News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Enrico Bernardini. Un evento particolare ad aprile in Liguria: “Aromatica” Tra il 25 ed il 28 aprile si svolgerà a Diano Marina, nel ponente ligure, la manifestazione “Aromatica, profumi e sapori della Riviera Ligure”, evento dedicato alle erbe aromatiche, al basilico, ai prodotti tipici e alle eccellenze dell'eno­ga­stro­no­mia italiana. Il successo riscosso nel 2018, testimoniato dalla partecipazione di circa 50.000 persone provenienti da tutta Italia e dall'estero,1 ha fatto sì che l'amministrazione comunale confermasse la nuova edizione nel 2019. La location scelta sarà il centro pedonale, nel quale saranno allestiti spettacoli di cucina, stand enogastronomici a cura di prodotturi locali, laboratori per bambini e non solo, street food, presentazioni di libri e conferenze. Inoltre si terrà un convegno tal titolo “Le eccellenze di un territorio motore del turismo lento” sui prodotti tipici della zona al quale interverranno esperti del settore, celebrando il 2019 come l'anno del turismo lento2 (slow tourism) nel ponente ligure. A fare da cornice all'evento saranno le numerose iniziative organizzate nei borghi vicini come escursioni e visite guidate, vetrine a tema nei negozi, concorsi nei cocktail bar e menù caratteristici nei ristoranti.3 Uno dei principali protagosti di Aromatica 2019 sarà lo chef di origine dianese Giuliano Sperandio, vincitore della categoria Original Thining ai World Restautant Awards 2019 con “La Clarence”, il prestigioso ristorante parigino dove lavora. Il Comune di Diano Marina conferirà allo chef il premio “Aromatica”, segno del lagame molto forte tra Giuliano Sperandio ed il suo territorio di origine. Inoltre parteciperanno altri chef conosciuti a livello internazionale come Tano Simonato del ristorante milanese “Tano passami l’olio”, rinomato cultore dell'olio extravergine di oliva e presente già nell'edizione del 2018, e Marcello Trentini del celebre ristorante torinese “Mogorabin”.4 L'evento, che attende circa 100.000 visitatori, ha come protagonista le erbe eromatiche e il loro impiego in cucina, partendo da Aromatico, il liquore alle erbe, passando per i riaviolini alle erbette aromatiche, per terminare con erbe come timo, basilico e rosmarino, condimenti e profumi che da sempre impreziosiscono ed insaporiscono i piatti della cucina ligure. Inoltre si inserisce all'interno di un percorso virtuoso di valorizzazione del territorio iniziato durante la precedente legislatura e portato avanti dall'attuale con il fine promuovere la variabilità ed unicità enogastronomica dell'Italia sia all'interno del Paese che nel mondo, creando così concrete possibilità di impresa e turismo che, come dimostrano i più recenti dati a disposizione, è in continua espansione.5 Infine Aromatica 2019 è organizzata da Gestioni Municipali Spa per conto del Comune di Diano Marina con il sostegno di Camera di Commercio Riviere di Liguria e Regione Liguria ed il patrocinio della Regione Liguria, Prefettura di Imperia, Provincia di Imperia, Camera di Commercio Riviere di Liguria, Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, Istituto Regionale per la Floricolura, Associazione Nazionale Città dell'Olio e Distretto Florovivaistico della Liguria. Inoltre si avvale della collaborazione di Federalberghi del golfo dianese, Confcommercio e dei comuni del golfo dianese (Diano Castello, San Bartolomeo al Mare, Cervo, Diano Aretino, Villa Faraldi e Diano San Pietro) e dei seguenti sponsor: Banca d'Alba, Olio Raineri, Electrolux Grandi Impianti, Supermercati Pam Arimondo, Generali Assicurazioni, Bordiga, Fratelli Porro, Rete d’impresa Vite in Riviera e Latte Alberti.4 Enrico Bernardini 1 Fonte: ilCaminetto. 2 Per maggiori informazioni sul turismo lento: ft formazioneturismo.com. 3 Fonte: aromaticadianese.it. 4 Fonte: rivieratime.news. 5 Fonte: Ministero per i Beni e le Attività culturali – Direzione Generale Turismo. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22569 Mauro Raimondi. Milano, il pane, i Promessi sposi Testo dell’intervento alla serata organizzata dalla Libreria del Naviglio di Cernusco e intitolata “Fascino e pericolo del Potere” Se ribellarsi è giusto, lo è ancora di più quando c’è di mezzo il pane. Perché una società che si definisce civile, un tocc de pan lo dovrebbe garantire a tutti. A Milano, di rivolte per il pane ce ne sono state due famosissime e in entrambe le occasioni il potere ha fatto una pessima figura. 1898, maggio: Milano è in pieno boom economico. Ma la ricchezza di pochi è il frutto della povertà di tantissimi: bambini al lavoro a 6 anni, operai con turni di 12 ore, incidenti, malattie, mortalità infantile, prostituzione… Di conseguenza, quando si sparge la notizia dell’aumento del prezzo del pane (e del possibile richiamo alle armi per la guerra in Africa) una parte del popolo, esasperata, si riversa per le strade insieme agli operai che hanno proclamato uno sciopero generale a causa della morte di uno di loro, avvenuta il giorno prima per mano dell’esercito. In realtà, non si stratta di una vera rivolta, ma solo di una protesta. Certo, i milanesi lanciano sassi, innalzano qualche barricata (piuttosto approssimativa), però basterebbe far sfogare la folla e tutto finirebbe lì. Invece, il potere mostra la sua faccia più idiota. Ed è la faccia del generale Bava Beccaris, che decide di usare il pugno di ferro sostenendo che si tratta dell’inizio di una rivoluzione socialista e che i milanesi possiedono delle armi. Le armi, invece, non ci sono affatto: non si tratta della replica delle Cinque Giornate! E questo è subito evidente ma lui, Bava Beccaris, il potere, va dritto per la sua strada. Così, 20.000 soldati si accampano in città e a loro è permesso di sparare, mentre la cavalleria attacca a colpi di sciabola e il cannone viene utilizzato perfino contro un convento, quello dei Cappuccini in Corso Monforte: i mendicanti che sono in fila per il pane vengono ritenuti dei rivoltosi andati a prendere armi dai frati, e due poveretti muoiono per questo. È una pazzia. Anzi, una vergogna. La vergogna di un potere che usa una violenza assurda uccidendo ufficialmente un’ottantina di persone, tra cui alcuni bambini. Anche se, in verità, i morti sono di più: qualche centinaio. Mentre tra le forze dell’ordine, tanto per dare un’idea, sono solo due, e nemmeno provocati dai manifestanti. La protesta finisce con migliaia di arresti, con processi alla “sudamericana”. E poi, ciliegina sulla torta, arrivano le congratulazioni al Bava Beccaris da parte dell’arcivescovo Ferrari (che era rimasto fuori città) e del re Umberto I, che proprio per questo verrà ucciso a Monza due anni dopo dall’anarchico Bresci. L’altra rivolta per il pane ci porta invece nella Milano seicentesca, quella raccontata dai Promessi Sposi. È il pomeriggio dell’11 novembre 1628 e Renzo giunge in città perché deve fare calmare le acque agitate che ha lasciato al suo paese. Con sé, porta una lettera di raccomandazione scritta da Fra Cristoforo ed è diretto al convento di Padre Bonaventura, situato nei pressi di Porta Orientale. Quindi, immaginiamolo mentre lambisce il Lazzaretto, che in quel momento è vuoto, e si presenta davanti a Porta Venezia, che in epoca spagnola è costituita solo da due pilastri sormontati da una tettoia. Le guardie, al contrario di quello che gli hanno detto i suoi compaesani venuti a Milano, non lo guardano nemmeno, e così Renzo entra in città senza problemi. E qual è la prima cosa che incontra, o meglio, che Manzoni gli fa incontrare? Il pane, che lui trova sotto la Croce di San Dionigi, allora posta all’imbocco dell’attuale via Borghetto. Quando lo vede, Renzo rimane meravigliato: “È pane davvero… Così lo seminano in questo paese? In quest’anno? E non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna, questo?”