News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI “Milano e il cinema” a palazzo Morando|di Mauro Raimondi Assolutamente imperdibile, la mostra “Milano e il cinema”, che si è aperta l'8 novembre a Palazzo Morando. Per gli amanti del cinema, ovviamente. Ma anche per chi è appassionato della storia della città. Perché, nelle varie sale che si succedono, si possono vedere, parallelamente ai film e ai generi che hanno contraddistinto Milano, anche quello che vi è avvenuto, le trasformazioni che l'hanno portata a diventare quello che è. Dalla casetta di Italo Pacchioni nelle popolarissima fiera di Porta Genova del 1898, in una città intrisa di tensioni sociali, ai grattacieli di Porta Nuova che appaiono in Gli sdraiati del 2017. Così come nell'ultima mostra (di grande successo) dedicata alla Mala, il curatore Stefano Galli ha deciso di seguire uno stretto ordine cronologico. Nella prima stanza, quindi, si parte da due padri fondatori del cinema meneghino, il già citato Italo Pacchioni, autore delle prime riprese in città, come la scenetta Il finto storpio al Castello o i funerali di Giuseppe Verdi. Insieme a lui, il più famoso Luca Comerio, immortalato sul tetto della copertura della stazione di Trastevere che aveva acquistato per poter girare in tutte le stagioni alla (spesso, poca) luce di Milano. Lo schermo che rimanda Stramilano del 1929 ci accompagna nella sala dedicata agli anni Trenta. Quello di Corrado D'Errico è considerato il primo documentario d'autore sulla città e ne vuole raccontare un giorno, dall'alba (con le strade deserte e nebbiose), al mattino (con le industrie e le loro ciminiere fumanti) fino alla sera, con gli spettacoli teatrali e i locali dove si suona il jazz. Il messaggio è semplice: questa è la città più moderna d'Italia, dove si lavora ma ci si diverte anche. Nello stesso decennio, Milano è immortalata per la prima volta anche in una commedia di successo, Gli uomini che mascalzoni, con protagonista un giovanissimo Vittorio De Sica diretto da Mario Camerini. Il quale, nel 1939, sarà il regista di un altro fortunato lungometraggio, Grandi magazzini, che pur richiamando apertamente Milano fu quasi completamente girato in interni a Cinecittà, sotto il fascismo diventato l'unico luogo dove “si faceva il cinema”. Gli anni Cinquanta ci vengono presentati, oltre che dalle foto di due capolavori come Cronaca di un amore e Miracolo a Milano, anche dalle immagini che si possono vedere in una saletta. Dove, a ciclo continuo, si può ridere con l'immancabile Totò, Peppino e la Malafemmina, Lo svitato Dario Fo e Susanna tutta panna. La stessa, azzecatissima unione foto-immagini viene riproposta pure nell'ampio spazio dedicato al decennio successivo, con spezzoni di opere immortali come La notte e Rocco e i suoi fratelli ma anche di un film che raccontava criticamente le trasformazioni di Milano come La vita agra di Carlo Lizzani. Completano la descrizione del periodo altri lungometraggi importanti come Una storia milanese, l'episodio meneghino del premio Oscar Ieri, oggi, domani, La rimpatriata, Il posto, I cannibali. Dopo questa scorpacciata di fotografie, le seguenti tre sale le abbandonano incentrandosi su filmati o manifesti di alcuni fenomeni cinematografici tipicamente milanesi. La prima è dedicata al cinema industriale prodotto da aziende, mostrato - tra l'altro - da stralci di Tre fili fino a Milano, di Michelino 1ªB e dalla versione integrale di Il pensionato, tutti di Ermanno Olmi. Quindi, ci appare l'animazione milanese, con i fratelli Pagot, Bruno Bozzetto (e il suo Signor Rossi), la linea con l'omino di Cavandoli e altre chicche tratte dal mitico Carosello come Calimero, che ebbe successo in tutto il mondo e soprattutto in Giappone, ma non negli USA. Infine, ecco i manifesti del poliziottesco alla milanese che, oltre a evocare il fosco periodo attraversato da una città che stava diventando metropoli, in Banditi a Milano ha impresso anche un avvenimento realmene accaduto come la fuga della banda Cavallero che il 25 settembre 1967 seminò la morte per le strade sparando dai finestrini dell'auto. Le fotografie ritornano protagoniste nell'ultima, vasta sala (Milano da bere e da ridere) che ripercorre gli ultimi decenni della cinematografia meneghina con i suoi filoni principali. Innanzitutto, la “commedia alla milanese”, sia nella sua versione più popolare (Pozzetto, Abatantuono, Boldi, Aldo Giovanni e Giacomo) sia in quella d'autore, da Nichetti a Salvatores (di cui appare una bellissima immagine del set di Happy family). Le foto, poi, ci narrano anche il genere della “Milano dell'inquietudine”, che ha in Silvio Soldini il suo caposcuola con L'aria serena dell'Ovest e in Marina Spada un'altra degnissima esponente. Mentre Io sono l'amore di Luca Guadagnino e Fame chimica ci indicano come il cinema riproduca solo parti, talvolta agli antipodi, della stessa realtà. Siamo così giunti alla fine. Invece di uscire, però, tale è la ricchezza di questa mostra che viene voglia di tornare indietro, di rivedere, di riguardare tutto. Inaugurata l'8 novembre, “Milano e il Cinema” resterà aperta fino al 10 febbraio 2019. Per ogni info: www.mostramilanoeilcinema.