News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Milano. Il centenario della nascita di padre Camillo De Piaz|Sarà ricordato con un concerto del Coro “Novum Canticum” sabato 16 giugno 2018 alle ore 20:30 nella basilica di san Carlo al Corso Dopo il santuario dell’apparizione della Madonna di Tirano, un’altra sede particolarmente significativa per una delle manifestazioni curate dal Comitato onoranze a padre Camillo De Piaz nel centenario della nascita, è senz’altro la basilica milanese di S. Carlo al corso dove sabato 16 giugno p.v. il coro Novum Canticum di Tirano presenterà “È Passato di qui”, dal libro Via crucis di don Angelo Casati, con la proiezione delle illustrazioni di Valerio Righini. I testi sono affidati ai lettori Gianni Besio, Federica Bendotti e Leonardo Stigliani mentre a reggere e legare il tutto saranno i canti eseguiti dal coro Novum Canticum fondato e diretto dalla prof. Ebe Pedretti, che saranno accompagnati all’organo da Francesca Comandatore. A Ebe Pedretti è toccata anche la delicata scelta delle musiche e dei canti abbinati al testo recitato. A rendere il luogo particolarmente significativo è il ruolo che, la chiesa e l’annesso convento, ebbero nella vita di padre Camillo, che vi giunse sacerdote novello per continuare gli studi all’Università Cattolica insieme al confratello David Maria Turoldo, dove fecero l’esperienza della guerra, della resistenza, del Fronte della Gioventù e della Corsia dei Servi nelle sue varie stagioni fra cui quella animatissima del Concilio. Il Comitato promotore, che ha come presidente onorario il cardinale Francesco Coccopalmerio, è presieduto dal sindaco di Tirano Franco Spada e coordinato dall’assessore alla cultura Sonia Bombardieri. L’iniziativa gode dei patrocini della Prefettura di Sondrio, del Comune di Tirano, della Provincia di Lombardia e Veneto dei Servi di Maria, della collaborazione del Convento di San Carlo e dell’apporto organizzativo dell’Associazione padre Camillo De Piaz. Associazione padre Camillo De Piaz http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=102&cmd=v&id=22105 Roberto Malini. Francia. Mostra personale di René Bokoul|A sostegno di Mokoko e della democrazia in Congo L’arte per dire no agli abusi da parte dei regimi che negano il valore della libertà, per difendere la civiltà, la democrazia, il diritto. Dopo la grande mostra milanese “Apolidi, identità non disperse” e in contemporanea con la mostra, che inizierà il mese prossimo a Sassocorvaro (PU) e presenterà le opere degli Artisti dell’Olocausto, segnaliamo un evento d’arte e civiltà in Francia. Ad Angoulême, presso il CSCS/MJC Spazio Louis Aragon l’artista di origine congolese René Bokoul terrà una personale dall’8 al 29 giugno, il cui tema è “Dictatures d’Oyo: liberé Mokoko”. «La mostra è organizzata a sostegno del generale Jean Marie Michel Mokoko», spiega il pittore, «candidato che vinse le elezioni presidenziali anticipate del 20 marzo 2016, arrestato arbitrariamente dal regime di Brazzaville – guidato dal dittatore Denis Sassou Nguesso – e condannato l’11 maggio scorso, dopo un processo durato cinque giorni, a 20 anni di detenzione». La mostra di René Bokoul si propone di portare all’attenzione della comunità internazionale questa nuova azione iniqua da parte del dittatore, che ha annientato con l’arroganza e la violenza di chi è nemico della libertà la colonna portante della democrazia congolese. Mokoko non ha avuto la possibilità di proferire una sola parola a propria difesa, durante le udienze, perché l’intero processo non è stato che una crudele farsa e l’imputato non ha potuto disporre di alcuna garanzia né della possibilità di ottenere clemenza. «Dopo cento anni di sottomissione a poteri corrotti e senza scrupoli», conclude amaramente Bokoul, «il Congo è ora colpito da una nuova condanna, che non riguarda solo Mokoko, ma la speranza stessa di poter salutare il giorno della libertà. Libertà che ora chiediamo a gran voce. Libertà per Mokoko, prigioniero di una delle dittature più feroci del pianeta e simbolo della nuova Africa, che insegue un progetto di uguaglianza, democrazia e civiltà». Roberto Malini http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=135&cmd=v&id=22086 Carlo Forin. Benessere all’ombra in Bello Stamani1 ho preso altre quattro copie, da regalare, della: Francesco, Gaudete et Exultate. Esortazione Apostolica sulla chiamata alla Santità nel mondo contemporaneo, Libreria Editrice Vaticana, Shalom, 2018. Sono salito in Cansiglio (in macchina). Stimo che sarà per un numero da cento a duecento volte da sempre. Ho riflettuto sul mio benessere. Mi sono persuaso a coniugarlo con ombra, lat. umbra, zum. bar.um (luogo di divinazione). In Pian Cansiglio ho incontrato tre pullman di scolaresche delle elementari. Ho sorbito un succo di pera e sono ritornato. Al momento di aprire la porta ho risposto al telefono al mio amico Vittorino Pianca. Ho pranzato alle 11 guardando su Rai 1 la visita in Puglia di papa Francesco. Era già stato ad Alessano, è entrato in Bisceglie per celebrare la Messa in onore del beatificando