News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Gerňla prepara il suo Natale tra tanta neve|Sport invernali, incontri ricreativi e giocosi Natale in arrivo nella stazione alpina valtellinese, per il 2017 e l'avvio del 2018 la Valgeròla presenterà i suoi presepi, in programma anche una grande caccia al tesoro Vacanze invernali, c'è tanta neve a Gerola Alta, Valtellina, stazione invernale che si prepara ai momenti più intensi della sua stagione ricettiva. L'Ecomuseo della Valgerola ha reso noto e sta diffondendo in questi giorni il “Calendario Inverno in Valgerola” con gli appuntamenti che si distinguono nella attività turistica e di animazione per il Natale e le festività ormai imminenti. «Anche quest'anno il cartellone delle manifestazioni è articolato e ricco» ha chiarito il referente di Ecomuseo e dell'animazione Sergio Curtoni. «Abbiamo iniziative a data, pensiamo in particolar modo al “Presepe vivente” che si svolge a Gerola il 24 dicembre; nello stesso giorno a Rasura ci sono giochi per bambini e momenti di svago con Babbo Natale». Altri eventi cardine saranno il falò di mezzanotte del 31, a Gerola località Castello. Mentre l'1 gennaio si svolgerà la fiaccolata a Pedesina. «Anche per questo 2017» prosegue Curtoni «proporremo ai turisti, agli ospiti dello sci, dello scialpinismo, delle seconde case e ai residenti la grande Caccia al tesoro con quiz, punti e bonus da conquistare: sarà ancora una caccia al tesoro coreografica e ricca di sorprese, adatta sia ai bambini, sia agli adulti, alle famiglie e ai gruppi. Ci saranno premi, verranno diffusi album fotografici dei momenti più divertenti delle proprie vacanze». «Altre opportunità importanti» conclude «saranno la possibilità di visitare la “Via dei presepi” e i Presepi di Gerola, Fenile, Sacco e Pedesina, ci saranno presepi e rappresentazioni della Natività in tutta la Valle. Sarà l'occasione per fare il tour dei nostri musei, i luoghi in cui si può scoprire tra allestimenti rustici e ambienti conservati, come si viveva una volta in queste nostre montagne. E naturalmente sciare nel comprensorio di Pescegallo o organizzare, in comitiva o con l'accompagnamento di una guida alpina, una escursione scialpinistica o una ciaspolata». Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21727 Carlo Forin. Il Capodanno Kar mur Questo Carlo Forin che scrive –per…dono– si è scoperto mur, verme della Terra, contro bib.bi, ‘il demone della parola e della Terra’, che ha molto confuso il mondo. 1) mur, ur [HAR] n., lungs; liver, fodder for fattening; lattice, grate (cf., ur5, muru12, and HAR-ha-da) (mu7, ‘to shout/mud6, mu2, ‘to sing; to blow’ + ur3, ‘root, base’). v., to surround, enclose; to guard, preserve; to shout; to fatten; to grind, mill; to destroy; to spoil. demonstrative, thus; so; in this way.1 2) mar; mur worm; earthworm.2 3) ma2-ur3 (-ur3) portrage trail where boats or freight must be dragged overland (‘boat’ + ‘to drag/mountain pass’).2 Vi ho dato tre sintagmi per aiutarvi a riconoscere la complessità del verme della terra. Il vermo reo dantesco li comprende tutti perché è ba.bu.sat.an, nascosto velato sotto Antasubba, il mal caduco (secondo Giovanni Pettinato). Invece, è proprio l’espressione nascosta nel circolo an.tas.ub.ba di ba.bu.sat.an. La 2) è, dunque, il verme, zumero u.er.me, ‘tutto. cammino. parola creativa’. Sono io ed ognuno di voi. Disposti naturalmente per la geenna. Se non che… è venuto giù il Misericordioso a salvarci. Io sono lu.kar, ‘soggetto. forza’, capace di estrema debolezza senza GESH.BU, ‘Albero. (di) conoscenza’ BUN, buona. Con GESH.BU io sono la forza senza ritegni: ieri era mercoledì 6, il giorno di Ercole, l’uomo forza, oggi è giovedì 7, giorno di Giove e di sant’Ambrogio. Così, come nel Capodanno KAR MUR si scatenano tutte le forze di Halloween, demoni ed angeli, morti e fantasmi, con GESH.BU siamo sicuri e sereni di continuare ad operare e di seguirlo in cielo, UB in zumero. Stamani, abbiamo osservato l’assenza del secondo angelo raffigurato nel marmo dell’angolo destro dell’altare di san Tiziano nella cripta del duomo. Asportato dai ladri, consapevoli del suo valore e sicuri di non venir osservati nella notte. A me, preoccupato dello iato del ‘per…dono’, non resta che di chiedere perdono anche per loro. Abbiamo davanti un programma: oggi, sant’Ambrogio, che leggo am.bur.ghi.u: am3 [A. AN] writing of coniugation prefix /a-/ with ventive element /-m/ in NS and OB texts – compared with im-ma.3 buru2, bur(2) n., burin; thread; envelope, container; a palm product [BUR2 archaic frequency]. v., to open, loosen, free; to spread out (a garment); to dissolve; to break (a spell); to interpret (a dream); to release, put at someone’s disposal; to dispose of; to pay (with –ta-); to knap, flake off (flint); to tear out; to dispoil (reduplication class; cf., bar, bur12) (cf., bar and bara3 for similar semantics).4 buru14, bur14 [ENXKAR2 –forza circolare (del) Signore-!] harvest; hot season, harvest time (Akk., eburu(m), cf., ‘harvest; summer’; cf., Orel & Stolbova #1267, *hibVr- “harvest”).4 gi6, ge6 [MI] night; shade (cf., gig2, ‘black/dark’) [GI6 archaic frequency].5 gi, ge reed; lenght measure, reed = 6 cubits = 3 meters (circular + to sprout) [GI archaic frequency].6 u ten (cf.: ha3). Emesal dialect for lugal and en, ‘lord, master; lady; king’.7 U. U (cf., mana, man).7 U.U.U. (cf., esh).7 Domani l’Immacolata, il 13 santa Lucia (alla quale cavarono gli occhi -e vide il cielo-). Santa Lucia, alla vigilia del Natale quand’era viva. La riforma del calendario di Gregorio XIII l’allontanò di 11 giorni dal Natale e nessuno ricorda più la prossimità dei due giorni: allora santa Lucia vedeva il natale; adesso si perde con le candeline delle bionde svedesi. Sarà anche per questo che il Natale è diventato una festa laica. Caro Gesù, per…dono. Chiedo