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=134&cmd=v&id=22315 Annagloria Del Piano. Italia - Brasile: Immagini e storie nel resoconto di un viaggio È stato l’appassionato racconto di un viaggio, quello proposto nella serata di venerdì 12 ottobre scorso, presso la Sala Vitali del Credito Valtellinese di Sondrio, ad un’ampia platea, variegata e partecipe. Il racconto ha restituito le tappe, non solo geografiche ma propriamente umane ed emozionali, dell’annuale viaggio in Brasile dei coniugi Racchetti, Maria e Francesco, accompagnati questa volta da Francesca Gugiatti, una studentessa universitaria sondriese, nello Stato dell’Espirito Santo, dove si trova São Mateus, città gemellata con Sondrio dal 2004. Come i cittadini del capoluogo ben sanno, il gemellaggio fra le due città è attuato attraverso l’Associazione onlus A dança da Vida (i cui primi fondatori furono, appunto Maria e Francesco), che si è sempre occupata della promozione di attività e progetti strutturati in Brasile, e con un ritorno costante anche qui in Valle, al fine di realizzare una partecipazione il più possibile autentica tra le cittadinanze delle due realtà. Sono così diventati appuntamenti fissi per i sondriesi la Giornata del Gemellaggio, la Castagnata solidale, la vendita dei Calendari, realizzati con foto-testimonianza della realtà brasiliana, e ancora, gli aperitivi solidali, gli incontri ideati nel corso dell’anno e, appunto, l’annuale viaggio di incontro dei rappresentanti dell’Associazione con gli operatori che collaborano a vario titolo a São Mateus e con chi lì vive la propria esistenza. – Non c’è un solo Brasile, ma tanti Brasili diversi – esordisce Francesco, e questo dà subito la cifra della ricchezza e della varietà degli argomenti che verranno trattati, durante la serata. – La realtà che abbiamo incontrato nell’occasione di questo viaggio è caratterizzata da una grandissima crisi che investe tutti gli ambiti della società: quello economico, politico, sociale, culturale e morale. Francesco espone agli spettatori la situazione che ben conosce, raccontando di un Brasile in cui l’impoverimento, negli ultimi anni, è aumentato, colpendo sempre più strati della popolazione. La recessione economica, unita al fallimento della politica, ha praticamente azzerato i finanziamenti destinati agli interventi sociali. Il risultato è la sempre maggiore emarginazione dei poveri, e un aumento della criminalità, in particolare fra i più giovani. – La nostra associazione si occupa soprattutto di queste persone; si cerca di toglierle dalla strada, di sottrarle ad ogni tipo di sfruttamento, che ovviamente in situazioni sociali di questo genere imperversa. Il Centro “Ricostruire la Vita”, sorto proprio all’interno della favela di São Mateus ad opera di A dança da Vida, è il punto di riferimento per tante famiglie che abitano questa zona poverissima della città. Lì i minori vengono avviati alla scuola, seguiti nello studio, coinvolti con le loro famiglie nei progetti artistici e culturali di animazione del quartiere. Bambini e bambine di strada qui trovano un ambiente che li accoglie per la prima volta, cercando di valorizzarne le identità, di far sì che possano riconoscersi e esprimere i propri talenti, anziché sentirsi perennemente abitati da un senso di vergogna per quello che credono di rappresentare agli occhi di tutti: degli emarginati, condannati ad esserlo per sempre, privi di possibilità di riscatto, timbrati dal colore della loro pelle, senza alcun denaro, senza lingua e abiti e scarpe adeguate, niente per poter vivere integrati con l’altra metà della città. La città di sopra, quella della media e ricca borghesia bianca, un vero e proprio mondo a parte, che in nulla si confronta col mondo delle favelas. – A tal punto – continuano i relatori – che non esistono nemmeno delle vere e proprie strade che colleghino le due parti della città, ma solo un labirinto di discese sterrate e scalinate mal costruite per arrivare, infine, a questi agglomerati di baracche di lamiera, cartone e fango. Fin da subito i membri dell’associazione hanno avuto l’intuizione che si è rivelata vincente: per realizzare qualsivoglia progetto per gli abitanti della favela era necessario muoversi all’interno di essa. Non richiedere alla gente di spostarsi, di avvicinarsi a… ma essere loro stessi, gli educatori del posto, gli animatori che hanno via via collaborato ai vari progetti ad entrare nella favela, a vivere la vita di chi la abita e la fa pulsare, capendo quali interventi fossero prioritari, agendo dall’interno e insieme. Oggi il Centro segue una quarantina di bambini e bambine della scuola dell’obbligo, perseguendo come prima necessità quella di assicurare un’educazione a queste nuove generazioni, condizione indispensabile per tutto il resto. Francesca è ancora commossa, quando prende la parola, al ricordo del mese trascorso con quei bambini: – Ho toccato con mano l’importanza di questi progetti. Questi bambini dipendono realmente da quello che riusciamo ad assicurare loro, con la promozione delle attività di A dança da Vida. Solo così possono studiare, fare attività ricreative, addirittura imparare a giocare… avendo una reale alternativa al vagare per le strade, dove troppi di loro sono ancora esposti alle cose più terribili. Il mio intervento è consistito nel seguire lo studio dei bimbi, insieme alle loro insegnanti, che ho trovato appassionate e motivate al proprio lavoro, nonostante sia retribuito davvero pochissimo in termini economici: ma quanto, in termini umani! Come donna in evoluzione, come amica, come aspirante insegnante (fermamente convinta di quanto, questa professione, sia una vera e propria vocazione) posso dire di aver vissuto un’esperienza meravigliosa, formativa a 360 gradi: indimenticabile! Presso il Centro vengono individuati, inoltre, i ragazzi meritevoli di continuare lo studio; si tratta di giovani fortemente convinti a perseguire quella strada, a realizzarsi in una professione, con l’idea di potersi riscattare e di poter, quindi, essere di sostegno alla realtà da cui provengono, tornandoci e tornandoci ricchi dell’esperienza della conoscenza e di un mestiere. – Abbiamo avuto, finora, più di trenta ragazzi e ragazze che si sono laureate e ne siamo veramente orgogliosi – racconta Maria. – Si tratta di giovani realmente speciali, con quel che si dice “una marcia in più”, credetemi. È così emozionante l’incontro annuale con loro, che di volta in volta arrivano alla nostra giornata di Festa con i fidanzati, i coniugi, i