News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Una giornata particolare, dalla sabbia alla capitale|La gita scolastica di otto giovanissimi Wodaabe in Niger Lunedì 16 ottobre 2017 alle ore 17:45 presso la Sala del Munizioniere, situata all’interno di Palazzo Ducale (Genova), si è svolto l’evento “Una giornata particolare, dalla sabbia alla capitale. La gita scolastica di otto giovanissimi Wodaabe in Niger”, durante il quale è stato proiettato il film Lokkol 2. Viaggio a Niamey, a cura dell’antropologo di Medici Senza Frontiere Francesco Sincich. Prima di procedere alla proiezione l’antropologo ha voluto dedicare alcuni minuti alla presentazione degli Wodaabe e del lavoro fatto negli anni con questa società tradizionale culminato con la realizzazione di una scuola primaria. Non a caso, il termine “lokkol” è una trasposizione dal francese “école” che significa, appunto, scuola. Inoltre ha voluto sottolineare quanto il ruolo della scuola fosse importante e significativo per una popolazione di pastori nomadi; l’edificio è l’unico presente all’interno della comunità Wodaabe, l’unico punto fermo per una popolazione spesso in movimento. Lokkol 2 narra la continuazione di un progetto più ampio, iniziato diversi anni fa e culminato nel 2011 con la costruzione e la messa in funzione di una Scuola primaria a Banganà, un piccolo insediamento nel cuore del Niger. Infatti la prima pellicola Lokkol, uscita nel 2011, trattava proprio della nascita della scuola di Banganà che, nel corso degli anni, ha visto più che raddoppiare i suoi iscritti che, dai 18 del 2011, sono diventati 59 nel 2017. La proiezione oggetto dell’incontro vede protagoniste otto studentesse della scuola che si recano nella capitale, Niamey, accompagnate da due adulti. È una gita scolastica molto lunga! Difatti, sono 800 i chilometri percorsi, 13 le ore di autobus e 3 le ore di pista che hanno dovuto affrontare prima di giungere a destinazione. Lokkol 2 racconta i 3 giorni a Niamey del gruppo, le loro emozioni, sensazioni e considerazioni. Centrale è il tema della scoperta, dello straniamento e shock culturale davanti al mondo moderno; ciò che è normale per un Occidentale come, ad esempio, il cinema, per loro non lo è, non lo conoscono, non lo hanno mai visto. Così interviene quello che antropologi culturali della scuola simbolica come Clifford Geertz (1973) e James Clifford (1986) hanno chiamato “io narrante” ovvero l’io del ricercatore, in questo caso dei personaggi della pellicola, che studia ed interpreta la realtà con nuovi occhi, nuovi simboli e cifre culturali. È l’“io esperienziale” che guida le giovani studentesse nelle visite al Centro culturale franco-nigerino “Jean Rouch” e al Museo nazionale, che le fa giocare e divertirsi in un rapporto duale tra la loro cultura e quella più occidentalizzata di Niamey generando riflessioni, critiche ma non desiderio di assimilazione. Alla proiezione della pellicola sono seguite le relazioni degli studiosi coinvolti nella giornata, Giuliano Carlini, sociologo, e Nicoletta Varani, geografa. Il sociologo, per descrivere l’esperienza della serata, si è soffermato su alcuni topoi classici per lo studio delle culture altre quali le riflessioni sul tempo che scorre diversamente per noi rispetto agli Wodaabe e sul rispetto per il diverso, la comprensione come punto di partenza pedagogico per il dialogo in una società sempre più multiculturale. Nicoletta Varani, invece, ha iniziato il suo intervento fornendo uno spaccato del Niger dal punto di vista geografico mostrando come sia poco popolato e poco urbanizzato benché sia molto grande, circa 3 volte e mezzo l’Italia. In seguito ha spostato l’attenzione sugli Wodaabe e sul territorio dove vivono, prevalentemente desertico. Ma chi sono gli Wodaabe? Sono una popolazione di pastori nomadi di zebù, facente parte del gruppo etnico dei Fulani, diffuso in altri stati limitrofi come la Nigeria. In generale poco considerati dalla letteratura etnografica, sono conosciuti per la grande danza, la Yaake, praticata per 7 giorni e 7 notti durante le feste celebrate per la fine della transumanza. La fine della transumanza è un momento importante per diverse culture del mondo e, persino in Italia, viene ricordata da scritti di diversi antropologi; il più conosciuto di questi, Marco Aime, ha dedicato ben due monografie ai pastori del Piemonte.1 Pur aderendo alla religione musulmana, negli Wadaabe persiste un forte senso clanico e una dottrina morale molto particolare, sicuramente non riconducibile agli insegnamenti di Maometto. Infatti, alcune rigide norme comportamentali imporrebbero alla donna una sorta di comportamento moderato in pubblico, ma contemporaneamente viene tollerata una vita sessuale pre-matrimoniale e viene data loro la possibilità di sposarsi più di una volta, mentre gli uomini possono praticare la poligamia. Alcuni studi hanno dimostrato il collegamento tra il ruolo della donna e la sedentarietà mostrando come, nelle antiche società di cacciatori-raccoglitori le donne avessero un ruolo di guida, di divinità (la madre-terra) e praticassero la poliandria (avessero più mariti o amanti contemporaneamente).2 Questo retaggio culturale non usuale in Africa sub-sahariana e nel Sahel ha portato ad una progressiva emarginazione degli Wodaabe dalle altre etnie del Niger che considerano i pastori nomadi dannosi per i raccolti e, in più, dei “cattivi credenti” poiché non seguono in modo rigoroso gli insegnamenti del Profeta. Per quanto riguarda invece le rigide norme igieniche e comportamentali, esse derivano senza ombra di dubbio dalla pratica del nomadismo che impone uno stile di vita sobrio per poter sopravvivere diversi mesi con carenza di cibo e acqua. Gli Wodaabe si collocano