a te il nodo trasparente, che ognuno può leggere nella chiusura dell’Apocalisse di san Giovanni Apostolo. Anzitutto, ‘per’ = pir = bir. Pir è in pirig, leone pirig [GIR3]; pirig3 [UG] lion [leone nds]; light (bar6/7, ‘to shine’, + nig2, ‘thing’; combination of light and lion may relate to a myth in which when the horned bull of the moon gets close to the sun, the bright planet Venus, seen as a guardian lion, kills the horned moon bull – this word for lion is echoed in the name of a Hurrian planet Venus goddess Piringar].8 Che rivela un bir aperto via ig di un probabile grafo pirgi. Bir in via prioritaria è distruzione: bir n., destruction (cf., ellag2) (ba, ‘to divide’, + ir10, re7, ‘to stir, mix’) [BIR archaic frequency:]. v., to scatter, mix; to wretch; to murder.9 Nebbia: bir(2, 4) n., mistiness (of the eyes) (ba, ‘inanimate conjugation’, + er2, ir2, ‘to weep’ and ur5, ‘to smell’, with possibly a hidden meaning of to dry for Vr or ara4 as also seen in dur2). v., to sniff, wrinkle one’s noose; to dry up, shrivel up. adj., flaccid, shriveled up (said of a penis).9 Secondariamente è seminagione: bir…aka to sow broadcast (not in furrow with a plow); to dehusk (‘to scatter’ + ‘to do’).9 Cioè, l’unghia, gun, posposta allo zodiaco, zu.dia.kun vel zu.dia.gun, frange il cielo di stelle nella coda della cometa: BIR-gun3 (cf., ellag2-gun3-gun3-nu).9 Prima, può essere babbar, ‘porta. aperta’ alle stelle: bir2-bir2 (cf., babbar).9 Insomma, bir è un gioco di vita-morte! bir3 [ERIM/PIR2]; bir2 [UD] yoke; team (of donkeys/animals) (ba, ‘inanimate conjugation prefix’, + ir10, ‘to accompany, lead; to bear; to go; to drive along or away’, the plural hamtu for to go’, cf., re7) [??; concatenation; ZATU-143 ERIM].9 bir3-inim-kes2-de6 contractually bound worker (‘yoke’ + ‘oath, agreement + ‘to bind’).9 gisbir3-mar wagon yoke (‘yoke’ + ‘wagon’).9 bir5 [NAM] locust, grasshopper; sparrow (cf., sim, sin2musen; bir3 for animals in plural numbers).10 bir6,7 to rip to pieces; to shred; to break (cf., bir for similar semantics).10 bir9 [NE] to blaze, flame up (cf., bar6,7 for similar semantics.10 Si noterà, con questo bir, quanto… si ampi allontanando il Padrone DUN di tutto U dal bir-pir-per di ‘per…dun’. Peraltro, con Gesù lo iato svanisce ed è semina: bir…aka to sow broadcast (not in furrow with a plow); to dehusk (‘to scatter’ + ‘to do’).11 Si viaggia in due, trainati: gisbir3-mar wagon yoke (‘yoke’ + ‘wagon’).11 Qua vedete l’esponente gis/ges del lineare Gis-ù e la diade bir-mar vel bir-mur. Bir-mur è il verme trainato dal Bir. E si viaggia a tutta bir-ra! Il bir è quello del ‘salto biralto’, salto spezzato in alto, ed è il bir del bir5 [NAM] locust, grasshopper; sparrow (cf., sim, sin2musen; bir3 for animals in plural numbers).12 ...dell’uccello pieno di forza, capace di affrontare sereno nam tar, il messaggero di morte. Dopo Natale viene il Capodanno: potete scegliere tra il divertimento sereno, dopo aver ringraziato AMU dell’amore ricevuto quest’anno 2017, per auspicare un 2018 insieme con Lui, o gozzovigliare in Sodoma e Gomorra. Apocalisse: In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. 22, 1,2 Colui che attesta queste cose dice: -Sì, verrò presto!- Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen! Due Amen: am3En, ‘venga il Signore’, amen, ‘in verità’. Carlo Forin 1 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles,2006: 181. 2 Ivi: 168. 3 Ivi: 18. 4 Ivi: 36. 5 Ivi: 98. 6 Ivi: 77. 7 Ivi: 283. 8 Ivi: 216. 9 Ivi: 33. 10 Ivi: 34. 11 Ivi: 33. 12 Ivi: 34. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=21708 Alberto Figliolia. Nacqui ortica selvatica...|Poesie dal Carcere di Milano-Opera Nacqui ortica selvatica,/ seme prezioso/ sperperato al vento/ in campi incolti. Un incipit che lancia un segnale di diversità o, meglio, di alienità rispetto al mondo. E tale è la condizione carceraria: un universo a parte, una situazione di netta separazione dal resto della società umana. Lo spaesamento, un senso di inutilità a dominare il panorama dei giorni. Giorni tutti uguali, un ciclo di ripetitività, di reiterazione meccanica apparentemente senza scopo che potrebbe inibire la ricerca interiore, le ragioni non solo dei propri gesti e azioni, ma del vissuto stesso, del sé. Eppure un uomo non può essere ridotto alla sua colpa. Nacqui ortica selvatica... scrive A.B., un primo potente verso che dà il titolo all'antologia poetica licenziata dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa attivo nel Carcere di Opera da ormai cinque lustri. Fondato da Silvana Ceruti e tuttora da lei condotto con una schiera di volontari, fra cui la fotografa Margherita Lazzati la quale dona le sue foto per gli specifici progetti, il Laboratorio sarà ospite mercoledì 13 dicembre – ore 18, ingresso libero (entrata da via Francesco Sforza 7) della Biblioteca Sormani di Milano. Location dell'incontro sarà la splendida Sala del Grechetto, un tripudio pittorico che colma occhi e cuore, una sorta di ossimoro se paragonato al contenuto della silloge, invero un perfetto contraltare-pendant. Poiché, se Nacqui ortica selvatica,/ seme prezioso/ sperperato al vento/ in campi incolti risponde a uno stato d'animo inconfutabile, è vero anche che... Nacqui pianta forte,/ rimedio alla calura/ e balsamo digestivo. / Tessuto resistente. E questo è il benefico potere della resilienza. Se ogni vita ha una fine, ogni esistenza ha un fine. Anche l'umile e selvatica ortica ha un fine ed è necessaria. La ruota cosmica traccia il proprio itinerario comprendendo ciascuno di noi: anche coloro senza voce, coloro che stanno oltre i muri, oltre i cancelli di ferro, oltre le grate che rendono il cielo una griglia spezzando le nuvole, frammentando la luce. Nacqui ortica selvatica (casa editrice La Vita Felice, prefazione di Marco Garzonio, pp. 180, euro 15) è una miscellanea di poesie che gridano armonia e desiderio di riscatto. In carcere e nelle prigioni dell'anima può vigere la Legge della Quadruplice R: Rabbia-Rimpianti-Rimorsi-Rassegnazione. Ma, come detto, un uomo non può ridursi alla sua mera colpa. È di più, c'è di più... Ciò che dimostra questo magnifico florilegio poetico che non mancherà di sorprendere e commuovere il pubblico sgombrando il campo da vieti pregiudizi, abbattendo muraglie di rancore. Nacqui ortica selvatica... Tanta fatica sradicarmi da terra,/ strapparmi dai muri, ora./ Solo chiesi un po' d'amore,/ impegno scostante,/ compagnia millesimale./ ... e mi feci scelta di utilità perduta. Benvenuti a bordo di quest'avventura, lettori e spettatori partecipi. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=158&cmd=v&id=21703 Francesco Lazzari. Conosci Morbegno 2/ L’arrivo del treno a Morbegno|La Prefazione di Renzo Fallati Lunedì 15 giugno 1885, una splendida giornata di sole. Il grande orologio, che campeggia sulla facciata della chiesa parrocchiale di san Giovanni Battista, ha da poco segnato l’una pomeridiana, nella tranquilla borgata di Morbegno. Un gruppo vivo di case e strade che, proprio quel giorno, senza rendersene conto appieno, sta vivendo un momento magi­co della sua storia. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma poi… niente sarà più come prima. Sono secoli che Morbegno si distende raccolta ai piedi delle Orobie. Il suo confine a settentrione si ferma appena dietro la chie­sa parrocchiale di san Giovanni Battista, dove ha inizio la Via Borgosalvo. Da quel fazzoletto di terreno che sta per diventare una piazzetta (Largo Felice Cavallotti) e che, in futuro, si trasformerà in una vasta piazza, cambiando il nome (Piazza XXVIII Ottobre e, oggi, Piazza Caduti per la Libertà), si vede in lontananza emergere solitario e malinconico nel ver­de – vigneti, orti, frutteti, prati – il frontone del Teatro Sociale, un tempo la facciata della chiesa di san Francesco, sede del convento dei Cappucci­ni. Più avanti, lo sguardo, verso nord, si perde in lontananza. Si scorgo­no soltanto casolari isolati nella vasta campagna, giù verso l’Adda. Mor­begno, sullo scorcio del XIX secolo ha superato i 4.000 abitanti e per ospitarli tutti non si è mai estesa verso l’Adda e le Alpi Retiche. Ha sem­pre preferito alzare, e di molto, le case nel vecchio centro storico. Basta fare ancor oggi una passeggiata, prendendo le mosse dal vecchio ponte sul Bitto: Via Pretorio, Via Garibaldi, Via Ninguarda… e lo si constata fa­cilmente. Si dice che la fortuna e l’importanza di una città, e perfino il carattere dei suoi abitanti, siano delineati in qualche modo già dalla sua posizione geografica, dal paesaggio, nella maniera di aprirsi o, al contra­rio, di chiudersi alle influenze esterne. È proprio vero. Una città è come un organismo vivo. Le arterie e le vene sono le sue strade e le sue piaz­ze; il cuore è nel centro storico con gli edifici più importanti e significati­vi. Ecco: quando nel 1885 si inaugura la strada ferrata, il corpo di Mor­begno inizia una trasformazione che continuerà per molti anni. Si decide, tra accese polemiche, per una strada nuova e, in pochi decenni, soprat­tutto accanto a questa, sorgeranno edifici, che dimostrano l’assimilazio­ne dell’architettura moderna, ormai diffusa nelle grandi capitali europee. È il segno concreto di un mondo nuovo che, nel giro di qualche decennio, muterà non soltanto le condizioni di vita, ma anche il modo di pensare e di vedere la realtà. Neppure le due guerre, con il loro insopportabile stra­scico di sangue e di dolore, fermeranno più il cambiamento. Morbegno assorbe profondamente gli aspetti di quella rivoluzione urbanistica inizia­ta, nelle grandi città d’Europa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocen­to. A Vienna abbattono i bastioni, che proteggono il centro storico, e si crea il Ring, con tutti suoi edifici che ripercorrono secoli di storia. A Parigi il prefetto Haussmann solca la città con i grandi boulevard, per non par­lare dell’ingegnere Gustave Eiffel che segna violentemente con la sua “Tour” il volto della capitale francese. E, a volo d’uccello, per la giovane nazione italiana, possiamo citare Firenze, che – distruggendo un vecchio quartiere centrale – fa nascere la Piazza della Repubblica e, oltrarno, si slancia verso San Miniato tracciando il Viale dei Colli che porta a quello straordinario belvedere che è Piazzale Michelangelo. Roma, nello stesso periodo traccia il moderno quartiere Prati, vicino al Vaticano. Nella se­conda metà del XIX secolo l’intera Europa è toccata dal vento impetuoso e inarrestabile della modernità. E allora anche Morbegno pare quasi ri­svegliarsi e trasformarsi. Molto più lentamente delle grandi città euro­pee, ma in modo irrevocabile, in tutte le sue dimensioni: urbanistica ed economica soprattutto. Nascono o si sviluppano le fabbriche. Qualche nome, a mo’ di esempio: Rocca, Ghislanzoni e Biffi (conserve alimenta­ri), Martinelli (industria siderurgica), Lusardi, Parravicini, Leali (falegna­meria). E poi come non ricordare i numerosi artigiani, maestri del ferro battuto, del legno e nelle più varie attività che porteranno Morbegno a triplicare i suoi abitanti nel corso di poco più di un secolo. Questo secon­do volumetto della collana “Conosci Morbegno”, opera di Francesco Laz­zari come il precedente, diventa un compagno di viaggio prezioso. Ricco di documenti d’archivio e di immagini fotografiche d’epoca, ci permette di osservare la Morbegno mentre, a cavallo tra Ottocento e Novecento, si lancia in un grande ed epocale cambiamento. Intanto, anche nel capo­luogo della bassa Valtellina, nei primi decenni del Novecento, grandeggia e lascia tracce durature un valente ingegnere. Si chiama Luigi Buzzetti. Tocca a lui progettare, e realizzare, sul