. Da bravo ragazzo qual è, Renzo raccoglie tre pagnotte ma promette che non appena possibile le restituirà. Dopo di che, incredulo, assiste alle discussioni fra tre membri di una famiglia che stanno uscendo dalla città carichi di farina e pani. Quindi, prosegue fino al convento, ma visto che padre Bonaventura non c’è, decide di andare verso il centro, attirato dal brusio che si avverte. Perciò, nel nostro percorso di fantasia, vediamolo varcare il Naviglio sul ponte di S. Damiano, attraversare la contrada di Porta Orientale passando davanti alla chiesa di S. Babila e imboccare l’attuale Corso Vittorio Emanuele, allora diviso in tre parti, di cui una si chiamava corsia dei Servi. Infine, Renzo giunge davanti al forno che è stato appena assaltato dalla folla in tumulto, un locale realmente esistito ma non all’altezza del n° 1, dove adesso si trova una targa commemorativa. Si chiamava pristinum Scanciorum, cioè il forno degli Scansi, che però Manzoni traduce scambiando il cognome della famiglia di origine toscane con il termine in milanese, che significa “grucce”, così da chiamarlo “forno delle grucce”. Un aneddoto racconta che, proprio per merito della citazione ne I Promessi sposi, il negozio ottenne un grande successo e che il proprietario, per la pubblicità che gli aveva fatto il Manzoni, gli regalasse i suoi dolci. Ritornando al libro, una volta giunto davanti al forno, Renzo giudica molto negativamente questo assalto. Dice “Questa poi non è una bella cosa: se conciano così tutti i forni, dove voglion fare il pane, nei pozzi?”. E con queste parole viene fuori il suo buon senso, anche se, invece di tornarsene indietro, come sarebbe saggio fare, segue la folla passando a fianco della Cattedrale e a lato della piazza, che ai tempi era completamente diversa, con le case che arrivavano a ridosso del Duomo. Entrando nell’area di piazza Mercanti, Renzo vede il palazzo dei Giureconsulti e parla della nicchia dove attualmente si erge la statua di S. Ambrogio. Allora, invece, era vuota, e pare che fu proprio la lettura de I Promessi Sposi a spingere il cavaliere Giuseppe Fossani a finanziarne la creazione nel 1833. Renzo, poi, sbocca nel Cordusio, che era una piazzettina (o meglio, un crocicchio) dove si trovava un altro il forno che la gente sperava di assaltare. Ma essendo già presidiato, i milanesi decidono di spostarsi verso Via S. Maria Segreta, davanti alla casa del vicario di provvisione, un Melzi, che è accusato di essere il responsabile dell’aumento del prezzo del pane. Al che, dobbiamo spiegare il pasticcio che era successo e che aveva come protagonista il potere spagnolo. In tutto il Ducato di Milano, quell’anno, vi era una carestia provocata da vari fattori, tra cui una guerra in corso, ma i cittadini non ci credevano ritenendo che la mancanza di grano fosse solo un’invenzione. Le loro proteste, di conseguenza, avevano convinto il gran cancellier Ferrer, sostituto del governatore don Ferrante Gonzalo impegnato nella guerra di successione al Ducato di Mantova, a stabilire un prezzo del pane troppo basso, facendo così accorrere la popolazione ad acquistarlo. Ma mentre la folla esultava, i fornai si erano infuriati per il troppo lavoro e lo scarso guadagno, ed erano riusciti a far arrivare le loro rimostranze al governatore che, non potendo tornare, aveva nominato una giunta. La quale, dopo i vari salamelecchi tipici dell’epoca, si era espressa per l’aumento del prezzo del pane facendo di nuovo imbestialire il popolo. Renzo, senza ovviamente saperlo, era entrato a Milano proprio il giorno dopo questa decisione, nel caos più completo, in piena rivolta. E come si sa, sarà costretto a scappare a gambe levate la mattina successiva dopo essere stato arrestato come uno dei protagonisti del tumulto. Il suo rapporto con il pane, però, riprende nell’agosto del 1630, nella Milano della peste, quando mette di nuovo piede in città alla ricerca di Lucia. Infatti, entrato stavolta da Porta Nuova, quando si trova nell’attuale via S. Marco si imbatte in una donna che, chiusa in casa a causa dell’epidemia, gli chiede da mangiare. Al che, lui le consegna il suo pane, ricordandosi di quella volta che lo aveva trovato in Corso Venezia, chiudendo il cerchio. Ma non è ancora finita, perché il pane è di nuovo protagonista alla fine del romanzo, quando Fra’ Cristoforo regala a Renzo e Lucia come dono di nozze il “pane del perdono”. E qui Manzoni è grandioso, perché unisce un simbolo pazzesco, il pane, con un valore incredibile, il perdono. E allora vi faccio una domanda: ma voi sareste veramente disposti a perdonare il vostro peggior nemico? A perdonare quel criminale di Bava Beccaris? Bella domanda. Ma fondamentale, perché ci sbatte in faccia chi siamo… Di certo perdonare è più difficile di vendicarsi, ed io quell’assassino di Beccaris spero marcisca all’inferno. Ma fa crescere di più. Perdonare fa bene. E soprattutto il perdono ci avvicina, ci fa assomigliare a quel Dio Buono, a quel Dio Padre di cui tutti, credenti o atei come me, sentiamo spesso la necessità di avere a fianco. Mauro Raimondi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=22565 Wendy Guerra: “La letteratura non parla di storielle o di martirii” Wendy Guerra è una delle autrici più apprezzate della narrativa cubana odierna. Tradotta in diciotto lingue, in Francia, dove è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordre des Arts et des Lettres, è sostenuta con entusiasmo fin dalla traduzione del suo primo romanzo, Todo se van (2006). Anche da questa parte dei Pirenei, dove ha collaborato con i principali quotidiani, non le mancano i riconoscimenti. El mercenario que coleccionaba obras de arte, il suo ultimo romanzo, è appena arrivato nelle librerie. Edito da Alfaguara, è molto meno fiction di quanto sembri. Il mercenario in questione è una persona che ancora vive sotto falso nome. Dopo aver letto le sue peripezie si possono trarre molte conclusioni. Ed è certo che, in questa varietà di conclusioni, non manca ciò che osservano i meno dogmatici nei confronti della rivoluzione nella sua concezione più ampia: il destino ultimo di tutti i rivoluzionari – a cominciare da Robespierre – è quello di essere degli agenti, agenti della rivoluzione. Esattamente come furono agenti di ciò che esisteva prima quelli che perseguitarono loro quando la rivoluzione la facevano. — Crescere in un regime politico che fonda uno dei suoi pilastri sulla denuncia rappresenta un vantaggio per la scrittura di buoni romanzi di spionaggio? Niente che reprima un essere umano, dal momento della sua nascita alla maturità, può essere un vantaggio. Tutte le tragedia umane, gli olocausti e le conflagrazioni, scatenano e scateneranno nel corso della storia l’infinito, terribile dramma per cui, al momento di riguardarle, vengono considerate come parte dell’archivio storico di un paese, di un continente, di un universo scombinato. Solo i loro protagonisti conoscono il caro prezzo di viverle per poi poterle raccontare. È la narrativa del trauma, qualcosa che segna l’autore, come ha segnato i suoi contemporanei. — El mercenario que coleccionaba obras de arte non è solo un thriller di spionaggio. Alla sua presentazione alla fiera di Guadalajara lei ha detto che, tra le altre cose, è anche un romanzo d’amore. In effetti, nella prima pagina, il seme e il sangue si mescolano in una