News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Giuseppina Rando. Realtà e umanità, arte e memoria nell’opera di Vincenzo Consolo Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello, 1933 – Milano, 2012), figura atipica della narrativa contemporanea, come pochi altri, ha reso esplicita la propria poetica, intessuta di memoria storica e di ricerca linguistica. Lo sguardo dello scrittore, sempre attratto dal presente, racconta il passato, cerca ragioni e sentimenti e, mentre vive lontano dalla terra natìa, a Milano, rievoca continuamente la sua Sicilia chiamandola “la nostra Itaca d’oggi, la matrigna nera della nostra memoria cancellata, della bellezza e della poesia oltraggiate”. Figura atipica quella di Consolo, ma che ben si può collocare in quella letteratura che coniuga arte e memoria. La sincerità, il suo modo di dire e di scrivere disegnano un letterato che sa mettere insieme realtà e coscienza, società e individuo. Atipica, se vogliamo, anche l’amicizia che lo legò al conterraneo poeta Lucio Piccolo di Calanovella, sodalizio evocato da Leonardo Sciascia, acuto osservatore dei comportamenti umani, quando in una nota così scrive: «Tutto, in com’è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente: l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva, di “degnificazione” per Piccolo, di “indegnificazione” per Consolo, non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini».1 La stessa poetica di Consolo si distanzia, e non poco, da quella di Lucio Piccolo, legata ad una oggettività crepuscolare e surreale tanto che il Nostro lo definisce “personalità eccentrica”, fantasiosa, uomo “esotico”, personaggio “gattopardesco” di un mondo morto, trapassato. Consolo, invece, in tutta la sua produzione letteraria tiene presente il rapporto “io-mondo”, “io-realtà” ed opera una scelta stilistica ardua che fa della sua scrittura una prosa di tipo intellettualistico, “ricca di modulazioni barocche” e di non facile comprensione per la maggior parte dei lettori. Si direbbe una prosa d’arte applicata ad un contenuto popolare, umano, reale. Consolo scrive sulla realtà, ma non certo per cambiarla (come si spera da sempre), ma per portarla sul piano della coscienza, per destare nel lettore curiosità e interesse. Ma quale curiosità e quale interesse? E soprattutto in chi? Quale è il rapporto lega Consolo al lettore del nostro tempo? Egli conosce bene la distanza smisurata che li divide e dà una risposta convincente: “oggi la cavea del teatro è vuota e lo scrittore non riesce più a stabilire un rapporto coi lettori”. Altrove intanto si sono apparecchiati altri teatri, immense platee mediatiche in cui falsi scrittori, furbi imbonitori, divertono e consolano. Non siamo più lì, certo, nello spazio letterario, ma in quello mercantile, della produzione e del consumo della merce più deteriore, se non immorale. Allo scrittore non restano dunque che due soluzioni: l'afasia (il silenzio dello scrittore Gioacchino Martinez de Lo spasimo di Palermo)2 o lo scrivere in forma poematica, cioè spostare la prosa della narrazione verso la forma poetica. I lettori allora certo saranno pochi, ma veri. E pochi, in verità, sono i lettori di Consolo che non ha mai goduto di successo popolare, quello che fa scalare la classifica dei best sellers o che si traduce in fiction. Consolo resterà nella letteratura, come uno dei pochi che, nell’era della post-avanguardia e della tecnicizzazione del linguaggio, scelse la via più difficile, quella della sperimentazione della parola, del preziosismo e della contaminazione, della lingua intrisa di termini lessicali di ordine aulico, lirico, dialettale, anche se sempre con raffinata potenza espressiva. La sua è una continua ricerca di originalità linguistica che, in parte, deriva dalla personale ambizione di differenziarsi nell’affollato panorama letterario italiano. […] Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia ed ai suoi esiti… Ma non è dialetto. È l'immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l'innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati [...]. Io cercavo di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa Storia. E la Storia, come si diceva, costituisce il cardine di tutta la produzione letteraria di Consolo il cui concetto di “storia” rimanda ad uno scritto di Carlo Marx sulle classi sociali: «La classe possidente e la classe del proletariato rappresentano la stessa estraniazione umana. Ma la prima classe si sente completamente a suo agio… sa che essa costituisce la propria potenza ed ha in essa la parvenza di una parvenza umana; la seconda, in tale estraniazione, si sente invece annientata, vede in essa la sua impotenza e comprende in essa la realtà di una – la sua – esistenza non umana».3 C’è, in particolare, una pagina ne Il sorriso dell’ignoto marinaio che collega la suddetta citazione con il pensiero dell’autore, proprio quando si racconta della rivolta contadina di Alcàra Li Fusi, contro i signorotti del territorio, al tempo della spedizione dei Mille. Il Barone Mandralisca, protagonista del romanzo, di idee liberali, lontano in quel momento dall’azione politica, avendo assistito, casualmente alla strage dei contadini così si esprime: «esiste una storia dei vincitori e una dei vinti, scritta la prima, e mai scritta la seconda e che in questa drammatica dicotomia, perenne e a prima vista irresolubile, consiste precisamente la tragedia della Storia».4 La Storia, in Consolo, si fa letteratura perché, spiega, in un’intervista: «…una letteratura senza memoria è una falsa letteratura. La memoria è memoria storica, oltre che memoria personale. La mia memoria è memoria linguistica e storica […] la mia ricerca è sulla memoria storica. La mia sperimentazione consiste nell’organizzare la prosa in forma metrica […] è memoria scritta… ma deve essere pronunciata... la parola deve essere “sentita” perché ubbidisce ad una sua musicalità ad un suo ritmo… Il contenuto è quasi sempre storico… La Storia è importante perché permette, a me e ad altri che hanno usato nelle loro opere il contesto storico, (il nostro archetipo naturale è il Manzoni) di operare quella famosa metafora: parlare di eventi, di fatti storici per significare il presente, per cercare di capire il presente». Da tutti i suoi scritti, in verità, ciò che istantaneamente emerge è il male di vivere, il disagio esistenziale dell’intellettuale che cerca di spiegare i meccanismi della grande Storia snaturante e disumana, ma non ci riesce. Ne viene fuori una figura solitaria, un prosatore che non appartiene ad una scuola, ad un gruppo. Ne viene fuori la voce solitaria dell’eremita de L’ulivo e l’olivastro,5 dove l’autore o il suo alter ego rivive le vicende del mito, rivede i luoghi dell’antica armonia, conosce figure, racconti, linguaggi “di oscura e chiusa verità”. Lo scrittore appare avvolto da una straniante solitudine. Ma ad una giornalista che gli chiede: “Non ha paura di sentirsi solo?” Consolo risponde con artificio: Quando si scrive si è assolutamente soli, si è soli con le proprie parole. Io scrivo ancora sulla carta, sono di fronte alla carta, ad un foglio bianco. Quelli che ci accompagnano sono i segni che ci portiamo dietro, sono i segni della storia, ma anche i segni letterari… io credo che noi non scriviamo sul vuoto, sul nulla, noi scriviamo sulla memoria letteraria. Io credo che la vera letteratura sia la letteratura palinsestica, cioè lo scrivere su altre scritture, ci muoviamo sulla scia di scrittori importanti che ci hanno lasciato i loro segni. È una velata confessione ed insieme un atto di fede nella scrittura. In quei segni che accompagnano lo scrittore c’è gran parte del suo vissuto, ancorato ad una situazione storica, in quei segni si riconosce un malessere esistenziale personale, una segreta solitudine. E un senso di solitudine, scrive Giuseppe Amoroso, s’avverte soprattutto nella pubblicazione postuma La mia isola è La Vegas che raccoglie racconti inediti o già apparsi in quotidiani e riviste tra il 1957 e il 2011.6 Nel libro, nota Amoroso,7 si trasmette un sotteso contrappunto di cantilena da cui prendono avvio vicende drammatiche, trascinate come da un senso di fatalità. Il paesaggio campestre è interferente nel suo immobile silenzio, ma ben si sintonizza con i riti di una Sicilia arcaica popolata di volti pietrificati nella fatica e nell’afflizione, di figure anonime. …Ma, per fortuna, continua Amoroso, l’autore riprende presto la via del simbolo. Ripropone una prova letteraria di esibita acrobazia linguistica di resoconti cronachistici sotto le meraviglie del cielo e della terra. Anche quest’ultimo libro, quindi, è reso singolare dalla personalità dell’autore, dal suo tratto autobiografico e dalla passione evocativa, sempre sullo sfondo di una Sicilia perennemente afflitta… da tante penurie, carestie. Giuseppina Rando 1 L. Sciascia, Cruciverba, Einaudi, 1983, pp. 32-33. 