figli che nel frattempo hanno arricchito le loro vite, immensamente grati per quello che, loro sanno, è stato fatto per sostenerli. Fra mille difficoltà sono riusciti tutti a portare a termine gli studi professionali o universitari, faticando, lavorando la mattina per recarsi alle scuole serali. Li possiamo immaginare, mentre si dirigono ogni giorno nella città di sopra, normalmente inaccessibile per loro, col loro abito dignitoso, con l’emozione di entrare nelle aule, salutare ed essere salutati… cose apparentemente semplici e ovvie, ma non così per loro. E altrettanta l’emozione nel sentire dal Preside che, questi nostri ragazzi, sono spesso fra i migliori alunni dell’Università, nelle facoltà di Pedagogia, Comunicazione Sociale, Tecnica Agricola, Diritto ed altre ancora. L’associazione A dança da Vida si prefigge di riuscire a raccogliere ogni anno i fondi necessari al prosieguo del progetto di Sostegno allo studio e finora questo è stato possibile. Il Preside, in occasione di quest’ultimo viaggio, ha fornito addirittura garanzia scritta che farà completare il ciclo di studi degli attuali dodici giovani che si trovano ad oggi in Università: è un miracolo di quelli che possono accadere solo in Brasile, ci dicono sorridendo i relatori. Sono miracoli anche le realtà incontrate da Maria, Francesco e Francesca nel corso della prima parte del loro viaggio: nel nord-est del Brasile, dove vivono gli indios Potiguara, semi-urbanizzati. Si sono rivelati essere molto impegnati nella rivendicazione dei propri diritti e della propria identità, riuscendo ad ottenere una certa attenzione dalle amministrazioni dei tessuti urbani del circondario. Hanno, così, visto realizzate proprie scuole, con insegnanti indios, hanno potuto mantenere la propria lingua, studiare le proprie tradizioni… Un risultato incredibile e vincente. Significativo anche l’incontro con le comunità dei raccoglitori di cocco. – Con Monsignor Edivalter, uno dei nostri primi referenti e fautori del gemellaggio fra Sondrio e São Mateus, che ci ha accompagnati nell’interno, abbiamo avuto modo di conoscere questa popolazione la cui vita è davvero semplice, ma dignitosa e serena. Loro, fondamentalmente, costruiscono ceste, lavorano la fibra della palma da cocco e preparano i frutti, spaccandone i gusci con colpi secchi di bastone. Si tratta di comunità che lottano per la propria affermazione, senza mai dimenticare un totale rispetto per la natura, quella natura dura, da cui intendono trarre solo lo stretto necessario per vivere e niente di più. La lotta è per mantenere il diritto alla raccolta, costantemente ostacolato dagli insediamenti di gruppi agro-industriali, da multinazionali dell’agricoltura che in tutti i modi cercano di accaparrarsi l’esclusiva per doni della natura che, invece, sono spontanei. Una speranza sembra quindi venire da queste realtà in movimento, unite a quelle delle donne, sempre fra i gruppi di cittadini più attivi socialmente (in particolare, riunite nelle associazioni delle madri che hanno avuto i propri figli uccisi) e dei giovani. La Diocesi di São Mateus è molto attiva nell’aiuto e nel sostegno di tipo sociale; si interessa ai progetti solidali di A dança da Vida (in occasione dei viaggi dell’Associazione i rappresentanti vengono presentati alla comunità, e questo è assai importante affinché le notizie giungano anche ai ceti alti della società di São Mateus) e attiva progetti propri, con particolare riguardo all’istruzione dei più giovani. In ultimo, di anno in anno si incrementa l’attenzione verso le attività del Centro e la presenza dei rappresentanti italiani del Gemellaggio in città non passa inosservata. I giornali locali, e non solo, parlano dei progetti sociali che legano ormai da quasi tre lustri le due città e, dall’amministrazione municipale di São Mateus, è stato conferito un Attestato di benemerenza a Maria e Francesco, primo passo verso il riconoscimento di bisogni cui si deve andare incontro, non solo tramite il volontariato, ma ovviamente anche attraverso politiche precise di chi governa e ancora non è pronto ad affrontare problemi tanto radicati e grandi, ma sa di dover viaggiare in tal senso. – È un attestato che idealmente – precisano Maria e Francesco – deve arrivare a ciascuno dei sostenitori dell’associazione, a chi da tanti anni e in tanti modi condivide il percorso di quest’esperienza, e a chi lo vorrà fare da adesso! È stata una serata ricca di emozioni, oltre che un dettagliato resoconto di quanto viene attuato e verificato di persona: tutto contribuisce a rendere la partecipazione solidale delle persone coinvolte più autentica che mai. Veramente ai presenti è stato portato un pezzetto di quel coração dei nostri fratelli brasiliani, come si augurava a inizio conferenza Manuel Marelli, attuale presidente dell’Associazione. Annagloria Del Piano francespiper@libero.it Prossime Attività di sostegno ai Progetti di A dança da Vida: > Castagnata solidale – Sabato 27 ottobre/ Sondrio nell’ambito di “Formaggi in Piazza” > Calendario 2019: in realizzazione, con le foto di una giovane fotografa di São Mateus I conti dell’Associazione Sondrio-São Mateus A dança da Vida onlus: ● Banca Popolare di Sondrio – Filiale di Sondrio IBAN: IT84 K056 9611 0000 0004 0600 X54 ● Credito Valtellinese – Sede di Sondrio IBAN: IT14 K052 1611 0100 0000 0012 473 Per info: adancadavida@edpmail.it http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22288 Anna Lanzetta. Viaggio a Varanasi tra luci e ombre Chi è stato a Varanasi, certamente non la dimentica, perché è impossibile rimuovere le immagini e il frastuono che prendono la mente, guidandola alle origini di questa città, definita una tra le più antiche del mondo. Mark Twain scriveva: Benares è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più della leggenda e sembra due volte più antica di