vescovo di Molfetta, andato al Padre venticinque anni fa, don Antonio Bello (cfr. Wikipedia), noto come don Tonino Bello. Sulla tomba c'è scritto, semplicemente, “Don Tonino Bello, terziario francescano, vescovo di Molfetta-Rivo-Giovinazzo-Terlizzi”. Dopo aver pregato per cinque minuti davanti alla tomba, il Papa si è raccolto in preghiera anche davanti alla vicina tomba della madre del presule. Francesco ha poi salutato nel cimitero un gruppo di familiari di don Tonino, i fratelli Trifone e Marcello e i nipoti con i rispettivi figli, scambiando con tutti strette di mano, parole di ricordo del vescovo scomparso 25 anni fa, e accarezzando e baciando i bambini. Un vescovo che prescrive ‘terziario francescano’ per la sua tomba è un profeta degli ultimi. Si è speso per la pace. Papa Francesco, che una settimana fa ci ha dato l’esortazione apostolica per esser tutti santi, anche a noi imperfetti, oggi celebra uno che sta diventando ufficialmente perfetto. In bello è “in guerra” in latino. In zumero fu stata -in lu2-gisbala-: ‘correntein man of the spinner (‘man’ + ‘spindle’)’.2 -Uomo del fuso- dà una connotazione di ruolo precisa del tessitore capace (di girare le fila nel tessuto). Il tessuto della vita è fatto di un ordito di guai, come la guerra, madre di tutti i guai, ed una trama di opere buone. Amo riconoscere in tonino bello un costruttore di pace. Carlo Forin 1 20 aprile 2018. 2 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 160. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22033 Carlo Forin. Benessere e il benessere possibile Sono le 12:52 di giovedì 12 aprile 2018. Sto nel mio appartamento, in via Leopardi 8, int. 6 di Ceneda in Vittorio Veneto. Sto bene. La mia vita è nell’undicesimo mese del settantesimo anno che compirò il 1° giugno. Vivo un benessere di fatto. Fisicamente e, soprattutto, idealmente. Ringrazio Dio. Ringrazio anche i miei fratelli: Maria Luisa, Paolo, Alessandro. Ringrazio i miei genitori, Gino e Gigetta, che giacciono coi corpi nel cimitero di Ceneda, nell’ala nuova ad occidente. Con lo spirito loro possono vedere la bellezza dell’anfiteatro morenico che oggi tiene Vittorio Veneto. Ed il monte Altare, visto da sud. Devo andar a portare dei fiori. L’altro giorno ho preso la decisione che ho posposto. Sono inadempiente, ancora. Ecco, questo è un disturbo che mi toglierò dopo, quando arriverà Mariya, alle 15:30. Ritorniamo al benessere. Perché invito a guardare il colle del monte Altare? Anzitutto perché è il ‘mio monte’. Decisi di studiarlo 27 anni orsono, nel 1991. Ora la mia osservazione è completa. Il sacro fuoco che mi spinse a cercare sta scemando. Ho fatto meta, rugbisticamente parlando. Con una meta non si vince la partita di solito. Perciò io continuo a cercare. Ora, voglio trovar l’incontro col lettore, oggi o quando Dio vorrà. Che cos’ha il colle tanto importante da ‘volere’ più di un terzo della mia vita? Il nome!: fu monte de Antares e colo maledicto. La prima meta è l’Archeologia del linguaggio.1 Lo scrissi2 nel libretto ANTARES dagli dèi di Babele alle lingue d’Europa, stampato dalla tipografia Tipse di Vittorio Veneto in 500 copie nel mese di febbraio 2005. Vi inserii3 il documento dell’atto redatto dal notaio Bertucio Nigro del 25 agosto 1435 in merito alle controversie tra le podesterie di Serravalle e Ceneda col nome su menzionato. § § § Sono le 4:50 di lunedì 16 aprile 2018. Sono partito bene col benessere.4 Dio mi assiste. Come si può riassumere la contemporaneità col mio Benessere della pubblicazione del Gaudete et Exsultate di papa Francesco? Magari, ci sarà lo smagato che dirà: tu eri al corrente della prossimità temporale della pubblicazione. Questo non è. Ad ogni modo non potevo conoscere il contenuto che mi fa vedere il contributo più importante del papa pastore. Io sono arrivato al punto 53 che finisce a pag. 38. Godo della poliedrica, profonda conoscenza del pensiero cristiano (ed anche laico) di Francesco. Godo della psicologia fine capace di toccare tutte le corde dell’anima. Godo della positività, che consente di muovere serenamente le corde oscure della religiosità malata dei cuori chiusi all’amore, misericordioso senza acrimonia, proprio del confessore. Io non sono capace di fare altrettanto. L’obiettivo di Francesco: 2. Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel momento attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ognuno di noi -per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità-. (Ef 1,4) su di me ha successo pieno! Ed ho il compito di vestirla di tempo. Io, che amo sant’Agostino, de Le confessioni e La città di Dio,5 per stare ai libri miei preferiti rivelatori di un altro confessore, do ai due autori lo stesso riconoscimento di guide cristiane. Il Signore ha scelto anche me per essere santo di fronte a lui nella carità, scrive Francesco. Ho esaminato Le confessioni in tre edizioni. Una, scarabocchiata e perduta; due della Città Nuova e di Einaudi. Invito il lettore ad osservare attentamente il capitolo ottavo, la visita a Simpliciano. Allora era vecchio ormai e nella lunga esistenza