a metà strada tra una “società fredda” e “una società calda”, parafrasando la celebre denominazione dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss (1952), il più importante esponente dello Strutturalismo, in quanto, pur avendo parzialmente superato una visione mitologica che riconduceva la causa degli eventi a fattori interni alla comunità, conservano tuttavia una visione immobile del tempo dove gli anni sono scanditi dalla transumanza e dalla vita di pastori.3 Successivamente ai relatori, dopo uno stimolante dibattito con il pubblico, ha preso la parola l’organizzatrice dell’evento, l’antropologa Maria Luisa Gutièrrez Ruis ricordando come gli incassi della vendita dei DVD del film saranno devoluti a una iniziativa di crowdfunding attivata dall’antropologo Francesco Sincich e finalizzata alla costruzione di una scuola in mattoni a Banganà, un primo grande passo per il riconoscimento da parte dell’autorità nigerina dell’importanza dell’istruzione per una tribù di allevatori nomadi come gli Wodaabe. Enrico Bernardini Bibliografia Aime M., Allovio S, Viazzo P.P. (2001), Sapersi muovere. Pastori transumanti di Roaschia, Booklet, Milano. Aime M. (2011), Rubare l'erba. Con i pastori lungo i sentieri della transumanza, Ponte alle Grazie, Firenze. Clifford J., Marcus G.E. (1986), Scrivere le culture. Poetiche e politiche dell’etnografia, Meltemi, Milano. Diamond, J. (2006), Armi, Acciaio, Malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 1300 anni, Einaudi, Torino. Geertz C. (1973), Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna, 1998. Lévi-Strauss C. (1952), Razza e Storia, Einaudi, Torino, 2002. Sitografia Lokkol 2 fb Ducale Newsletter Mattoni per una scuola (produzionidalbasso) TeTus Lab (DISFOR, Università degli Studi di Genova) 1 I testi che l’antropologo Marco Aime dedica al tema sono: Aime M., Allovio S, Viazzo P.P. (2001), Sapersi muovere. Pastori transumanti di Roaschia, Booklet, Milano e Aime M. (2011), Rubare l'erba. Con i pastori lungo i sentieri della transumanza, Ponte alle Grazie, Firenze. 2 Per un approfondimento si rimanda a Diamond, J. (2006), Armi, Acciaio, Malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 1300 anni, Einaudi, Torino. 3 Per un approfondimento rimando a Lévi-Strauss C. (1952), Razza e Storia, Einaudi, Torino, 2002. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21558 Anna Lanzetta. Contro la violenza, l’“educazione” La violenza contro le donne, indice di grettezza mentale, frutto di un pregiudizio endemico, mina le fondamenta della nostra società, che ama definirsi in progress. Le donne sono ancora vittime di una cultura arcaica che le espone a ogni sorta di violenza. Nata da una costola di Adamo, la donna è considerata subalterna all’uomo. Ha forse un’anima? È forse uno dei pilastri della società? Con tutti i mezzi è stata demolita la sua immagine, dimenticando che fu il grembo di una giovane donna ad accogliere il Redentore. Come definire la violenza contro le donne? Gelosia, vanità, presunzione, intolleranza, timore, idea di possesso? La violenza è un regresso sociale. L’educazione un tempo si basava sulla netta distinzione tra maschi e femmine e a scuola si insegnavano le attività domestiche separando così ruoli e funzioni. Nel tempo questa forma di educazione è cambiata e la donna è riuscita ad accedere allo studio, a ottenere il diritto di voto, a raggiungere ruoli sociali importanti, ma il pregiudizio permane. Nel lavoro, è sempre la donna ad essere licenziata per prima ed è sempre lei a percepire compensi più bassi. Se guardiamo indietro, poco è cambiato nella sua considerazione. In passato, la donna è stata definita: tentatrice, demonio, strega e quant’altro di negativo si possa immaginare, senza tener conto del matriarcato. La donna, nelle società antiche, è stata considerata sottomessa all’uomo ed è prevalsa l’immagine della donna-Penelope, simbolo di fedeltà, di onestà, di moglie, di madre e di angelo del focolare, termine che appagava il gusto maschile di segregazione, di controllo e di comodo. La donna ha lottato con coraggio anche a costo della vita, pur di liberarsi di questo cliché, ma è stata sempre e in varie forme esclusa. La donna sposata passava dal dominio paterno all’arbitrio del marito ed era esposta senza difesa a ogni sorta di violenza. Erano sempre gli altri a decidere della sua sorte e in caso di trasgressione era punita con la morte. Dante ce ne offre alcuni esempi e altri se ne traggono dall’antichità come Hipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata del IV-V secolo d.C., fatta a pezzi da uomini fanatici, forse monaci detti “paraboloni”, offesi e umiliati dalla sua cultura e dal potere che esercitava sulle folle, sperando di riscattare nell’orrore il proprio onore o in tempi recenti il caso della giovanissima Malala Yousufzai, l’attivista pakistana gravemente ferita alla testa e al collo dai Talebani per il suo impegno a promuovere l’istruzione femminile nel proprio Paese. Questa condizione ci induce a riflettere sul concetto di società evoluta per cui una società non può definirsi tale se non tratta tutti i suoi membri in modo paritario e se rende le donne ancora vittime. Le peggiori violenze sono quelle che si consumano tra le mura domestiche. Molte sono le iniziative messe in atto a favore delle donne. Le leggi e i centri di assistenza aiutano e invogliano le donne a denunciare gli aggressori, a superare la paura della ritorsione ma la diffidenza permane; è ancora limitato il numero delle donne che denunciano. L’uso della violenza in tutte le sfere sociali è un sistema di difesa, di potere e di controllo. La violenza sia fisica che psicologica e verbale tende a intimorire, a sottomettere, ad annientare, a