio che avrebbe segnato la fine della campagna elettorale. E fu, al tempo stesso, il vero inizio della mia carriera politica, da quel momento così sfrenata e in rialzo, che da allora non si è più fermata. Bene, Fidel mi ha bloccato, ma se le cose non fossero cambiate a tal punto, a quest’ora sarei presidente del Senato del governo di Riviero Agüero. Mi spiace, perché ero nelle condizioni di fare un buon lavoro. Lo so già, state pensando che sono una perla rara. E allora! Il diavolo finisce per farsi frate. Il fatto è che il denaro non mi interessava più tanto. Non dico che se si presentava un buon affare non ci avrei messo mano… ma è anche vero che quando uno ha fatto molto denaro ha voglia di fare anche altre cose. Naturalmente, di rivoluzione non volevo neppure sentir parlare: non sono nato per farla, come non volevo combattere con gli americani e meno che mai diventare amico dei comunisti. Ma mi sarebbe piaciuto fare case, strade e scuole sul serio, questo sì. Signori, è vero che ho fatto per me le case, le strade e le scuole di quattro o cinque governi, quindi avevo il diritto di farle sul serio almeno una volta! Anche se pensandoci bene, non credo che avrei avuto molto tessuto dove tagliare; i ragazzi di Rivero Agüero sarebbero venuti per la colla, pronti a portarsi via tutto. Mi sembra di sentirli: “Rafa, levati di mezzo… Siamo disposti a tutto. Non essere noioso, vecchio! Tu vieni dal passato, ma noi siamo nuovi e siamo qui per prenderci tutto…”. Ma fu Fidel a prendersi tutto. Non dette loro neppure il tempo di rubare un soldo bucato. Voi direte che a questo gioco a me andò pure peggio, visto che persi capra e cavoli. Non lo nego, ma con la differenza che io ho vissuto la mia vita. Che mi tolgano la musica che ho ballato, se possono! Dal 1925 me la stavo godendo alla grande! E godevo nel modo migliore possibile: due o tre amanti, viaggi in Europa, anelli di brillanti e catene d’oro massiccio. Che cosa ne potete sapere! Molti di voi impegnavano i documenti della macchina e pagavano una compagna due pesos, e se indago un po’ scopro che prendevano un pasto alle dodici e una frittata alle sei, perché non potevano permettersi altro… Ma io, io, Rafa Sánchez Trevejo, suonavo il clarinetto… Perché tutte quelle persone che Batista si era messo intorno erano dei cacasotto. Facevano addormentare il Generale, e io molte volte glielo dissi, ma non c’è peggior sordo… Lui rideva e mi diceva: “Guarda, Rafa, il problema è che stai diventando vecchio. Qui non succederà niente. Fidel si stancherà di starsene sulla Sierra e vedrai che un giorno, se non lo uccidiamo prima, prenderà una barchetta e se ne andrà da qui”. Il Generale fu cattivo profeta e soprattutto ci lasciò nei guai. Meno male che non facevo parte di quel gruppo, altrimenti meglio non pensarci… Mi lasciarono la casa, l’automobile, una piccola fattoria nel Wajay e il denaro in banca. A posto!, come usano dire adesso. Io lo so che sono a posto. Questo non è quel che pensa Rosita, – come Caruca e mio genero –, che spedisce lettere da New York parlandomi di vergogna e dignità. Non so come osi… Io l’ho fatta diventare una persona rispettabile e lei mi ricambia trasformandosi in squalo. Si mise in tasca duecentomila pesos nell’affare del riso ai tempi di Inocencio Álvarez. E nonostante tutto parla di dignità e patria. Bene, tutto questo è storia passata, e io vivo nel presente. Infatti qui sono proprio a posto. E a proposito del passato, ho dato un taglio netto. Faccio tutto il possibile per evitare la poca gente della mia epoca che ha deciso di restare. Non mi è mai piaciuto avere a che fare con i fantasmi. Queste persone passano la vita parlando di quel che hanno perduto e sognando di tornare in auge. Lontano da me! Io non sogno, io sto con i piedi per terra. Adesso sono soltanto un Rafa qualsiasi, ma continuo a pensare che la vita valga la pena. E se faccio di tutto