passata a perseguire la tua via con impegno così santo [si sta riferendo al Signore dio], mi sembrava avesse acquistato grande esperienza, grande sapienza, né mi sbagliavo. Era mio desiderio conferire con lui sui miei turbamenti, affinché mi riferisse il metodo adatto a chi si trova nel mio stato per avanzare nella tua via. Io ne ricavo: il benessere non è uno stato immobile. È, piuttosto, una via gioiosa a salire. Come una via alpina tra i boschi. Nel settantesimo anno da compire nella mia vita Me ritrovai nel bosco sereno del monte Altare Dentro la via diritta praticata per tutto il terzo millennio. Poco poetico, ma molto significativo; per discernere dalla Commedia di Dante l’inferno scampato (forse)6 con lo smarrimento in pratiche licenziose del mezzo della mia vita, la frequentazione quotidiana del monte Altare, che voglio riprendere qua in Ceneda, e lo stadio ‘en fin’ che sto vivendo. Non ho più la preoccupazione di accertare oltre ogni dubbio la validità dell’archeologia del linguaggio. Sono sicuro di star bene. Lo ripeto in rapporto con i sette miliardi di cittadini del mondo che continuano ad ignorare lo strumento conoscitivo dei nomi degli dèi per coniugare la lingua, che era dingua in latino per Marco Vittorino, che Simpliciano narra a sant’Agostino: un retore pagano persecutore dei cristiani, convertito. Ed aveva ragione a dire che la lingua era stata dingua. In zumero: dingir è la divinità. Frazionabile: din-gir (in) eme-gir, ‘lingua zumera’. Prova: Nid.aba, dea delle piante e delle canne scrittorie, dava agli aba, coloro che sapevano leggere e scrivere la bab, porta (di conoscenza) e le canne gi, per scrivere gir, sulle tavolette, dub. Nessuno la legge come si deve: din-aba. Un suo sinonimo è Nis.aba, che va letto Sin.aba. Sin è una lettura di En Zu, come abbiamo visto.7 Nis è anche un nome sumero del sole, 20 nella kabbalah. Sillaba in dio-nis-o, dio greco. Sin è in sin-tag-mah zumero, ignoto al povero F. de Saussure (1857-1913). La Babele di Internet. Ho acquistato stamane il periodico Le Scienze con La Babele di Internet in copertina. Marco Cattaneo propone l’editoriale: La giungla del Web, a che punto siamo con la società della conoscenza dove propone il suo orientamento sul World Wide Web. È un flash sugli ultimi 20 anni. Io preferisco La Babele di Internet che rappresenta benissimo la situazione caotica rappresentativa della realtà rimasta uguale in 4.000 anni. Ciò mi spinge ulteriormente a scrivere sul benessere possibile (e necessario). Il caos ha sete di ordine. Carlo Forin 1 122 articoli in Tellusfolio > Ordine di farfalla, numerosi in Archeomedia > Archeologia del linguaggio e giornalieri in Agor@ magazine. 2 Con l’aiuto dell’amico Vittorino Pianca, allora direttore della Biblioteca civica della città. 3 Da pag. 39 a 50. 4 Giovedì 12. 5 Ringrazio ancora gli amici di Agoramagazine di proporre l’immagine di sant’Agostino a cornice dei miei articoli. 6 Sono vivo e sotto giudizio come tutti. 7 Venerdì, nel nome della rosa. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22024 Emma Bonino: Conti sotto controllo, +Europa con Germania e Francia, crisi siriana In occasione del secondo giro di consultazioni al Quirinale, abbiamo ribadito al Presidente Mattarella la nostra fiducia nel suo operato. Le forze e le coalizioni che hanno avuto più voti, e che hanno quindi i numeri, hanno il diritto e anche però il dovere di provare a costruire una maggioranza parlamentare e un governo. Vedremo con quali risultati. Per noi di Più Europa con Emma Bonino, i temi essenziali sui quali giudicare sono: il controllo dei conti pubblici, del debito e della spesa. E il lavoro e le pensioni, pensando ai giovani e alle generazioni future, cui non dobbiamo lasciare da pagare i debiti fatti dalle generazioni precedenti. Secondo tema: l'Europa. Dobbiamo esserci come protagonisti con Germania e Francia nella difficile discussione sul futuro dell'Unione europea e smettere di usare l'Europa come capro espiatorio per coprire difficoltà interne. Lamentarci senza assumere responsabilità non ci porta da nessuna parte. A ciò si aggiunga l'appuntamento del Consiglio europeo di fine giugno, che per l'importanza dei temi che verranno trattati va affrontato e preparato da un governo. Per quanto attiene alla crisi siriana nell'immediato riteniamo che l'Italia debba rimanere nel quadro delle alleanze europee ed euroatlantiche e in quella cornice, senza ondeggiamenti pericolosi, partecipando alla discussione e alle decisioni su se, quando e come intervenire, per fermare il massacro di altri migliaia di siriani, anche proponendo gli strumenti del diritto interazionale, ivi compresa la Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. Emma Bonino http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=160&cmd=v&id=22014 Renzo Fallati. Viaggio a Monaco e Dachau Il 25 aprile rappresenta uno dei momenti che dovrebbero segnare una pietra miliare della nostra storia. Ricorda la liberazione da una dittatura, la fine di una guerra feroce e l’inizio di una vita nuova per tutti gli italiani. E, proprio in questa