indebolire la mente e la volontà della donna fino a toglierle la possibilità di avere opinioni, emozioni o reazioni. Non è facile mutare il volto della società ma il problema, segno di un degrado che si acuisce, chiama in causa tutta la comunità. Il numero di donne violentate e uccise è in aumento e se si pensa a quelle che vivono in silenzio il proprio dramma, ci si rende conto della gravità del problema che pertanto sollecita un impegno comune. La donna ha bisogno di recuperare, all’interno della società, la stima verso sé stessa e l’orgoglio di essere donna ma in questa battaglia, non deve essere lasciata sola. Si richiede un impegno politico vigile e forte che applichi le leggi in tempi celeri in tutte le circostanze. Ma la violenza è essenzialmente un fatto culturale per cui contro la violenza molto possono la famiglia e l’educazione. È in famiglia che si consumano le peggiori violenze di cui i figli sono testimoni. I bambini seguono i modelli con i quali convivono e ne ripetono i gesti: i maschi con la violenza iterata, le femmine subendola. La violenza genera violenza ed è questo l’aspetto più raccapricciante del problema. Sono sempre gli adulti a ledere i canoni dell’educazione offrendo di sé un’immagine negativa. Il problema riguarda tutti i ceti sociali, a dimostrazione di quanto la violenza sia insita nel vivere quotidiano. Lo strumento più efficace contro ogni forma di violenza è l’“educazione” affinché il “rispetto” e la “dignità” verso sé stessi e verso gli altri, diventino cardini del vivere civile. L’informazione è la base dell’educazione, il mezzo più idoneo per conoscere e abbattere il pregiudizio. Solo l’istruzione, con qualsiasi mezzo si impartisca, può aprire le menti alla riflessione e abbattere l’oscurità che ci sovrasta. È tra i banchi di scuola che si diffonde il sapere, si educa, ci si educa e si legittimano principi e regole. I soldi investiti in cultura sono i più fruttuosi perché solo una corretta formazione può porre le basi di una società civile. A scuola bisogna affrontare il problema della violenza in generale, comunque si manifesti, ma essenzialmente quella contro le donne che è un oltraggio all’umanità, un crimine che ci riporta allo stato ferino. È con gli studenti che bisogna parlare di questo male sociale fin da piccoli attraverso il dialogo, la comunicazione, l’ascolto, la creatività, il gioco ma essenzialmente attraverso la conoscenza di donne che hanno segnato pagine importanti della nostra storia. Non è facile scardinare i pregiudizi ma si può attraverso un insegnamento che, in tutte le discipline curriculari e non, associ alle figure maschili quelle femminili. Manca nella scuola una cultura al femminile, un’adeguata conoscenza della donna e del suo intercalarsi nella storia. Sono pochissimi, nei percorsi didattici, i nomi di donne che hanno operato nei vari campi dello scibile e che sono morte per una causa, un’ideologia o per il proprio pensiero. Solo il processo di formazione, coadiuvato dai mezzi di comunicazione e dalle immagini che ci funestano, può garantire una cultura che rifiuti la violenza come barbarie sociale. La società deve, per dovere e responsabilità, riflettere sullo stato presente e capire che solo se riprende il controllo delle proprie azioni in ogni ambito e solo se offre in ogni campo della vita associativa esempi di integrità e di rettitudine, potrà sperare in un mondo diverso, dove il “rispetto” e la “dignità” verso sé stessi e gli altri diventino gli strumenti più efficaci contro ogni forma di violenza per una società in grado di recuperare i suoi valori. Anna Lanzetta http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=61&cmd=v&id=21518 Stefano Bardi. Parole nell'oblio: Giovanni Gentile Il 25 aprile di ogni anno si festeggia un giorno importante per l’Italia, poiché in quel lontano giorno del 1945, grazie ai Partigiani e agli Alleati polacco-americani venne liberata e scarcerata, dalla tirannia e dalla dittatura Nazifascista. Un evento che mise fine al Fascismo Storico, alle sue ideologie, e ai suoi più illustri e grandi personaggi; e in questo mio articolo voglio ricordare un suo figlio più illustre e più grande, il quale di mestiere non faceva il dittatore o il manganellatore, bensì quello del Filosofo e del Ministero della Pubblica Istruzione. Di chi sto parlando allora cari amici, lettori, e compagni di vita? Del grande, illustre, e inimitabile Giovanni Gentile (Castelvetrano, 29 maggio 1875 - Firenze, 15 aprile 1944), che è ai giorni nostri dimenticato, disprezzato, e odiato. Una domanda viene spontanea a questo punto, ovvero, perché tutto questo astio, odio, e oscuramento mentale nei suoi confronti? Semplice, anzi semplicissimo cari amici e lettori, poiché il Giovanni Gentile aderì volutamente e fortemente, al Partito Nazionale Fascista (PNF), diventandone il suo massimo teorico e organizzatore culturale. Per Giovanni Gentile tutte le ombre della tradizione e della conoscenza umana possono risedere solo nell’intelletto; e inoltre esisteva solo ed esclusivamente il legame somiglianza-uguaglianza e pratica-teoria. La sua filosofia è definita come Filosofia dell’Attualismo o dell’Atto Puro. Un intelletto, che fu concepito dal Gentile come il reale e come l’intera verità. Filosofia come Teologia. Una filosofia, che si basava, sulla personalizzazione delle vicende esistenziali e sull’interiorità spirituale, la quale quest’ultima era vista e concepita, come la verità delle cose. Fra tutti i meriti filosofici che ebbe, quelli più importanti sono legati ai concetti di anima e intelletto, dove con il primo termine si intende l’azione pratica e con il secondo invece, si intende l’azione nell’azione. Inoltre, per Gentile, l’anima era l’assenza totale