News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Alberto Figliolia. Sandro Chia alla Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno Si può andare oltre l'Avanguardia? Domanda “viziosa”, provocatoria? C'è un'Avanguardia più Avanguardia, un'Avanguardia dell'Avanguardia, o di quel concetto esiste un (imprecisato) monopolio da parte di qualche privilegiato e “astuto” soggetto/movimento? E l'Avanguardia, foss'anche la più spinta, può forse fare a meno dei lasciti della Tradizione? Poi è arrivata la Transavanguardia: Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino e... Sandro Chia. A quest'ultimo dedica una ricca e magnifica mostra – come sempre, prezioso e intelligente è l'allestimento – la Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno. Come definire la pittura di questo maestro dell'arte contemporanea? “Narrazione onirica”, neoespressionismo, fauvismo monumentale, esistenzialismo panico? A ben vedere, le definizioni possono sprecarsi e ciascuna raccontare un pezzettino della composita ispirazione; nessuna etichetta o catalogazione è tuttavia bastevole a raccontare la ricerca e la parabola, non conclusa, di un artista così complesso e pure di impatto immediato: potente, vigoroso, eccentrico senza strafare, una fantasia che si nutre di corpi e colori senza indulgere in narcisistiche astruse astrazioni. Dal San Sebastiano (2003, Olio su tela, 224 x 244 cm, Collezione privata) – erotico e bucolico nella sua contemplativa sofferenza – all'ironicamente tempestoso Quante storie per un bacio (1979, Olio su tela, 180 x 220 cm, Collezione privata) – composto nel mentre dell'ascolto di una commedia alla radio –, dal verde Pastorello eccitato (1980, Olio su tela, 180 x 201 cm, Collezione D'Ercole-Roma) al drammatico Hand Game (1981, Tecnica mista su carta, 199 x 153 cm, Collezione D'Ercole-Roma) – ah la piccola mortale lama dell'uomo senza volto... nel dipanarsi di una storia tragicamente indefinita, in bilico: il cui esito? –, dal Courageous Boy with Flag (1982, Olio e tessuto su tela, 234 x 198 cm, Thomas Ammann Fine Art-Zurigo) – l'incommensurabile triplice sguardo! – all'impressionante fuoco di A A Alchemic Accident (1984, Olio su tela, 170 x 150 cm, Collezione privata), è un percorso meraviglioso, sia dal punto di vista dei sensi che da quello sentimentale. Spettacolari, fuori dalle più canoniche e convenzionali righe, commoventi i due bronzi di Offerta d'amore s.d. (rispettivamente 147 x 54 x 45 cm e 152 x 40 x 62 cm, Collezione privata), i grandi piedi su un terreno che non sai se solido o vacillante, una sola ala a reggere il peso: ne serve sempre un'altra...). Un'acuta citazione chagalliana s'intravede nel Mercante volante (1988, Olio su tela, 185 x 155 cm, Collezione privata), così come nella Melanconia del pittore (1999-2000, Olio su tela, 220 x 200 cm, Galleria Mazzoli-Modena) sembrerebbe esservi un richiamo ad Albrecht Dürer. Ed è bello anche perdersi in questo gioco di reinterpretazioni. Grottesco e delicato si rivela The Angel and his Pig (2006, Olio su tela, 170 x 150 cm, Collezione privata) – le ali dell'Annunciazione del Beato Angelico... E il felice spaesamento multivolto di See-Thru Trombone (2006, Olio su tela, 162 x 130 cm, Collezione privata) e di The Painter and His Son (2006, Olio su tela, 180 x 160 cm, Collezione privata)... Le opere, tutte di grande formato, sanno liberare un immenso afflato donando un'atmosfera immersiva a chi ne attraversa l'itinerario. La parola a Rudy Chiappini, direttore dei Musei della Città di Locarno: «La Transavanguardia teorizza un ritorno alla manualità, alla gioia del dipingere, restituisce alla tela, al pennello e ai colori il loro posto nell'arte