certa pulsione erotica. Io non l’ho scritto come thriller, ma mi piace come ogni lettore vada organizzando la propria visione strutturale della forma man mano che si addentra nel contenuto. Quando intervistavo il vero personaggio, ho sentito che erano le sue stesse condizioni, la lotta e il mistero che incarna il suo destino, incerto e complesso, a dover guidare la trama di generi e stili. Adrián Falcón è al di sopra di ogni classe, ha infranto le barriere e solo l’amore può calmare, un po’, il suo nevrotico andare tra le rovine spirituali di un continente distrutto. Solo il desiderio fa uscire il meglio di sé stesso. Non importa che anche la sua controparte sia un mostro: l’amore gli fa bene e guarisce buona parte del percorso narrativo che entrambi, Valentina e Adrián, si degnano di attraversare. Questo è un romanzo che va oltre il romanzo stesso, un romanzo che soffre i suoi protagonisti e modifica apertamente la sua morfologia a mano a mano che le circostanze lo richiedono. L’erotismo del rischio, la perdita del pudore, il salto quotidiano in un abisso fisico insondabile ogni volta più pericoloso, sono parte importante di questo universo. Ricordiamo che le lotte e le società chiuse sono quasi sempre endogamiche e promiscue. Il sovraffollamento produce condotte sessuali specifiche, e un circolo di lussuria in cui giocare al duro y al desnudo, circondato da testimoni, fa parte dello scontro carnale quotidiano. — Adrián Falcón, falso nome del vero protagonista del suo romanzo, diviene l’ultimo anello di congiunzione con Reagan, un condottiero (in italiano nel testo, ndt) della CIA, poiché il padre venne fucilato da Fidel Castro. Leggendo le sue peripezie, mi è sembrato di avvertire il suo scetticismo più assoluto come autrice. Mi sbaglio? Non sono una persona scettica, credo che si debbano chiamare i sintomi con il loro nome e intenderli come li intende un patologo quando si siede davanti al proprio microscopio e trova un’area piena di tumori. Lì non ti puoi permettere di spezzarti, di piangere o di destabilizzarti. Devi fare la tua diagnosi, affrontarla e sfuggire al melodramma. Questi sono i problemi del mio continente, degli uomini che hanno resistito alle rivoluzioni, di quelli che hanno fatto le proprie rivoluzioni e anche, perché no, di quelli che sono rimasti braccia conserte permettendo crimini da un lato all’altro. Che cosa resta a un autore? Raccontarlo con onestà e buon senso. Scetticismo è una cosa, paura un’altra. Sono temi necessari, e vanno affrontati con coraggio e senza timore. — Tutti i furfanti sono affascinanti come Adrián Falcón? Ogni furfante parte dal suo referente umano, e in quanto tale possiede caratteristiche dissimili. Tutti gli attori preferiscono interpretare un furfante per la ricchezza che la malvagità e l’ostinazione conferiscono a questo tipo di personaggi. Se riesci a cogliere gli strati, le pieghe e il complesso sistema di pensiero di questi esseri, avrai in cambio un buon antieroe, credibile e limpido, un essere da citare e ricordare. — È un dovere del nostro secolo – o perlomeno una tendenza – demistificare le ideologie che hanno monopolizzato la legittimità morale o la libertà nel secolo scorso? Non credo sia un dovere, è un risultato storico naturale, parte della deriva sociale. Tutti i canoni creano un contro canone. Nessuna società è intoccabile, ogni società è lì, esposta e pronta a essere raccontata insieme alle proprie peripezie o avvenimenti lungo la mappa del tempo. Shakespear, Salinger, Victor Hugo, Anaïs Nin, tutti hanno scritto le loro opere attraversando le vene della società che era toccato loro vivere. — È Cuba il luogo fantastico per perdere la fede nella rivoluzione socialista? È la sinistra europea ad aver bisogno di innalzare continuamente questo faro di fede. Noi, però, non possiamo continuare a stare in posa per la sinistra, sacrificandoci in nome di qualcosa che ci risulta inamovibile, un ideale, un’utopia spezzata, una perdita ideologica che da molto tempo ha smesso di essere ciò che il mondo ha bisogno che sia. Siamo quello che vedete. Se la sinistra europea si cibasse di ciò che mangia il popolo cubano, di ciò che ogni mese gli viene concesso con la libreta, smettesse di lavorare per trovare medicinali o per spostarsi ogni giorno, smetterebbero di pretendere da noi questo pacchetto di fede. Il problema è che qui tutti quanti guardano l’acquario con stupore, ma nessuno vuole buttarsi in acqua a interpretarne il ruolo, la dura vita dei pesci tropicali nel socialismo cubano. — Come crede che accoglierà la sinistra spagnola, che riconosce un autentico dogma di fede nella lotta latinoamericana, e in Che Guevara un vero santone, El mercenario que coleccionaba obras de arte? Io non scrivo per la sinistra e ancor meno per la destra. La mia generazione è stanca di questi riferimenti. Viviamo tra Tump e Maduro, niente di tutto questo sembra essere coerente. Questi modelli non ci servono più. Scrivo per coloro che hanno voglia di leggere una letteratura verosimile, peritura e audace come la vita stessa che a noi tutti spetta vivere. I miei libri non sono notiziari, si tratta di letteratura. — Questa bellezza, nella cui ricerca è lecito supporre perché collezioni opere d’arte, rappresenta la redenzione del mercenario? Il mercenario sa che non ci sarà più redenzione. I fiumi di sangue, il ricordo dei morti, la sua frammentaria relazione con le figlie, la vendetta in nome del padre, sono prova inconfutabile che non si può più voltare indietro. Io fuggo dal melodramma, e Falcón me lo facilita, perché riconosce il suo orrore e non lo mitizza. Definisce sé stesso mercenario, e in questo modo affronta i suoi demoni. È questo il reale valore del personaggio: il non negare i suoi crimini e rispettare i suoi nemici accentua la sua complessità che raggiunge il suo apice al momento di rivelare la sua strana ossessione per il collezionismo, per l’arte, per comprare la bellezza con il denaro guadagnato in un combattimento. Tutto questo sconvolge il lettore: lo odi con tutte le tue forze, ma si trasforma anche in un personaggio terribilmente complesso dal quale non c’è modo di uscire. — “Patria o morte”, “Libertà o morte”… Il culto della morte e del martirio è comune a tutte le ideologie… Ideologie, religioni, stati fondamentalisti usano la morte come forma di riaffermazione. Questo è senza dubbio l’arredo essenziale di una prigione ideologica complessa. Morire per un ideale versus vivere per un ideale. — Nessuno mette in dubbio che i ricchi e gli imperialisti siano l’incarnazione del male. Ma e i poveri, i reietti e cose del genere… sono così buoni come ci vogliono far credere i messia che mettono in moto le rivoluzioni, e i loro corrispondenti bagni di sangue, in nome dell’emancipazione degli oppressi? Ormai siamo troppo grandi per credere nei buoni e nei cattivi. Questa non è una telenovela di Televisa dove il povero ruba o il povero aiuta e il ricco uccide o il ricco dona una casa in beneficenza. Questi modelli non ci servono. Persone buone e cattive, manipolazioni all’interno di cause oneste, crepe nel carattere o nell’integrità di un essere umano, di questo tratta il doloroso e scomposto destino delle rivoluzioni e i loro svantaggi nel nostro continente. — Lei è solita dire di non essere giornalista, ma di aver imparato a fare domande mentre la interrogavano a Cuba. Si riferisce alla polizia politica? Ai programmi della Televisión Cubana, dove non puoi parlare di tutto e dove per averlo fatto in passato non sono più la benvenuta. Le conversazioni con le varie persone che dirigono con terrore certe