occasione, ormai da alcuni anni, parte un pullman dalla Valtellina per commemorare in modo speciale un frammento di storia europea. Il viaggio dura solo due giorni, ma rappresenta un’immersione emotiva forte che lascia ricordi indimenticabili e spinge ad approfondire gli avvenimenti di quella primavera del 1945. Ma torniamo al viaggio. Il giorno 24 aprile è una specie di vigilia. Si arriva a Monaco di Baviera, città quasi sorella di Milano per numero di abitanti (circa 1 milione e 300.000), luogo affascinante per le istituzioni culturali, per il verde, per le piste ciclabili (con un invidiabile numero di km a disposizione in città) per la bellezza dei suoi musei e del suo centro storico. Eppure, anche in un giardino così bello, è potuto germogliare uno dei fiori più neri della nostra storia recente. A Monaco è nato il movimento nazionalsocilista, una delle più feroci manifestazioni di barbarie del XX secolo. È per questo che Adolf Hitler, due anni dopo aver preso il potere, conferì a questa città il titolo di “Capitale del movimento nazista”. Dalla Valtellina arriveremo a Monaco nel pomeriggio. Avremo a disposizione il tempo per percorrere con calma la città fermandoci nei punti che raccontano, in modo concreto, i 12 anni del nazismo. La prima tappa sarà in pieno centro, alla Feldherrnhalle (un’imitazione della Loggia dei Lanzi di Firenze). Qui ricorderemo il primo tentativo di golpe - fallito - tentato da Hitler nel 1923. Da qui parte la Briennerstrasse, dove si trovava il Wittelsbacher Palais, la famigerata sede della Gestapo, luogo di efferate torture e di sofferenza. È nel Wittelsbacher Palais che vennero imprigionati e interrogati – tra gli altri – il padre gesuita Rupert Mayer (oggi beato) e i membri della Rosa Bianca, un gruppo di giovani studenti universitari antinazisti. Si arriva poi alla Königsplatz, il vasto piazzale dove avvenivano le adunanze di massa dei nazisti, quasi la celebrazione di una tetra e solenne liturgia pagana. È in questa Piazza Reale che il 10 maggio 1933, di notte, alle 23:30 circa, decine di migliaia di universitari (studenti e professori) diedero orgogliosamente alle fiamme i libri ritenuti “non tedeschi”. Un’altra tappa sarà quella nel cuore del centro storico di Monaco, davanti al Vecchio Municipio (l’Altes Rathaus). In una bella sala gotica del Vecchio Municipio, la sera del 9 novembre 1938, Joseph Goebbels, fanatico ministro della propaganda, tenne un discorso isterico e incendiario che – con la cosiddetta Notte dei cristalli – segnò l’inizio di una campagna brutale di aggressione contro gli ebrei. Ma un filo rosso che si dipanerà lungo il percorso sarà il doloroso ricordo della Rosa Bianca, quell’eroico sparuto gruppetto di studenti dell’università di Monaco, che cercarono – semplicemente distribuendo dei volantini – di svegliare le coscienze contro il nazismo. La loro azione, clandestina, non durò neppure un anno: dal maggio del 1942 al febbraio del 1943. Il 18 febbraio 1943, i due fratelli Hans (24 anni) e Sophie (21 anni) Scholl vennero arrestati in piena università, dopo essere stati segnalati da un bidello che li aveva visti mentre gettavano dei volantini (il volantino n. 6) nel cortile interno. I fatti, nella loro assurda tragicità, si susseguirono velocemente. Arresto e interrogatorio da parte della Gestapo. Tre giorni dopo, la mattina del 22 febbraio 1943 si celebra il processo a Monaco nell’aula 216 del Palazzo di giustizia. Hans e Sophie, i due giovani studenti, insieme a un loro amico, sono condannati a morte per “tradimento contro lo Stato e il Führer”. Già nello stesso pomeriggio verranno tutti e tre ghigliottinati nel carcere di Stadelheim, a sud di Monaco. Noi li ricorderemo, anche con la visione di un film, lungo la via del ritorno. Dopo questa vigilia, arriveremo preparati al 25 aprile. Quello sarà dedicato interamente alla visita del campo di concentramento di Dachau, una cittadina poco più grande di Sondrio, che si trova a soli 15 km da Monaco. Insieme con il campo di sterminio di Auschwitz (Polonia) e di Mauthausen (Austria), Dachau rimane nell’immaginario collettivo il simbolo dell’orrore dei campi di concentramento nazisti. Visiteremo un luogo che ha visto morire tra sofferenze e crudeltà di ogni genere quasi 50.000 persone. Questo viaggio, organizzato con la Sinferie, si ripete ormai regolarmente ogni anno e rappresenta un modo per non dimenticare, per tenere accesa la lampada dell’umanità, per far sì che tutto questo orrore (in tutto il mondo) non avvenga MAI PIÙ – come ammonisce la grande scritta che si trova appena entrati nel campo di Dachau. E recarsi a Dachau significa, almeno per me, ricordare anche tutti gli altri orrori del Novecento, Hitler e colleghi in primis, e poi Stalin, Mao Tse-tung, Pol Pot e, purtroppo, tanti altri ancora. Il MAI PIÙ dovrebbe valere per sempre e per tutti. Per me, poi, sarà l’occasione di ricordare mio zio Renzo. Renzo Cavallotti era nato a Morbegno il 21 novembre del 1922. Ha soltanto diciannove anni, quando, nell’ottobre del 1942, risponde alla chiamata della patria. Il caporal maggiore Renzo