tutto questo messo insieme. Varanasi, un tempo detta Benares, la cui storia risale all'XI secolo a.C. si trova nello stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord dell'India. Dedicata a Shiva, uno dei principali culti dell'Induismo è considerata la capitale spirituale dell'India. Un milione di pellegrini la visita ogni anno, per i bagni sacri nel Gange. Ogni induista, almeno una volta nella vita, si reca a Varanasi, per immergersi nelle acque e fare minimo 5 ghats, semplici scalinate costruite un tempo per scendere sulle rive del fiume, per lavarsi e purificarsi, divenute poi luoghi di profonda religiosità. Si ritiene che bere l'acqua del Gange, consenta all’anima di salire al cielo, dopo l'ultimo respiro. I Ghats lungo il fiume sono le principali attrazioni, all'alba per i riti al sole nascente e al tramonto per la “puja”, la cerimonia di adorazione del Dio. Basta alzarsi all’alba, per assistere alla nascita del sole, un sole pallido che sale piano sull’orizzonte, quasi ad elevare l’animo, e riveste il Gange di quella spiritualità di cui vive la città. L’esperienza è meravigliosa e ci si sente in equilibrio con il proprio pensiero. I tuc-tuc e i risciò sfrecciano lungo le strade a centinaia, in un traffico congestionato e per strade dissestate, con rumori assordanti per arrivare in tempo presso uno dei ghat e godere dalle barche il risveglio della vita. La città già vive nei suoi riti lungo le rive del Gange che spande intorno la sua religiosità e nel suo scorrere, racchiude la cultura di un popolo che nella sacralità del fiume, riconosce la propria esistenza. L’atmosfera è magica e sui ghat le persone ripetono gesti immutati nel tempo: le onde fanno fluttuare lentamente i ceri accesi, appoggiati su foglie, deposti in offerta, a cui si affida una speranza, un desiderio, che navigano simili a pensieri assorti tra fiori multicolori, quasi a scandire il tempo che sembra immobile come l’atmosfera che vi si respira e si infoltiscono fino a formare un manto luminoso. L’alba è trascorsa e si risale il ghat verso il cuore della vecchia Varanasi. Il silenzio è d’obbligo mentre ci si inoltra in un dedalo di strade non più larghe di due metri, dove si allineano le case e gli abitanti offrono un’idea di un vivere ancestrale, di una vita con tutti i suoi limiti. Non si bada ai miasmi che a volte sono soffocanti, né alla quantità di escrementi delle mucche-sacre, intoccabili tra tanta miseria, perché donatrici di latte, che a tratti quasi coprono la strada. È l’India dei contrasti, di realtà messe a confronto, dove la povertà è tangibile, specialmente nella folla di bambini che si accalcano per chiedere e ricevere qualcosa e nelle infinite tendopoli in completa disarmonia con la ricchezza. In queste strade le immagini appaiano irreali e la storia si materializza e racconta il vissuto e il presente di un popolo eterno nel suo stato. Da un piccolo riquadro di un muro sbuca all’improvviso un bambino, di poco vestito che si allontana in fretta, l’immagine sgomenta, commuove e racchiude la realtà del luogo: si vive di niente e di nulla. L’India è il paese dalle profonde contraddizioni, difficile da comprendere. Cumuli di spazzatura convivono con animali e persone ma all’occhio tutto si annulla nell’atmosfera surreale di un paese che non va giudicato per ciò che mostra ma per ciò che conserva in termini di culture, di credenze e di riti religiosi che sebbene diversissimi convivono. La religiosità è tangibile in ogni gesto e nei moltissimi luoghi dedicati alla preghiera; tra le stradine tortuose della città si nascondono circa 2000 templi, tra cui il famoso “tempio d'oro”, il Kashi Vishwanath, dedicato al dio indù Shiva. L’ora più coinvolgente è verso le 18, la città si prepara, tra moltitudini di pellegrini, ai riti serali, quando il fuoco e la luce vengono offerti al fiume, tra canti, cimbali, conchiglie suonate, mantra, e migliaia di corone di fiori. Le strade sono caotiche e pullulano di tuc-tuc rumorosi e di risciò, che corrono verso il Gange per assistere alla cerimonia più sacra per gli induisti: la Ganga Aarti è un rituale indù dedicato alla Dea Madre Ganga, la Dea del più sacro fiume indiano. Lo spettacolo è affascinante e richiama alla mente le cerimonie dell’antico Egitto, oggi scomparse e che qui permangono millenarie e immutabili. L’allestimento è molto scenografico e suggestivo. Sui palchi, allestiti tra suoni, canti e preghiere, giovani officianti detti pandit, perché appartenenti alla casta braminica, vestiti con abiti color zafferano, eseguono una puja, offerta che ha come elemento essenziale il fuoco. Si soffia in una conchiglia, si prosegue con lo sventolio di bastoncini di incenso con volteggi elaborati e si passa poi a grandi lampade di fuoco che creano giochi di luce e forme spettacolari. Passeggiare lungo i ghat, tra pellegrini, mendicanti, sacerdoti, astrologi, indovini che impartiscono mantra e responsi ai credenti, e Sadhu dediti alla meditazione e all’ascetismo, tra abluzioni, cremazioni, mucche e bufali che si abbeverano, venditori di varia mercanzia e di chai, un tè speziato, tenuto al caldo con un braciere legato sotto la brocca, tra mucche, capre e cani che scavano con il muso nei mucchi di immondizie accatastati qua e là, tra colombi e pappagallini che volano da un buco all’altro tra le pietre dei palazzi, ancora presenti alle spalle dei ghat, è un’esperienza indimenticabile che regala una diversa dimensione della vita. Ma sono i ghat-crematori a catturare l’occhio dove i roghi bruciano i cadaveri senza sosta. Morire a Varanasi significa liberarsi definitivamente dal Ciclo delle Rinascite e raggiungere la Mokhsa, quello che i Buddhisti chiamano Nirvana. Vita e morte convivono e la grandezza del rogo indica lo stato sociale. I catafalchi sono ricchi di addobbi per chi può e la legna abbondante brucia fino alla