istituzioni cubane, esseri sprovvisti di vero potere, battitori emergenti che scoprono sul giornale del mattino il titolo della loro destituzione. Tutte queste domande senza risposta e tutte queste risposte con conseguenze fanno parte di un questionario infinito, di un modello referenziale che ha sostenuto e segnato il battito del mio lavoro preliminare con Adrián Falcón. Sulla polizia politica, che nel mio paese consta di un esercito enorme in cui tutti sorvegliano tutti, non è un semplice dipartimento, è un’isola con l’occhio di Polifemo che vigila giorno e notte, io ho scritto un romanzo, Domingo de Revolución. Lì ci sarebbero state tutte le chiavi. — Pare che, prima della pubblicazione del romanzo, vista la clandestinità in cui ancora vive il suo vero protagonista, lei abbia vissuto personalmente situazioni degne di un thriller di spionaggio. È stata condotta in luoghi con gli occhi bendati e cose del genere. La verità della verità è scritta in caratteri invisibili, galleggia sotto l’iceberg. La letteratura non parla di storielle o di martirii, parla di risultati, e al lettore poco importa il processo. Non siamo delatori, siamo scrittori. Per tutto il resto ci sono i servizi di polizia e di intelligence del mondo intero, sempre più connessi e strutturati. La paura passa, l’audacia rimane cucita nelle pagine del libro. Bisogna resistere. Altrimenti, come raccontare tutto ciò che si dice in questo libro? — Lei crede, come Leonardo Padura, che l’immagine di Cuba sia strettamente legata alla sua novellistica? Credo che la letteratura abbia sostituito, con verosimiglianza e acume in molti casi, quello che altri mezzi all’interno dell’isola non si azzardano a raccontare. I giornalisti cubani che lavorano per lo Stato vivono in un’altra Cuba, in una Cuba in cui non ci sono problemi e si raggiungono i traguardi e non esistono fame né pressioni politiche. La vita trascorre in bianco e nero, al rallentatore, con una canzone della Nueva Trova, come niente fosse. I titoli dei giornali cubani sembrano uscire dal cinema sovietico: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Noi autori letterari, invece, abbiamo ereditato il compito di illuminare ciò che altri vogliono oscurare. La nostra opera sarà parte della documentazione storica fondamentale per la ricostruzione di questo malinteso storico. Così mia madre chiamava la distanza tra teoria e pratica, processo fatale della messa in scena dell’utopia rivoluzionaria. — Il suo rapporto con García Márquez, come sua allieva nella stesura di sceneggiature all’Istituto Superiore di Arte dell’Avana, sembra essere stato una delle grandi influenze della sua vita. Oggi è il 6 marzo, compleanno di Gabo. Lui è stato un riferimento di vitale importanza per gli autori latinoamericani. Nel mio caso, mi ha salvato la vita in un paese che lui aveva fatto suo e che aveva iniziato a comprendere in maniera diversa attraverso le mie problematiche quotidiane in quanto parte di un popolo molto lontano dal potere e il suo stato di cose. La sua protezione e il suo modo sottile di tutelarmi hanno determinato un nuovo modo di intendere il suo rapporto con Cuba. Conoscerlo è stato magico, e ancora oggi sento il suo potente incantesimo illuminare il mio cammino, per quanto complesso o impraticabile sembri. — Non sembra sentirsi a proprio agio con l’etichetta di romanziera caraibica che le danno alcuni cronisti colombiani. Le etichette non contano. L’opera parla da sé. — Ha un po’ abbandonato il suo canale YouTube, su Wendy Guerra Channel. Sono undici mesi che non pubblica niente. Il canale è una cosa di cui mi occupo nel mio tempo libero. Per ora è complicato trovare questo momento per dedicarmi a filmare e pubblicare immagini dell’Avana e della mia isola. — È molto più apprezzata in Francia, in Italia e, ovviamente in Spagna, che nel suo paese. Il popolo cubano continua a ignorare i suoi scrittori, come dichiarava in un’intervista concessa al Festival della Letteratura di Mantova? In Italia non ho molto seguito, diciamo che non è il paese in cui ho avuto più fortuna. In Francia sì, lì ho un pubblico meraviglioso. A Cuba non esisto, sono trasparente. La censura è l’arma più potente che qui usano contro le idee. — Dalla pubblicazione dei suoi diari nella Transición, che in Spagna ha coinciso con il parossismo della rivoluzione sessuale, alla fine degli anni ‘70, nel nostro paese avevamo a malapena risentito parlare di Anaïs Nin fino a quando lei non ce l’ha ricordata nel suo Posar desnuda en La Habana (2010)… Ci parli, per favore, del suo interesse per lei. Questo è uno dei miei libri più cari. Ritrovare l’autrice nel suo percorso cubano è stato un dovere come autrice, come donna e come cittadina dell’Avana. Lei è infinita, come i suoi diari. La ricreazione, l’insieme delle immagini, il modo apocrifo in cui ho intessuto le mie ricerche su di lei per 12 lunghi anni mi hanno permesso di incarnarla e di scrivere con umiltà la sua possibile storia cubana. Io e Anaïs abbiamo qualcosa in comune: un padre, un’isola, un diario e un universo narrativo complesso ma aperto, interattivo, ricostruibile. Amo il modo in cui lei ha reso la sua vita un eterno diario aperto, senza censure. Javier Memba (da zenda, 3 aprile 2019) Traduzione di Silvia Bertoli http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=146&cmd=v&id=22559 Anna Lanzetta. I riti del Giovedě Santo: La magia dei Sepolcri I riti della Settimana Santa a Sarno sono un forte richiamo per una moltitudine di persone che convergono da ogni parte. Nelle chiese della città i quadri vengono coperti, le campane vengono legate e si preparano i sepolcri nelle chiese, nelle piazze e nelle vie. Il Giovedì Santo è magico per l’atmosfera che vi si respira verso l’imbrunire, quando ogni tabernacolo per le strade, nei vicoli, nelle chiese viene addobbato con magnifici arredi, panneggi, drappi, piante di grano e fiori, e simboli dove i soldati, l’ultima cena e la Croce di pane rievocano la sacralità del momento. La visita ai Sepolcri è un rituale che si ripete ogni anno in un silenzio surreale. Nel tardo pomeriggio del Giovedì inizia lo “struscio”, a ricordo di un tempo in cui l’uomo guardava negli occhi il Mistero senza arroganza, e si avvicinava strusciando in segno di dolore e di stupore. Lo “struscio” riempie le strade del paese di sciami di persone, che sostano per omaggio davanti a ogni sepolcro, che nell'avanzare delle luci che si accendono si caricano di suggestione e diventano anche punti di incontri, di memorie e di saluti appena bisbigliati. I sepolcri restano allestiti fino al pomeriggio del venerdì, al termine della processione dei paputi. Non si può ripartire dal paese, senza portarsi via il ricordo di questi rituali, carichi di suggestioni e di immagini, rievocatrici di una memoria che si arricchisce di ricordi e di emozioni; memoria di tradizioni che nella diversità dei riti, ci riportano un mondo passato e permeano la vita di ogni paese, di ognuno di noi, degli angoli più suggestivi di Sarno in questo indimenticabile Giovedì Santo. Anna Lanzetta http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22557 Mauro Raimondi. Milano e il fuoco della rivolta Testo dell’intervento alla serata organizzata dalla Libreria del Naviglio di Cernusco s/N e intitolata “Fascino e pericolo del Potere”, svoltasi il 4 aprile presso il cineteatro Agorà Milano è sempre stata una città di potere. In epoca celtica vi si trovava un importante santuario dedicato alla Dea Madre Belisama “La splendente”. Medhelan, come forse veniva chiamata la città dai celti, era dunque un luogo di potere