Cavallotti non rivedrà più la sua amata Morbegno, la sua adorata mamma Corinna. Morirà, come recita il freddo linguaggio delle carte, “per cause di guerra”, il 31 gennaio 1946 a Milano, all’Ospedale di Vialba, dopo aver assaggiato l’inferno del campo di concentramento iugoslavo di Borovnica, maltrattato bestialmente. Verrà sepolto al Campo 12 (il campo dei militari) del cimitero di Musocco. A Morbegno i suoi resti torneranno nel gennaio del 1957. Renzo Cavallotti era fratello di mia mamma Doris, uno zio che mi dispiace di non aver potuto conoscere. Qualcuno si chiederà: perché allora non vado in pellegrinaggio a Borovnica, oggi in Slovenia? Perché là non resta più nessun ricordo del campo di concentramento. Hanno cancellato tutto. Noi, a queste persone umiliate, trattate peggio delle bestie e spesso uccise, dobbiamo almeno il ricordo. Renzo Fallati http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=21999 Zurigo. Incontro letterario con Anna Felder e Fabiano Alborghetti INCONTRO LETTERARIO Anna Felder Gran Premio Svizzero per la Letteratura 2018 Fabiano Alborghetti Premio Svizzero per la Letteratura 2018 Moderatrice: Tiziana Mona Giornalista al Cooperativo di Zurigo St. Jakobstrasse 6, 8004 Zürich-Stauffacher Sabato 21 aprile 2018 > Entrata libera dalle ore 10:30 > Segue rinfresco Una Matinée promossa dalla Società Cooperativa Italiana Zurigo Con il sostegno di: Pro Ticino Zurigo Fabbrica di Zurigo ECAP Fondo Ettore Gelpi Ufficio federale della Cultura Contatti Telefono: +41 (0)442414475 E-mail: cooperativo@bluewin.ch Anna Felder. Il Gran Premio svizzero di letteratura 2018 onora la carriera di una scrittrice di rango, fedele a un’idea di scrittura in cui la musica conta anche più del libretto, l’ordito delle parole più della trama del racconto. Nel quadro delle letterature svizzere, quella di Anna Felder, luganese di Aarau, è una figura discreta ma di grande fascino. Scrittrice colta senza ostentazioni, Anna Felder ha composto, a partire dal suo celebre libro d’esordio, Tra dove piove e non piove (1972), un’opera ammirevole per coerenza e originalità. Ad apertura di pagina, pur nella varietà delle forme e dei generi con cui si è cimentata – romanzo, racconto, teatro, radiodramma, saggio –, subito si riconosce uno stile che ha fatto pensare a vari modelli, ma che in realtà somiglia solo a se stesso. Italo Calvino, che patrocinò il secondo romanzo della scrittrice, La disdetta (Einaudi, 1974), disse che si trattava di pagine per lettori dal palato molto fino. Autrice sperimentale che rifugge da sentieri troppo battuti, Anna Felder inclina piuttosto all’arte ellittica del sottrarre. Si pensi ai suoi romanzi più impegnativi, come Nozze alte (1981), dove riscrive e aggiorna il mito di Filemone e Bauci, oppure a Le Adelaidi (2007), che racconta la storia di un uomo e di molte donne come un puzzle di evocazioni e ricordi confusi e riemersi. Queste opere fanno ormai parte della storia letteraria svizzera e della lingua italiana, così come le più agevoli raccolte di racconti brevi Gli stretti congiunti (1982) e Nati complici (1999), che hanno saputo trovare lettrici e lettori affezionati. Non è difficile immaginare che lo stesso accadrà con il volume recentemente dato alle stampe, Liquida (2017), che riunisce in un insieme coerente scritti in prosa degli ultimi quindici anni. Fabiano Alborghetti. Nato a Milano nel 1970, vive e lavora in Ticino. È poeta, critico letterario e fotografo. Divulga la poesia attraverso vari canali, per esempio da Radio Gwendalyn, e lancia regolarmente progetti di poesia nelle scuole, nelle carceri e negli ospedali. Promuove inoltre la traduzione di autrici e autori italofoni in altre lingue. Nel suo volume, Maiser (Milano, Marcos y Marcos, 2017 - Premio svizzero di letteratura 2018), Alborghetti racconta le vicende di una famiglia di immigrati in Ticino nella prima metà degli anni Cinquanta, in un confronto pluridecennale con la storia del luogo. E ne narra in modo assolutamente inedito, anche per la forma stilistica adottata. Maiser ricostruisce una precisa realtà sociale, inscrivendola nella tradizione letteraria illustre della narrativa in versi. Non occorre dire che, modernamente, gli eroi di Alborghetti sono persone comuni, non personaggi epici dal destino eccezionale. (da L'Avvenire dei lavoratori, 28 marzo 2018) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=63&cmd=v&id=21986 Lidia Menapace. Autonomie ed Europa Parto da alcune dichiarazioni informative: sono da tempo immemorabile una federalista europea. Come erano alcuni grandi politici del dopoguerra, in Italia, Francia Germania e Spagna: essere antifasciste/i, antinaziste/i, antifranchiste/i, antipetainiste/i era la premessa ovvia per dichiararsi a favore della costruzione di un'Europa democratica che salvasse arricchisse diffondesse sul pianeta la ricchezza della storia europea. Quel disegno non si è realizzato. La crisi europea è di tutta evidenza e strali contro l'Europa vengono lanciati qua e là senza ritegno alcuno. Ma con la prospettiva (!) di tornare indietro, soprattutto finanziariamente, all'Europa