per allungarla è per lo spettacolo che vedo tendendo la vista al passato. Signori, che bachata! Voi mi direte: Rafa, ma la bachata è cosa del passato, adesso ti hanno messo da parte. Non ti preoccupa il presente? Avanti, rispondi se puoi. E ora risponderò a questa domanda inquietante che mi viene fatta non senza un certo tono ironico. Il presente! Ve lo racconterò con piacere. Vi anticipo che non è gran cosa, certo, per chi si aspetterebbe eventi epici in questa fase della mia vita. Per me, invece, è un presente molto attivo. La festa, perché di questo si tratta, si celebra durante la notte; durante il giorno mi immergo nella deliziosa aspettativa di quel che accadrà nel corso della festa: come mi andrà, di quale umore sarà la gente, se sarò ispirato, o se come è successo alcuni giorni fa mi andrà male per tutta la notte. Vi anticipo che questa cosa è stata una sorta scialuppa di salvataggio che mi hanno lanciato; quando ero più annoiato, quando, passando la giornata, con le mani in mano, mi riempivo la testa con quelle inezie del passato e quel che è peggio, cominciavo a fare quei giochi mentali nei quali uno, proprio come un mago, dispone degli uomini e degli elementi secondo la sua volontà, scoprii il passatempo che mi avrebbe stabilizzato nella realtà. La realtà, brutta parola, se esiste; fantasia, bella parola che, secondo i poeti, è come un apriti sesamo. Uno di loro, un poeta di Bayamo, che faceva versi come salsicce, mi disse in una certa occasione, non ricordo più a quale proposito: “Una sola fantasia vale più di cento milioni di realtà”. Credo che le mie risate si siano udite fino all’Avana. L’uscita di Poncholo – così si chiamava colui che un tempo consideravo il più in gamba del paese – mi divertì così tanto che gli regalai un peso. Adesso so che il più in gamba ero io; e lo ero perché per me esisteva solo la realtà di accumulare denaro. Le persone che vivevano altre realtà mi sembravano dei perfetti idioti. Se in quel periodo qualcuno fosse venuto a dirmi che in un momento critico della mia vita la fantasia sarebbe venuta in mio soccorso, lo avrei mandato al diavolo. Uno crede di essere soltanto una nullità e quando meno se l’aspetta scopre di essere un tipo in gamba. E me ne vanto! E finirò i miei giorni come un tipo in gamba, senza cessare in alcun momento di esserlo. Mi sono salvato grazie a una zattera. Ed è questa la cosa singolare: dopo tutto sono un tipo fortunato. Lo dico perché, senza volerlo, sono riuscito a conciliare due cose così contrapposte come la fantasia e l’utilitarismo. Vi ho già detto che avevo un vero orrore di cadere in quel marasma che trasforma il cervello in un mucchio di spazzatura; quella perniciosa situazione che ti porta a ripetere, giorno dopo giorno, ora dopo ora, tutto quello che sei stato, ben sapendo che la ruota non tornerà indietro. Ma la fantasia venne in mio aiuto, così all’improvviso, nel Miami, una sera in cui seduto al bancone mi torturavo pensando che quando tutto questo sarebbe finito io sarei tornato alla ribalta… “Mi basterà fare due o tre buoni affari per tornare a essere il Rafa che sono sempre stato, porterò Rosita a New York, la metterò davanti alle vetrine di Tiffany e le dirò: comprati il brillante più grande”. Figuratevi un po’… Stavo fantasticando sulla scorta del passato, e questo mi faceva male perché, oltre a torturarmi, non mi portava alcun vantaggio. Che questo sport lo pratichino coloro che nella vita non hanno fatto altro che sognare, passi; ma io, il vecchio Rafa, uomo pratico al cento per cento… Ricordo che quella sera fantasticai più del solito, ormai avevo superato i cento milioni e i magnati nordamericani venivano all’Avana per mettere in atto piani strategici di rapina internazionale. Il risultato di tutte quelle immaginazioni era di mostrarmi la cruda realtà. Rosita e Monona a New York a sparare le ultime cartucce; io all’Avana, tirando