religioso, che qualche secolo dopo diventa anche politico: nel 286 DC Mediolanum è capitale dell’Impero romano d’Occidente, e proprio qui Costantino promulga l’editto che dà libertà a tutte le religioni tra cui quella cristiana, che nel quarto secolo viene nominata religione di Stato. Nel Medioevo Milano è quella che in geo-politica si definisce una potenza regionale. Il che significa che ci espandiamo territorialmente occupando le città vicine. Perché si chiama Lodi Nuova? Perché quella vecchia, nel 1111, l’abbiamo rasa al suolo noi. E pure Como, nel 1127: e adesso capite perché non siamo mai stati molto simpatici, noi milanesi… Con i Visconti e gli Sforza Milano si trasforma in un vero e proprio Stato. E nel 1805, quando con Napoleone nasce il Regno d’Italia, quale è la capitale? Milano, naturalmente. Dall’Unità, poi, con le nostre fabbriche diventiamo la capitale economica del Paese. A cui si abbina il potere finanziario (con le banche che si moltiplicano da fine Ottocento) ma anche quello culturale, dalla Scala a giornali come il Corriere della Sera che arriveranno a influenzare tutta l’opinione pubblica italiana. E nel secondo dopoguerra, dove nasce la TV? Dove si innalzano i primi grattacieli del nostro Paese, che sfidano il Cielo con il loro potere simbolico? Dove c’è il bianco, però, c’è anche il nero. Dove c’è lo yin, c’è lo yang. Dove esiste un potere, cova la rivolta. La nostra, infatti, è anche la città dove il fuoco della ribellione è sempre esistito. E il primo esempio ce lo offre proprio il simbolo di Milano, Ambrogio. Il quale non esita a entrare in conflitto con il potere supremo, quello imperiale. Giustina, moglie di Valentiniano I e tutrice del II, nel 386 vuole che la Basilica Portiana venga assegnata agli ariani. E lui cosa fa? La occupa. Ve lo immaginate? Fuori, i soldati dell’imperatore pronti a entrare a sgomberare la chiesa con la forza. Dentro, lui con i fedeli a cantare inni per farsi coraggio. Come va a finire? Che la vince lui. E nel 390 si replica. L’imperatore Teodosio fa sterminare 7.000 persone a Tessalonica come ritorsione a una ribellione che ha portato all’uccisione di un funzionario romano. E lui, Ambrogio, cosa fa? Lo caccia dalla chiesa. Davvero: lui, vescovo, proibisce all’imperatore di entrare in chiesa. E alla fine, a chiedere perdono, sarà Teodosio. Ci vuole coraggio, a ribellarsi a un nemico forte. Ma i milanesi si sono sempre distinti in questo, anche quando il potere che avevano di fronte sembrava imbattibile. 1154: per mettere in riga il Comune che è diventato – come si diceva – una potenza regionale, scende in Italia nientemeno che l’imperatore Federico I Hoenstaufen, che noi – e solo noi – chiamiamo con disprezzo “Barbarossa”. Indice una dieta, cioè un incontro, a Roncaglia, e subito si dimostra ostile verso Milano. Pretende ostaggi, la mette al bando, la priva del diritto di battere moneta e di riscuotere tasse, distrugge Tortona che è alleata dei milanesi. Al che, però, deve tornare in Germania, e la nostra città continua a fare quello che ha sempre fatto. Ricostruendo, tra l’altro, Tortona a sue spese. Passano quattro anni, e visto che le cose non sono cambiate, l’imperatore ripassa le Alpi e assedia Milano che si arrende promettendo obbedienza. Dopo di che, di nuovo, Federico è costretto a ritornare al suo Paese e si sa, via la gatta ballen i ratt… Infatti, anche stavolta noi riprendiamo a farla da padroni. Tanto che, nel 1161, per la terza volta l’imperatore deve ritornare in pianura padana e cingere d’assedio la città, che dopo qualche mese si arrende senza condizioni. Il “Barbarossa”, che ha capito la lezione, ordina che venga rasa al suolo per la gioia di comaschi e lodigiani che possono finalmente vendicarsi. Sul suolo viene gettato il sale, e sembra finita, per Milano, perché vige il divieto di ricostruirla sullo stesso sito. I milanesi sono sparsi a Lambrate, a Crescenzago, ma sono gente tosta, hanno il fuoco dentro. E così, pietra su pietra, Milano viene rimessa in piedi. Il “derby” con Federico I terminerà solo nel 1176, con la battaglia di Legnano che sancirà il nostro trionfo. Per scappare, pare che sia stato costretto a camuffarsi da soldato, come sarebbe poi successo anche ad altri… Per la prima volta, un Comune italiano ha sconfitto un imperatore, il potere per eccellenza. Un miracolo? No, perché questa non è l’unica volta. Che dire delle Cinque Giornate del 1848? I milanesi non ne possono più dei todesch. Ma come fare a ribellarsi? E poi, qualcuno potrebbe dire: perché? In fondo, gli austriaci sono discreti amministratori, la città è pulita, con belle vetrine, nel 1840 si inaugura la linea ferroviaria Milano-Monza… I milanesi, però, hanno ormai dentro l’idea di libertà, che rappresenta la benzina per il fuoco della rivolta. Qualcuno già lo sa, di averla dentro, ma la maggior parte se ne renderà conto solo il 18 marzo, quando scocca la scintilla. Alla notizia che Vienna si è ribellata, Milano si prepara: durante una manifestazione un abate uccide una guardia austriaca, e l’incendio divampa. A San Babila viene eretta la prima barricata: ne seguiranno altre centinaia, nonostante farne una significhi perdere tutto il mobilio di casa. Uomini e donne, insieme, si organizzano. Sono cinque giorni di passione, in cui i soldati austriaci si lasciano andare ad atti di inaudita crudeltà. Il loro capo è il Radetzsky, che era convinto della codardia dei milanesi: in città ha pure una donna, Giuditta Meregalli, e si dice ami tanto il risotto. Ma alla fine, è costretto ad andarsene: Milano è libera e ha battuto uno degli eserciti più forti al mondo. La rivolta costa la vita a 350 milanesi (di cui 94 donne, a testimonianza di come abbiano partecipato attivamente), e se è vero che già in estate gli austriaci torneranno dopo aver sconfitto i piemontesi in quella che è definita la Prima Guerra di Indipendenza, le porte all’Unità d’Italia, anche grazie alle Cinque Giornate, sono aperte. Non parliamo poi del Novecento, un secolo dove il fuoco della rivolta brucia ininterrottamente, anche se, in questi casi non è più tutta la città a ribellarsi ma solo una parte. Dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale scoppia il biennio rosso, con scioperi continui e manifestazioni, l’occupazione delle fabbriche. Parallelamente, nel 1919 nasce il movimento fascista, che all’inizio si propone come rivoluzionario rispetto al potere borghese, salvo poi diventare potere esso stesso. Milano è medaglia d’oro per la Resistenza, e quanto coraggio ci è voluto per combattere contro i nazifascisti lo sappiamo tutti. Furono 1000 i civili antifascisti a restare uccisi, cui si devono aggiungere 1200 partigiani e quasi 1000 ebrei. E poi, in seguito, come dimenticare gli incendi del ’68, del ’77, la follia del terrorismo? Fino agli anni Ottanta la città è stata un luogo di rivolta. Poi, basta. È arrivato il riflusso, la Milano da bere, e tutto si è sopito o si è fatto meno evidente: qualche protesta per Tangentopoli, i cortei dei soliti studenti o dei centri sociali, i black block che combinano disastri prima dell’apertura di Expo. Casi isolati, in una sorta di calma piatta che, sarò sincero, non mi piace. Chiaro, come tutti voi rifiuto odio tipo di violenza. Ma un movimento pacifico che porti a una rivolta di idee o meglio di ideali, mi manca tanto. Perché non siamo nel migliore dei mondi possibili, e di motivi, per protestare, ce ne sono. E pure molti: il divario tra ricchi e poveri aumenta, nonostante le promesse della globalizzazione; il lavoro manca o è precario, e quando sento che un mio studente prende 