del periodo tra le due guerre mondiali. Che proprio non voglio, dato che come prima caratterizzazione politica ha pure il ritorno a razzismi e nazionalismi. Resto europeista e federalista. Recentemente ho trovato interessanti osservazioni a proposito di “Europa dei Popoli”, non degli stati. E da qui muovo per riprendere la prospettiva dell'unità del continente europeo che, se non trova una dimensione -appunto- continentale, perde la sua stessa possibilità di sopravvivenza storica. È vero “che passano le città passano i regni” e che tutto è destinato alla morte, ma favorire la morte d'Europa, invece della sua possibile vitalità, significa privare l'umanità e la sua storia di una componente molto importante. Infatti il nostro piccolo pianeta è degno di memoria e durata. In Europa si sono sperimentate le più grandi forme di organizzazione politica, di espressione giuridica, di diffusione religiosa, di linguaggi d'arte, musica ecc. ecc. Basti ricordare conclusivamente che le lingue culturali parlate al mondo sono spesso europee: l'inglese, il francese, il tedesco, l'italiano, lo spagnolo, il portoghese. Mi è stata mossa l'obiezione che sarebbe meglio dire “Europa dei cittadini”: ma, se non si premette “delle cittadine”, si comincia subito cancellando la maggioranza della popolazione d'Europa (e del resto del mondo). Inoltre il termine “popolo”, che ha oggi cattiva stampa per i populismi esistenti, ha invece la funzione di fondamento della sovranità nel nostro paese: la Costituzione afferma al secondo comma dell'art.1 che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita ecc. ecc.”. L'impasse in cui si dibatte l'Europa oggi è la sua impossibilità di avviare proporre provare tentare la definizione di proprie competenze, materie, ambiti. Non esiste una politica estera europea, non una politica finanzaria né fiscale, nessuna materia unitaria può essere agita. Ogni volta debbono trovarsi unanimi i 28 ministri degli esteri, o i capi delle polizie ecc. ecc. Gli stati nazionali europei sono l'insuperabile ostacolo all'Europa unita. I loro confini mantengono l'insuperabile vincolo di leggi ordinamenti decisioni immobilmente. Senza il loro superamento l'EUROPA NON SI PUÒ FARE. Ecco allora aprirsi la via delle “regioni poste sui confini”, tutte miste e come predestinate ad essere sulla base popolare regionale federale dei loro popoli l'humus dell'Europa federale dei popoli. Qui vorrei inoltrarmi, in seguito, per oggi basta così. Lidia Menapace http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=108&cmd=v&id=21975 Nicolás Guillén. Una canzone a Stalin Stalin, Capitano che Changó lo protegga [e lo conservi Ochún...* Al tuo fianco, cantando, gli uomini [liberi vanno: il cinese, che respira con polmoni di vulcano, il nero, con occhi bianchi e barba di bitume, il bianco, con occhi verdi e barba [di zafferano. Stalin, Capitano. Trema Europa nella sua mappa di pietra e carbone. Mille secoli crollano muovendosi senza sosta. Cannone dell'Austriaco a Settentrione. Teste tagliate completamente. Il mare arde come una pozza di catrame. Bocche che ieri cantavano alla Verità e al Bene oggi sotto quattro metri di amaro sogno stanno... Stalin, Capitano. Ma il futuro si avvicina, solleva la sua illusione là nella tua rossa terra dove è felice il pane, e alti petti armati di una stessa canzone le penne degli avvoltoi fermano, fermeranno, là nel tuo gelato cielo tra fiamme ed esplosioni. Stalin, Capitano. La brocca di magnolie, il floreale cuore di Buddha, spiega il suo statico gesto; gravita un continente sul Mar del Giappone: rude blocco di sangue da Siberia a Ceylán, da Smirne a Cantón... Stalin, Capitano. Tamburi africani con squillante suono su foresta e deserto il loro vivo allarme danno, più fiero del metallo con cui ruggisce il leone; e alzando fino al Pichincha la tormentata tempia America convoca il suo puma e il suo caimano, ma inoltre ingrassa il suo motore e il suo treno. Odio in ogni luogo vedrà il cieco tedesco: la colomba, l'aereo, il becco del tucano, lo zoologico rio di vasta indignazione, le frecce velenose che in pieno bianco danno, e anche il vento, che muove le sue ruote di ciclone... Stalin, Capitano che Changó lo protegga e lo conservi Ochún... Al tuo fianco, cantando, gli uomini liberi vanno: il cinese, che respira con polmoni di vulcano, il nero, con occhi bianchi e barba di bitume, il bianco, con occhi verdi e barba di zafferano. Stalin, Capitano. I popoli che si sveglieranno, accanto a te marceranno! Traduzione di Gordiano Lupi * Changó e Ochún sono due divinità di certe religioni politeiste negroafricane, la cui memoria è stata conservata nella cultura afroamericana dei Caraibi (santería cubana e altri similari fenomeni di sincretismo religioso). (Lorenzo Peña) Ndt – Questa poesia fa capire quanto siano mutevoli i giudizi della storia. Guillén – come molti nel 1947 – vedevano in Stalin una speranza per la libertà dei popoli oppressi... http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=21950 Milano, Ambrosianeum. Ritratti in carcere da Margherita Lazzati|L'inaugurazione