nuovo tracciato che porta alla stazione ferroviaria alcuni edifici di pregio. Costruzioni che ancor oggi si fanno ammirare per la loro semplice bellezza e per la loro armonia. L’Albergo Morbegno (oggi Banca popolare di Sondrio), l’Asilo infantile To­maso Ambrosetti, il Palazzo scolastico “Spini-Vanoni”… Senza dubbio uno dei prodigi di questi ultimi centosettant’anni è la possibilità di fermare l’istante con un’immagine fotografica. In questo modo possiamo ritrovare ogni giorno, quasi inavvertitamente, le nostre radici, superando la pesante coltre di fitta nebbia che ci tiene lontani – bersagliati come siamo da sciami frenetici di immagini quotidiane – dal mondo di un tempo, dal mondo di ieri, come lo chiamava Stefan Zweig. Un’epoca sfocata, che, talvolta, ha bisogno di poco per tornare al cuore. Gli antichi erano convinti che fosse questo muscolo pulsante la sede dei sentimenti. La lingua ne ha registrato questa convinzione con il verbo ri­cordare, riportare al cuore. Noi sappiamo bene che i ricordi navigano in alcune zone del nostro cervello, ma ci piace cullare l’illusione che anche il cuore abbia un piccolo spazio per ospitarli. Un grande scrittore del Nove­cento, Marcel Proust, ha avuto bisogno di una brioche (una madeleine) per riassaporare il suo passato, squadernandocelo in sette poderosi volu­mi, che vanno sotto il titolo d’insieme “Alla ricerca del tempo perduto”. A noi possono bastare alcune immagini in bianco e nero, alcune carte topo­grafiche di tanti anni fa e la narrazione che Francesco Lazzari ci presenta in modo avvincente (e ci fa sapere che la strada ferrata aveva un trac­ciato ben diverso da quello attuale e che la stazione dei treni ha rischiato di trovare una collocazione ben lontana da quella odierna) per poter sol­levare un po’ della vecchia polvere dal passato e portare alla luce una parte dell’immenso edificio dei ricordi. Per farci scoprire qualcosa di più del luogo in cui viviamo, per incuriosirci. Interessante ricordare che, da noi, la vaporiera innalzerà i suoi enormi sbuffi di fumo soltanto per quin­dici anni. Già nel 1900 la nostra linea, prima in tutt’Italia, venne elettrifi­cata e il passaggio del treno sarà segnato solo dai classici lunghi fischi. Il gotha della poesia italiana d’allora (tanto per citare, tra gli altri, il Car­ducci e il Gozzano) ritenne immediatamente che il treno fosse più che degno di comparire nelle composizioni poetiche. Era un mezzo utile – an­nullava le distanze – ma rappresentava anche qualcosa di misterioso e di affascinante. Ebbene, anche il nostro valoroso intellettuale Guglielmo Fe­lice Damiani, apprezzava molto questo mezzo di trasporto. Tra l’altro, negli ultimi anni della sua vita, partendo da Morbegno poteva arrivare a Napoli – dove insegnava alla Scuola magistrale – utilizzando esclusiva­mente la strada ferrata. Ed era una gran bella novità. Ecco, il suo “Idillio fugace” è una delle nove composizioni che fan parte della raccolta “Le due fontane”, pubblicata dall’editore Sandron nel 1899. Per me rappre­senta, senza ombra di dubbio, l’apice della poesia di Guglielmo Felice Damiani, questo letterato di Morbegno, morto a ventott’anni. In un pae­saggio bianco di neve, corre, nella notte, un treno. In un vagone, un passeggero e una donna misteriosa si guardano, fanno conoscenza e ar­rivano perfino a baciarsi. Ma tutto finirà bruscamente e amaramente… “Oh, ma quanto fu breve / quell’idillio fugace! / Il treno, entro la neve, / rallentò la sua corsa a una stazione / minuscola e deserta. / E la porta fu aperta…”. La strada ferrata, il treno e una stazioncina diventano in una poesia del 1899 i protagonisti di un momento di passione, la scenografia ideale di un attimo caldo di vita. Renzo Fallati »» Martedì 5 dicembre, ore 21:00, Renzo Fallati presenta il volume L’arrivo del treno a Morbegno di Francesco Lazzari – a cura dell’Associazione Omnibus »» info evento fb Francesco Lazzari, L’arrivo del treno a Morbegno Il progetto del “Viale che mette alla stazione” [CONOSCI MORBEGNO 2] LABOS Editrice, pp. 84 (riccamente illustrato), € 15,00 http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=105&cmd=v&id=21692 Carlos Alberto Montaner. Un anno senza Fidel Raúl è il presidente perché così ha deciso Fidel. Per lui era una persona mediocre, senza preparazione e senza carisma, ma assolutamente leale, una virtù che i paranoici apprezzano sopra a tutte le altre, perciò gli ha costruito una biografia per trasformarlo nel suo scudiero È passato un anno dall’annuncio della morte di Fidel. Sembra un secolo. Per più di un decennio, dal 26 luglio del 2006 fino al 25 novembre del 2016, ha vissuto con un piede nella tomba. Questa agonia al rallentatore è stata molto utile al fratello Raúl. Gli è servita per abbarbicarsi alla poltrona presidenziale e per far sì che i cubani si adattassero al suo controllo, mentre lui si rinsaldava nel potere e trovava persone di fiducia. Raúl è il presidente perché così ha deciso Fidel. Per lui era una persona mediocre, senza preparazione e senza carisma, ma assolutamente leale, una virtù che i paranoici apprezzano sopra a tutte le altre, perciò gli ha costruito una biografia per trasformarlo in suo scudiero. Lo ha trascinato nella rivoluzione. Lo ha fatto Comandante. Lo ha fatto Ministro della Difesa. Lo ha fatto vicepresidente e, infine, gli ha lasciato in eredità il potere dando inizio alla dinastia dei Castro. Da allora Raúl governa nel suo ambito familiare. Con sua figlia Mariela, una sessuologa irrequieta e linguacciuta. Con suo figlio, il colonnello Alejandro Castro Espín, formato nelle scuole di intelligence del KGB. Con suo nipote e guardia del corpo Raúl Guillermo Rodríguez Castro (figlio di Déborah). Con suo genero o ex genero (non si sa se sia ancora sposato con Déborah o se abbiano divorziato), il