5 euro l’ora mi si chiude lo stomaco perché guadagnavo di più io, quarant’anni fa, distribuendo volantini; Tangentopoli non sembra mai finita; ci fanno morire di inquinamento… Ecco, la mia speranza è che la manifestazione di qualche settimana fa che ha visto centomila giovani scendere in piazza a Milano (la città con maggiore partecipazione al mondo, e lo dico con orgoglio), si trasformi in qualcosa di concreto, di civile ma forte, che coinvolga tutti noi e costringa il potere a cambiare. Perché è anche grazie alle rivolte, che le cose migliorano. È grazie a loro che viene alzata l’asticella della civiltà. Il fuoco delle rivolte è necessario per l’evoluzione della società. E ribellarsi a un potere violento, oppressivo ma anche solo stupido, come sono spesso i poteri, ribellarsi per chiedere un futuro migliore, è un diritto di questi ragazzi. Il diritto di ritrovarsi, fra qualche anno, con un mondo più giusto di quello che li stiamo lasciando. Mauro Raimondi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=22556 “Il mio cinema”. Intervista a Franco Loi|di Mauro Raimondi Milano – L’estate scorsa abbiamo incontrato Franco Loi nella sua casa milanese. E per una volta non gli abbiamo chiesto di parlare di Poesia, ma di Cinema. L’intervista che riportiamo appare come postfazione del libro Il cinema racconta Milano pubblicato da Edizioni Unicopli nel 2018. – Quali sono i tuoi primi ricordi legati al cinema? Risalgono a quando ero bambino, a Genova. I miei genitori mi portavano spesso a vedere i film, mi piaceva molto Tom Mix e i suoi western. – E quando arrivasti a Milano? A Milano, con i miei amici, giravamo tutti i cinema… Però, vivendo in via Teodosio, a Lambrate, andavo spesso al Porpora, al Pacini o al Plinius. Da ragazzino cercavo di entrare senza pagare, infilandomi in sala alla fine del primo tempo… – C’è qualche tuo ricordo importante legato al cinema? Quando Vittorio De Sica girava Miracolo a Milano, andavo sul set che era lì vicino, all’Ortica. Il più importante è sicuramente quello che riguarda il giorno della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940. Con un mio compagno ebreo, Davide Danon, e le nostre rispettive madri, all’Argentina avevamo visto La mummia con Boris Karloff, un film che faceva veramente paura. Una volta usciti percorremmo via Gran Sasso, entrammo in piazza Piola e poi girammo in via Pacini. All’angolo con via Bazzini c’era un bar, e ci fermammo perché sentimmo dalla radio che da lì a poco ci sarebbe stato un annuncio importante. Qualche minuto, e si sentì la voce di Mussolini. Alla fine del discorso, dall’apparecchio provenivano le urla della folla presente in piazza Venezia, a Roma, ma dove stavamo noi c’erano solo pochissime persone, e tutte zitte. Il silenzio fu interrotto dalla voce del mio amico, che urlò: “Perderete la guerra!”. La madre lo zittì con uno schiaffo. – Quali erano i tuoi film preferiti? Nel dopoguerra ero capace di vedere tre film al giorno. La mia passione erano quelli americani: La vita è meravigliosa di Frank Capra è un capolavoro, e abbiamo trasmesso la nostra passione a mia figlia Francesca tanto che possiamo considerarlo il “film di famiglia”… Più tardi mi avvicinai alla cinematografia russa, e con mia moglie Silvana vedemmo una rassegna a Palazzo Reale. Contrariamente a quello che sosteneva Fantozzi, La corazzata Potëmkin è stupendo. – E in Italia? Tra i film italiani prediligevo quelli più politici, che raccontavano la realtà e criticavano, si ribellavano al potere. Anni dopo, rivedendoli, non mi sono più sembrati così belli. Mi piacque molto la fantasia di Miracolo a Milano, e poi Ladri di biciclette. Di Visconti quello che preferii fu quello girato in Sicilia: La terra trema era molto potente. – Tra gli attori, chi ti piaceva? Tra quelli stranieri i miei idoli erano Charlie Chaplin e Buster Keaton. In Italia ho sempre ammirato Totò, che riusciva sempre a fare dei bei film nonostante i mezzi limitati: era il Chaplin italiano. Mi piacevano Sordi, e anche Gassman, ma solo nei ruoli leggeri, quando recitava Shakespeare era troppo retorico. Tra le interpreti italiane era molto brava Anna Magnani. – Non hai mai avuto niente a che fare, con il cinema? Sì, ho scritto una sceneggiatura, nel 1955. Il regista era quello che considero il mio vero maestro, il poeta Giulio Trasanna. Ricalcai la figura del protagonista sul mio carissimo amico Sergio Temolo, il cui padre era stato ucciso dai fascisti a piazzale Loreto il 10 agosto 1944. Nel film, il ragazzo andava a San Vittore, dove era rinchiuso il papà, e si parlavano senza vedersi. Era un testo impegnato, che voleva raccontare la Milano della guerra e anche quella immediatamente dopo. – Giraste delle scene? Certo, girammo tutto il film. Andammo al Casoretto, alla Falck e alla Breda di Sesto San Giovanni, alle cave del Parco Lambro, perché proprio in una di esse abitava la fidanzata del protagonista, un orfano di padre (morto in guerra) che si rifiutava di lavorare in fabbrica e voleva gareggiare in moto. – Fu lì che conoscesti Ermanno Olmi? Sì, faceva le riprese. Me lo rivedo letteralmente sdraiato su un macchinario per filmare le moto in corsa. Era un bravissimo ragazzo, educato, gentile, gli piaceva stare in compagnia. Le miglior immagini le ha girate lui, ma anche il fotografo, Adriano Bernacchi, era molto in gamba. – Come mai di questo film non si sa nulla? Perché non venne mai distribuito. Il produttore, Guzzetti, che aveva investito tre milioni, a un certo punto tolse il film a Giulio Trasanna e lo affidò a Giuseppe Dagnino, che aveva lavorato con Carlo Lizzani in Achtung! Banditi! E lui snaturò tutto. Quando ci sedemmo nella saletta di proiezione per l’anteprima e partirono le immagini, restammo allibiti: il nostro film su Milano era diventato una specie di giallo ambientato nel mondo del motociclismo, a cui si sovrapponeva una storia d’amore. Eravamo furiosi, e dicemmo subito che non l’avremmo firmato, ma poi era talmente brutto che non se ne fece nulla. – E la tua sceneggiatura? Sinceramente, non so dove sia finita. Forse, l’ho data a qualcuno che poi non me l’ha più restituita. Oppure, è ancora tra le mie carte e prima o poi verrà fuori. Prometto che se la trovo ti avviso… http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=22553 I 95 anni di Lidia e i 25 di Marea Tanti auguri cara Lidia Menapace, i tuoi 95 anni sono una meraviglia! Grazie per la tua vita e il tuo esempio straordinario. E grazie per gli auguri che ci hai mandato per i 25 anni di MAREA-trimestrale femminista, che celebriamo dal 5 aprile ad Atzara! Eccoli qui, È un onore averti come maestra. Monica Lanfranco http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=108&cmd=v&id=22550 Enrico Bernardini. L’enoturismo in Italia|Una forma di turismo in costante crescita L’UNWTO, l’organizzazione mondiale del Turismo, è l’agenzia dell’ONU che si occupa della promozione del turismo sostenibile, responsabile ed accessibile a tutti. Inoltre analizza il legame tra turismo e crescita economica, sviluppo e sostenibilità ambientale, nonché diffonde le politiche turistiche in tutto il mondo. È impegnata anche nella divulgazione del Codice Etico Globale per il Turismo e nella promozione del turismo come mezzo per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che trattano, in generale, della promozione dello sviluppo sostenibile e della riduzione della povertà.1 Questa organizzazione ha scelto l’Italia per ospitale la Global Conference on Wine Tourism nel 2021, una decisione che conferma l’eccellenza a livello internazionale del turismo eno-gastronomico