e più precisamente l’essenza irriproducibile e interminabile, nella sua personalizzazione totale; ed era concepita come Uno, con uguale senso sia nel campo psichico sia in quello gnoseologico sia in quello religioso. In poche parole, l’anima non è qualcosa che è stata creata in modo definitivo, ma qualcosa che deve ancora realizzarsi. Solo essa medesima però può crearsi, attraverso la comprensione di sé e del suo campo di azione. In poche parole, Gentile intese l’atto puro come il processo nel realizzare un’idea, sempre però considerando l’obiettività irreale (negazione), e l’obiettività materiale (attuazione). In poche parole e per concludere, l’idea è una privata deformazione e mutazione, ovvero, è un non essere e allo stesso tempo un esistere, che si ripiega su se medesimo oscurandosi come essere. Un punto fondamentale dell’intera sua filosofia, era quello della Religione, la quale si basava sulla logica Uomo-Dio in cui uno dei sue soggetti può esistere, solo ed esclusivamente, con la presenza e la cooperazione dell’altro; e inoltre, secondo Gentile, la Religione è la Chiesa. Una Religione che parla attraverso parole e termini chiave come Dio incarnato e divino, Dio che crea l’Uomo, Cristo, assoluzione e autonomia, Chiesa, verità rivelate, Regole ecclesiastiche, e Papa. Per Giovanni Gentile essere un cattolico, stava a significare, la prolungazione della sua esistenza nell’abissale privacy, della sua Famiglia, della Patria, e della Storia della filosofia italiana e occidentale. Un Dio che è indescrivibile e inintelligibile allo stesso tempo. Inoltre, per questo filosofo, la Fede non è solo la Fede di Dio, ma è la fede di Dio, poiché, è anche la Fede dell’uomo. Un altro e conclusivo punto fondamentale della sua filosofia religiosa, era costituito dalla concezione sugli Uomini, i quali erano visti come dei fratelli, che avevano fatto un compromesso fra di essi. Concludo sulla Religione gentiliana con l’analisi di due concetti simili, ma allo stesso tempo assai diversi, che sono quello di perpetuità e quello di immortalità. Il primo termine sta ad indicare, una specie di tempo dimidiato, che rispetta e schiavizza la verità, ma se possibile non sceglie di trascinarlo, nel magma esistenziale; e il secondo invece, sta ad indicare solo ed esclusivamente, un’essenza spirituale. Per riassumere, possiamo dire che la filosofia gentiliana si può racchiudere in tre momenti: 1) Attimo Soggettivo o dell’Arte: l’Arte è intesa come la singolarità subitanea dell’anima, l’attimo fondamentale dell’esistenza religiosa, e come l’universo dell’irreale. L’Arte è la figlia della Filosofia. Per Giovanni Gentile conoscere e apprendere, vuol dire digerire l’opera e personificarla, con le sue membra ed i suoi pensieri. Arte come attimo della soggettività anacronistica, che, se si realizza nell’intelletto, può diventare una locuzione; e anima come verginea, personale, e impronunciabile soggettività dell’essere umano. Anche il processo produttivo per Gentile era qualcosa di astratto, e più precisamente era una parte attiva del pensiero. In poche parole e per usare termini più semplici, l’Arte è intesa come un’autocoscienza, che si ciba con le sue stesse membra creando così un suo Mondo personale. In conclusione, l’Arte è la contemplazione della pura obiettività, dell’ideologia irreale dall’antitesi e del soggetto irreale dall’oggetto. 2) Attimo Oggettivo o della Fede: la Religione intesa come presentazione dell’Io nel non-Io, come negazione della propria soggettività, e come contemplazione della materialità, che è un insieme composto dalle ideologie sapienti e da quelle logiche. Ancora sulla Religione dobbiamo dire, poiché è vista dal filosofo siciliano come misticismo, ovvero, come un oscuramento dell’essere umano nella materialità e di conseguenza, l’essere di Dio è il non esistere come soggetto. In questa concezione rientra anche Dio, che è visto dal filosofo siciliano, come una cosa materiale del nostro spirito. Vita come eteroclisi e Sapienza come resurrezione. 3) Attimo Sommario o della Filosofia: il filosofo è colui che illustra, organizza, e unisce le energie astrali presenti nella nostra mente. La Filosofia è concepita dal Gentile come lo scheletro dell’identità dell’Universo e come unica, vera, e inimitabile istruzione pedagogica. Inoltre e in conclusione, il suo unico e principale scopo è quello di dare una logica alle profonde e oceaniche volontà dell’esistenza cosmico-umana. Parole queste da me spese, che sono e vogliono essere solo un omaggio a un grande intellettuale e filosofo italiano, senza nessuno scopo di Apologia del Fascismo e tantomeno, senza nessuno scopo di propaganda e aderenza a idee fasciste, come dimostra la trattazione prettamente filosofico-letteraria di questo mio articolo. Inoltre queste mie parole con forza, coraggio intellettuale, e senza paura vogliono arrivare alla riabilitazione e riscoperta di Gentile all'interno della cultura italiana. Spero in ultimo, che da queste mie parole, nascano e partano nuovi studi ed eventi, dedicati alla sua figura e al suo pensiero. Stefano Bardi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21498 Maria Lanciotti. La Cina nel cuore La passione per i libri e l’influenza che certi testi possono esercitare specialmente sui giovani lettori. Una bambina che nei primi anni ’70 si trova a leggere le opere di Pearl S. Buck e s’innamora della Cina del primo Novecento. Una terra lontana e sconosciuta eppure “familiare” se rapportata alla vita contadina che ancora resisteva nelle nostre campagne. Un percorso discontinuo di studi per apprendere la lingua e realizzare “il sogno della Cina”. Il sonno di primavera non conosce l'alba, ovunque si ode il canto degli uccelli. La notte ha