2 V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, Mondadori, 1999. 3 Cfr. K. Marx-F. Engels, La Sacra Famiglia. Ovvero critica della critica contro Bauer e Soci, Editori Riniti, Roma 1972. 4 V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Einaudi, Torino, 1976. 5 V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Mondadori, 1999. 6 V. Consolo, La mia isola è Las Vegas, Mondadori, 2012. 7 G. Amoroso, “Scaffale di Letteratura italiana contemporanea” in: Approssimazioni critiche, n. 54/53 nuova serie, ottobre 2012. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=62&cmd=v&id=22573 Nicoletta Varani. L’Ateneo Genovese commemora i 25 anni del genocidio in Rwanda Nell’aprile 2019 ricorre il XXV anno dal genocidio dei Tutsi perpetrato in Rwanda nel 1994, che rappresenta un episodio chiave della fine del XX secolo, emblematico della storia dell’Africa e dei rapporti tra Africa e Europa. Mettendo a confronto i testimoni di allora con chi oggi è impegnato nella tutela della vita e della dignità dei profughi, l’Università degli Studi di Genova (nello specifico i Dipartimenti di Scienze Politiche, di Economia, di Giurisprudenza, di Scienze della Formazione e di Scienze della Salute) in collaborazione con la Fondazione San Marcellino e Ibuka Italia ha organizzato un momento di riflessione così intitolato “Rwanda, 25 anni dopo una riflessione tra Africa ed Europa sul genocidio del 1994”. L’evento non è solo finalizzato a rievocare gli eventi del 1994 e il successivo percorso di pacificazione e riassetto del Paese, ma intende meditare sull’essere profugo, allora e oggi, e mettere in evidenza le azioni positive, come l’allestimento di corridoi umanitari, che possano alleviare la condizione delle persone dislocate. Memoria, convivenza, cooperazione, migrazione, sviluppo sostenibile, diritti, equità – saranno le parole chiave per una riflessione condivisa tra testimoni, operatori umanitari, docenti e studenti, che leghi l’Africa di allora e di adesso con l’Europa e il nostro ruolo di cittadini oggi. È passato un quarto di secolo e in Rwanda le ferite sono ancora aperte ma alcune cose sono cambiate: da Paese di esuli a che ospita quasi 160.000 rifugiati, quasi tutti in fuga dal conflitto nel vicino Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo; il reddito pro capite che nel 1995 era di 125 dollari, ora è passato a oltre 800; sono stati fatti notevoli progressi nella stabilizzazione e nel ripristino dell’economia ben oltre i livelli precedenti al 1994. Dal 2003 il PIL ha registrato una ripresa con una crescita media annua del 6-8% e l'inflazione è stata ridotta a una sola cifra. Nel 2017, secondo le statistiche governative, il 35% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 57% del 2006. Il governo ha adottato una politica fiscale espansiva per ridurre la povertà migliorando l'istruzione, le infrastrutture e gli investimenti esteri e nazionali. Il governo ruandese sta cercando di diventare un leader regionale nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e mira a raggiungere lo status di reddito medio entro il 2020 facendo leva sul settore dei servizi. Un'ascesa favorita in parte anche dagli aiuti di una comunità internazionale che sentiva di dovere qualcosa per la sua inerzia durante il genocidio. Vietando ogni riferimento all'appartenenza etnica nella vita pubblica e facendo della giustizia dei responsabili del genocidio una priorità, con l'aiuto di tribunali popolari, le autorità sono riuscite a far convivere vittime e carnefici. Senza contare che una maggioranza di ruandesi, 7 milioni su 12, non era nata all'epoca del genocidio. Ciò nonostante la memoria di quei 100 giorni va tenuta viva (ibuka in ruandese significa ‘ricorda’) riflettendo e contrastando forme di negazionismo o di revisionismo su ciò che è accaduto: uno sterminio scatenato dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi, che la comunità internazionale non è stata in grado di fermare, o meglio quando ha dato segnali di intervento era già troppo tardi. Nicoletta Varani »» La locandina dell’evento http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22562 Sandra Chistolini. La pedagogia steineriana in Italia|L’Università Roma Tre celebra il Centenario della Scuola Steiner-Waldorf Nel 1919 nasce a Stoccarda la prima scuola Waldorf, ampiamente sostenuta dall’industriale Emil Molt che non esita ad investire nell’educazione, ben comprendendo quanto sia importante offrire, ai figli dei lavoratori della fabbrica Waldorf-Astoria, una scuola caratterizzata dall’idea di libertà dell’educare, premessa indispensabile alla vera conoscenza del mondo. Concepita come laica ed autogestita, fondata sulla cooperazione costante tra genitori ed insegnanti, questa scuola supera il confine del tempo diventando una proposta esemplare in tanti Paesi dell’Occidente e dell’Oriente, del Nord e del Sud del Mondo. La scelta del primo maestro cade su Rudolf Steiner, personaggio di profonda cultura umanistica e scientifica, ben conosciuto negli ambienti teosofici ed antroposofici, veramente apprezzato per la sua capacità empatica e per la forza della sua intuizione delle conformazioni universali dell’esistenza. Steiner parla all’uomo perché egli si realizzi come tale, evitando di cadere nelle reti del materialismo e del disordine morale. Goethe è all’origine della sua riflessione sul mondo scientifico-naturale e ne guida la rappresentazione iconografica della ricerca del posto che l’essere umano ha nell’evoluzione cosmica. Nel 1894 Steiner pubblica La filosofia della libertà, tuttora considerato la lettura fondamentale per chi intende avvicinarsi alla pedagogia steineriana, tanto per vivere quanto per educare. L’Opera Omnia di Steiner comprende 354 volumi tradotti dal tedesco in moltissime lingue. La notevole produzione in lingua italiana permette una adeguata e robusta formazione di specialisti in diversi campi del sapere, e degli insegnanti, in particolare. A questi ultimi è affidato il compito di educarsi e non solo di educare bambini ed adolescenti. La metodologia per l’insegnamento, secondo i principi antroposofici, richiede anni di preparazione ed un impegno che deve necessariamente rinnovarsi con la lettura di quanto Steiner ha comunicato in conferenze pedagogiche ed esistenziali. Spirito illuminato, capace di distinguersi nella massa confusa e solitaria, sperduta nella confusione del consumismo, Steiner profetizza cicli eterni di sviluppo umano tendenti alla perfezione più alta. Messaggio difficile di una mente eccelsa pure in grado di parlare all’anima e di infondere nei cuori quel desiderio a superarsi che non esclude nessuno, perché