cenere il corpo. Diversamente, i pochi addobbi indicano una classe sociale più povera e se la legna non è sufficiente a consumare il corpo, i resti vengono gettati nel Gange, pronto ad accoglierli come un grembo materno. Si resta abbagliati dallo spettacolo delle luci, luci di vita e luci di morte e dalle ombre che l’ora proietta nel cuore in un mescolarsi di opulenza di pochi e di povertà sterminata di molti. Varanasi lascia nel cuore segni che nessun tempo cancellerà nel ricordo dei suoi riti e della sua cultura come Tulsidas, poeta, filosofo, compositore, nonché mistico indiano: ricordato da il Tulsi Ghat, e dal Tulsi Manas Temple, un tempio moderno in marmo bianco, dedicato al Signore Rama e dove si pensa abbia scritto il poema epico Shri Ramcharitmanas. E come scrisse Tiziano Terzani: Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View hotel a Benares, a guardare l'eterno scorrere del fiume più sacro al mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dell'umanità più antica. Seduti sui ghat, l’occhio si perde sul Gange, fiume senza tempo, pregno di storia, alla ricerca di una risposta ai mille perché. Si pensa al numero infinito di popoli, di culture, di religioni che popolano il mondo e l’animo si riempie di un sentimento di pace in un abbraccio infinito di bellezza. Anna Lanzetta http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22277 Mauro Del Barba. Una scelta scellerata che toglie soldi ai nostri Comuni Nel giorno in cui l’Ocse abbassa le previsioni di crescita del Pil con ragioni tutte legate all’azione e ai pasticci di questo Governo, il Senato trasforma in legge il furto alle periferie. Si tratta di un fatto gravissimo sia nel merito che nel metodo che giustifica pienamente la posizione dell’Anci di sospendere le relazioni istituzionali con il Governo. Queste le parole di Antonio Decaro, Presidente nazionale dell’Anci: «Non si possono stracciare contratti. L'Anci riprenderà le relazioni istituzionali con il governo quando ci sarà l'impegno del Presidente del consiglio e quando ritroveremo in un decreto le risorse che sono state tolte ai comuni». Dopo cinque anni di intenso lavoro per riformare questo paese e portare sul territorio risorse importanti con il “Progetto periferie” con amarezza ci tocca osservare come un governo arrogante e populista non si faccia scrupoli nello stracciare accordi con le istituzioni e nel privare soldi, progetti e speranze ai luoghi più fragili delle nostre città. Il Partito Democratico è in prima linea nel denunciare questa gravissima situazione e invita le forze locali ad alzare senza paura la propria voce per richiedere indietro quello che con un atto insensato gli viene sottratto. Da questo momento vengono privati soldi già destinati ai comuni. Dovevano cambiare il Paese e invece bloccano gli investimenti. I nostri cittadini e le nostre periferie pagheranno il danno di questa scellerata scelta di governo. Mauro Del Barba http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=161&cmd=v&id=22246 Carlo Forin. Pallavolo Benedetta la follia della pallavolo! Stasera avremo la quarta partita del mondiale di pallavolo: Italia-Slovenia. Commenterà Andrea Lucchetta, da Gaiarine, campione mondiale nel ’90, oggi 55 anni (“L’azoto e i carciofi le mie metafore per la Nazionale”).1 È stato un creativo in campo e lo è per affascinare gli ascolti, oggi, costruendo immagini mentali. – Racconto la tecnica con sillogismi. Eccedo per coinvolgere tutti. Ma sono solo lo strumento che enfatizza e traduce questa Italia dolce. Alessandra Roncato gli chiede: – A chi dice che esagera che risponde? – Che cerco di coinvolgere quelli che la pallavolo non la masticano. Penso al divano di casa popolato da bimbi, genitori e nonni: devo trovare soluzioni che intrattengano tutti spiegando il gesto tecnico. Fallo di palleggio perché le dita sono troppo rigide? Hai la mani di carciofo. L’attacco all’azoto liquido dello Zar (Ivan Zaytsev, ndr)? Attacca, cristallizza e sbriciola le dita del muto avversario. E Osmany Juantorena quanto legna? Ho sottolineato il nome della cittadina di Gaiarine, vicina all’azienda agricola della famiglia Lucchetta, di Andrea, dove suppongo sia nato. L’intento comunicativo del campione di pallavolo deve esser mosso da una specie di genius loci che muove anche me, vittoriese lontano una ventina di chilometri, che navigo con nomi di dèi e parole comuni. Io giocai a pallavolo al liceo, col maestro di ginnastica Bottegal. Ero capace come centro ed alzatore. Il B. poteva darmi un 8 per una schiacciata ed un quattro per una disattenzione. Smisi quando la pancia mi trattenne a terra. Stasera tiferò Italia, assieme a due milioni di italiani. Carlo Forin 1 Re.: La Repubblica, 18/09/2018: 55. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22244 Il Centro studi storici a Livo|Alla scoperta di un pittore di Piuro del Cinquecento Sabato 22 settembre il Centro di studi storici valchiavennaschi e il Museo della Valchiavenna terranno una visita guidata alla chiesa di San Giacomo vecchia a Livo sul lago di Como, con ritrovo direttamente di fronte alla chiesa alle ore 14:30. La località è raggiungibile comodamente in automobile in una quindicina di minuti da Gravedona. La chiesa è ricca di affreschi, tra i quali quelli eseguiti nel 1517 dal pittore valchiavennasco Sebastiano da Piuro. L’antica chiesa, posta oltre l’abitato di Livo in prossimità del cimitero e documentata per la prima volta nel 1297, divenne parrocchiale nel 1446. A questo periodo risalgono la ristrutturazione con navata ad archi traversi ogivali dipinti a fasce bianche e nere, presbiterio rettangolare e abside semicircolare del più antico edificio e l’elegante campanile. Fu consacrata nell’agosto del 1514 da monsignor Galeazzo de Baldis, vescovo titolare di Tiberiade e suffraganeo nella città e diocesi di Como. Chi volesse