portato pioggia e vento, quanti fiori saranno caduti? Meng Haoran, dinastia Tang Le prime gemme stanno sbocciando sui rami spogli. Il canto degli uccelli rallegra l’animo e porta ricordi di primavere lontane. Una bambina si sveglia all’alba e subito si affaccia alla finestrella che dà sui monti. Il sole che spunta dipinge il mondo di rosa. La rugiada brilla sull’erba e sulle ragnatele tessute durante la notte. La bambina scende a lavarsi al ruscello, osserva il gioco dei girini tra i ciottoli bianchi, poi risale verso la casa. È una casa povera ma solida. Fu costruita dagli avi, perché durasse nel tempo. Tutti coloro che l’hanno abitata ne hanno avuto cura e prima d’ogni inverno hanno controllato la tenuta del tetto, ripulito il camino, riparato crepe e intonacato le mura. La bambina indossa casacca e pantaloni larghi che ripiega fino al ginocchio, prende il cappello a cono di bambù e corre scalza nei campi dove i grandi sono già al lavoro. – Nonna, che guardi? – L’arrivo della primavera, venite a vedere. – E la nonna mostra dalla finestra il pesco in fiore. – Nonna, ci racconti una storia? – È la richiesta che i nipotini le fanno ogni giorno e sempre lei acconsente. – Oggi, bambini, vorrei sfogliare con voi il libro dei ricordi, seduti in giardino sotto il pesco. – Sì, sì, andiamo! I bimbetti corrono fuori, tirando per le maniche la nonna che stringe al petto un vecchio album di fotografie. Siedono in cerchio sotto l’albero che sembra una nuvola rosa e la brezza prende a soffiare tra le pagine, facendo scorrere le immagini. – Nonna, chi è questa bambina che corre nei campi? – Una bambina che aveva nel cuore la Cina. – Racconta, racconta! – Quella bambina amava i libri e le belle storie, tanto da calarsi spesso nei personaggi che più la rapivano; era stata Perla di Labuan durante le letture di Salgari, Michele Strogoff del romanzo di Verne, Jo di Piccole donne della Alcott. Quando s’immerse nelle storie narrate da Pearl Buck, cambiò nazionalità e colore di pelle. – Racconta, racconta! – La scrittrice statunitense, che trascorse l’infanzia e tanta parte della sua vita in Cina, parla nei suoi libri della condizione dei contadini cinesi agli inizi del ‘900, che la bambina trova per tanti aspetti simile alla vita contadina che si svolge nella campagna in cui vivono i suoi parenti. Il venticello gioca tra le pagine e mostra l’immagine della bambina che risale dalla sorgente con due secchielli colmi d’acqua, seguita dai grandi che a piedi nudi affrontano la salita ognuno col suo pesante carico, bidoni e secchi portati in testa o a spalla. – Perché sono scalzi? Perché camminano curvi? – A quel tempo la vita in campagna era molto dura. Il contadino andava scalzo per non sciupare le sue calzature, e l’acqua era un bene prezioso da procurarsi con fatica e usare con parsimonia. Si attingeva alla sorgente l’acqua per bere e cucinare, e alla cisterna per innaffiare le coltivazioni. E chi non aveva la sorgente nel suo terreno, doveva chiedere l’acqua al suo vicino o camminare a volte anche per un giorno intero per procurarsela altrove, se il favore gli veniva rifiutato. – Ma non si può negare l’acqua a chi non ne ha! – È vero, ma la miseria a volte inaridisce anche l’animo, così come la siccità inaridisce i campi. – I parenti della bambina permettevano agli altri di attingere alla loro sorgente? – Certamente. Erano persone buone, pronte a dividere ogni boccone, ogni sorso d’acqua, con chiunque ne avesse bisogno. Pronte anche a toglierselo di bocca, quel poco che avevano, se poteva servire a bambini e anziani. Scorrono le pagine dell’album, come nel torrente limpido della memoria scorrono i ricordi. Riappare la bambina, con le babbucce ricamate e il cappello a cono, che insegue i suoni e i canti della sua gente al lavoro. Il campo di mais diventa nella sua fantasia un’immensa risaia, affogata nella foschia e nel ronzio degli insetti. – E poi, e poi? – La bambina, crescendo, continuava nelle sue letture e sempre più si appassionava alla storia del popolo cinese: desiderava conoscerla a fondo, viverla, sentirsene parte. Da un vecchio lenzuolo bianco ricavò casacca e pantaloni, vi ricamò sopra con la lana nera di una calza sfilacciata il dragone cinese, simbolo di forza, e con le mani infilate nelle ampie maniche, scivolando a piccoli passetti, girava per la casa inchinandosi dinanzi ai suoi parenti, ma anche a personaggi immaginari, chiamandoli tutti ‘onolevoli’. – Giocava a fare la cinese? – Sì, pensava fosse un gioco, all’inizio lo credeva, ma poi… – Ma poi? – Poi capì che non era un gioco, lei… si ‘sentiva’ cinese! Anche da grande continuava a pensare alla Cina, trovando sempre nuovi punti d’incontro tra quella civiltà e quella europea. Ciò che leggeva – o rileggeva – nei libri di Pearl S. Buck, in particolare La buona terra, lo ritrovava osservando il mondo contadino dei suoi luoghi. Le stesse fatiche nel coltivare la terra e procurarsi l’acqua, l’importanza di ogni raccolto, il timore costante per i capricci del cielo osservato sempre con grande attenzione, la cura per la casa e i pochi oggetti indispensabili, la gerarchia familiare che al vertice poneva l’anziano cui spettava ogni riguardo, il culto degli antenati, i riti e le superstizioni. – E che fece la bambina che si sentiva cinese? – Volendo approfondire la conoscenza della civiltà che tanto l’affascinava, comprese che doveva impararne la scrittura e iniziò a studiarne i caratteri. – Andò alla scuola di cinese? – No, non subito. Allora la Cina era ancora una realtà lontana, di cui pochissimo si sapeva, che s’immaginava confinata nell’immobilismo della sua cultura millenaria. La ragazza… La nonna s’interrompe, nessuno l’ascolta. I tre bimbetti si rotolano nel prato giocando