nostrano. La decisione è stata annunciata dalla Fiera Internazionale del Turismo di Berlino, conclusa il 10 marzo scorso, tra le più conosciute nel panorama internazionale. La preferenza non conferma soltanto il ruolo dell’Italia come leader nella produzione vinicola ma, grazie alla varietà presente nel Paese, vuole celebrarne la liaison con la cultura ed il territorio, con la storia, con i suggestivi paesaggi presenti nelle regioni enoturistiche più attrattive, Toscana, Piemonte, Trentino Alto Adige e Campania e nel resto del Paese. La vetrina sarà una grande occasione per promuovere il turismo enogastronomico italiano infatti l’incontro prevedrà conferenze, workshop e degustazioni che accompagneranno i visitatori alla scoperta del territorio e dei suoi vini e saranno coinvolti consorzi, agenzie turistiche ed associazioni del settore.2 Contestualmente a questa importante decisione ad opera dell’UNWTO, il governo italiano ha approvato in Conferenza Stato-Regioni il decreto “Linee guida e gli indirizzi in merito ai requisiti e agli standard minimi di qualità per l’esercizio dell’attività enoturistica”. L’atto è stato successivamente firmato dall’attuale ministro delle politiche agricole. L’iter legislativo, iniziato dalla precedente legislatura, è giunto a compimento e costituisce un importante traguardo in quanto viene definita e regolamentata l’attività enoturistica. Infatti l’articolo 1 recita: “Sono considerate enoturistiche tutte le attività formative ed informative rivolte alle produzioni viti-vinicole del territorio e la conoscenza del vino”.3 In questo senso viene considerata non solo la semplice possibilità di acquistare del vino, ma il surplus viene dato dalla capacità di produrre conoscenza e divulgare informazioni circa i prodotti enologici del territorio. Difatti il termine enoturismo non comprende soltanto le semplici degustazioni, ma anche iniziative didattiche, ricreative o culturali, visite guidate dei vigneti e la vendemmia didattica. Inoltre le degustazioni delle produzioni vitivinicole potranno essere, rispetto al passato, abbinate ad altri prodotti agro-alimentari del territorio, purché si tratti di cibi freddi o comunque serviti in modo tale da non confodere il servizio offerto con quello di ristorazione. I commenti delle associazioni di categoria come l’Unione Italiana Vini ed il Movimento Turismo del Vino sono stati senz’altro positivi, vedendo nel decreto, oltre a semplificazioni fiscali per le aziende del settore, una concreta possibilità per le imprese di implementare una strategia organica comune delle attività enoturistiche, vista la definizione degli standard minimi di qualità dei servizi offerti.4 Infine, iniziative come quella del Ministero delle politiche agricole italiano e dell’organizzazione mondiale del Turismo vanno nella direzione di valorizzare i territori italiani, le caratteristiche e le uniche ricchezze enogastroniche. Un riconoscimento mondiale giustificato anche dai numeri dell’enoturismo del nostro Paese, infatti il rapporto sul Turismo del Vino, ad opera dell’Università di Salerno e della Città del Vino, mostra come ogni anno vi sia un giro di circa 2,5 miliardi di euro lungo l’intera filiera e che siano ben 14 milioni le presenze collegate strettamente all’enoturismo,5 dati che fanno ben sperare per la crescita turistica italiana nei prossimi anni. Enrico Bernardini 1 Fonte: Unwto. 2 Fonte: WineNews. 3 Fonte: Regioni.it. 4 Fonte: Movimento Turismo del Vino. 5 Fonte: Città del Vino. Sitografia Città del Vino Iter Vitis Movimento Turismo del Vino Regioni.it UN Soustainable Development Unwto WineNews http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22542 Asmae Dachan. Siria, otto anni dopo Diciotto bambini e l’inizio di una rivoluzione. Marzo 2011, a Dar’a città nel sud della Siria, non lontano dalle alture del Golan e dal confine con Libano e Giordania, alcuni ragazzini di una scuola media scrivono sul muro della loro scuola una frase: “Il popolo vuole la caduta del regime”. È lo slogan che in quei giorni ripetono molti giovani nelle piazze di diversi Paesi arabi coinvolti in manifestazioni contro i rispettivi regimi. I grandi network internazionali hanno le telecamere puntate su quelle piazze e le immagini fanno il giro del mondo. Arrivano anche in Siria. Muawia, Yussef, Samer, Ahmad, Issa, Alaà, Mustafa, Nidal, Akram, Bashir, Nayef, Ahmad Shukry, Ahmad Sami, Abderrahman, Mohamed, Ahmad Naief, Nabil, Mohamed Amin: sono questi i nomi dei ragazzini che hanno cambiato il destino della Siria. Sono stati arrestati e condotti a Damasco, in un ramo dei servizi segreti dove sono stati torturati. Ai genitori che ne chiedevano il rilascio è stato risposto che “potevano scordarsi di avere dei figli, che potevano farne altri, ma se non ricordavano come si facesse un figlio, potevano portare lì le loro mogli”. Era il 15 marzo del 2011 e sono passati otto anni da allora. La gente è scesa in piazza pacificamente per chiedere il rilascio di quegli innocenti, invocando riforme, diritti umani e libertà. Per la prima volta in quasi mezzo secolo era stato violato il cosiddetto “stato di emergenza”, una legge imposta nel ’68 quando la famiglia degli al Assad e i clan alawiti alleati (un’oligarchia affaristico-militare) ha preso il potere in Siria, impedendo di fatto ogni manifestazione pubblica e accentrando su di sé tutti i poteri. Lo stato di emergenza è stato abolito formalmente nel 2011 col decreto 55, ma è stato un provvedimento solo di facciata, perché resta ancora valido il decreto 64 del 2008, che garantisce l’immunità a tutti i membri delle forze di sicurezza. In questi anni il regime ha commesso crimini indicibili e mentre riempiva le carceri di oppositori e manifestanti pacifici, ha liberato tramite diversi provvedimenti di amnistia centinaia di terroristi che avevano combattuto per al Qaeda in Iraq. La rivolta inizia laica, pacifica e organizzata dal basso. Centinaia di vittime inermi nelle strade e l’ordine di iniziare con le operazioni di assedio e bombardamento portano alla fine 2011 alla scissione dell’esercito. Nasce l’Esercito Siriano Libero, un gruppo di disertori che vogliono difendere i civili anziché massacrarli. La situazione precipita. Iniziano i bombardamenti massicci, stragi di civili, fughe di massa. Mentre la comunità internazionale è intrappolata nelle sue contraddizioni, tra veti e vertici fallimentari, i civili siriani pagano un tributo di sangue sempre più alto. I siriani all’estero danno vita al Consiglio Nazionale Siriano, un organismo transitorio che rappresenta le richieste dei siriani che si oppongono al regime; il CNS viene inglobato poi nella Coalizione Nazionale Siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione. Sul campo, intanto, nascono diverse formazioni combattenti, alcune dichiaratamente radicali come al Nusra. Insieme alle forze del regime si schierano le milizie sciite di Hezbollah e le forze iraniane. È il caos. In Siria inizia gradualmente una guerra internazionale. Le grandi potenze finanziano gruppi che combattono per procura e gli oppositori del regime si trovano a combattere contro altre formazioni che vogliono prendere il controllo. Il regime intanto usa svariati tipi di armi, anche non convenzionali, come le armi chimiche e i barili bomba. Nel 2014 fa il suo sanguinoso ingresso l’Isis, il sedicente Stato Islamico della Siria e dell’Iraq, che prende di mira città in mano ai ribelli e zone abitate da minoranze etniche e religiose come Curdi, Yazidi e cristiani, infliggendo alla popolazione sofferenze e abusi e imponendo le sue leggi oscurantiste