della pittura. Ricerca, pur nella disarticolazione della forma, rivisitata fino a divenire espressione instabile dell'interiorità e della condizione esistenziale dell'uomo, il recupero critico del senso dell'universalità della storia attraverso la narrazione, attraverso il recupero di modalità esecutive e materiali tradizionali (legno, ferro e terra), a significare l'eternità e l'immutabilità delle forze che animano l'uomo e la sua vicenda. […] Sandro Chia assimila e sintetizza con avidità intellettuale sia la tradizione classica, Masaccio e Michelangelo in primis, sia l'eredità culturale delle avanguardie del '900, da Carrà a De Chirico ma anche Cézanne e Chagall. Nelle sue opere dà vita, in un gioco di rimandi e citazioni, a composizioni di grande respiro, di imponente consistenza volumetrica, dal cromatismo esasperato, dove maestose figure sospese in una dimensione spazio-temporale fuori dal mondo trasmettono il senso di un'esistenza in mutamento, che trova nella pittura i suoi riferimenti e i suoi punti fermi». Non sono usurpati gli aggettivi, per la pittura dell'artista nato a Firenze il 20 aprile 1946, opulento e immaginifico. E il suo “teatro della natura” assorbe la meditazione, mai ferma, sulla condizione umana: anche tragica, austera, ma piena e vitalistica. È, la sua, nel senso più ampio un'esuberante harmonia mundi. Alberto Figliolia Sandro Chia, a cura di Rudy Chiappini. Pinacoteca Comunale Casa Rusca, piazza Sant'Antonio, Locarno (CH). Fino al 6 gennaio 2019. Orari: mar-dom 10-12/14-17, lun chiuso. Ingresso: intero 12 CHF, ridotto 10 CHF, gratuito per le scuole e per gli studenti fino ai 16 anni. Prenotazioni: +41 (0)917563185. Info: tel. +41 (0)917563170; e-mail servizi.culturali@locarno.ch; siti Internet www.museocasarusca.ch, www.locarno.ch, www.facebook,com/Piancotecacasarusca, www.instagram.com/casarusca. Catalogo: Rudy Chiappini (a cura di), edito da Locarno-Pinacoteca Comunale Casa Rusca, 144 pp., ill. a colori, CHF 35. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22249 Successo a Limoges per il vernissage della mostra di René Bokoul, il “Picasso d’Africa” Genova Poesia annuncia con soddisfazione e orgoglio il grande successo del vernissage della mostra di René Bokoul “Berceu de la Civilisation” (“Culla della Civiltà”), che si è tenuto nel pomeriggio di venerdì 21 settembre 2018 presso la Galerie Obia di Limoges. «L’affluenza e l’interesse del pubblico sono stati formidabili», mi ha scritto René in una email, «e l’evento ha costituito una nuova importante occasione per sostenere la necessità di restituire al Congo i valori della civiltà e della democrazia, contro la dittatura del presidente Denis Sassou Nguesso». La mostra di Limoges è un’altra tappa del percorso artistico e umanitario del nostro amico René Bokoul, che nel suo paese, da cui fu costretto a fuggire nel 2006, per chiedere asilo politico nell’Unione europea, era conosciuto come “il Picasso d’Africa” e come fautore di pace e progresso in un mondo in preda alla follia del potere e delle armi. La mostra di Limoges si protrarrà fino al 13 ottobre. (Roberto Malini) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22253 “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano|Ri-lettura di Maria Lanciotti Ennio Flaiano nasce a Pescara nel 1910, ultimo di sette figli. A cinque anni viene mandato nelle Marche, a Camerino, presso una famiglia amica che si prende cura di lui per un paio d’anni, poi viene accolto in vari istituti finché, nel 1922, parte collegiale per Roma, dove diventa un pessimo studente. Arriva a stento alla facoltà di architettura, senza terminarla, preso dal servizio militare e dalle guerre alle quali viene chiamato