fra loro come gattini, e lei sorridendo tace. E ricorda. Si rivede, mentre traccia i primi segni di una scrittura fra le più complesse del mondo col pennello, l’inchiostro di china e la carta di riso, concentrata nel comporre il suo “codice segreto”. Capisce ben presto che la sua è una passione vera e non un’infatuazione passeggera. Ha bisogno di maestri. Prova a frequentare un corso di cinese, impara a scrivere ma non a parlare la lingua. Abbandona il corso ma continua a esercitarsi per suo conto nella scrittura. Per la prima volta, le giunge il suono della lingua amata. Si trova in un ristorante cinese nei pressi della stazione di Roma Laziali nei primi anni ’80. Il ragazzo – cinese di prima generazione – le consente di registrare la sua voce. Sarà lo stimolo per riprendere e proseguire lo studio della lingua. S’iscrive a un corso triennale presso l’Associazione Italia-Cina a Roma, apprende la lingua parlata mediante la ripetizione dei suoni, tanti esercizi come nella musica si fa solfeggio per imparare a leggere uno spartito; ma dovendo prepararsi all’esame di Maturità, e anche per altre circostanze che l’impegnano nel fermento di quegli anni, non completa il ciclo. Quel gruppo di studio partì per la Cina, e fu per lei un grande rammarico non farne parte. Inizia a lavorare in una grande azienda italiana, tra le prime a importare direttamente oggettistica cinese. Tutto cambia in pochi anni. Crolla l’idea di un popolo sterminato teso verso un sogno impossibile che porterà il Paese al disastro, e subentra il colosso che conquisterà in breve il mercato mondiale. Al di fuori del contesto nazionale le “formichine” lavorano sodo e in sordina e s’impongono ora in tutti i campi, compreso il settore della tecnologia e dell'informatica di cui si avvalgono anche per rendere fruibile ai cinesi e poi al resto del mondo la loro lingua. Fino a quel momento era infatti difficilissimo stampare o scrivere a macchina in cinese. Si pensava addirittura di sostituire gli ideogrammi con l’alfabeto latino, sembrava la sola strada possibile per sconfiggere l’analfabetismo, che era altissimo. Oggi la tecnologia rende possibile a tutti scrivere gli ideogrammi. Ma per quella bambina che aveva nel cuore la Cina, nulla cambia. Lei conserva l’idea romantica dell’antico impero, la terra dei fiori di pesco, La buona terra che mai tradisce. Diventata adulta, assume impegni di famiglia e di lavoro, lotta con le avversità della vita, diventa mamma. Ma nel suo angolo segreto continua a praticare lo studio e la scrittura degli ideogrammi, memorizzando il significato dei caratteri e interpretandone la particolare simbologia. Sempre con la Cina nel cuore, intende progredire nella conoscenza del cinese mandarino. S’informa sulle varie possibilità, ma si trova di fronte al dilemma di dover ricominciare daccapo o di affrontare un esame. In quel momento della sua vita non si sente in grado d’impegnarsi a fondo in una direzione o nell’altra. Rinuncia, momentaneamente. Verso la fine degli anni ’90 approda all’Upter (Università Popolare per la Terza Età) di Roma e s’inserisce nel corso di lingua cinese. Si stupisce: ricordava tutto di quanto aveva appreso in passato. Si studiava tanta letteratura, ma non erano previsti esami e non si parlava la lingua. Gli altri allievi erano tutti più grandi di lei, quasi tutti insegnanti in pensione che frequentavano il corso per passione. Non si aveva modo di parlare con persone cinesi ma neanche interessava. Si leggevano i classici, poesia antica cinese, si cercava d’imparare a memoria la poesia dell’epoca Tang, le frasi di Confucio: 学而时习之,不亦说乎? “Studiare e continuamente esercitarsi, non è dunque un piacere?” Anni intensi ma piano piano gli iscritti abbandonavano per motivi legati all’età e infine il corso non fu più attivato. Albano Laziale, 2014. Si svolgono corsi di cinese che consentono alla loro conclusione di affrontare i vari livelli degli esami per il rilascio della certificazione ufficiale per la lingua cinese, riconosciuta a livello internazionale. La bambina di un tempo, donna appagata e nonna felice, pensa – per la prima volta! – che sia arrivato il momento di sottoporsi agli esami. S’iscrive al secondo livello prefiggendosi, giunta al quarto livello, di partire con il suo gruppo di studio per la Cina. – Nonna, dormi? I bimbetti, accaldati e stanchi di giochi, scuotono dolcemente la nonna, che pare destarsi da un sogno. – Ricordavo. – Racconta, racconta! – C’era una piccola cinese che non parlava l’italiano e insegnava la sua lingua a una fanciulla italiana; un giorno le portò in regalo un fazzoletto di seta e la fanciulla le donò in cambio un libro di grammatica italiana in cinese, raro, che molto aveva faticato a trovare. E la piccola cinese le portò a sua volta, in una ciotolina, i ravioli che aveva fatto in casa… – E poi? – E poi credo di essermi addormentata… e di aver sognato che un gruppo di giovani cinesi era venuto a trovarci qui, a casa nostra, portando piatti della loro cucina e mangiavamo tutti insieme scambiandoci i cibi. Dopo eravamo andati fuori a giocare a pallone e quando tutti eravamo stanchi i nostri ospiti hanno preparato il loro thè, ce lo hanno offerto e mentre lo gustavamo hanno iniziato con leggerezza, quasi distrattamente, a giocare con i tovagliolini di carta, piegandoli abilmente e trasformandoli in tante piccole figure: uccelli, fiori di loto, cuoricini, stelline e rose. Ma… non mi ero addormentata e non sognavo, tutto è accaduto realmente, ricordate bambini? C’eravate anche voi! Incantati dal gioco del “piegare la carta” – 折纸 zhezhi –, curiosi di provare a farlo anche voi. Ricordi, piccolina, la rosa ‘origami’ che ti regalò quel ragazzo? – Sì, sì! Poi ti hanno invitata a mangiare a casa