generale Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, comandante di GAESA, la principale holding militare cubana. Lo stesso Raúl perse la fiducia nel sistema negli anni ottanta del secolo scorso quando spedì molti ufficiali in centri europei per apprendere tecniche di gestione e marketing Queste sono le persone che governano insieme a Raúl, ma hanno tre problemi gravissimi. Il più importante è che a Cuba sono rimasti davvero in pochi a credere nel sistema. Sessanta anni di fallimento sono troppi per conservare la fede in questa assurdità. Lo stesso Raúl perse la fiducia nel sistema negli anni ottanta del secolo scorso quando spedì molti ufficiali in centri europei per apprendere tecniche di gestione e marketing. Perché i militari cubani dovevano padroneggiare queste discipline? Per realizzare il “Capitalismo Militare di Stato”, unico e devastante apporto intellettuale cubano al postcomunismo. Lo Stato si riserva le 2.500 imprese medie e grandi del sistema produttivo (hotel, banche, fabbriche di rum, birra, cementifici, aziende siderurgiche, porti e aeroporti, ecc.) condotte da militari o ex militari di alto rango. Quando non possono sfruttarle direttamente per mancanza di capitale o di conoscenze, si uniscono a un imprenditore straniero a cui offrono ottimi profitti e che controllano, questo sì, come il peggiore dei nemici. Nel contempo, ai cubani è proibito creare grandi aziende. Devono limitarsi a piccoli spazi di servizio (ristoranti), a fare pizze, friggere crocchette, o friggere sé stessi per fare i tassisti. A loro è vietato accumulare ricchezze o investire in nuove attività, perché l’obiettivo non è che gli imprenditori impieghino il loro talento e ottengano i guadagni, ma che assorbano la mano d’opera che lo Stato non può sfruttare. A Cuba, al contrario che in Cina, arricchirsi è un reato. Vale a dire, il peggio dei due mondi: lo statalismo controllato dai militari e il micro capitalismo legato mani e piedi. I partiti comunisti sono segregati da una dottrina, il marxismo, che nel perdere ogni significato trasforma il PC in una questione puramente rituale Il secondo problema è che il Partito Comunista non significa nulla quasi per nessuno a Cuba. In teoria, i partiti comunisti sono segregati da una dottrina, il marxismo, che nel perdere ogni significato trasforma il PC in una questione puramente rituale. È ciò che successe nell’URSS. Siccome nessuno credeva nel sistema, il PC venne liquidato con un decreto e 20 milioni di persone si ritirarono nelle loro case senza versare una lacrima. Il terzo è che Raúl è un uomo molto vecchio, di 86 anni, che ha giurato di ritirarsi dalla presidenza il prossimo 24 febbraio, anche se probabilmente rimarrà nascosto nel Partito. In ogni caso, fino a quando vivrà? Fidel è durato 90 anni, ma è sufficiente leggere i suoi scritti degli ultimi anni per comprendere che aveva perso molte facoltà. Il maggiore dei maschi, Ramón, morì a 91 anni, ma da diversi anni soffriva di demenza senile. La somma di questi tre fattori prelude a un finale violento per il castrismo, magari a spese di qualche militare, salvo che l’erede di Raúl Castro (ufficialmente Miguel Díaz-Canel, primo vicepresidente, ma potrebbe essere qualcun altro) non opti per una vera e propria apertura politica e smantelli il sistema in modo organizzato per evitare che lo abbattano e che le macerie crollino su questa fragile struttura di potere. Per queste necessità servono i processi elettorali, ma i raulisti si sono già fatti carico di bloccare il centinaio di oppositori disposti a partecipare ai prossimi comizi, mentre si rifiutano di ammettere la consulta proposta da Rosa María Payá, la figlia di Oswaldo Payá, un dirigente assassinato per aver chiesto ciò che oggi, coraggiosamente, reitera la ragazza. Insomma: Raúl darà al suo successore uno scossone terribile. La dinastia morirà con lui. Carlos Alberto Montaner (da 14ymedio, 19 novembre 2017) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=21684 Il dramma della Siria contemporanea nel romanzo di Asmae Dachan Il bel romanzo di Asmae Dachan parla di noi. Di noi che assistiamo ai servizi dei tg sugli sbarchi e sui naufragi nel Mediterraneo. Di noi che prima esultiamo in cuor nostro dinanzi alle immagini dei giovani che riempiono le piazze in Medio Oriente e Nord Africa, “perfino in Siria”… per chiedere libertà. Di noi che, attoniti e disorientati, cerchiamo poi su internet (di queste tg e tv ne riportano e ne mostrano di meno) notizie e immagini di tutte quelle stragi, dei barbarici bombardamenti, delle macerie di città distrutte. Ecco, allora, spiegato perché il libro è così coinvolgente. In modo chiaro e diretto, senza ideologie o tesi precostituite ma nell’immediato dipanarsi della vicenda di un giovane siriano ospite del nostro paese a seguito del naufragio del gommone, nel quale ha invece perso la vita, con altri sventurati, l’ancor più giovane sorella, ci fa comprendere il nesso tra quei fatti tremendi della cronaca e della storia più recente. Coinvolgente perché entra direttamente nei nostri pensieri e, al tempo stesso, illuminante perché riesce a mettervi ordine, finendo col fornirci alcune delle risposte che ci mancano. I personaggi sono altrettante testimonianze di vite semplici e comuni, che divengono presenze palpitanti. È anche per questo, forse, che il racconto ci prende e ci rende talora protagonisti. Perché capire è una necessità intellettuale, ma prendervi parte è il vero modo di concorrere alla liberazione dell’uomo, a cui chiama in questo caso la letteratura. Un libro da leggere e da far leggere perché è una lettura preziosa, necessaria e anzi indispensabile alla società italiana (cittadini, politica, religione) per comprendere il dramma atroce della Siria contemporanea. E che rivela in Asmae Dachan la levatura di una grande narratrice. (Enea Sansi) Asmae