avere informazioni sulla visita o sul Centro di studi storici valchiavennaschi, avente per scopo lo studio della storia del territorio valchiavennasco e la salvaguardia delle sue opere d’arte, può visitare il sito internet www.clavenna.it, telefonare al numero 0343 35382 o recarsi direttamente in sede, aperta il venerdì dalle ore 15 alle 18, al primo piano del palazzo Pestalozzi-Luna in via Carlo Pedretti 2 a Chiavenna. Tutti coloro che vorranno iscriversi all’associazione, la cui quota annuale è di soli 20 euro, riceveranno in giugno il bollettino annuale Clavenna, volume di oltre 300 pagine spettante gratuitamente ai soci, contenente una quindicina di articoli di storia locale e l’attività svolta dal Centro di studi storici valchiavennaschi durante l’anno precedente. Centro di studi storici valchiavennaschi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22241 Mauro Del Barba. Mille proroghe e molte fregature Il decreto votato poco fa con la fiducia alla Camera contiene ad avviso dei parlamentari del Partito Democratico molteplici provvedimenti che danneggiano la cittadinanza italiana, mina credibilità e fiducia nell’azione di governo da parte delle istituzioni ed enti di questo paese. In primo luogo sui vaccini crea confusione, è un provvedimento vigliacco perché mantiene gli obblighi giustamente previsti dal nostro governo, ma strizza l’occhio a chi è contro la scienza avallando comportamenti pericolosi per la salute, caotici per l’ordinato inizio dell’anno scolastico, ingiusti nei confronti dei bambini e dei dirigenti scolastici, a cui viene scaricata una vicenda piena di insidie e contraddizioni. La nostra protesta, in agosto nelle commissioni e negli ultimi giorni in aula, fino all’occupazione a seguito dell’apposizione della fiducia (peraltro con atto del cdm del 24 luglio, prima che il decreto fosse firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale) si è appuntata negli ultimi tre giorni sull’emendamento inserito al Senato (laddove venne votato all’unanimità a seguito di garanzie prestate dal governo in seguito rivelatesi false) che sottrae alle periferie delle città soldi già stanziati dai nostri governi e già inseriti dai comuni in apposite convenzioni con lo stato e successivi cronoprogrammi di attuazione. La gravità di questo provvedimento è triplice: 1. Toglie soldi alla sicurezza e al diritto di vivere bene nelle periferie, luoghi da noi individuati per operare una “ricucitura” sociale, ristabilire eguali diritti tra i cittadini, operare condizioni di integrazione con gli immigrati di varia natura che spesso in quelle zone si stabiliscono. 2. Non opera un taglio, aspetto sgradevole e criticabile, ma che rientra nelle prerogative delle maggioranze: sottrae fondi già destinati e necessari per sostenere l’esecuzione di progetti spesso già avviati. È un vero e proprio furto ai territori, in particolare alle zone più deboli: le periferie 3. Avviene con l’introduzione di un emendamento spiegato al Senato con un effetto e che ha rivelato velenosamente la sua efficacia nelle ore successive, spalancando la polemica infuocata dei sindaci. È un atto probabilmente illegittimo (alcuni sindaci vi hanno già ricorso) e sicuramente decisivo nel minare la lealtà tra le istituzioni e la fiducia dei cittadini nell’operato della pubblica amministrazione. Sono state fatte promesse, varie e mutevoli in questi ultimi giorni. Come facciamo a credere a queste parole quando in aula, durante il dibattito sul decreto “Di Maio” il governo si impegnò ad introdurre precise norme di proroga sulle zone terremotate e anche in questa circostanza tutti gli emendamenti presentati sono stati bocciati? Per questo motivo da settimane siamo impegnati a ristabilire la legalità con proteste molto forti. In settimana ho ricevuto la lettera firmata dai sindaci lombardi, tra cui il sindaco di Sondrio, che ringrazio per la fiducia accordatami, che invitava a «modificare la parte del Decreto che riguarda i fondi del “Bando periferie”, per poter così dare certezza operativa alle Amministrazioni comunali e sia preservata la possibilità di dare un futuro migliore alle nostre comunità e ai nostri cittadini». Questo appello, giunto a sostegno della nostra azione in corso come dicevo da settimane, ha dato ulteriore impulso e visibilità a quanto fatto in commissione ed aula e restituito forza all’azione dei sindaci, che hanno ottenuto, sul filo di lana, una nuova promessa, ancora vaga nei tempi e nei modi, rispetto alla quale i sindaci hanno reagito con dichiarazioni dure e promessa di interrompere le relazioni istituzionali qualora anche questa volta non vengano mantenute. L’azione fin qua compiuta non è stata ascoltata (il decreto, con la fiducia, rimane immutato in questo punto), ma ha quantomeno portato a riformulare le proposte di rimborso parziale al rialzo. Vigileremo anche dopo l’approvazione affinché ogni euro sia restituito. Quanto all’appoggio locale, se ho già riferito della richiesta e della fiducia accordataci dal Sindaco di Sondrio, spiace considerare che analogo appoggio non sia arrivato, né direttamente né indirettamente, dai rappresentanti politici locali, Lega in testa. Al contrario, autorevoli amministratori della città di Sondrio targati Lega, hanno ritenuto prioritario minimizzare la sottrazione dei fondi al comune di Sondrio ed attaccare (ne sentivamo la mancanza) il Partito Democratico, piuttosto che portare il loro sostegno. Temo che la parola “territorio”, come ho già avuto modo di dire, sia stata da molti anni presa in ostaggio: il territorio è lì, nella valle, quando serve a riflettere la vanità della Lega. È accantonato, sussurrato, addormentato, quando potrebbe mostrarne gli errori e le brutture. La dialettica politica è importante, fondamentale per i territori: proprio per questo motivo divenga libera e rispettosa. Capita