loro, mi racconti? – Provo a dirti: avevano allestito un banchetto con cibi assortiti, e tante ciotoline con salse e spezie particolari. Ho provato a mangiare alla loro maniera osservandoli e cercando di imitarli mentre prendevano con i bastoncini un boccone di carne, pesce o verdure, lo aggiungevano al riso nella ciotola che reggevano in mano e lo portavano alla bocca. Non mi era facile, essi sorridevano in quel loro modo discreto, quasi divertiti ma accorti a non farmi “perdere la faccia” – 丢面子 diu mianzi –; trovavano strano che non sapessi fare la cosa più semplice del mondo: mangiare educatamente con i bastoncini. Ho rischiato anche di offenderli, smettendo di mangiare quando ero sazia e non quando le ciotole erano tutte vuote. – Se non avevi più fame, perché dovevi ancora mangiare? – Nel loro Paese, per fare onore alla tavola e dimostrare che hai gradito l’invito, devi mangiare tutto. – È stato sempre quel giorno che un ragazzo ti ha aiutato a scegliere il tuo nome cinese? – Sì, è da quel giorno che ho il mio nome cinese: Lin Xi. La nonna ricorda. Le tornano alla mente poche righe nella prefazione del libro di Lu Xun (1881–1936) che così bene esprimono ciò che lei sentiva: “Questi miei racconti pensati in gioventù ma scritti e pubblicati solo in vecchiaia sono come quei fiori che raccolti la sera ancora conservano la rugiada e la freschezza del mattino”. Così com’era accaduto a lei per la lingua amata: sarebbe stato meglio se l’avesse studiata da giovane, ma era bello anche studiarla ora. 朝花夕拾 “Fiori del mattino raccolti la sera” il titolo di quel libro, e lei pensò che potesse essere il suo nome cinese. Il ragazzo le disse che non era adatto, però questa frase gli ricordava un nome secondo lui significativo, composto da due ideogrammi: 林 Foresta, uno dei cento antichi cognomi cinesi e 夕 Sera – 林 夕 Lin Xi – che sovrapposti formano: 梦 sogno. Il suo sogno della Cina. – Nonna, nonna, ci fai ascoltare quella canzone che ci piace tanto? quella che parla della luna e del cuore? – Va bene, rientriamo in casa e ascoltiamo il canto di Teresa Teng. 月亮代表我的心 La luna rappresenta il mio cuore. La musica familiare crea un clima di dolcezza e di serenità. Mentre i bambini riposano, lo sguardo della nonna si posa su un vecchio cappello a cono di foglie di granturco, quel cappello che in tante avventure, fughe e traslochi l’ha sempre accompagnata. Come il testimone che non si può perdere. E che certamente la seguirà anche quel giorno che prenderà l’aereo in partenza per la Cina. Non cercare abiti dai fili dorati ma afferra il momento della giovinezza. Puoi prendere il fiore al suo sbocciare Non aspettare di stringere uno stelo appassito. Du Qiu Niang, dinastia Tang Maria Lanciotti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21489 Foligno. A scuola di/coi social network Ti aspettiamo Sabato 16 settembre, alle ore 9:30, presso la Sala Rossa di Palazzo Trinci di Foligno per il seminario/laboratorio “A scuola di (con) i social network” Fabiana Cruciani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21478 Poesiabambina/ Tobia. Tuffi d'acqua L'acqua prorompe dal fiume immenso, “campionessa di tuffi”, così io la penso. Si affaccia sul ciglio della cascata dal salto nel vuoto già richiamata. Incerta nel passo giammai si presenta: spalanca le braccia e un bel balzo s'inventa. È libera e fiera alla conquista del fondo, padrona indiscussa del “liquido mondo”. Un grido di gioia è lo scroscio che sento, nell'aria trionfa l'energia del momento. Adesso rallenta, raggiunta la meta; nel mar di se stessa il suo corpo disseta. Poi alza lo sguardo su, al ciglio più in alto, dove altre sorelle preparano il salto. Tobia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21474 Primo giorno di scuola/ Tommaso. L'ultimo giorno d'estate Salutiamo su Tellusfolio l'avvio del nuovo anno scolastico con la poesia che un alunno che frequenterà la Quinta elementare ha mandato alla sua maestra al termine delle vacanze estive. (Red.) L'ultimo giorno d'estate L'estate è finita l'autunno è alle porte. Rimpiango il tempo passato a guardare le nuvole in un grande prato. Rimpiango anche il mare azzurro che non rivedrò più in questo autunno. Però son felice di riveder la mia cara maestra. E di riveder il paesaggio di un autunno passato. E spero di riassaggiar il profumo delle castagne di un autunno passato. Tommaso http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21470 Università. Buone notizie: niente tasse per i redditi più bassi|Il PD provinciale: “Riduzione delle tasse e riconoscimento del merito, un investimento sul futuro dei nostri giovani” Entra in vigore dal prossimo settembre quanto disposto nell’ultima legge di bilancio, approvata dal Governo Renzi, per quanto riguarda l’istruzione universitaria: tra le novità più rilevanti la riduzione o la cancellazione delle tasse universitarie per gli studenti appartenenti alle famiglie a basso reddito. «Da quest’anno verrà introdotta la “no-tax area” per tutte le matricole con un ISEE familiare inferiore ai 13mila euro: gli studenti i cui nuclei familiari rientrano in questa soglia non pagheranno più le tasse universitarie», ha spiegato Anna Delle Grazie, coordinatrice della Commissione Scuola del PD provinciale. «Insieme a questo provvedimento ci sarà anche una riduzione consistente delle tasse per tutti coloro che, rispettando determinati livelli di merito valutati con gli esami affrontati e superati per anno accademico, presentano un ISEE familiare inferiore ai 30mila euro. Gli studenti che ne possono beneficiare dovranno avere ottenuto, entro il 10 agosto, almeno 25 crediti formativi (10 il primo anno): si tratta di una misura che permetterà di garantire a molti ragazzi provenienti da famiglie