a partecipare. Roma è la sua città, la gira di notte col poeta Cardarelli e Guglielmo Santangelo, “maestri di indignazione e di vita” come egli li definisce; conosce i primi scrittori, i primi artisti, i giovani che facevano la fame e le loro donne. Tutte esperienze che poi riverserà nelle sue opere. Esordisce nel giornalismo come critico cinematografico e teatrale. La sua attività di sceneggiatore inizia nel 1942 con Pastor Angelicus di Romolo Marcellini e continua parallelamente alla sua carriera di scrittore. Come narratore esordisce con il suo primo e unico romanzo Tempo di uccidere, vincitore del Premio Strega 1947, che s’ispira alla sua esperienza di sottotenente durante la Campagna d’Africa. Mentre i suoi articoli di critica, cronaca e costume proseguono senza interruzione sulle pagine dei più quotati giornali, Flaiano lavora per il cinema come autore di soggetti e sceneggiature per registi come De Sica, Antonioni, Blasetti, Fellini. Fra tanti titoli ricordiamo Ladri di biciclette, Roma città libera (1948), Guardie e ladri (1951), La Romana (1954), Peccato che sia una canaglia (1955), Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1960). Il sodalizio con Fellini – che inizia nel 1951 con Luci del varietà e si conclude con Giulietta degli spiriti (1965) – sarà intenso e fruttuoso. Flaiano collabora in totale a otto film di Fellini. L’ironia, lo sguardo lucido e impietoso del Flaiano si riverserà con eccezionali risultati in tante pellicole del regista riminese, da Lo sceicco bianco a I vitelloni, da La strada a Il Bidone, fino a quel capolavoro assoluto che è Otto e mezzo (1963). Oltre al suo unico romanzo, pubblica con Bompiani i due volumi di racconti e satira Diario notturno (1956) e Una e una notte (1959), cui seguono Il gioco e il massacro (1970, Premio Campiello). Per il teatro ha scritto La Donna nell’armadio, Il caso Papaleo e il tanto discusso Un marziano a Roma (1971). Tempo di uccidere, benché vincitore del Premio Strega, fu accolto tiepidamente dalla critica. Un critico scrisse che aspettava lo scrittore alla seconda prova (e lo sta ancora aspettando), un altro critico scrisse che il libro era “troppo leggibile” facendo, senza volerlo, il più grosso complimento che si possa fare a uno scrittore. Ma c’è da dire che si sta parlando del periodo a cavallo fra la letteratura diversionistica ed ermetica e il neorealismo, mentre il romanzo di Flaiano è un apologo della “sua” Africa, una sorta di favola con morale in cui narra la storia grottesca e bizzarra di un nostro ufficiale che non vorrebbe né uccidere né morire. Una storia che si svolge in 41 giorni in totale, che passa a fotogrammi come una pellicola cinematografica, che arriva dritta come una cronaca e ti porta nel luoghi della scena e dentro la situazione emotiva del protagonista. Sette capitoli di cui l’ultimo s’intitola Punti oscuri. Perché Flaiano non rinuncia in nessun caso a indagare il potere della casualità e i movimenti dell’animo umano, pur nella consapevolezza di una sfida perduta in partenza: «Come tutte le storie di questo mondo, anche la tua sfugge ad una indagine. A meno che non si voglia ammettere che le “disgraziate circostanze” ti seguivano, perché facevano parte della tua persona». Una serie di situazioni che vanno a infilarsi l’una nell’altra in un sottile gioco a incastro, simile a scatole cinesi. Un camion dell’esercito che si rovescia, un brutto mal di denti, quattro giorni concessi per trovare un dentista, l’altipiano oltre il fiume dove si trovano i depositi, il bivio nascosto da una carogna, la sosta al torrente, un incontro fatale, una bestia vagante nella notte, una pietra che devia il colpo, la paura. Insomma, una partita