le mie. Mi venne un gran dolore di pancia, la vista si annebbiò, rovesciai il cocktail… Mi guardai intorno come per cercare un punto di appoggio che mi tirasse fuori dall’incubo. All’improvviso sentii una voce di donna che diceva: “Papi, voglio quella cosa rosa…”. Una contadina, che faceva spavento, indicava con il suo indice ossuto che terminava in un’unghia lunga come un pettine di tartaruga, il gelato di fragola che un gigantesco ciccione mangiava di gusto. “Forza, Papi, compramelo”, insisteva. Nel frattempo, il marito, o quel che era, cercava con lo sguardo un’altra cosa di suo gusto, che senza dubbio non era identica a quanto richiesto dalla sua donna. Girava gli occhi con una certa dose di trepidazione e premura, perché il cameriere era sul punto di chiedere loro che cosa poteva servire. Infine trovò quel che cercava, perché allungando, proprio come la contadina, l’indice in direzione di una bionda, che sorbiva lentamente un gelato al mango, disse tra sé, ma con voce alta. “Io voglio un po’ di quello…”. In altre circostanze meno drammatiche o del tutto felici, come quelle che ebbi la fortuna di assaporare nel corso della mia vita da plutocrate sarei scoppiato a ridere a crepapelle; ma nella situazione attuale, la smorfia disegnata nella mia bocca per via dell’angoscia che mi possedeva persistette malignamente. Vale a dire, che avevo motivi a sufficienza per essere allarmato: “Come, Rafa!” – mi dissi – “Tu, così realista, mi diventi adesso un immaginifico? Senti vecchio, abbandona questa posa e torna quel che eri...”, ma le parole mi si scioglievano in testa proprio come il gelato nella bocca della contadina. Un vecchio residuo di pudore, potremmo dire stile gran signore, frenava la voglia pazza che avevo di cominciare il gioco; non era nelle mie possibilità mettermi a indovinare la scelta dei gelati da parte delle persone che stavano per consumarli. Mi restava davvero poco, ero vicino allo zero assoluto, alla congelazione colorata, alla morte mascherata in una rigida coppa. E se avessi insistito a non conformarmi alla nuova situazione? In quel caso avrei proseguito il soliloquio con gli anni passati. “No, Rafa”, mi dissi, “devi provare che sei qualcosa di più di una reminiscenza”. Di conseguenza, posai lo sguardo su un ciccione (con una bocca capace di ingurgitare dieci gelati alla volta) e guardandolo come per obbligarlo a ordinare ciò che la mia volontà chiedeva, cominciai a tamburellare le dita sul bancone palesando un’indifferenza che ero ben lungi da provare. Naturalmente io dissi tamarindo e lui disse cocco, ma nonostante avessi perso questa, per così dire, prima mano, mi sentii comunque selvaggiamente eccitato. “La notte è lunga”, mormorai, “la notte è lunga, qui chiudono all’una del mattino: ora sono le nove, ho quattro ore davanti a me. Possono esserci delle sorprese”. Per aggiungere suspense decisi che avrei perso un peso per ogni gelato non indovinato. Genio e figura… Che cosa possiamo fare alla vecchia natura! Nel frattempo arrivarono nuovi clienti, e io ero lì, intento alla delicata, intangibile operazione di conoscere le loro anime per capire i loro gusti. Siccome, mi dicevo, la persona che ora si sta mettendo a sedere facendo un gran rumore altro non è che un’anima colma di scortesia e bassi istinti; questo individuo non potrà in alcun modo chiedere quel colore misterioso, così pieno di segreti della fragola, e neppure il disperato grido di nostalgia del limone che oscilla nella gelateria come un desiderio insoddisfatto. Ma, cosa singolare, il tipo cui negavo la qualità dell’eleganza chiedeva proprio il limone o la fragola, costringendomi alla dolorosa operazione di concedergli un’anima che nel mio intimo negavo di riconoscere. Ma ugualmente, il gusto che lui mostrava, così sicuro e direi quasi, così feroce, mi eccitava selvaggiamente. Tanto selvaggiamente che ben presto sprofondai fino