meno agiate di iscriversi all’università». «Ora molti ragazzi e ragazze potranno affrontare con più sicurezza e tranquillità la scelta di iscriversi a un corso universitario», ha aggiunto Delle Grazie. «Questo risparmio è di particolare aiuto per gli studenti fuorisede – come tutti i valtellinesi e i valchiavennaschi – che hanno costi più elevati degli altri dovendo fare i conti con gli affitti e il costo della vita nelle città universitarie: proprio pensando a tutti gli studenti universitari della nostra provincia sarebbe auspicabile che le istituzioni locali aumentino gli incentivi e gli sgravi, a partire da sconti dedicati sugli abbonamenti dei mezzi di trasporto». «Le novità introdotte interesseranno già da quest’anno migliaia di studenti in tutta Italia: il risparmio medio che avrà ogni famiglia beneficiaria è stato stimato in circa 400-500 euro all’anno», ha dichiarato il senatore Mauro Del Barba. «Oltre agli studenti universitari, entra in vigore anche la cancellazione di tasse e contribuiti per gli iscritti ai corsi di dottorato che non usufruiscono di borse di studio. Le nuove regole saranno valide per tutti gli atenei pubblici: un passo importante nella lotta alle diseguaglianze sociali e nella promozione dell’equità nell’istruzione universitaria. C’è ancora molta strada da fare, ma finalmente anche in ambito universitario, passo dopo passo, si sta concretizzando l’impegno del Partito democratico e dei Governi Renzi e Gentiloni: un investimento sul futuro delle nuove generazioni e un sostegno al diritto allo studio per tutti». Partito democratico Sondrio Commissione Scuola http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=60&cmd=v&id=21445 Compiti delle vacanze/ Leonardo. I monti miei Sasso grigio che tocca il cielo sera di sole mattino di gelo acqua di ghiaccio per i mattini più freddi gocce di pioggia sugli alberelli. Sciami di api farfalle e bruchi rane e pesci dentro i buchi, serpenti lupi e scarafaggi aquile nibbi e gufi saggi volpi faine ancora bambine che saltano sassi e cadono in spine e casettine un po’ piccoline. Leonardo (in V el. per l’a.s. 2017-2018) Cosio Valtellino http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21443 Bolzano. Minerali clandestini|Bambini schiavi per costruire i nostri smartphone In occasione della visita a Bolzano del premio Nobel della Letteratura Wole Soyinka, verrà allestita, nei corridoi dell'Università, la mostra itinerante che racconta lo sfruttamento dell'Africa Verrà inaugurata lunedì 21 agosto alle ore 17 nel corridoio a piano terra della Libera Università di Bolzano la mostra che racconta lo sfruttamento dell'Africa e le condizioni di schiavitù in cui versano migliaia di bambini e giovani che lavorano nelle miniere in vari Paesi del continente nero. La mostra, promossa dal Centro per la pace, rientra nelle iniziative per celebrare la visita a Bolzano del grande scrittore e attivista nigeriano, premio Nobel della Letteratura, Wole Soyinka che parlerà nell'aula magna della Lub proprio lunedì alle ore 18 (si preannuncia un'aula al gran completo) subito dopo l'inaugurazione della mostra. “Minerali clandestini” è una mostra fotografica, ideata dall'associazione ChiAma l'Africa sullo sfruttamento dei minerali utilizzati nei principali prodotti tecnologici di largo consumo ed estratti e commercializzati illegalmente in Africa e nel mondo. La mostra prende spunto dalla campagna internazionale sulla tracciabilità dei minerali, avviata nel 2014, il cui obiettivo è la modifica della proposta di legge europea sulla tracciabilità di quattro minerali provenienti da zone di conflitto. Scopo della mostra è l’informare sullo sfruttamento delle ricchezze minerarie, causa di conflitti armati, violenze, povertà e migrazioni e il promuovere il senso civico e di cittadinanza, insieme a un consumo critico, delle apparecchiature tecnologiche. Dove l’estrazione e la prima lavorazione del minerali avvengono in condizioni disumane, utilizzando anche i bambini, senza nessuna garanzia e nello sfruttamento più totale dei lavoratori. Dove gruppi armati, finanziati da Stati e multinazionali, schiavizzano la popolazione. Dove, per mantenere posizioni di predominio economico, conflitti e guerre (ad alta o bassa intensità) mietono ogni giorno vittime innocenti, nella più totale indifferenza della politica; dove i minerali estratti vengono contrabbandati da uno Stato all’altro. E tutto in nome del profitto economico elevato a idolo che uccide le persone. La mostra si compone di un tappeto, di diciannove cartelloni di pvc, di due specchi e di grandi lettere mobili. Tutti gli elementi, ad eccezione degli specchi, sono posizionati a terra e sono calpestabili. Centro per la pace Bolzano centropacebz@gmail.com http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=125&cmd=v&id=21413 Morbegno. “Fiori e Paesaggi delle Alpi”|Mostra fotografica al Museo civico di Storia naturale Dal 5 al 27 agosto il Museo civico di Storia naturale dei Morbegno ospita, nella Sala “Perego”, la mostra fotografica “Fiori e Paesaggi delle Alpi” curata dai botanici Adriano Bernini e Augusto Pirola. 66 immagini fotografiche dei fiori e dei paesaggi più importanti e significativi della Catena Alpina, corredate da 7 pannelli didascalici che illustrano la ricchezza della flora alpina, le specie endemiche, la biologia delle piante alpine e la tipologia del paesaggio dei Sistemi Paesaggistici Alpini. Un’occasione per allargare lo sguardo su altre realtà alpine che, come quella della provincia di Sondrio, conservano uno scrigno di biodiversità disponibile a ogni visitatore attento e sensibile. (Grabriella Bianchi) L’ingresso è libero e gratuito http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=60&cmd=v&id=21392