a tutti i governi di operare provvedimenti che a volte penalizzano una zona e ne favoriscono un’altra, a volte per errori, a volte per scelta. In questo caso il provvedimento è ingiustificabile sotto ogni profilo: serve una condanna unanime senza se e senza ma. Mauro Del Barba http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=161&cmd=v&id=22237 Con il Centro di studi storici ad Avero|Visita guidata Sabato 8 Settembre Sabato 8 settembre il Centro di studi storici valchiavennaschi e il Museo della Valchiavenna terranno una visita guidata ad Avero in Val San Giacomo. Il ritrovo è fissato alle ore 14:30 a Gualdera di Campodolcino. Grazie alla disponibilità del Consorzio di Avero e del Consorzio di Bondeno, da Gualdera si procederà gratuitamente in auto percorrendo la strada consorziale per Bondeno, dove si visiterà la chiesetta di San Giacomo costruita nel 1803. Subito dopo si raggiungerà a piedi in mezz’ora l’alpeggio di Avero, con carden ben conservati e una chiesa settecentesca dedicata ai santi Domenico, Camillo de Lellis e Vincenzo de Paoli. In caso di cattivo tempo la visita guidata sarà rimandata a sabato 15 settembre, alla stessa ora. Centro di studi storici valchiavennaschi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22230 Carlo Forin. Santa Rosalia È tragicomico che dopo 27 anni di ricerca monotematica di Anthares io veda solo oggi completamente il nome zumero di Rushalia = ‘seme (a) gioioso (li) -di- Dio (il) -dall’- utero (sha) sacro (ru)’ che sta sotto a it. Rosalia, santa (1130-1166) di Palermo (cfr. Giornale di Sicilia di ieri). Chiedo scusa ai Palermitani della durezza della mia cervice: Ogni giorno della vita, salvaci Signore. Ovvero: am-En = ‘che venga (am) -il- Signore (En)’. En.na = ‘generati (na) -dal- Signore (En)’. Poiché non sono ipocrita, avverto: tutte le parole vanno in sillabe, ed ogni syllaba si fa leggere in zumero: syl.la.ba sui grafi syl.ba.la. syl = sul = zul = sol: shi+il. Così, Sicilia: (lu2) ki-sikil young woman; maiden; virgin (‘place’ + pure).1 Ia (luogo) diventa ‘luogo di purezza’, grazie al sole syl/sol. Il fatto è comico, per me, che ho fatto l’alpino con Eliseo Toniello che sposò Lia a quei tempi. Avrei potuto coniugare prima il nome della sua sposa col nome di Rosa. Ru.sha = ‘sacro. utero’ sia in zumero stretto, come vidi dopo, sia in zumero-accado. Qua, in Terra, un critico come me vede prima l’aspetto tragico, poi quello comico. Mi conforta l’esempio di Eduardo de Filippo che compose e recitò Natale in casa Cupiello. Come ogni grande comico vedeva prima l’aspetto tragico (del figlio che non ama il Natale) e poi l’aspetto comico del voler fare il presepe a tutti i costi per celebrare la famiglia. È tragica la vita di ogni giorno. La riflessione fa risaltar subito l’aspetto comico. Domani verrà giudicata la Lega per Quell’inchiesta sui 49 milioni spariti spesi (anche) per la famiglia Bossi. “Lega” per Salvini il nome non si tocca. Ma è già pronto “Prima gli italiani”.2 Il nome di un partito dovrebbe venir disciplinato con la legge sui partiti, che io attendo da 70 anni in applicazione del cuore della Costituzione (Art. 49). È tragica l’assenza della legge. È comica l’Italia che applaude il ministro degli Interni. Uno che ha torto soprattutto quando pare aver ragione (Libia, i ribelli avanzano a Tripoli. Salvini: la colpa è dei francesi). Certo, la colpa è dei francesi a cominciare da Sarkozy, che scatenò la guerra a Gheddafy; ma io pretendo che il governo italiano risolva il problema chiedendo all’Europa di dichiarare la cittadinanza unica europea. Chiedo all’Europa di non regalare l’Africa alla Cina, come sta facendo: Xi Jinping apre il “Forum on China-Africa Cooperation” e incontra oltre 50 leader di Paesi africani con 60 miliardi da dar loro. È una gioia mondiale l’iniziativa cinese. Una tragedia il silenzio europeo. Carlo Forin 1 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 141. 2 Re.: la Repubblica, 03/09/18: 11. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=153&cmd=v&id=22224 Viaggiando tra i tesori d’Italia: San Giovanni Theristis|di Anna Lanzetta Ogni luogo d’Italia affascina ed emoziona e nella Locride, terra di Calabria, definita preziosa per memoria, cultura e storia, si scoprono perle tra le più rare. Basta avventurarsi per strade scoscese, su per i monti, ammantati di fichi d’india lussureggianti, per imbattersi all’improvviso in tesori che rubano il cuore per bellezza, maestosità e misticismo. Siamo nelle campagne del Comune di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, in una vallata sovrastata dalle ripide pareti del monte Consolino, denominata Vallata bizantina dello Stilaro, luogo di insediamenti ascetici, posti sulle pendici del monte e delle colline circostanti, abitati da monaci forniti di grande cultura e spiritualità. Si viaggia spinti dalla curiosità di conoscere, di vedere e di godere di ogni bellezza che il territorio che si visita ci regala e nella Locride ogni pietra diventa depositaria di una storia che ad ogni passo si disvela. Il profumo è intenso lungo la riviera dei gelsomini, il silenzio ammanta e nessun rumore lo infrange. Si raggiunge un ristretto pianoro compreso tra le fiumare dello Stilaro e dell’Assi. La vista è incantevole e il paesaggio ammalia ad ogni passo mentre l’occhio curioso si spinge in lontananza e si appaga di una bellezza incontaminata. Si resta rapiti e trasportati in un altro tempo e in un luogo dove ogni ciottolo racconta una scheggia di vita. Ed ecco apparire a un tratto, quasi come in un sogno, un monumento dall’architettura che richiama in alcuni elementi lo stile bizantino e in altri quello normanno, un complesso monastico pregevole, dedicato a San Giovanni Theristis, vissuto intorno al 1100, l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos. Si racconta che nell’XI secolo, in questo