Dachan, Il silenzio del mare Castelvecchi, 2017, pp. 187, € 17,50 http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=21679 Lidia Menapace. Anita Pasquali Devo la notizia della sua morte -al termine di una dolorosa malattia che ignoravo- all'affettuosa generosa sollecitudine di Rosangela Pesenti, che trovatasi a Roma per un altro impegno politico/culturale, saputala, me l'ha comunicata. Anita ha fatto parte molto intrinseca e importante di quella costellazione splendente e insieme modesta di donne che hanno fondato portato costruito l'Udi e sono state protagoniste di un femminismo molto importante negli anni della Resistenza (sotto il nome di Gruppi di difesa Donne, Gdd) e del primo dopoguerra, durante l'assemblea costituente e dopo. Erano donne per lo più di modesta condizione sociale e culturale, ma non solo, e di estrazione sociale per lo più popolare, ma non solo. Caratteristico dell'Udi fu sempre il fatto che ne facevano parte donne di tutti i livelli culturali e collocazione sociale e appartenenza politica democratica, (comuniste socialiste cattoliche repubblicane), un vero movimento di massa che si impegnò per molte cause, dal sostegno alla maternità liberamente scelta alla scolarizzazione, al lavoro, al lavoro domestico, e al suo riconoscimento previdenziale, alla violenza sessuale, al divorzio e all'aborto, insomma nessuna tappa fu saltata delle presenza attiva in un tenace, e non ancora concluso, cammino dell'emancipazione e liberazione delle donne, fino e oltre la prova cruciale dell'incontro/scontro col femminismo degli anni '60 e 70, quando l'Udi riuscì a non farsi né cancellare, né emarginare o assimilare, e si impegnò con forza tenacia competenza tecnica per continuare il suo cammino di difficile e sempre riconquistata autonomia. Un bacio, carissima Anita, ciao lidia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=108&cmd=v&id=21665 Tirano. Festival “Leggere le Montagne” 2017|Il Gruppo di Lettura della Biblioteca Civica “Arcari” invita a partecipare alla lettura collettiva In coda alla rassegna “Il Cuore in Montagna” da poco conclusa, il Comune di Tirano aderisce al Festival “Leggere le Montagne”, un’iniziativa che conta decine e decine di eventi lungo tutto l’arco alpino e che si realizza in occasione della Giornata Internazionale della Montagna dell'11 dicembre 2017. Il Festival, lanciato nel 2015 dalla Convenzione delle Alpi, vuole connettere arte e letteratura alla montagna con l'obiettivo di far apprezzare le similitudini e le differenze culturali fra le varie zone alpine. È un’opportunità per celebrare la molteplicità linguistica delle Alpi e il variegato e condiviso patrimonio culturale, e al tempo stesso per promuovere la lettura e la letteratura invitando scuole, biblioteche ma anche privati cittadini ad organizzare iniziative. Il Gruppo di Lettura della Biblioteca Arcari ha accolto la proposta e vuole promuovere una lettura partecipata di brani, racconti o poesie sulla montagna, la presentazione di un libro, o la narrazione di antiche storie alpine, in italiano o in dialetto... Tante le modalità di lettura, i generi e i temi possibili. In concomitanza si vorrebbero proiettare delle immagini di montagna raccogliendole da chi vuole proporre le fotografie delle proprie escursioni. Chi è interessato a prendere parte all’iniziativa, a proporre testi, mettere a disposizione immagini e/o a leggere ad alta voce è invitato a partecipare all'incontro organizzativo che si terrà presso la Biblioteca “Arcari” di Tirano venerdì 24 novembre 2017 alle ore 20:45. Le fotografie (massimo tre immagini con buona definizione) andranno inviate in formato digitale all'Ufficio Comunicazione del Comune di Tirano. L'iniziativa promuove i valori della Convenzione delle Alpi – il trattato internazionale sottoscritto dai Paesi della fascia alpina insieme all’Unione Europea – quali la dimensione economica ambientale, sociale e culturale della vita nelle Alpi, ma soprattutto la protezione delle Alpi, il suo sviluppo sostenibile e la sua diversità. Città di Tirano Assessorato alla Cultura e al Turismo Info: Biblioteca Arcari Tirano 0342 702572 - biblioteca@comune.tirano.so.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21658 Asmae Dachan. Marc, l’artista che dipinge la guerra Foto drammatiche che diventano disegni. Sangue che si asciuga e diventa colore per arrivare anche agli sguardi più sensibili, alle persone che solitamente distolgono lo sguardo perché non riescono a guardare la realtà della guerra. Il filtro creato dal disegno, dal tratto gentile e profondamente umano dell’artista Marc Nelson è un modo creativo e delicato per lanciare una forte denuncia: in Siria i civili continuano a soffrire e morire in silenzio. Marc è un insegnante e artista americano che attraverso i suoi profili social divulga il suo messaggio di solidarietà e affetto verso i siriani. Riceve le foto da attivisti e fotografi siriani, le interiorizza e con il suo tratto gentile da un lato sembra cercare di asciugare le lacrime dei civili feriti e spaventati, dall’altro lancia un grido alle coscienze dell’umanità, perché non ignorino il dolore dei siriani. Ecco il suo racconto. – Quando hai iniziato a trasformare in disegni le drammatiche immagini che giungono dalla Siria? Ho iniziato a disegnare nell’autunno 2016. Mia moglie e io siamo stati più volte in Turchia tra il 2011 e il 2013 e abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare molte testimonianze di civili vittime del regime di Assad. Un giorno, nel 2016, ero seduto in cattedra prima dell’arrivo dei miei studenti e ho visto sui social l’immagine di un uomo che tentava disperatamente di salvare una ragazzina ad Aleppo. La bambina stringeva la sua coperta e aveva un’espressione di panico assoluto sul volto. Sono rimasto scioccato da quell’immagine. Ho preso un