al collo in quel giochetto, ed è per questo che il mio hobby si è fatto così ossessivo che adesso prendo posto al Miami fin da mezzogiorno. Io so che i vecchi camerieri, amici miei da trent’anni, cominciano a mormorare che sono pazzo. Li ho sorpresi mentre si scambiavano sguardi significativi, in quattro o cinque occasioni mi hanno indicato con il dito, e, ormai è chiaro, stanno per arrivare a burlarsi di me. Ritengo che nel breve volgere di un mese mi avranno messo un soprannome. Ma tutto ciò non mi preoccupa. Neppure mi sono alterato quando giorni fa, uno di loro mi ha detto: “Caspita, signor Rafa, lei non prende più gelati, adesso se li mangia con lo sguardo…”. Se lui e il resto dei camerieri sapessero perché li guardo! Se lo arrivassero a sapere le stesse persone che vado osservando! Finirei al manicomio, cosa che sarebbe comunque un controsenso. Non sono mai stato tanto sano di mente come adesso. Prima ero pazzo, quando mi occupavo solo di denaro, di affari sporchi e delle donne. E parecchio! Ma adesso, che sono tornato alla fanciullezza, all’abbandono, alla solitudine, adesso sono così sano di mente che niente al mondo sarà mai capace di farmi diventare pazzo. So di essere al limite della derisione pubblica. Ancora un po’ e andrò a rimpinguare le fila degli avaneri matti, ma prenderò le mie precauzioni. Per esempio, abbandonare il mio caro Miami. Come! Si ritira? Non continua il gioco?... Non vi preoccupate. Continuerò il gioco, solo che sceglierò un’altra gelateria. Ora che sono tornato all’infanzia, devo essere prudente. In materia di sovranità la sola che mi è dato possedere è quella dell’immaginazione. Immaginare quale gelato sceglierà o non sceglierà il cliente, mi colloca in un limbo esistenziale dove non sei morto ma non puoi neppure dire di essere vivo. (Da: Virgilio Piñera, El que vino a salvarme, 1959) Traduzione di Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=21509 Istanbul. Uccisa la giornalista siriana Hala Barakat Uccisa nella sua casa insieme alla madre. Si ipotizza una vendetta del regime. Il suo nome significa bellezza, Hala, e Hala Barakat era una ragazza bella, solare e coraggiosa. Era una collega siriana oppositrice del regime di Bashar al-Assad e per questo suo attivismo viveva con la madre Auruba a Istanbul. Anche Auruba era conosciuta, instancabile e coraggiosa attivista per i diritti umani, in particolare delle donne e dei bambini siriani rifugiati in Turchia. Tra gli attivisti si rincorrono le ipotesi di un’esecuzione ordinata dal regime di Damasco, ma molti sospettano anche delle autorità locali, che avrebbero voluto mettere a tacere due voci scomode. Cordoglio tra i colleghi e i compagni di studio e di lavoro delle due donne. Asmae Dachan (da Diario di Siria, 22 settembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=21502 Premiazioni per il concorso fotografico “Valgerola in un Click” A Geròla, Valtellina, premi per amatori della montagna, della vita d’alpeggio, negli scatti dei concorrenti folclore, lavoro rurale, pastorizia ed escursioni I popoli rurali in cammino, lo scatto che riprende l’attraversamento del centro di Geròla Alta da parte di componenti del gruppo folcloristico locale i Giaroi; la “bottega” antichi attrezzi e antichi mestieri “interrogati” da un giovane vestito in costumi tipici nella Casa contadina di Castello, frazione di Geròla. La mungitura della Capra orobica, specie autoctona della Valgeròla: il suo latte viene mescolato al latte vaccino munto in alpeggio per la produzione del formaggio Bitto. Io e la montagna, foto bellissima, bianco e nero aggressivo, un escursionista sosta vicino agli ultimi abeti, sui sentieri che portano alla testata montuosa della Valgeròla. E ancora, la lotta animosa al sole e tra le rupi di due stambecchi. Si è svolta nei giorni scorsi a Geròla Alta, Valtellina, la serata di premiazioni per il concorso fotografico