estrema dove tutto è affidato al caso. Nulla è certo, sembra voler dire il protagonista della vicenda, se non l’incertezza. Con questo libro straordinario, tradotto in tutte le lingue del mondo, Ennio Flaiano dimostra come si scrive un romanzo. Una narrazione ampia, complessa e avventurosa, fondata su temi sociali e ideologici, sullo studio dei costumi, dei caratteri e dei sentimenti, resa con un’avvincente mescolanza di stili e toni narrativi. Dal libro – quasi una sceneggiatura – è stata tratta nel 1989, 17 anni dopo la scomparsa di Flaiano, una versione per il cinema diretta da Giuliano Montaldo. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22240 Margherita Sarfatti. “Segni, colori e luci” a Milano|E al MART “Il Novecento Italiano nel mondo” Margherita Sarfatti (1880-1961), fu donna libera, intellettuale e politica, megafono e amante del duce, quindi, compromessa con il regime fascista, figura, quindi, che può far discutere ancor oggi, ma due mostre “autonome e complementari” al Mart di Rovereto, “Margherita Sarfatti. Il Novecento italiano nel mondo”, e al Museo del Novecento a Milano, “Margherita Sarfatti. Segni, colori e luci a Milano”, ne rileggono la figura intellettuale di prima donna critico d’arte in Europa e di promotrice di un sistema che ambiva all’affermazione internazionale della ricerca. Quella di Rovereto è una rassegna di indagine che parte dall’archivio Sarfatti acquisito pochi anni fa dal Mart, a cura di Daniela Ferrari. La mostra presenta questa colta, volitiva, intraprendente signora dell’arte che guida e condiziona sino all’inizio degli anni Trenta le scelte culturali del regime. Sarfatti veneziana, ebrea, sostenitrice dell’emancipazione femminile, Sarfatti s’infatua del “rivoluzionario” Benito Mussolini ancora socialista. «Ma poi diventerà per il nascente regime fascista la promotrice di una nuova visione della cultura, che per lei è espressione politica, ma mai subalterna al pensiero politico», spiega Danka Giacon, che con Anna Maria Montaldo cura la rassegna di Milano, allestita da Mario Bellini. Sarfatti “lancia” nel 1922 il movimento artistico Novecento, incarnato inizialmente dal Gruppo dei sette (Bucci, Funi, Dudreville, Malerba, Oppi, Marussig, Sironi), proponendo un modello di ritorno all’ordine che guarda alla grande tradizione, da Giotto al Rinascimento. Sarfatti lo definisce con il perfetto ossimoro di “moderna classicità” per una rigenerazione dell’arte italiana. Ecco ad esempio Ubaldo Oppi con Nudo alla finestra del 1926, dallo schema compositivo di impronta quattrocentesca, come “pierfrancescana” è Hena Rigotti di Felice Casorati, dal realismo asciutto e metafisico, o Rosa Rodrigo (La bella), dagli accenti sofisticati ancora déco di Anselmo Bucci, fino alle severe architetture dei Paesaggi urbani di Mario Sironi, in una ritrovata capacità di dipingere forme compiute dopo le scomposizioni delle avanguardie. La rassegna del Mart mette in luce il marchio di qualità impresso da Sarfatti nella promozione dell’arte italiana all’estero attraverso mostre e conferenze realizzate in tutto il mondo, dalle prime a Parigi nel 1926 a Helsinki, alle ultime a Praga nel 1932. Incentrata sulla Milano degli anni Dieci e Venti, la rassegna al museo milanese del Novecento è dedicata alla politica cultural-giornalistica di Sarfatti e alla sua attività di promotrice di grandi mostre come quelle del 1926 e del 1929 alla Permanente, con artisti come Borra, Bucci, De Chirico, Dudreville, Funi, Malerba, Sironi e Wildt, spiriti eterogenei, ma legati dal carisma di Sarfatti. Non più svalutato come arte di regime, oggi il movimento di Novecento mostra collegamenti e affinità con quel rappel à l’ordre che percorse tutta l’Europa, da Picasso a Matisse, dalla Nuova oggettività tedesca a Carrà, per riscoprire la tradizione come aspetto essenziale della modernità. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22233 René Bokoul in mostra a Limoges: le radici africane dell’arte|di Roberto Malini Venerdì 21 settembre 2018 si terrà presso la Galerie Obia di Limoges (Francia) il vernissage della nuova mostra di René Bokoul: “Berceu de la Civilisation” (“Culla della Civiltà”). Nato a Brazzaville nel 1973 e dotato di un formidabile talento artistico, René Bokoul divenne in giovane età uno dei più importanti esponenti della scuola di Poto Poto. Nel Congo dilaniato dalla Grande Guerra Africana la sua pittura, che regalava continue e geniali innovazioni alle tradizioni dell’arte d'Africa, rappresentava i valori della pace, dell’equilibrio fra umanità e natura, del diritto alla libertà così spesso negato ai popoli. Nel 2011 ho avuto il piacere e l’onore di curare a Milano, presso la Casa delle culture del mondo, la retrospettiva “Visioni dal Continente Dimenticato”, proponendo per la prima volta in Europa la produzione di un protagonista dell’arte contemporanea, che spero ottenga il ruolo che merita in una storia dell’arte che non si è ancora liberata da una visione eurocentrica. La recente mostra che l’artista ha tenuto ad Angoulême, presso lo Spazio Louis Aragon, a sostegno del generale Jean Marie Michel Mokoko – candidato che vinse le elezioni presidenziali anticipate del 20 marzo 2016, arrestato arbitrariamente dal regime di Brazzaville – ha sollevato un dibattito internazionale sull’importanza di denunciare i regimi che negano il valore della libertà, per difendere la civiltà, la democrazia, il diritto. Con la mostra “Berceu de la Civilisation” René Bokoul ci invita ancora una volta a riflettere sulle radici africane della civiltà. L’Africa è universalmente considerata una culla di civiltà, uno dei luoghi in cui ebbe inizio l’epopea degli esseri umani, che divennero tali sviluppando ragione e creatività, imparando a lavorare insieme, a trasformare la terra, a creare insediamenti, a tramandare le intuizioni del pensiero. L’Occidente ha ancora oggi una visione distorta della cultura africana, relegandola spesso a fenomeno periferico e interpretandola attraverso informazioni e opinioni concepite da popoli esterni al continente: i Greci, i Romani, gli Arabi e i colonizzatori europei. La pittura di René Bokoul ci consente di riscoprire la forza, la bellezza e la poetica di un immaginario che appartiene all’umanità perché non ne rinnega le origini e non è mai in conflitto con l’ambiente e la comunità degli esseri umani. La mostra si concluderà il 13 ottobre. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22229 Valchiavenna. Assemblea del Centro di studi storici al Vertemate a Piuro Un evento eccezionale l’assemblea del Centro di studi storici valchiavennaschi, che quest’anno, nel 400° anniversario della frana di Piuro, è stata organizzata nel cinquecentesco palazzo Vertemate Franchi di Prosto, con la partecipazione di oltre 150 soci. Un’occasione per rivivere la storia di Piuro con una serie di sei relazioni tenute da componenti del consiglio direttivo: da Marino Balatti a Germano Caccamo, da Paolo Rotticci a Guglielmo Scaramellini, da Guido Scaramellini a Giordano Sterlocchi. In precedenza il presidente Guido Scaramellini ha ripercorso l’attività dello scorso anno con la pubblicazione del Clavenna n. 56 e del n. 25 della Rassegna storica sulla valle, riguardante “I sei Porti dello Spluga e del San Bernardino” di Gian Primo Falappi, Guglielmo Scaramellini e Giordano Sterlocchi. Ha inoltre parlato delle visite guidate, che