carboncino e ho abbozzato l’immagine. Quello è stato il mio primo disegno sulla tragedia siriana. – Cosa provi quando trasformi in disegni le tragiche immagini condivise online dai fotografi e dagli attivisti siriani? Le immagini degli attivisti chiedono la mia attenzione, riempiono la mia testa e sconvolgono la mia anima. Mi sento obbligato a usare i miei semplici strumenti, la grafite e il carboncino, per concentrarmi sulle immagini. Non voglio guardare altrove. Sento che le persone che compaiono in queste foto meritano attenzione, amore, compassione e disegnare è il mio modo per passare il mio tempo con le loro immagini. – Cosa pensi del protrarsi della guerra in Siria? Hai amici siriani? Mi rammarico ogni giorno dalla violenza, dal terrore e dalla morte che affligge il bellissimo popolo della Siria. Sono i miei fratelli e sorelle e vorrei per loro la pace e ogni bene. Tutto quello che il popolo siriano desiderava era libertà e democrazia, invece hanno trovato violenza e morte. Essere testimone di questi eventi e non dire nulla sarebbe un crimine. Ho molti amici siriani compresi artisti, insegnanti, attivisti. Alcuni miei amici vivono negli Stati Uniti o in Europa, ma molti vivono ancora in Siria. – Secondo te, l’opinione pubblica mondiale conosce realmente cosa sta accadendo in Siria? La tua arte può aiutare una maggiore consapevolezza? Ritengo che i media occidentali abbiano una soglia di attenzione molto bassa e questo è pericoloso. Per alcune settimane a dicembre 2016 le notizie di Aleppo erano in prima pagina. Ora, invece, negli Stati Uniti non si sente quasi più nulla sulla crisi in atto. Con la mia arte invito le persone a rallentare, a fermarsi a guardare le immagini e a pensare alle persone ritratte nelle mie immagini e sperare che alzino la voce per chiedere la loro salvezza. Disegno e dipingo quasi tutti i giorni. Continuerò a fare arte che celebra il coraggio umano e denuncia la violazione dei diritti umani. Asmae Dachan (da Diario di Siria, 16 novembre 2017) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=21649 Milano e la Mala: La mostra|di Mauro Raimondi Dal qualche anno, ormai, Palazzo Morando di via S. Andrea 6 ospita delle mostre su Milano. Questa volta è di scena la Mala(vita), le cui vicende sono narrate dalla tradizionale liggera d’anteguerra fino agli anni Ottanta, quando Epamoninda controllava la città. Otto sale in cui si attraversa mezzo secolo di storia della criminalità ma anche, ovviamente, di Milano. Una cassaforte con tanto di banconote da 10.000£ ci accoglie all’ingresso, ricordandoci come i “milanesi” fossero famosi in tutta Italia per la loro capacità di scassinare. Vicino, in una vetrina, rasoi di borseggiatori, spadini e chiavi per topi di appartamenti ci rivelano gli strumenti tradizionali della liggera, già citata a fine Ottocento dallo scapigliato Cletto Arrighi e dal giornalista-scrittore Paolo Valera. Inutile, cercare un’etimologia del termine. Di certo, però, quei loro arnesi fanno quasi tenerezza e ci portano davvero in un’altra epoca, in un’altra città. Come diceva una famosa canzone: E con tucc i tram che gh’è la liggera la va a pè…. La seconda sala ci conduce nel dopoguerra. All’interno della geografia malavitosa della città le osterie del Ticinese, di via Brera ma anche del Bottonuto, un quartiere poi demolito a due passi dal Duomo, rappresentavano dei covi perfetti per ricettatori e piccoli delinquenti. A cui iniziarono ad affiancarsi dei veri e propri “personaggi” come Enzo Barbieri, tanto sfrontato da mettere un 777 (il numero del centralino della polizia) come targa della sua auto e da apparire in tribunale con un impeccabile gessato da gangster. Le sue incursioni finivano spesso con la redistribuzione del bottino fra la gente del suo quartiere, l’Isola, che lo copriva. Catturato la sera del 26/02/46 alla cascina Torrazza, fu coinvolto nella rivolta di S. Vittore dell’aprile successivo, diventando il simbolo della Pasqua rossa, sedata quattro giorni dopo, da cui Alberto Bevilacqua trasse un romanzo. Erano i tempi di Joe Adonis, di Bollina el paesanin, di Gino lo zoppo e della Banda Dovunque, così chiamata per i ripetuti colpi a Milano, Imola e Bologna. La prima volta, però, che la città diventò oggetto di una vera rapina da film fu il 27/02/58, quando i fantasmi in tuta blu, alle 9:30 del mattino, rubarono in via Osoppo 600 milioni, di cui 120 in contanti. E proprio una tuta blu apre la sala, dove si possono vedere le foto delle celebre rapina: il camion che tamponò il furgone portavalori, le cassette contenenti il denaro degli stipendi poi ritrovate al Giambellino, il martello usato da uno dei rapinatori. L’azione fu da veri professionisti. Peccato, verrebbe da dire, che – invece – gli errori da dilettanti che la anticiparono e la seguirono causarono l’arresto di tutti i componenti della banda. Allora si gridò allo scandalo, ma quelli di via Osoppo gli unici colpi li spararono a voce, quando uno dei componenti simulò un tatatatata per bloccare i passanti. Da lì a poco, le raffiche sarebbero state vere. Quel giorno, la romantica liggera aveva celebrato il suo funerale. La quarta sala vede come primo protagonista Luciano Lutring, detto l’Americano per la sua Smith&Wesson (che appare in vetrina) o il solista del mitra perché entrava nella banche con l’arma nascosta in una custodia di violino (i genitori lo avrebbero voluto musicista!). Arrestato a Parigi, si mise e dipingere diventando un artista quotato. Imperdibili, le foto del bar di famiglia in via Novara e del suo rilascio, con acconciatura e abbigliamento da vera rock star. Oltre a lui e alla Banda del Lunedì, l’altro soggetto della sala sono I marsigliesi di Albert Bergamelli, autori di un’altra rapina storica, quella alla gioielleria Colombo di via Montenapoleone. Era il 15/04/1964 e alle 16:30 due Alfa