mercoledì 14, esposizione dal 15 al 29 marzo 2018 «Ho frequentato tutti i sabati per oltre cinque anni il Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Opera-Milano, cercando in tutti i modi di uscire dalla logica del reportage per entrare nell’idea del ritratto, una dimensione nella quale luce, spazio, sfondo, tempo, relazioni, appartengono a una realtà definita e non modificabile. Volevo non raccontare, ma fermare un’apparenza fisica, un aspetto, una figura, una sembianza, un atteggiamento, un portamento, senza retorica e senza l’ambizione di andare oltre o cercare di cogliere l’anima. Potrei dire che forse, quando si lavora stretti, anche questa è una forma di rispetto». Così ha scritto del proprio lavoro e di sé Margherita Lazzati, fotografa milanese da vari anni attiva come volontaria, insieme con altre figure professionali, all'interno del Laboratorio di lettura e scrittura creativa del Carcere di Opera, fondato oltre venticinque anni fa dalla meravigliosa volontà di Silvana Ceruti, insegnante e poetessa di gran vaglia. E all'interno di tale attività (e struttura) la Lazzati ha potuto riprendere (o, se preferite, immortalare) i volti delle persone in stato detentivo. Un lavoro altamente suggestivo e drammatico – son storie sovente difficili, aspre, di dolore procurato/causato e subito – svolto sempre con rara delicatezza e, nel contempo, forza, con rispetto ma senza infingimenti. E le persone detenute si mescolano con i volontari: chi è chi? Verrebbe da dire. Le differenze paiono scomparire restando, semplicemente, la comune umanità, senza barriere, senza muri. Margherita Lazzati da anni è impegnata in un lavoro di ricerca negli ambienti dei reietti, degli emarginati, degli ultimi: in passato i clochards (o homeless, alias barboni), che popolano le strade della scintillante metropoli, e i disabili, ora i carcerati. Tutti oggetto (e soggetti) di reportages, di una ricerca empatica, atto di civile denuncia per riportare all'attenzione del mondo chi, quale ne sia la ragione, dal mondo è separato. Ci voleva un obiettivo sensibile per documentare tutto ciò: il filo della speranza da riannodare, con il bianco e il nero e le innumerevoli sfumature fra questi due estremi – il Bene? Il Male? Il crinale che li separa (o l'inestricabile compenetrazione), sottile linea di frattura presente in ciascun essere umano... ma senza dover e voler giudicare –, con le luci e le ombre a giocare e disegnare inesplorati scenari psicologici; vite spezzate che tentano di ricomporsi con un atto di rinnovata fiducia. Segni, simboli e silenzi, pregni di pensieri e idee, che balzano ai nostri occhi da quelle stampe. All’Ambrosianeum, in collaborazione con la Galleria L’Affiche, sarà allestita dal 15 al 29 marzo 2018 – inaugurazione il 14 (ore 18), con la presenza dell'autrice, il presidente dell'Ambrosianeum Marco Garzonio, il direttore del Carcere di San Vittore Giacinto Siciliano, alcuni poeti detenuti ed ex detenuti raffigurati negli scatti – la mostra fotografica Ritratti in carcere della Lazzati. «Liberare i volti. Portarli in giro per la città. Strapparli a un “dietro le sbarre” di durata variabile sino al “Fine pena: mai”, portando gli sguardi delle persone carcerate a incrociarsi – non solo in fotografia – con quelli degli uomini liberi. E questo mischiando le carte, inquadrando insieme chi la condanna l’ha subita e chi in qualche modo s’incarica di umanizzarla, cioè i volontari che operano in carcere e che sono – in quanto uomini e soggetti fotografici – del tutto indistinguibili da chi sta pagando il suo debito con la giustizia”. Saranno 30 i ritratti esposti per altrettante, e più, storie di persone recluse e volontari – realizzati tra l’estate del 2016 e gli inizi del 2017 (con l’autorizzazione del Ministero della Giustizia e grazie alla lungimiranza dell’allora direttore Giacinto Siciliano) – nei locali del Laboratorio di Lettura e Scrittura creativa di Opera. Da vedere. Per capire. Alberto Figliolia Ritratti in carcere di Margherita Lazzati. Fondazione Ambrosianeum, via delle Ore 3, Milano (MM Duomo). Dal 15 al 29 marzo 2018. Informazioni: Segreteria Fondazione Culturale Ambrosianeum, tel. 02 86464053; www.ambrosianeum.org; info@ambrosianeum.org http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=158&cmd=v&id=21932 Carlo Forin. L’ironia conduce il nostro studio Gershom Scholem, con il suo Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, ha ispirato l'articolo sulla kabbalah. L’ironia sembra condurre anche tutto il nostro studio. Naturalmente, siamo in grado di circoscrivere con precisione la base linguistica di nostro interesse,1 ma non saremo assolutamente in grado di concluderne lo sviluppo col tutto, per il semplice fatto che il futuro resta aperto davanti a noi, con uno svolgimento di cui non sappiamo nulla: ironizziamo, dunque, su noi stessi, che vorremmo capire tutto. Ci stiamo occupando di Dio, dunque di tutto. Ma non abbiamo alcuna ambizione di capire Dio, noi nel tempo presente. Ci basterebbe conoscere e far riconoscere la comune origine delle lingue degli uomini