amatoriale “Valgerola in un click”, l’indicazione del concorso a tema era quest’anno «Vita di montagna e d’alpeggio», il concorso era on line, sono arrivate 68 foto da 38 partecipanti, i virtuosi di dorsi e ottiche con memorie digitali sono stati, per le prime posizioni, Stefano Pascucci, primo posto e un premio per lui di 150 euro da impiegare per un corso di sci sulle piste del Pescegallo, con lo scatto dedicato ai costumi tipici della popolazione del paese. Seconda posizione nel concorso a Paola Franzina, sua la foto scattata nella antica Casa contadina di Castello. Terzo posto a Paolo Meraviglia con la documentazione del momento della mungitura per la Capra Valgerola. La seconda e il terzo classificato hanno vinto entrambi una cena per due, nei ristoranti di Geròla “Pizzo dei tre Signori” e “Valli del Bitto”. A ridosso del podio la foto in ambiente di Barbara Citella, quinto classificato Ivan Ambrosini. «Anche questa edizione del concorso fotografico è stata coronata da successo e da una buona partecipazione» ha precisato il referente dell’Ecomuseo Valgerola e responsabile dell’iniziativa, Sergio Curtoni, «abbiamo ricevuto 68 fotografie, ne abbiamo selezionate 20 e su quelle venti si sono poi addentrate le valutazioni della giuria. Il tema era vasto e variamente interpretabile, il concorso è estivo, con le immagini i fotografi hanno ritratto il loro punto di vista sulla vita di montagna. Che per qualcuno equivale a muoversi in ambiente, camminare, fare escursioni e vedere panorami, per altri è fotografare piante e animali, per altri ancora è la conoscenza del folclore della gente di montagna. Quindi ogni foto era a suo modo “a tema”». Intanto Geròla si sta preparando per l’edizione 2017 di “Gustosando”, nel paese ci si mette al collo i marsupi con calici e forchette il 30 settembre e 1° ottobre e il 7 e 8 ottobre. Sempre in ottobre iniziano nel paese della Bassa Valtellina i Corsi di Intaglio, di Cucina per adulti con gli chef e il Corso di Inglese con insegnante madrelingua. Ecomuseo della Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21496 Wendy Guerra. Cuba e l’uragano Irma senza la meteorologia ideologica di Fidel Castro Mi preparo ai cicloni da quando ho l’uso della ragione. In realtà credo che la mia vita sia stata solo un breve spasmo tra un ciclone e l’altro. Caricare acqua, raccogliere viveri, comprare o fabbricare da soli le candele, cercare il cherosene per accendere lo stoppino, l’alcool per il fornello e poi affidarsi a una strana, tenebrosa deriva in cui ti accompagnano i tuoi santi, i tuoi fantasmi e gli essere amati che ancora rischiano per vivere con te in un paese circondato da cataclismi. La radio a batterie – bene o mal sintonizzata – trasmette ciò che accade tra il cielo e la terra e un dettagliato bollettino del tempo accompagnato, fino a pochi anni fa, dalle postille di Fidel nel suo ruolo di meteorologo ideologico. Al Comandante Capo piaceva prevedere e addirittura correggere a suo favore le traiettorie degli uragani. Al passaggio del fenomeno parlava per ore delle sue lotte rivoluzionarie, citava cifre, precedenti e perfino tecnicismi rapportati a fenomeni passati, elencava curiosità scientifiche e raccontava aneddoti della Sierra Maestra, che ben poco avevano a che fare con la condizione del tempo. Il suo tempo era un altro, molto diverso dal nostro che lo ascoltavamo in silenzio dalle nostre case, preoccupati, tormentati nel mezzo di una quotidianità lontana dal suo senso della trascendenza. Il suo monologo ci distoglieva dall’argomento e ore dopo, quando qualche laureato o dottore in meteorologia doveva annunciare una notizia dell’ultimo minuto, al momento cruciale di prendere la parola per illustrarci la nuova evoluzione del meteo, la cosa si complicava. Chi gli avrebbe tolto il microfono? Chi gli avrebbe spiegato che l’uragano non avrebbe più seguito la traiettoria che lui