continuano ad avere notevole successo tra i soci e non (le prossime saranno l’8 settembre ad Avero in val San Giacomo e a san Giacomo vecchio a Livo alle spalle di Gravedona). Quanto ai restauri, sono in corso quelli al ritratto di Aldo Carpi del poeta Bertacchi e dell’affresco di Madonna a Lirone. È quindi stato illustrato il programma per l’anno prossimo, in cui il Centro di studi storici festeggerà il 60° di attività. Sono seguiti il ricordo dei soci defunti, l’approvazione dei bilanci consuntivo e preventivo, illustrati dal segretario Cristian Copes, e la votazione per il rinnovo del consiglio direttivo per i prossimi tre anni, che è stato confermato. I soci, divisi in gruppi, sono poi stati guidati dai consiglieri alla visita del palazzo e pertinenze. Dopo l’ottimo pranzo all’Aqua Fracta, i soci hanno visitato, con la guida del presidente, il campanile di Sant’Abbondio nella Valledrana, già esistente al tempo della frana, la chiesa di Sant’Abbondio con il Museo di Piuro, le cascate dell’Acquafraggia, il Centro multimediale Info-Point con l’esposizione del centinaio di monete trovate nel 1988 e con l’esposizione delle stampe su Piuro a cura di Guido Scaramellini e Oscar Sceffer, e il complesso di Belfòort, accompagnati da Gianni Lisignoli e dal sindaco Omar Iacomella. Un’intensa giornata di storia e arte, particolarmente apprezzata dai partecipanti, che hanno assistito all’assemblea nel salone di Giove e Mercurio e, in contemporanea, nell’annesso corridoio, grazie a un grande schermo. (g.s.) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22227 Maria Paola Forlani. “Impressioniste” di Martina Corgnati|Berthe Morisot, Eva Gonzalés, Marie Bracquemond, Mary Cassat Martina Corgnati Impressioniste Berthe Morisot, Eva Gonzalés, Marie Bracquemond, Marry Cassat Nomos Edizione, 2018, pp. 216, € 19,90 Nella prospettiva dell’esperienza artistica la domanda a cui la filosofia e la politica femministe o di genere hanno dato molte e contrastanti risposte si presenta allora in termini semplici ed essenziali: che cosa significa essere una donna? C’è davvero una rivelante peculiarità esistenziale, naturale, pre-sociale, nell’essere gettati in un destino femminile? Se è vero che si diventa donne in situazioni in cui sono in gioco la differenza sessuale e quella culturale, resta da vedere quale sia lo specifico contenuto di questa attivazione. Che cosa sono e penso al momento in cui comprendo il mio essere femminile insieme all’essere uguali e differenti di altre donne e altri uomini. Che cosa sono quando cerco di fare arte, filosofia, politica, letteratura, musica, sapendo di dovermi misurare con le specifiche difficoltà che riguardano ogni donna nell’arte, in filosofia, in politica…? Credo che la risposta sia fondamentalmente una sola: una donna è quel che sarebbe in un mondo in cui le donne non sarebbero discriminate, assoggettate, offese. Noi troviamo il femminile, nel senso proprio, solo nel momento in cui cerchiamo di immaginare un mondo in cui le donne, in ogni campo e luogo, avrebbero il normale diritto di essere ascoltate. Solo in relazione a questo mondo possibile esistono politicamente soggetti femminili; solo questo mondo, che l’arte può già costruire immaginativamente, e che ha già in parte iniziato a costruire, è il termine di confronto ideale. L’indagine che Martina Corgnati ha dedicato a Berth Morisot, Eva Gonzalés, Marie Bracquemond e Marry Cassatt nel libro Impressioniste è, sì, uno studio approfondito della vicenda artistica e umana delle quattro artiste ma è, anche, un’analisi storica e sociologica della società duramente maschilista in cui dovettero farsi largo, in una Parigi che nell’ultimo ‘800 era la capitale