Romeo Giulia si fermarono davanti al negozio, mentre altre due si misero di traverso bloccando l’accesso alla strada. Poi, si sentirono solo i mitra che sparavano al cielo. Fu uno choc: il centro di Milano era stato violato. Gli investigatori, però, furono altrettanti bravi e in soli otto giorni i sette uomini d'oro venivano arrestati. Un’altra banda di cui si racconta è quella di Cavallero, Notarnicola e Rovoletto, immortalati in Banditi a Milano di Carlo Lizzani. Il quale mise su pellicola il loro assalto al Banco di Napoli in Largo Zandonai del 25/09/1967 e soprattutto la folle fuga per Milano sparando all’impazzata. L’immagine di uno dei tre morti, un autista riverso sul finestrino, è davvero impressionante. Così come, nella sala seguente, il corpo insanguinato di Turatello, ucciso nel carcere duro di Badu e Carros, a Nuoro. È stato lui, il primo vero boss di Milano: nulla di criminale accadeva senza il consenso del re di tutti quei locali immortalati nelle foto (Good Mood, Bounty, Pussy Cat, Le Roy, Bang bang). In una storia della malavita milanese non poteva ovviamente mancare Renato Vallanzasca. Dal suo (bel) viso sbarbato che appare in una foto, si capisce subito che uno così, di certo, non poteva diventare operaio... Frequentato il Beccaria (inteso come carcere, non come Liceo…), fondò la banda della Comasina e da lì cominciò un’escalation che lo portò, inevitabilmente, a uccidere qualcuno. Il 16/11/1976, mentre la banda era appostata in piazza Vetra per preparare un colpo all’Esattoria Civica, venne scoperta da una volante e nella sparatoria che seguì un agente, Giovanni Ripani, fu colpito a morte. Le immagine di un altro tutore dell’ordine che piange a dirotto per la morte del collega rimane sicuramente impressa, così come quella dei genitori di Vallanzasca e del suo matrimonio in carcere con un testimone d’eccezione: l’ex nemico Francis Turatello. L’ultima sala ci introduce in un ambito che vide Milano, purtroppo, come capitale italiana: quello dei rapimenti. A proposito, davvero tenera la foto del piccolo Alemagna. Siamo ormai negli anni di Epaminonda e dei suoi Apaches, criminali feroci e senza scrupoli. Come dimostrano le immagini della strage alla cascina Moncucco del 03/11/79: alle 0:30 due clienti si trasformarono in killer e freddarono non solo Antonio Prudente, emergente della mafia legato a Turatello, ma anche tutti gli altri presenti: la compagna, due loro amici, alcuni clienti sudamericani, la cuoca… La povera liggera con cui avevamo iniziato il nostro viaggio, è ormai un pallidissimo ricordo. Come quella Milano che l’aveva vista all’opera. Saludi » mostramalamilano.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=21637 Yoani Sánchez. L’arte di trasformare gli artisti in “nemici” L’Avana – Ha scritto su un muro e lo hanno arrestato per diversi mesi; ha fondato un partito di opposizione e lo hanno accusato di aver comprato alcuni sacchi di cemento; ha fondato un mezzo di stampa indipendente e lo hanno denunciato per tradimento alla patria. Ogni passo compiuto per essere libero è terminato con una smisurata repressione che si spiega soltanto con la paura che le forze di governo provano nei confronti dei loro cittadini. Il caso dell’artista Luis Manuel Otero Alcántara (foto) ha mostrato ancora una volta questo timore che è latente nelle alte sfere e dirompe su tutto ciò che va oltre il limite stabilito. I poliziotti che hanno fatto incursione in casa sua lunedì scorso erano alla ricerca di qualsiasi prova per incolparlo, perché sono gli esecutori di una politica punitiva che viene messa sistematicamente in atto contro gli oppositori del sistema. I sacchi con i materiali edili sono solo il pretesto per “mostrare i mezzi” a Otero Alcántara e incastrarlo in un processo legale infinito. Ciò che succederà è un film già visto: il processo a tutta velocità, la condanna che lo toglierà dalla circolazione finché non sarà passata la data dell’evento indipendente e, nel frattempo, un “poliziotto buono” che gli suggerirà all’orecchio i vantaggi di emigrare per evitare tutto questo guaio. I sacchi con i materiali edili sono solo il pretesto per “mostrare i mezzi” a Otero Alcántara e incastrarlo in un processo legale infinito L’artista sentirà su di sé ogni tipo di pressione. Da un lato la Sicurezza di Stato a dire che la sua è una provocazione non ammissibile, dall’altro la corporazione di artisti residenti a Cuba che prenderà le distanze dalle sue proposte. Alcuni di quelli che avevano detto “sì” alla partecipazione alla #Bienal00 smetteranno di rispondere alle email o diranno di dover partire per un viaggio imprevisto. Alcuni lo accuseranno di voler attirare l’attenzione, altri gli diranno che avrebbe potuto passare per le vie ufficiali prima di lanciarsi nell’organizzazione di un evento parallelo. Accadrà che lo incolpino di aver sorpassato la linea rossa tra arte e attivismo o di essersi addentrato nella politica. I più caustici gli mormoreranno che ora può mettere il suo volto nel prossimo video di Juego de Tronos montato con i candidati alla presidenza cubana. Eppure, pioverà anche la solidarietà di coloro che in questi ultimi giorni hanno seguito l’arresto dell’autore di ¿Dónde está Mella?, una performance realizzata nell’antica Manzana de Gómez, all’Avana. Il suo caso contribuirà a mostrare al mondo che il modus operandi per attaccare oppositori, artisti e giornalisti del governo di Raúl Castro è lo stesso. Poco importa al governo se il “coraggioso” denuncia violazioni dei diritti umani, lavora con la metafora o approfondisce un’informazione. Da lassù tutto ciò che non segue gli ordini merita una sola parola: nemico. Ora Luis Manuel Otero Alcántara si trova per loro in questa categoria. Yoani Sánchez (da 14ymedio, 10 novembre 2017) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=21628