territorio sia vissuto un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono vari miracoli come quello di un’improvvisa mietitura del grano a Maroni, da cui l’appellativo di Theristis, che significa appunto “mietitore”. Il complesso risale alla fine dell’XI secolo e fu gestito da monaci che, scampati tra il secolo X e XI alle invasioni arabe di Sicilia, si rifugiarono in Calabria. Così ne parla Fulvio Calabrese: Il crescere della potenza islamica e la sua progressiva espansione nel bacino del Mediterraneo, costrinsero monaci ed eremiti ad abbandonare, nel corso del secolo VII, l’Oriente cristiano ed a trovare rifugio nella vicina Calabria, che per le caratteristiche geomorfologiche, ricordava loro le terre d’origine. Grazie alla venuta di questi asceti, moltissimi furono i monasteri e gli oratori edificati in tutto il thema, considerato un nuovo punto d’irradiazione della cristianità, e numerosi quelli costruiti nella stessa vallata dello Stilaro, dove, fra il secolo X ed il XII, vennero fondati ben 44 luoghi di culto tra laure, cenobi e monasteri. Tali insediamenti erano abitati da diversi monaci così forniti di cultura, spiritualità e ascetismo, da far definire questa zona la Terrasanta del monachesimo greco–ortodosso in Calabria. La lettura è affascinante, le distanze si accorciano, mentre si associa al luogo, non senza emozione,il ricordo della Cappadocia. L’edificio, un tempo splendido per ricchezze e famoso per cultura, con la costituzione dell’Ordine Basiliano, da Basilio Magno, suo fondatore, divenne uno dei maggiori cenobi della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate” fornito di reliquie e di una vasta biblioteca con manoscritti di grande pregio. Nel XVII secolo, a causa delle scorrerie dei briganti, fu abbandonato e decadde completamente, fino a lasciare solo ruderi alle intemperie. L’Italia meridionale è come un’ostrica che cela bellissime perle di cultura, di arte e di storia, che aspetta di essere aperta con rispetto e cautela per godere dei tesori del suo importante patrimonio. Negli anni venti del ‘900 il monastero fu scoperto, in mezzo alla folta vegetazione dell’epoca, dall’archeologo Paolo Orsi, che così scrive: «A settentrione di Stilo una catena di modica elevazione separa le due contigue e parallele vallate dello Stilaro e dell’Assi. A cavallo del valico che collega i due bacini e che dovette essere attraversato da una mulattiera assai malagevole ma altrettanto frequentata nei tempi di mezzo, sorgono le ruine di S. Giovanni vecchio, quasi all’altezza di Stilo, emergenti in mezzo a macchie di neri elci e di verdi querce, e così segregate dal mondo per la profonda vallata che ben pochi degli Stiletani le conoscono, e nessuno studioso dell’arte le aveva visitate. In questa chiusa e quasi mistica solitudine assai prima del sec. X sorse un umile monastero basiliano….» «….a tanto assurse la sua fama, da esser proclamato «caput monasterium ordinis S. Basilii in Calabria». La compresenza di Arabi, Bizantini e Longobardi in questi luoghi tra il IV e il X secolo realizzò uno scambio culturale ed economico tra le popolazioni ancora oggi riscontrabile in monumenti riportati alla luce con accurati restauri. Il monastero di San Giovanni Thirestis è uno di questi. Esso vanta un passato glorioso. Ridotto nel tempo a rudere è rinato nel 1994 e dal 2008 è retto da monaci della Diocesi Romena Ortodossa d’Italia. Il luogo è mistico e il silenzio e il rispetto sono d’obbligo. Tutto rapisce e come un’eco che si propaga da lontano, se ne può ascoltare la storia dagli stessi monaci, provenienti dal monte Atos, che ne curano la vita. Nel 1990 cominciarono i lavori di ristrutturazione e oggi il complesso si può ammirare in tutta la sua bellezza, quale esempio di architettura monastica dell’XI secolo. L'interno è pura armonia, ricco di icone, pitture, affreschi e pregevoli arredi sacri come l'iconostasi e lo splendido lampadario in oro nella navata centrale, con una grande base di dodici lati, su ognuno dei quali è raffigurato un apostolo, vero gioiello di arte eccelsa. All'esterno, alcune porzioni di intonaco affrescate ci dicono che un tempo tutto l'esterno era dipinto, a testimoniare l’unicità della costruzione. Il centro è diventato attivo con la celebrazione della Divina Liturgia secondo il rito ortodosso e molti sono i pellegrini dell’Europa dell’Est che vengono per visitarlo e ammirare le montagne ricche di grotte, di eremi e di vallate che invitano alla meditazione. La Calabria ha sempre qualcosa da offrire all’attento viaggiatore che curioso, si accinge a visitarla, pronta a regalargli conoscenze, scoperte ed emozioni con uno sguardo costante alla Magna Grecia e con il fascino di terra antica e misteriosa, custode di tesori inestimabili. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=104&cmd=v&id=22225 Rafael Alcides. Recado a mi hijo Rafael|Nella traduzione di Gordiano Lupi Messaggio a mio figlio Rafael in quelle notti ti divertivi a nasconderti dove io non ti trovavo, e in effetti, le tue strane abilità mi impedivano di trovarti anche se stavi accanto o dietro di me. Che cosa! In quale luogo del niente si sarà riandato a ficcare? Perché di casa non è uscito! Ritornavo a cercare negli armadi, sotto i letti, persino dentro i libri mi mettevo a cercare, ma niente, mai riuscivo a trovarti. Avevi il dono di renderti invisibile. Avevi quella proprietà. Quelle notti, figlio mio, furono le mie Mille e una notte. dio le conservi in tua memoria, mio re. Che rivedendole tu riesca a scoprire le cose per cui non avevo ancora le parole per quel che avrei voluto ma non potei dirti allora, quando un giorno, ormai senza giocare, sarò io, tuo padre, a nascondermi. 20 gennaio 2002 Trad. di Gordiano Lupi (Da Rafael Alcides, Solo de gatos y otros poemas) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&cmd=v&id=22198