tutti, ognuno secondo la propria essenza ha una missione da compiere nella realizzazione del destino che lo sovrasta. Steiner vede oltre Darwin e Spencer, concepisce l’evoluzione come sviluppo reale, guidato dalle leggi naturali che fanno seguire il presente da ciò che lo precede. Il mondo organico è così costituito da forme che sono progredite per discendenza del perfetto dall’imperfetto, del contemporaneo dall’antico. Ma ciò che qualifica l’uomo è senz’altro la creazione delle leggi morali che orientano e sostanziano la sua vita personale, sociale, culturale. Lo studio della Scuola Rudolf Steiner, fondata a Roma nel 1978 per impulso di genitori ed insegnanti, raccoglie il suo primo bilancio educativo nel 1988. Nel corso dei decenni successivi, 1998, 2008, 2018 è stata rinnovata la narrazione di un percorso inarrestabile e vero, inteso ad influire sulla costruzione di una visione del mondo e della storia nella quale il bambino entra timidamente, ma sempre da grande protagonista, libero di essere e di ricrearsi. Tre fatti convergono intorno alla celebrazione del Centenario della Scuola Steiner-Waldorf in Italia: la quarta edizione, rinnovata ed aggiornata della biografia sulla Scuola Rudolf Steiner di via delle Benedettine, 10 a Roma; l’apertura dell’Università Roma Tre alla presentazione dei caratteri distintivi della Scuola Steiner-Waldorf, a cento anni dalla sua fondazione; l’arte e la pratica dell’apprendimento nella pedagogia terapeutica alla quale sono formati educatori e medici che accompagnano la persona con bisogni speciali. Un libro e due Convegni internazionali, programmati per il 12-13-14 aprile e per il 4 maggio 2019. Le iniziative per un verso cercano di aiutare a comprendere in che cosa consiste la pedagogia Waldorf; per altro verso, avvicinano a una metodologia radicata nell’arte dell’educare con lo scopo manifesto di fare della libertà il prerequisito di base per la conoscenza del mondo spirituale. Nella libertà si afferma il valore proprio dell’umanità che procede verso stati di armonia, di amore e di realizzazione completa. Arte delle arti, l’euritmia educa muovendo il corpo e la mente al senso morale dell’esistenza; essa vive dell’accordo profondo tra l’uomo e il cosmo, tra lo spirito e la natura. Gli occhi attenti sul rispetto dell’essere umano non smettono di svelare le enormi potenzialità racchiuse nella soggettività interiore, pronta a manifestarsi in quello che scaturisce dalla mano creatrice dell’artista educatore. Sandra Chistolini »» Nuova rivista Chiron, marzo-aprile 2019 con servizio speciale “L’asilo nel bosco” http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=61&cmd=v&id=22560 Nicoletta Varani. La Notte della geografia in Europa|In Italia e… anche in alcuni Paesi africani, il 5 aprile 2019 L’Evento nato due anni fa in Francia, per riflettere e comunicare sul ruolo della geografia e sul mestiere del geografo che in Francia è di fatto una professione dallo scorso anno è divenuto europeo e l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di eventi in calendario. L’obiettivo è quello di far parlare di temi geografici televisioni, giornali, radio e reti sociali ma non solo è anche quello di avvicinare i cittadini, la popolazione tutta coinvolgendoli in una serie di attività: dibattiti, proiezioni, libri. mostre fotografiche, percorsi a tema. Il tutto all’insegna della sensibilizzazione e all’educazione al territorio e dell’ambientale, in favore della promozione e della diffusione del sapere geografico nell’attuale società che vede private le giovani generazioni dell’insegnamento della geografia nelle scuole di ogni ordine e grado. Gli eventi previsti per l’edizione 2019 saranno in sedi universitarie molti casi aperte per l’occasione, quanto in luoghi pubblici, piazze e strade. In Italia sono previste 50 iniziative che si svolgeranno in 30 grandi, medie e piccole città a partire dalle ore 18 e fino a notte fonda di venerdì 5 aprile, con percorsi urbani, conferenze, tavole rotonde e con l’uso di vecchi e nuovi strumenti geografici dalle carte antiche e dagli atlanti ai satelliti, GIS e droni. La “Notte europea della Geografia” è un’iniziativa di rilievo continentale promossa dall’EUGEO (l’associazione che riunisce tutte le società geografiche europee) ma quest’anno anche alcuni Paesi africani come Benin, Togo, Madagascar e il Senegal Paese che ha dato maggior diffusione degli eventi organizzati dall’Universite Gaston-Berger di Saint Louis. (Nicoletta Varani) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22554 Morbegno. Artisti e studenti per la poesia|Grande partecipazione alla 'Giornata mondiale' organizzata dal Laboratorio Poetico di éValtellina Una giornata della Mondiale della Poesia Unesco all’insegna dell’arte a tutto campo, con poeti, pittori, musicisti, quella organizzata dal Laboratorio Poetico di E’Valtellina, per l’edizione 2019, che ha riscosso un grande successo di partecipazione e critica. Giovedì 21 marzo, alle ore 20:30, l’auditorium in S. Antonio in Morbegno era gremito di gente. La serata è stata presentata dal Presidente di E’Valtellina Lorenzo Del Barba e sono intervenuti all’evento, sottolineando l’importanza della poesia, anche il sindaco Andrea Ruggeri e l’assessore alla cultura Claudio D’Agata. «Ogni anno», dichiara Paola Mara De Maestri, poetessa e responsabile del Laboratorio Poetico di E’Valtellina, «per celebrare questa importante ricorrenza, istituita nel 1999, che riconosce alle espressioni in versi “un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace”, organizziamo per questa iniziative che coinvolgono tanti artisti e i ragazzi delle scuole. Per questa edizione abbiamo pensato di festeggiare la poesia con i ragazzi dell’orchestra Spini-Vanoni (seconda e terza media) che ci hanno regalato un emozionante speciale su Fabrizio De Andrè, guidati dai loro insegnanti professori Michele Brambilla, Cinzia Milani, Michela Manzi e Serena Calcagnile e l’intervento di Gina Grechi che ha dato una lettura molto espressiva ai testi delle canzoni. I testi sono stati commentati in classe con l’insegnante di italiano Gianfranco Peyronel. Sei poeti hanno declamato due poesie a tema libero e sono Anna Barolo, Stefano Ciapponi, Paola Mara De Maestri, Ornella Gavazzi, Alda Volpi, mentre quelle di Giovanni De Simone sono state interpretate dall’attrice Gina Grechi, il tutto nel clima primaverile espresso dagli splendidi quadri dei pittori di “Forme Luci Ombre” Maria Giovanna Alberti, Laura Brocco, Giovanna Vittoria Cavallo, Angelisa Fiorini, Alda Volpi». «Il 2019 è un anno veramente denso di ricorrenze importanti» continua De Maestri «ricordiamo grandi figure che a vario titolo e in contesti diversi hanno reso grande la nostra Italia: Leonardo Da Vinci (tra l’altro anche poeta) a 500 anni dalla sua scomparsa, Giacomo Leopardi con 200 anni della sua poesia “L’infinito”, declamata a memoria durante la serata da Tobia Cerri, alunno della “Vanoni”, e Fabrizio De Andrè cantautore italiano a 20 dalla sua dipartita. Stiamo vivendo in un mondo di grandi contraddizioni, dove diventa sempre più difficile ritrovare i paletti del lecito, saggiare il rispetto per noi stessi, i nostri simili, per il nostro pianeta. In questo momento storico, urge ritrovare l’orientamento positivo, una spinta propulsiva verso un futuro più vivibile. La poesia - come veicolo di messaggi positivi, fonte di riflessione, maestra di emozioni - può assumere ancor più che in passato un ruolo rilevante». La serata si è conclusa invitando tutti i presenti a continuare a seguire con tanto entusiasmo anche i tanti progetti che E’Valtellina ha in cantiere per “Morbegno città Alpina 2019”; una fra tutte, la pubblicazione che raccoglie poesie e pitture a tema Morbegno e che verrà presentata nella città del Bitto a maggio. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22536 Ecomuseo Valgerola. Corso per Guida turistica|Una proposta formativa lanciata a studenti di istituti superiori e ad appassionati di arte e cultura locale Specializzarsi e prepararsi per raccontare il proprio territorio, diventare più informati e attivi nel prendere contatto con la storia che racconta dei luoghi antichi, delle vallate e montagne che ci circondano. Con il mese di marzo la Valgerola, con il suo ecomuseo, circuito vallivo di spazi espositivi a vocazione ecologica, molto attivo in Valtellina, organizza dei corsi per diventare guida turistica. Guida dell'Ecomuseo, per accompagnare con cognizione e strumenti esplicativi turisti e scuole a conoscere a loro volta i “tesori” della Valgerola. Gli ambienti di vita tradizionale e rurale, i siti storico-artistici, reperti e contesti divenuti patrimonio naturalistico regionale, tesori di storia materiale considerati particolarmente rilevanti e degni di tutela. Attraverso visite con esperti e docenti, gli iscritti verranno a contatto con i luoghi di maggior interesse dell’Ecomuseo e si farà lezione tra gioielli di arte e cultura contadina, si prenderà parte a relazioni e workshop dedicati al costume locale, alle tradizioni produttive arcaiche e attuali della montagna valtellinese e orobica. E concluso il programma di visite e nozioni si potrà operare collaborando con Ecomuseo nell'accompagnare nel corso dell'anno e dell’estate visite turistiche guidate. «Una opportunità», è stato spiegato dai responsabili dell’iniziativa, «che viene offerta sia a studenti di diversi ambiti, sia a persone appassionate di cultura, storia, arte locale. Il corso sarà itinerante con lezioni nei siti museali a Gerola Alta e nelle sue frazioni, nonché a Sacco e a Rasura». Per ogni informazione, per iscrizioni: 393 8644223 info@valgerolaonline.it Ecomuseo Valgerola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22484 Elisa Varese. Da Genova alla Sardegna passando dall’Africa|Il genovese per il Mediterraneo e la nascita del tabarchino Nel Ponente genovese si trova il quartiere di Pegli. L’antico borgo marinaro, abbracciato da un lato dal mare e dall’altro dai monti e sede di importanti ville nobiliari, è oggi meta di turismo balneare e culturale. L’elegante passeggiata sul mare, affiancata da palme, le dimore signorili e il pittoresco parco di Villa Pallavicini, così come i palazzi moderni, hanno in parte stemperato la primaria rusticità di un borgo nato come villaggio di pescatori. Tabarca (o Tabarka) è una città della Tunisia situata vicino al confine algerino e da cui prendeva il nome anche un’isoletta poco distante dalla costa, ad essa oggi unita da un istmo artificiale, e dominata da un’altura su cui ancora svettano le mura di un castello cinquecentesco a guardia e protezione del villaggio sottostante. La zona, oggi, è pressoché disabitata. A Sud-ovest della Sardegna, nell’Arcipelago del Sulcis, vi sono le due piccole isole di San Pietro e Sant’Antioco e i comuni di Carloforte e Calasetta. In questi due borghi, tra le scogliere a picco sul mare cristallino e le stradine che serpeggiano tra le case colorate, il visitatore potrebbe essere sorpreso nel sentir parlare in tabarchino, una lingua diversa rispetto a quella impiegata nelle altre località sarde, mentre, in particolare, il visitatore ligure troverà in esso, oltre che una parlata assai familiare, anche un pezzo della propria storia. Quale legame intercorre, dunque tra Pegli e queste isole sarde? Che ruolo ha giocato l’ex isola africana, che, apparentemente slegata da tutto, dà origine al nome di questa lingua? Come ogni lingua, il tabarchino riflette nei suoi elementi costitutivi – primo tra tutti, il lessico, – la vicenda storica e geografica che ne determinò l’evoluzione. Il trasferimento sull’isola tunisina di Tabarca da parte di numerose famiglie pegliesi,1 avvenuto attorno alla metà del XVI secolo, aiuta facilmente ad individuare nel genovese moderno il punto di partenza fondamentale di tale sviluppo. Ancora oggi, il tabarchino è spesso definito, più come una lingua a sé, come una variante del genovese, dunque un dialetto, anche se si ritiene utile puntualizzare che il genovese faceva parte di quelle lingue romanze derivate dal latino (dunque si potrebbe definire come l’evoluzione del latino parlata in Liguria) e diffuse in Italia, ma il suo minor prestigio rispetto a quella parlata in Toscana ne causò una sorta di “declassamento”. Tuttavia, è fondamentale, in questo contesto, considerare proprio quel prestigio – poi destinato a scemare – di cui il genovese godeva nel Cinquecento. Quella della Repubblica di Genova, fiorente e famosa per l’attività portuale, mercantile e bancaria, era la lingua commerciale per eccellenza, trasmessa e diffusa anche tra le popolazioni non liguri tramite gli avamposti della Superba. Questo caso di imperialismo linguistico, unito al lungo – seppur assolutamente non totale – isolamento della comunità tabarchina, che comunque mantenne i contatti con la madrepatria, è la causa principale della preponderanza del sostrato genovese e della scarsa presenza di prestiti dalle altre lingue. Tali tracce di contatti e interferenze con altri idiomi sono comunque riscontrabili e anch’esse contribuiscono a far sì che dal tabarchino stesso si possa leggere la sua storia. Questa lingua, per tutto il periodo in cui i suoi parlanti risedettero nell’isoletta tunisina a cui deve il suo nome, rimase dunque per moltissimi aspetti aderente al genovese a lei contemporaneo. Tale persistenza, oltre ai motivi sopracitati, si deve anche al continuo afflusso di famiglie liguri a Tabarca nel corso degli anni seguenti. Le differenze tra il genovese dell’isola e quello della Superba consistevano essenzialmente in piccole varianti morfologiche e fonetiche e in alcuni mutamenti lessicali quali la perdita di lessemi, la creazione di neologismi o il cambiamento nell’associazione tra significante e significato. Un esempio interessante di quest’ultimo ambito è la parola brignun, che in genovese indica la susina. Poiché tale frutto non era presente nell’Africa settentrionale, il suo significato primario traslò per somiglianza al gelone, per via del suo colore violaceo e dunque per la sua similarità con la susina (Toso, Capriata; 2005). Come si è accennato, nonostante la prossimità della Tunisia e il contatto ravvicinato con la lingua araba, gli arabismi ancora oggi visibili nel tabarchino non sono numerosi. Come osservano Nicolò Capriata e Fiorenzo Toso nella Grammatica del Tabarchino (2005) tali prestiti sono tutti sostantivi, vincolati dunque alla necessità pratica di indicare un oggetto con una parola inesistente in genovese. È plausibile che nei secoli addietro tali vocaboli, che dunque indicavano elementi tipici dell’ambiente o della quotidianità nordafricana, fossero più frequenti e che siano andati scomparendo in seguito all’allontanamento da Tabarca e alla conseguente sparizione di tali elementi dalla quotidianità della comunità. Anche nel caso del tabarchino, dunque, risulta evidente quanto la cultura materiale di una comunità abbia una decisiva influenza sulla lingua dei suoi membri. Tra gli esempi di tali arabismi “sopravvissuti” fino ai giorni nostri possono essere citati cascà (derivante da couscous), facussa, che indica un cetriolo tipico dell’agricoltura Magrebina il cui nome arabo è fakûs e cappi, ossia gli zoccoli aperti che in arabo si chiamano qabqâ. Infine, può essere interessante anche notare come in un caso l’arabo abbia influenzato anche la microtoponomastica: un quartiere di Carloforte, la Casébba, deve il suo nome alla parola araba kasbah (“cittadella” in arabo). La toponomastica è interessata anche da prestiti provenienti dalla lingua turca come