sui 4.287 anni: le ere geologiche sono ere zumere, ir, ‘sentiero’.2 Dio perdoni anche questo ardimento ‘folle’ perché è finalizzato alla pace.3 Il fine ireneo possa moderare la probabile ironia divina, che GESH.UB4 perdonerà. Possiamo, intanto, storicizzare le Dieci tesi astoriche sulla Qabbalah, che Scholem descrive da pag. 91 del suo libro5 [li.bru è gioia (li) del contenitore (bru) in zumero]:6 Lo studio filologico di una disciplina mistica come la Qabbalah ha in sé un aspetto ironico. Il suo oggetto è una coltre di nebbia – la storia della tradizione mistica – che avvolge il corpus, lo spazio della cosa stessa: ma quella nebbia promana dalla cosa stessa.7 Cioè da Dio!, il fine della Qabbalah ebraica: ‘un sistema medievale che riconduce ogni lettera alfabetica ed ogni numero a Dio’. Dunque, ambisce a tradurre tutto in Dio. A noi offre l’opportunità di leggere le parole conservate nei millenni, l’altra faccia di Dio [U vel O]. Vi par poco? Ironia vuole, ad es., che la parola lat. corpus etimi da zumero kur.shup – vel kur.shub!: ‘gettare (shub) Adilà (kur)’ – ovvero, l’eme ghir, ‘lingua’; kur.push esce semplicemente dal rigiro di kur.shup, ‘Aldilà (kur) gettare (shup)’. Poiché l’ironia è divina, non stupirà il lettore il riconoscere anche latina tempus rivelata da te.em.shup8 [benché celato da Antashubba, il demone della perdita della conoscenza,9 chiarissimo nel rigiro dal fondo ba.bu.shat.an]. Prosegue Scholem: Ora, sotto tale coltre rimane ancora qualche residuo della legge stessa, che il filologo possa cogliere, oppure in questa prospettiva storica scompare proprio l’essenziale? Rispondere a questa domanda è difficile per la natura stessa della ricerca filologica e così la speranza di cui la filologia si nutre conserva un che di ironico da cui non può affrancarsi. O forse l’ironia risiede già nell’oggetto stesso della Qabbalah, prima ancora che nella sua storia?10 Io ho moltissimo rispetto per Scholem, che mi sintetizza il pensiero ebraico sulla Qabbalah. Perciò, osservo sommessamente: Abramo, fuoriuscito da Ur III, l’ultima capitale zumera intorno al 1.850 a.C., che lingua parlava se non il zumero? Infatti, Qabbalah conserva zumero Kabbalah, dove la h collega con l’Altromondo: hubur. Vi propongo i pezzi separati significativi della Kabbalah zumera: ka…ba to open the mouth; to speak, talk; to converse; used when speaking to social inferiors – the belittle (cf., gu3…sum) (‘mouth’ + ‘to give’).11 ‘Aprir bocca’, veneto: bacàr (che potete leggere lcz su ka…ba). ka-ba-ba-um (cf., ga-ba-bu-um [shield, scudo]).11 Continuate da –um in lcz ummu ed avrete l’umano da cui farsi scudo. Dalla bara dell’incomprensione si può uscire: ka2-bar-ra outer door (‘gate’ + ‘outside’ + nominative).11 Nel seguente, leggete lcz ka-me in me-ka, ‘mecca’ di La Mecca, città santa islamica: ka2-me3 wings of a temple door (‘gate’ + ‘battle’).11 Adesso, fatti gli esercizi semplici d’approccio, provate ad osservare la mano sinistra divina (gish)kab introduttiva a kab ba la, mano anima -va oltre- in Aldilà h: (gish)kab a wooden in metal cross piece on a harness or bridle – bit; the lead rope or bridle itself; fetter, shackle; cage; trap; chamber, cell (cf., gubu3 [KAB] [anche gab2-bu: left (hand/side) (cf., hab and hub2 ; the left was the hand that stank from wiping escrement (la sinistra era la mano che si usava per conficcare gli escrementi ad asciugare – la mano sozza).12 (gish)kab-il2 (-gigir) weight-bearing beams on a chariot; axle (‘cross-piece’ + ‘to raise, support’).12 In quest’ultimo lemma, riconoscete Dio-portatore in il2 [ignoto ad Halloran] ed avrete la mano sinistra divina che conduce il carro celeste di stelle. Riassumo quanto ho scritto: Israele è storicizzabile, come lo sono i zumeri-accadi, che insistettero nello stesso territorio.13 Qabbalah fu stata Kabbalah: è storicizzata. L’osservazione delle stelle del cielo14 paragonata con i fatti, le cose, le piante, gli animali, gli umani della terra combinò prima i primi sette dèi poi l’unico Dio con tutto: O il circolo moderno, U zumero: il top del sacro! Carlo Forin 1 Elaborata nel febbraio 2005 in ANTARES, dagli dèi di Babele alle lingue d’Europa, 4274 anni dopo la morte (2279 a.C.) del re Rimush [cammino del serpente], figlio di Sargon il Grande, con successione dell’altro figlio Manishtushu. 2 Ir7 wild pigeon. 3 Almeno nella convinzione di chi scrive. 4 Albero. Cielo. 5 Gershom Scholem, Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, Adelphi, 19987, pp. 102, € 10,00 (foto). 6 Lo ribadisco gioioso. 7 Gershom Scholem, op. cit.: 93. 8 ‘Connetto (te) la parola divina (me) e la getto (shup)’. 9 Giovanni Pettinato, Angeli e demoni a Babilonia, A. Mondadori, Milano, 2001: 123. 10 Gershom Scholem, op. cit.: 93. 11 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 131. 12 Ivi: 134. 13 C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe [Giobbe, 1]: Uz < En Zu, Signora Luna a Zumer. 14 Molto simile a quella odierna fatta salva la precessione degli equinozi determinata dal giro della Galassia. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=21927