e criminali. È la peggiore caricatura dell’islam, un crescendo di violenza e oppressione che arriva a decapitare ogni persona considerata nemica e schiavizzare donne e bambini. I terroristi dell’Isis provengono da diversi Paesi del mondo, Arabia Saudita, Russia, Cecenia, Tunisia e anche dall’Europa. Non hanno nulla a che spartire con la causa del popolo siriano, di cui calpestano dignità e diritti. Nel 2014 oltre sessanta Paesi si uniscono nella Coalizione internazionale a guida americana contro l’Isis. Nel 2015 scende apertamente in campo la Russia, schierando la sua aviazione che contribuisce a bombardare le città siriane sotto il controllo delle opposizioni e dell’Isis. Da Ginevra i colloqui si spostano a Sochi e Astana, dove sono i russi, gli iraniani e i turchi a dettare le regole. Nel 2017 le milizie turche entrano nel nord della Siria. In Siria tutti bombardano e tutti si sentono legittimati a farlo. Sulla Siria tutti vogliono decidere. E i siriani? Oltre mezzo milione sono quelli che hanno perso la vita, 13 milioni sono i profughi e gli sfollati su un totale di circa 22 milioni di abitanti. La Siria è un cumulo di macerie, i siriani sono feriti, umiliati, traditi da tutti. I bambini nati negli ultimi otto anni non sanno cosa sia la pace. Ospedali, pronto soccorso, scuole, luoghi di culto, interi quartieri residenziali sono stati deliberatamente colpiti. I siriani hanno conosciuto la paura, l’assedio che ha portato alla fame e alla mancanza di cure, la tortura, la violenza di genere come arma di guerra. Al Assad è ancora lì sulla sua poltrona e parla di “vittoria della guerra contro il terrorismo”. Per il governo di Damasco, va ricordato, tutti coloro che si oppongono al governo sono considerati terroristi e una minaccia alla pubblica sicurezza. Si parla di ricostruzione e sono molti i Paesi che non vogliono perdere l’opportunità di questo business miliardario. La riabilitazione di Al Assad è iniziata anche grazie ad una narrazione manichea che negli ultimi anni si è concentrata nel racconto regime contro Isis, parlando di scelta del minore dei mali. Ma ci sono i siriani, dentro e fuori la Siria, che non ci stanno, che nonostante tutto hanno ancora la forza e il coraggio di opporsi al regime, condannare il terrorismo e rivendicare le loro legittime aspirazioni. I siriani ancora chiedono libertà e giustizia. Chiedono che il governo degli al Assad e tutte le parti che si sono macchiate di crimini contro l’umanità vengano processate e punite. Lo spirito dei siriani non è morto. Proprio a Dar’à, dove tutto è iniziato otto anni fa, lunedì 11 marzo il regime ha ben pensato di ripristinare la statua che raffigura Hafiz al Assad, come a rimarcare il territorio, a ricordare ai siriani e al mondo che la Siria è la Siria degli al Assad e non esiste alternativa. Per amore della vita, della libertà e per onorare la memoria dei siriani caduti in nome della libertà, a Dar’à la gente è tornata nelle strade per dire no al regime. Otto anni dopo, la rivoluzione siriana non è morta e il mondo ne deve prendere atto, anche se sarebbe più facile dire che è tutto finito. Diario di Siria è nato nel 2013 dopo il mio primo viaggio ad Aleppo. Volevo creare uno spazio dedicato al racconto di questa tragedia, alle storie che non trovano spazio sui media. Sei anni dopo, vorrei continuare a raccontare con la stessa sete di verità e giustizia le storie dei civili siriani dentro e fuori la Siria. Perché attraverso la libertà dei siriani passa anche la libertà degli altri popoli. Perché i siriani hanno un volto, un’anima, una sensibilità, una dignità che non possono essere consegnati all’oblio. Perché ci sono persone che in questi otto anni sono scomparse nel nulla e i loro familiari e amici ancora li aspettano. Come Abuna, Padre Paolo Dall’Oglio, di cui non si hanno ancora notizie certe, ma che sarebbe stato avvistato a Baghouz, dove si sta combattendo l’ultima battaglia contro l’Isis. Perché tanti colleghi giornalisti e fotografi sono morti in Siria per raccontare la verità. Asmae Dachan (da Diario di Siria, 14 marzo 2019) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=149&cmd=v&id=22523 Carlo Forin. La potenza dei nomi degli dči La potenza umana dei nomi degli dèi è stata riconosciuta e praticata da me per elaborare l’archeologia del linguaggio. Questa disciplina riconosce nei nomi degli dèi le erme [in greco gli incroci, dal dio messaggero Ermes, in zumero: il cammino, er, del me] delle parole comuni [uerba lat., inim zum.]. Ho sempre saputo che avrei praticato una doppia rete [zum.: re.te = ‘cammino. connesso’] col rischio di confondermi. Badate: doppia rete, lungo la ricerca dell’etimo: quella dei nomi degli dèi, riconosciuti dagli uomini, e quella dei nomi comuni. Oggi, mi viene inserito in Academia “Il zumero Amen” in mezzo ad analisi di autori che non pratico (estraneo a siti a pagamento). Immagino che continuino la pratica etimologica confusa. La potenza dei nomi degli dèi è ignota tuttora. Salvo sprazzi nel buio come “Rilettura del latino nihil = nulla” (Tellusfolio, 14/03/2019) e “L’odore delle pecore e del lupo” (ArcheoMedia, 22/12/2018). Ho cominciato vent’otto anni fa,1 da agnostico, davanti al paleonimo Monte de Antares e colo maledicto in Vittorio Veneto col monte Altare, ad occidente della finestra dello studio della casa di famiglia in via Torricelli 3. Concludo l’itinerario in questa quaresima 2019 col riconoscimento nella parola italiana monte, la latina monte e la zumera fonica ete numun, ‘connessione-connessa – seme’, nei grafi te.mun. Eme ghir, la lingua zumera, eme – gir15/gi7 Sumerian language (‘tongue’ + ‘native’ –no: ‘cuneo che scrive’-).2 ritenuta dai popoli centro-nord europei perduta senza seguito rivela di essere l’origine lontana delle lingue moderne. Io conosco, lat. cognosco, vel gnosco, zum. ku.gnusku, vel Nushku con la lampada [segno dello zodiaco mesopotamico]3 ig, in grafi ghi. Il dio Nushku, pari ad En Lil [Signor Aria/Vento] è leggibile grazie a GESH.BU, ‘Albero di conoscenza’, GESH.UB, ‘Albero del Cielo’ che mi ha evitato la confusione. Carlo Forin 1 Nel 1991. 2 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 60. 3 Il serpente attorcigliato in copertina de La scrittura celeste di Giovanni Pettinato, A. Mondadori, Milano, 1999. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22520 Carlo Forin. Rilettura del latino nihil = nulla L’esame di “Ancora oltre il ni!” (02/11/17) dopo “Oltre il ni” (31/10/17) ci ha introdotti nel circolo nigin portandoci a vedere i circoli a partire dalla città sacra zumera di Nibru, accada Nippur. Non mi è bastato. I latinisti Ernout e Meillet mi hanno convinto a leggere l’avv. ni pari a ne, antico ne.i, in zumero = negazione sentiero, che la lettura circolare del zumero postula en.i, ‘sentiero del Signore’. En.il = signor Dio. Mirjo Salvini, in La civiltà dei Hurriti, G. Macchiaroli, Napoli, 2000: 311, n. 88 narra, dentro agli Hurriti, popolo mesopotamico conoscitore del zumero-accado, fusosi con gli Ittiti in Anatolia in un insieme proto degli Etruschi migrati prima in Sardegna poi in Toscana: En.i = sentiero del Signore, eni potenza divina in hurrita (393): en(i) = ar = h(h)i, qui al caso essivo [nota 88, p. 311]. Dunque, nella fase etrusco-latina, i hurriti, etruschi di Anatolia, lessero ne.i.h(h) i+l = ‘negazione. Sentiero. Aldilà (Aldilà) sentiero + vento (lil)’ collegata a ‘Signore (il). Sentiero. Aldilà (Aldilà) sentiero + vento’. Il lunghissimo sentiero circolare è rimasto rubricato nel nulla di nihil. Carlo Forin http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22514