bugazzu, termine che indica uno stretto braccio di mare (in questo caso, nello specifico, quello tra le coste di Sant’Antioco, San Pietro e Isola Piana) e che deriva dal turco boğaz, ossia “gola”, “insenatura”. Interessante è anche il caso della parola gimichìa, comune anche al genovese, che in persiano indicava la paga dei militari e che in tabarchino assume il significato di un avere che si custodisce scrupolosamente (da cui la forma idiomatica: û tegne cumme gimichìa). La convivenza di prestiti arabi e turchi risale allo stesso periodo di Tabarca, tempo in cui la guarnigione posta a controllo delle attività tabarchine era composta da turchi (Toso; 2009). Il XVIII secolo fu determinante per la storia della comunità tabarchina, così come per la sua lingua. Infatti, l’abbandono dell’isola africana – in parte dovuto alla diminuita influenza genovese, in parte alle conseguenti mire da parte dei Francesi su Tabarca e al suo sovraffollamento e, infine, ai sempre più difficili rapporti tra isolani e nordafricani, che sfociarono poi nelle invasioni tunisine e algerine2 – per la colonizzazione, avvenuta in tempi diversi, di tre isole del Mediterraneo, causò dunque una sorta di tripartizione del ceppo linguistico originario che, a contatto con tre realtà diverse, si evolse in maniera differente. Fondamentali, anche se in misura diversa nelle tre situazioni, furono l’influenza della cultura materiale e delle attività umane, così come i contatti con le altre lingue. Il primo spostamento vide come meta, a partire dal 1738,3 l’isola di San Pietro ed ebbe come immediata conseguenza la fondazione di Carloforte, che fu il fulcro di un’economia fiorente, seppur funestata da due avvenimenti drammatici quali l’invasione francese (1793)4 e quella barbaresca (1798).5 In quel periodo, la lingua parlata dalla comunità era ancora molto aderente al genovese dell’esordio dell’epopea tabarchina, seppur con qualche variazione e, come si è visto, con qualche prestito dall’arabo e dal turco. La preponderanza del sostrato genovese fu ulteriormente consolidata dal trasferimento sull’isola di altre 26 famiglie liguri: tale avvenimento, così come la continuità di contatti e rapporti commerciali con Genova nei due secoli precedenti, impedì alla parlata tabarchina di cristallizzarsi e di assimilare in buona parte l’evoluzione vissuta dal genovese in quell’ampio arco di tempo. Anche in questo caso, il fattore del prestigio attribuito alla propria lingua è alla base di due importanti conseguenze: la minor influenza del sardo in questa sede – in parte anche dovuta alla maggior distanza geografica – e il processo di “tabarchinizzazione” (Toso, Capriata; 2005) attuato sulla lingua di migranti provenienti da altre regioni, che presto abbandonarono la propria lingua d’origine senza lasciare tracce sul tabarchino.6 L’attività principale della comunità di San Pietro, il cui territorio comprendeva anche quello della vicina Isola Piana, ancora prima del potenziamento del suo porto, era la pesca (soprattutto di corallo, acciughe e tonno): al siciliano si devono alcuni termini relativi alla tonnara,7 quindi alla conseguente necessità di inglobare nel proprio lessico dei termini specialistici relativi ad un’attività tipicamente siciliana, mentre alcuni prestiti dal francese sono essenzialmente giustificabili dai numerosi scambi commerciali intrapresi nell’Ottocento, sia con la Francia che con la Tunisia coloniale.8 Diverso è il caso di Sant’Antioco; la colonizzazione dell’isola e la progettazione del centro urbano di Calasetta iniziarono nel 1770,9 circa trent’anni dopo la fondazione di Carloforte; al contrario di quanto avvenuto a San Pietro, i contatti con la Liguria si diradarono, mentre se ne instaurarono con i sardi. Linguisticamente, si assiste dunque al fenomeno contrario al precedente: la riduzione delle relazioni con la Superba causò una sorta di paralisi del genovese, che dunque permase, ma svincolato dalle sue naturali evoluzioni e che può essere considerato ancora oggi come più vicino a quello parlato in passato, anche se non possono essere trascurati i numerosi sardismi acquisiti. Interessante è dunque notare, come in entrambe le isole si possa trovare conferma della dinamicità delle lingue, seppur in modi diversi. A Carloforte il mantenuto contatto con Genova, ha implicato la parallela evoluzione della lingua in adeguamento a quella della terra d’origine, ovviamente tenendo in considerazione anche i prestiti da altri idiomi, mentre a Calasetta, il venire a mancare di tale contatto, nonostante la maggior staticità del sostrato, ha implicato dei cambiamenti in altre direzioni, in primis dovuti alla maggior influenza del sardo. Tale caratteristica è strettamente collegata al diverso sistema economico di Sant’Antioco, che, anziché sulla pesca e sul commercio, basò la propria produzione sull’agricoltura, in particolare sulla coltivazione della vite.10 La lingua di una comunità che aveva sempre basato la propria sussistenza sul mare e sulle attività mercantili, essendo sprovvista di terminologia specifica agricola, ovviò a tale carenza grazie ad una serie di prestiti sardi, in alcuni casi penetrati e assorbiti anche dalla vicina comunità di San Pietro.11 Sarebbe comunque errato considerare il tabarchino di Carloforte e quello di Calasetta come due entità linguistiche a sé stanti, in quanto i loro punti in comune sono molto più numerosi rispetto alle loro differenze. Entrambe le varianti conservano termini oggi scomparsi dal genovese e ne hanno aggiunti di nuovi.12 In ogni caso, ancora oggi, un genovese, un carlofortino e un abitante di Sant’Antioco potrebbero conversare riuscendosi a capire nonostante le differenze linguistiche. Una situazione ancora differente si verificò nel caso dell’Illa Plana (o Nueva Tabarca), la piccola isola al largo di Alicante ove venne trasferito un gruppo di tabarchini in seguito alla liberazione dalla schiavitù in Algeria nel 1769. In questo caso il tabarchino, dopo un periodo di convivenza linguistica con il catalano, necessario per ogni tipo di contatto con la vicina costa spagnola e per l’approvvigionamento, venne da esso definitivamente sostituito, pur lasciando qualche suo residuo nel lessico.13 Analogamente, nella stessa isola a cui deve il suo nome, il tabarchino non sopravvisse al progressivo assorbimento francese perpetrato in seguito alla colonizzazione del Paese (Riggio; 1948). Ecco, dunque, come un quartiere di Genova, un’ex isoletta africana, due piccoli comuni dell’arcipelago del Sulcis e una piccola isola spagnola possono essere considerate tra loro connesse. Tale legame è ancora spesso ricordato, sia nelle mete d’approdo di questo viaggio, sia nel luogo in cui ebbe origine. Ancora oggi, nel ponente genovese si celebra la storia tabarchina nella Giornata Storica Pegliese,14 a cui partecipano spesso anche membri delle due comunità sarde, promuovendo così l’incontro (o il rincontro) di culture così strettamente legate. Allo stesso modo, anche a Carloforte e a Calasetta vengono ricordate le origini genovesi e i trascorsi nel Mediterraneo con la tradizionale Sagra del cuscus (il cascà importato da Tabarka), non a caso in Piazza Pegli a Carloforte e quella del pilau15 di Calasetta, ove, inoltre, nel 2018 ha avuto esordio il progetto Ràixe – Spazi digitali per la cultura tabarchina, il cui scopo è preservare dall’oblio e rendere fruibile tutta la cultura tabarchina. La recente richiesta all’UNESCO per il riconoscimento del tabarchino come patrimonio immateriale dell’umanità,16 ha contribuito ad accrescere la consapevolezza e l’interesse nei riguardi di una parlata17 che lega dei borghi marinari del Mediterraneo solo apparentemente distanti tra loro, ma in realtà indissolubilmente legati da quasi mezzo millennio di storia. Elisa Varese 1 Tale trasferimento, iniziato attorno al 1540, fu guidato da due delle più importanti famiglie genovesi dell’epoca, i Lomellini e i Grimaldi, che ottennero tale concessione dalla Spagna, allora protettrice dell’isolotto. L’attività delle famiglie di corallatori che si insediarono a Tabarca contribuì ad arricchire le casse dei loro nobili protettori, che rivendevano l’“oro rosso” nel Continente (Bitossi, 1997). 