aveva tracciato? Ci svegliamo ancora una volta tra gli uragani e, purtroppo, qui dopo la tempesta la quiete non arriva mai. Facciamo colazione con ciò che si può, con la fatale notizia che il paese – da capo a piedi – è stato devastato dalla forza dei venti. Nessuno parla più, in modo epico, delle operazioni di recupero e salvataggio. Gli stagisti delle scuole vicine come l’Istituto Superiore d’Arte (ISA) non sono stati trasferiti alle loro abitazioni né ai rifugi abituali, poiché l’Avana non avrebbe dovuto essere colpita dal fenomeno. Al Comandante Capo piaceva prevedere e addirittura correggere a suo favore le traiettorie degli uragani. Al passaggio del fenomeno parlava per ore delle sue lotte rivoluzionarie, citava cifre, precedenti Ieri all’imbrunire, mentre percorrevo la città in un lungo giro di ricognizione, mi sono resa conto del disastro che le raffiche hanno causato. Nella maggior parte dei quartieri ci sono alberi abbattuti, perfino bellissimi esemplari centenari che sono stati sradicati e ancora oggi giacciono al suolo, esposti come dinosauri feriti sulle strade. I vicini tentano di spostarli, ma c’è bisogno di gru, camion e carriole per toglierli dalla via pubblica. Pali, cavi, semafori, lampioni, grondaie, tetti, persiane e taniche di acqua languono lungo le strade senza essere raccolti dai camion che non ce la fanno già più con i lavori di risanamento. I volti degli abitanti dell’Avana che camminano storditi, schivando scrupolosamente il disastro, senza calpestare i cavi caduti, evitando le zone colpite, cercando cibo e acqua potabile o semplicemente un po’ d’aria fresca nelle zone che arrivano al mare, questo è senza alcun dubbio il vero ritratto interiore dei nostri giorni. La radio nazionale sputa cifre su cifre con alte statistiche sui disastri nella zona turistica, le canzoni patriottiche rianimano le brutte notizie. La metà degli hotel di Varadero e un’alta percentuale degli impianti sugli isolotti sono stati devastati. Si annuncia alla popolazione che non potranno più essere mandati lavoratori dalle province vicine per aiutarci nel recupero. Ogni provincia deve essere recuperata a poco a poco e con le proprie risorse tecniche e umane. Noi che ancora abbiamo un telefono ci chiediamo dove e chi chiamare per chiedere aiuto. I numeri di sempre, quelli di emergenza, sono fuori servizio. Scorro il cursore da un lato all’altro. Quale emittente ci può comunicare in che momento verrà ripristinato il nostro servizio elettrico e dove trovare un po’ di cibo, acqua potabile o combustibile per resistere fino al prossimo fenomeno atmosferico? La speranza si è volatilizzata come un aquilone alzato dai bambini nel bel mezzo della tormenta. Camminiamo come zombie grati, almeno, per il miracolo di essere vivi nonostante la furia degli elementi. La città spenta ricorda i terribili anni del Periodo Speciale. Le calde, interminabili notti di black-out non ci lasciano dormire in pace e i nostri pensieri sono il vero tifone che può demolirci. Perfino gli uragani più violenti hanno un asse, un centro da cui girare in direzione dei suoi obiettivi, ma quale è il nostro obiettivo? Cammino nelle zone in cui è arrivato il mare cercando di portarsi via ciò che già non possediamo. Che cosa vuole la natura da noi? Ormai non abbiamo più niente da offrire. La nostra vita oggi è acqua in un cesto. Guardo l’invasione del mare che reclama il suo spazio tra noi, il tunnel di Línea, quello che separa El Vedado da Miramare, trasuda alghe e salnitro. Osservo il paesaggio dopo la battaglia e mi domando: L’asse dov’è? Quale sarà il nostro centro? A chi posso chiedere una spiegazione sulle cose? Qualcuno ci ascolta? Penso alla domanda che fanno poco prima di salire su alcuni aerei. Chi chiamare in caso di emergenza? Wendy Guerra (da el Nuevo Herlad, 12 settembre 2017) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=146&cmd=v&id=21484