2 Nel 1741 i tunisini invasero l’isola e fecero schiavi 800 dei suoi abitanti; nel 1756 un manipolo di pirati algerini prese possesso dell’isola facendo strage degli abitanti rimasti o vendendoli come schiavi, che, liberati dopo un lungo periodo dal re di Spagna Carlo III, costituirono nel 1769 il nucleo primario della colonizzazione di Nueva Tabarca, al largo di Alicante (Bitossi; 1997). 3 Tale trasferimento fu antecedente rispetto alle due invasioni citate in precedenza (v. nota 2), ma la posizione strategica dell’Isola di San Pietro e i suoi banchi corallini costituirono un fattore di attrazione decisivo, unito ai fattori di spinta già citati. Furono determinanti, in questo caso, i propositi del re di Sardegna (Carlo Emanuele III) di ripopolare quelle zone e il suo conseguente accordo a tale proposito con i Lomellini (Ferraro; 1989). 4 L’invasione, conseguenza della guerra successiva alla Rivoluzione Francese, durò solo pochi mesi grazie all’intervento della Spagna e non lasciò particolari tracce, se non il detto u l’è u fögu du Rechemont (“è il fuoco del Rechemont”) che designa le persone particolarmente vivaci (con, appunto, il fuoco addosso), in riferimento alla nave incendiata e carica di esplosivo che i francesi mandarono contro la flotta spagnola il giorno prima della resa. 5 L’avvento dei pirati tunisini ebbe come principale conseguenza la deportazione e la schiavitù di oltre 800 abitanti dell’isola; parte di questi, riuscì a ritornare a Carloforte dopo cinque anni grazie al riscatto pagato dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I. Ancora oggi è diffuso nell’isola il modo di dire avài i Türchi deré (avere i Turchi appresso) per indicare chi va di fretta e in riferimento alla corsa disperata degli abitanti per sfuggire ai pirati. 6 A tale proposito, uno degli esempi più emblematici è il caso dell’arrivo nell’isola di San Pietro di un gruppo di famiglie campane nella seconda metà dell’Ottocento. Ad oggi non risultano tracce della loro lingua o delle loro usanze, presto assimilate da quelle tabarchine. 7 A questa attività e, più in generale, alla pesca e all’attività marinaresca, si devono numerosissimi modi di dire e forme idiomatiche tipiche del tabarchino della zona, tra cui forse il più immediato è l’esclamazione che tunnu, che a seconda dei casi può riferirsi alla mole di qualcuno, oppure alla sua stupidità, ma, se riferito ad una donna, costituirà un chiaro apprezzamento (Toso, Capriata; 2005). 8 Si può citare, ad esempio, il termine bulanxé, “panetteria”, dal francese boulangerie. 9 Il fattore di spinta determinante di tale spostamento furono principalmente le invasioni nordafricane e le continue vessazioni sugli abitanti da parte del governo tunisino sull’isola. Sempre in linea con il progetto sabaudo di ripopolazione delle piccole isole sarde, la richiesta degli aspiranti migranti fu accolta dal re di Sardegna. 10 Allo stesso modo dei modi di dire legati all’attività della pesca, sono molto numerosi anche quelli legati alla viticultura e alla vendemmia, come, per esempio il detto ésse in fundu de mónica (“essere una pianta di monica”, ossia un tipo d’uva le cui piante sono molto alte) con la quale si può indicare una persona che, a causa della sua elevata statura, svetta tra le altre (Toso, Capriata; 2005). 11 Alcuni esempi sono buênorxu (bovaro), trabussu (tridente) e malóru (vitello). 12 Alla prima categoria appartengono parole come pumota (“pomodoro”) e vögimen (foca), alla seconda i termini esclusivi del tabarchino e mai esistiti in genovese come tagiavréddu (“libellula”). 13 Interessante notare come tali residui siano spesso propri di termini legati alla fauna marina e alla pesca, principale attività dell’Illa Plana. Tra questi possiamo ricordare asín (“riccio di mare”, dal ligure zin) e faula (un tipo di granchio, dal ligure fàulu (Toso; 2011). 14 L’evento, nato nel 1991, è organizzato dal Circolo Culturale Norberto Sopranzi e patrocinato da Regione Liguria, Comune di Genova e Municipio VII Ponente e ha luogo ogni anno nei mesi di maggio e ottobre. 15 Il pilau è un piatto turco a base di semola, verdure e pesce, derivante dal turco pilav (che però indica un piatto la cui base è il riso e da cui deriva anche l’italiano pilaf). 16 Il progetto ha origine nel 2010 nelle isole del Sulcis; nel gennaio del 2017 a Genova il Consiglio regionale della Liguria aveva approvato all’unanimità la mozione per avviare l’iter di tale richiesta. Un ulteriore passo avanti è stato fatto a Tabarka nella primavera del 2018 con la firma del Protocollo di intesa di partenariato e gemellaggio a cinque (Toso; 2004); da segnalare la partecipazione anche dei sindaci di Carloforte, Calasetta e Nueva Tabarca. 17 Attualmente si contano circa 15.000 parlanti, la maggioranza situata a Carloforte (ove l’87% della popolazione parla tabarchino) e Calasetta (68%). Si contano minoranze anche in altri centri sardi come Cagliari, Carbonia e Iglesias, senza dimenticare coloro che emigrarono nel continente e si stabilirono in Liguria o in Italia Settentrionale (Toso e Capriata; 2005). Bibliografia AA. VV. (2014), Nueva Tabarca, un desafío multidisciplinar, Alicante, Instituto Alicantino de Cultura Juan Gil-Albert. Berruto G., Cerruti M. (2011), La linguistica. Un corso introduttivo, Torino, UTET. Bitossi C. (1997), Per una storia dell’insediamento genovese di Tabarca (Fonti inedite 1540 – 1770), in Atti della Soc. Ligure di Storia Patria, XXXVII, CXI – fasc. I, Genova, USPI. Capriata N. (2005), Presentazione, in F. Toso, Grammatica del Tabarchino, Recco, Le Mani, pp. 5 – 28. Cardona G. R. (2006), Introduzione all’etnolinguistica, Torino, UTET. Cardona G. R. (2009), Introduzione alla sociolinguistica, Torino,UTET. Ferraro G. (1989), Da Tabarka a San Pietro. Nasce Carloforte, Cagliari: Musanti Editrice. Riggio C. (1948), Genovesi e tabarchini in Tunisi settecentesca, in Atti della Soc. Ligure di Storia Patria, vol. LXXI, Genova, USPI. Toso F., Torchia A. (2002), Isole tabarchine. Gente, vicende e luoghi di un’avventura genovese nel mediterraneo, Recco, Le Mani. Toso F. (2004), Dizionario Etimologico storico tabarchino, vol. I, Recco, Le Mani. Toso F. (2005), Grammatica del Tabarchino, Recco, Le Mani. Toso F. (2009), Tabarchino, lingua franca, arabo, tunisino: uno sguardo critico, in C. Marcato, V. Orioles (a cura di), Studi plurilingui e interlinguistici in ricordo di Roberto Gusmani, Università degli studi di Udine - Centro Internazionale sul Plurilinguismo, pp. 261 -280. Toso F. (2010), La voce tabarchino. Aspetti lessicografici e storico-linguistici, in Lingua e stile XLV, Bologna, Il Mulino, pp. 259 – 281. Toso F. (2011), Language death e sopravvivenze identitarie: l’Illa Plana ad Alicante, in Studis Romànics, Barcellona, Institut d’Estudis Catalans, Vol. 33, pp. 129 – 149. Sitografia » Corloforte Net » PEGLI ieri e oggi – sezione storica » Pro Loco Calasetta » Ràixe http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=62&cmd=v&id=22478 Lorenzo Scaramellini. “Gli altri siamo noi”|Un’occasione per riflettere, divertendosi Dopo Morbegno e Sondrio, toccherà a Chiavenna ospitare la mostra interattiva “Gli altri siamo noi”. L’allestimento occuperà alcuni spazi a piano terra della Comunità Montana Valchiavenna (g.c.), con ingresso dal parcheggio di Via Vanossi, e si protrarrà da lunedì 11 a sabato 16 febbraio. La mostra, realizzata dalla Casa per la Pace di Milano, è una proposta di viaggio tra stereotipi, pregiudizi e capri espiatori ed è rivolta in primo luogo agli alunni delle scuole valchiavennasche di età compresa tra i 9 e i 14 anni (dalla quarta elementare alla terza media) ma sarà aperta – in orario extrascolastico – all’intera cittadinanza anche perché non tutte le scuole, per problemi logistici e di disponibilità limitata, potranno usufruirne. Ciononostante, per visitare la mostra, si sono prenotate una trentina di classi coinvolgendo più di 500 alunni, accompagnati dai loro docenti. A tutti i visitatori verrà fornito un passaporto da compilare durante il percorso che, in forma di gioco, si snoda tra circa 80 pannelli su apparenze, diversità, fatti e opinioni, stereotipi veicolati da immagini quotidiane piuttosto che da semplici barzellette, pregiudizi che aprono la strada alle discriminazioni e necessitano di capri espiatori, concetti come inclusione, esclusione, integrazione e segregazione. L’iniziativa, che dopo Chiavenna coinvolgerà Bormio e infine Tirano, è stata realizzata grazie ad un lavoro di squadra a livello provinciale che ha coinvolto molti attori diversi: istituzionali (a cominciare dagli Istituti Comprensivi Damiani di Morbegno e quello di Sondrio Centro in collaborazione con l’Ufficio Scolastico territoriale, fino alla Prefettura che ha concesso il suo patrocinio) e non istituzionali. Tra questi il Tavolo di Camaldoli e soggetti come la Coop. Altravia e l’associazione Spartiacque di Sondrio che hanno aggregato attorno all’idea iniziale una fitta rete di volontari, tuttora in costruzione, che si riconosce nella centralità del tema migratorio. A Chiavenna se n’è fatto carico “Restiamo Umani”, un gruppo eterogeneo di cittadini, alcuni dei quali già attivi in associazioni come Emergency, Caritas, Nonsolomerce… e in cooperative sociali come la Nisida. Lo stesso gruppo che, a inizio dicembre, ha promosso la proiezione del docufilm sull’esperienza di Riace Un Paese di Calabria presso il cinema Victoria, registrando una grande partecipazione di pubblico. Un percorso che i promotori intendono sviluppare ulteriormente, dando al territorio un segno di presenza e di proposta su temi come le migrazioni, quanto mai attuali, carichi di significati e di ripercussioni per la nostra e per le future generazioni. L’invito, rivolto a tutte/i, è dunque quello di visitare la mostra come occasione per crescere divertendosi e magari riparlarne insieme tra figli, nipoti, genitori, nonni, amici… (Lorenzo Scaramellini) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22462 WWF. Progetto “Spaziamo” “Spaziamo”... Menti aperte cercansi: percorso di formazione rivolto ai giovani, per provare a trasformare spazi abbandonati in luoghi che raccontano. “Spaziamo” o anche ri-costruiamo la poetica di alcuni luoghi di Morbegno. Si attiva una costola del Progetto “Mani in pasta, piedi per terra, menti aperte”, rivolto agli adolescenti, 15/19enni, a cui sarà chiesto di mappare gli spazi della città che sono dimenticati, residuali, in cui passa nessuno, poco fruiti ...e pensare, ed immaginare per quegli angoli una nuova visibilità sociale. Al Centro Giovanile Lokalino di Morbegno verranno appoggiati e sostenuti nella loro progettualità da esperti di urbanistica, storia locale, arte metropolitana... Saranno però i “ragazzi”, i veri protagonisti di “Spaziamo”, sguinzagliati a conoscere la città, a ricostruire “tranci” di storia quotidiana, di vie e di vite, di piazze, di rioni e dei cambiamenti sopravvenuti nel tempo. Con il supporto degli animatori del Lokalino, proveranno a sentire i cittadini e a coinvolgerli, agli interlocutori verrà chiesto di raccontare le esperienze loro e degli abitanti che hanno vissuto “dentro i luoghi”. Da questo ascolto, dall'indagine sociale, dal riappropriarsi dello “spirito del posto” i giovani proveranno a fornire un'interpretazioni da concretizzare, poi, in istallazioni “artistiche”. Quattro le fasi che vivranno all'interno di “Spaziamo”: a) la conoscenza e la mappatura dei luoghi, b) la raccolta delle esperienze e delle storie dei morbegnesi, c) l’elaborazione di idee creative, d) la valorizzazione dei luoghi prescelti attraverso installazioni temporanee ed eventi artistici. Se la prima direttrice di marcia è quella di innestare il protagonismo giovanile nella vita culturale e civile dalla città, la seconda è quella di coinvolgere il maggior numero possibile di abitanti che saranno chiamati a co-partecipare a “Spaziamo”: raccontare storie, proporre soluzioni, esporsi in prima persona, partecipare agli eventi... Per informazioni dettagliate e puntuali: mail: info@lokalino.it pagina FB: lokalino.morbegno telefono: 328 01 67 807, indicando nome e cognome, età... » Qui il link per scaricare il modulo di iscrizione Giovedì 14 febbraio alle 14:30 si terrà l’incontro di presentazione presso il Lokalino a Morbegno Strada comunale di campagna, 2 Ai partecipanti verrà offerta una formazione specifica sui temi dello storytelling, della storia urbanistica della città, della rigenerazione urbana attraverso l’arte e sui metodi di ricerca. Villiam Vaninetti Responsabile WWF Valtellina Valchiavenna Capofila del Progetto “Mani in pasta...” Web: progettomaninpasta.com http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22456 Villiam Vaninetti. “Mani in pasta, piedi per terra, menti libere” Con la riapertura delle scuole dopo la pausa natalizia, si rimette in marcia anche il Progetto “Mani in pasta, piedi per terra, menti libere”, in particolare l'Area di Educazione Ecologica e alla Sostenibilità. Le operatrici del Grandangolo riproporranno la loro animazione/attiva agli alunni delle classi “più giovani”, mentre il PandaTeam-WWF ripartirà con i laboratori dedicati alle classi Terze/Prima Media. Cominceremo con un primo incontro di conoscenza e di informazione, nel secondo si dispiegherà l'aspetto laboratoriale, anche con la costruzione di casette nido per uccelli e bat box, sono infatti i piccoli uccelli, i pipistrelli, le farfalle e gli anfibi i soggetti al centro delle attività proposte alle scuole. Specie animali in difficoltà, più o meno gravi, a causa degli interventi di manipolazione al loro ecosistema apportati dall'uomo e vittime, come tanti altri, dei rapidi cambiamenti climatici, essenzialmente sempre a causa delle manomissioni di carattere antropico. Il nostro piccolo aiuto per questi nostri fratelli minori, si concretizzerà con la posa di casette nido e di bat box per favorire la loro permanenza e il loro ritorno, la realizzazione di almeno un Giardino delle Farfalle e, nella migliore delle ipotesi, anche di un paio di pozze/stagnetti per richiamare gli anfibi in diaspora. Abbiamo anche identificato e proposto un'area ideale, secondo noi, per realizzare gli interventi pensati, un angolino del Parco della Bosca che abbiamo già battezzato “La Scuola fra gli Alberi” ...vorremmo fosse il primo di altri spazi consimili, finalizzati ad arricchire la biodiversità del Parco rendendolo sempre più accogliente ed interessante, senza trasformarlo in un giardinetto urbano. Qualora l'Amministrazione comunale di Morbegno approvasse e appoggiasse le nostre proposte, i mesi di marzo/aprile potrebbero vedere un inusuale via vai di volontari, alunni di età diverse, insegnanti, operatori comunali, esperti di vari mondi faunistici... impegnati nell'arredare la Scuola fra gli Alberi, fino a giungere all'inaugurazione ufficiale che, nei nostri pensamenti, dovrebbe avvenire dopo la metà del prossimo aprile. Di seguito alla doverosa apertura delle attività, nell'ottobre scorso, con la Scuola Primaria di Campovico, ...con gli amici di ORMA, dalla seconda metà di gennaio siamo in compagnia degli alunni e degli insegnanti della Primaria di Talamona, ci aspettano poi le prime Medie dell'IC “Spini-Vanoni”, per concludere, in febbraio, con le quarte ex Elementari dello stesso Istituto. Una grande tela da affrescare a più mani, contiamo di farcela attraverso l'impegno di noi tutti “dentro il Progetto”, ma anche con il fondamentale sostegno dei collaboratori “di fuori”. Villiam Vaninetti Responsabile WWF, Capofila Progetto “Mani...” http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=22433 Enrico Bernardini. Migrazioni e religioni: importante meeting ad Abu Dhabi L'8 e 9 dicembre scorso ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, si è svolto un importante incontro sul fenomeno delle migrazioni con­tem­po­ra­nee alla luce del dialogo interreligioso. La location è stata scelta perché, oltre ad essere il più grande Emirato, risulta la seconda destinazione più sicura dopo la Finlandia, secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2017 (cfr. pag. 35) pubblicato dal World Economic Forum. Il documento tiene conto di 136 Paesi e valuta secondo i parametri della sicurezza e dell'infrastruttura dedita al trasporto aereo. Inoltre, come altri ex protettorati britannici, nel Paese è conosciuta in maniera fluente la lingua inglese; questi elementi la rendono un centro privilegiato nella Penisola Araba per conferenze internazionali su diversi temi quali sostenibilità, ingegneria, medicina e, in questo caso, migrazioni e religioni. Il fine dell'incontro è stato quello di sviluppare ed ampliare il dialogo tra le comunità religiose europee e quelle del MENA (Middle East and North Africa) ed affrontare il tema delle migrazioni, argomento sempre più di attualità in un'Europa dove le politiche di accoglienza stanno lentamente facendo spazio a scenari di nuovi o vecchi razzismi e alla crescente intolleranza verso i migranti. Così, in un clima di pace e collaborazione, una trentina di figure di spicco delle più diffuse religioni in Europa, Africa e Penisola Araba si sono riunite per discutere su diversi aspetti del fenomeno migratorio. Un focus specifico è stato inoltre dedicato al Mar Mediterraneo, ultimo scoglio da affrontare prima di giungere sulle sponde dell'Europa, dopo un viaggio che può durare anche diversi anni, a seconda del luogo di provenienza. I principali promotori del seminario sono stati il Forum for Promoting Peace in Muslim Societies e l'organizzazione Religions for Peace, entrambe organizzazioni nate con il fine di favorire la convivenza pacifica tra le diverse popolazioni utilizzando gli strumenti spirituali propri delle religioni, volendo così puntare sulla valorizzazione della diversità delle fedi piuttosto che sulla messa in secondo piano delle stesse. Inoltre, il Forum for Promoting Peace in Muslim Societies si occupa di riunire le guide religiose presenti nel mondo islamico al fine di conciliare il credo e la pratica religiosa con le sfide della modernità. Religions for Peace, invece, opera in più di 90 nazioni fin dagli anni '60 ed ha collaborato per la buona riuscita dell'evento anche con il Consiglio Europeo delle Guide Religiose (ECRL). In tal senso, è significativa l'affermazione: «Se la risposta umanitaria ha certamente la priorità immediata, analisi e strategie a lungo termine sono sempre più necessarie» con la quale Sheikh Abdallah Bin Bayyah, presidente del Forum for Promoting Peace in Muslim Societies e William Vendley, segretario generale di Religions for Peace segnano l'inizio dei lavori.1 I relatori sottolineano come l'accoglienza immediata per chi ha difficoltà o è in pericolo di vita dovrebbe essere una priorità ma, in un secondo momento, gli stati europei ed africani dovrebbero congiuntamente attuare strategie di lungo periodo per affrontare le migrazioni, tenendo sempre presente l'obiettivo di salvare il maggior numero di vite possibili e considerando, allo stesso tempo, che le migrazioni sono sempre esistite e sono un fenomeno mai completamente arrestabile. Durante l'incontro infatti è emersa la necessità di un intervento dei principali leader religiosi del Nord Africa, Medio Oriente ed Europa, in quanto molti episodi di razzismo nei confronti dei migranti nascono proprio dalla non conoscenza di religioni e tradizioni diverse, contestualmente alla strumentalizzazione politica del tema delle migrazioni. Inoltre, sono stati prese in esame le cause degli ipotetici prossimi scenari migratori, allo scopo di supportare con consigli e strategie le autorità dei singoli stati, organizzazioni internazionali e guide religiose impegnate nel difficile compito di promuovere la pace ed il dialogo interreligioso. Tra i partecipanti al convegno si segnalano l’imam Yahya Pallavicini, presidente della COREIS (La Comunità Religiosa Islamica Italiana), il vescovo di Borg Atle Sommerfeldt (Norvegia), Aref Ali Nayed, presidente di Kalam Research and Media (Libia), Sheikh Rafea Taha Al-anni, Mufti dell’Iraq, padre Fadi Daou, presidente Adyan Foundation (Libano) e Mark Owens, segretario generale del Consiglio Europeo delle Guide Religiose, RfP (Regno Unito). La conferenza s'inserisce all'interno di un contesto di altri eventi riguardanti le religioni e le migrazioni tenutisi nel mese di dicembre, mese molto attivo per la cooperazione ed il dialogo; infatti ha avuto luogo, sempre ad Abu Dhabi, il seminario sui rapporti Unione Europea-MENA (5-7 dicembre) dove l'imam italiano Yahya Pallavicini è intervenuto trattando di migrazioni, religioni e crisi umanitarie. Scopo dell'incontro è stato portare avanti i principi della “Dichiarazione di Marrakesh” del 2016 sui diritti delle minoranze religiose nei Paesi a maggioranza islamica, dove è stata ancora una volta sottolineata l'urgenza di garantire luoghi di culto in tutti i Paesi in modo da promuovere maggiori iniziative per la pace e la cooperazione, nonché prevenire episodi di incomprensione e storici equivoci tra musulmani ed Occidente, dove spesso, a causa di alcuni gesti isolati, viene accusata e colpevolizzata un'intera comunità. Per questo infatti è necessario che le principali religioni si alleino costruendo un ponte per evitare sia episodi di discriminazione che dimostrazioni di violenza in nome di un Dio che non assomiglia a quello delle Sacre Scritture. Infine, l'11 dicembre a Marrakech (Marocco) si è svolta la Conferenza intergovernativa per l'adozione del Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare. Lo scopo della Conferenza è stato quello di adottare formalmente il Global Compact for Migration, come concordato dagli Stati membri delle Nazioni Unite il 13 luglio 2018. Il Global Compact for Migration è il primo accordo globale dell'ONU che tratti di un approccio comune alle migrazioni internazionali. Pur essendo non giuridicamente vincolante, si fonda sui valori della sovranità popolare, della non discriminazione e del rispetto dei diritti umani. I suoi obiettivi riguardano principalmente la riduzione dei rischi e la vulnerabilità dei migranti e l'incentivo ad attuare politiche per migliorare la condizione delle persone nei Paesi di origine.2 Infine, l'accordo ha l'intento di indurre la comunità internazionale a riflettere sui benefici complessivi delle migrazioni e creare condizioni favorevoli che consentano ai migranti di arricchire le nostre società grazie al capitale umano, economico e sociale di cui sono portatori, facilitando così il loro contributo allo sviluppo sostenibile a livello locale, regionale, nazionale e globale. Enrico Bernardini 1 Fonte: Januaforum, 10/12/2018. 2 Fonte: www.un.org Sitografia SIR Servizio di Informazione Religiosa Januaforum Religions for Peace – Sezione italiana Nazioni Unite – sito istituzionale Travel & Tourism Competitiveness Report 2017, World Economic Forum http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=62&cmd=v&id=22376