culturale del mondo intero, ma dove l’accesso alle Accademie di Belle Arti restò vietato fino al 1897. Le quattro artiste, dotatissime, dovettero perciò sfoderare una grinta non comune per far riconoscere il proprio talento dalla critica e dal pubblico: non solo erano donne, ma si accompagnavano al gruppetto rivoltoso e “dissoluto” degli impressionisti, loro per primi mal digeriti dalla buona società e quindi dal collezionismo. Durante un’asta, Berthe Morisot si prese persino della ‘sgualdrina’ ma non si lasciò fermare. E così fecero le altre, salvo la infelice Marie Bracquermond (1840-1916), moglie del famoso incisore Félix Bracquemond, che fu presente a divere mostre degli impressionisti ma fu poi vittima dell’autoritario consorte, molto meno avanzato di lei in fatto di pittura. Così, a 47 anni soltanto decise di ritirarsi: per «gestire la casa», scriverà il figlio. Eppure, persino Ingres, che alle artiste concedeva al massimo di praticare generi “minori”, quando vide i disegni della giovane Marie, si ricredette. Rinunciando alla pittura, Marie consegnò il suo nome all’oblio, mentre fu la morte precoce a far presto dimenticare Eva Gonzalés (1840-1883), figlia di un illustre letterato francese di origine spagnola e di una musicista rinomata, cresciuta fra le ottime frequentazioni culturali dei genitori, che fu l’unica “allieva” del chiacchierato Eduard Manet. Dopo essersi guadagnata premi e riconoscimenti, Eva morì per le conseguenze del parto, a nemmeno una settimana del suo maestro. E il suo nome scomparve. Più fortunate, invece, furono Berthe Morisot e Marry Cassatt. Nata a Bourges Marie Pauline il 1841, Berthe è la terza figlia del prefetto Tiburce Morisot e di Marie-Joséphine Thomas. Nel 1848 la famiglia si trasferisce a Parigi dove Berthe, su consiglio di Rossini, amico di famiglia, viene educata alla musica insieme alla sorella Yves. I genitori tengono particolarmente all’istruzione delle figlie che ben presto seguiranno anche lezioni di disegno e pittura. Dopo aver frequentato i corsi di Chocarne e Guichard ed essersi esercitata sulla copia dei capolavori del Louvre, Berthe e Edma diventano allieve di Camille Cotot, famoso paesaggista. La lezione di Corrot si rivelerà assai preziosa per la formazione stilistica di Berthe. Anche grazie all’appoggio del suo nuovo maestro, Oudinot, la pittrice riesce ad esporre al Salon del 1865, dove ha inviato due tele. Il suo futuro sembra pieno di promesse finché, nel 1868, Berthe fa un incontro che si rivelerà fatale per la sua carriera: le viene presentato Eduard Manet, uno dei pittori più contestati e scandalosi della Parigi del tempo. Tra i due si stabilisce subito una grande intesa. Berthe posa come modella per alcuni capolavori dell’amico, lui le insegna molto, pur senza mai diventare ufficialmente il suo maestro. Attraverso Manet, conosce un gruppo di pittori all’avanguardia: Edgar Degas, Claude Monet, Auguste Renoir, Alfred Sisley… Con loro Berth intraprenderà una strada difficile: quella dell’Impressionismo. Nonostante il parere contrario di Manet, espone con loro nella celebre mostra allestita nel vecchio atelier di Nadar in Boulevard des Capucines. Siamo nel 1874: l’Impressionismo muove i suoi primi passi e si guadagna le prime feroci critiche dal pubblico e dalla critica ufficiale, soprattutto, Berthe che allieva di Manet e associata agli impressionisti offre una pessima presentazione per una donna che desidera far successo nel campo dell’arte. Ma, nonostante le preoccupazioni della madre, Berthe è risoluta e non sembra avere ripensamenti. Il suo ruolo nel gruppo è tutt’altro che marginale: sarà lei a preoccuparsi dell’organizzazione di alcune esposizioni e ad apportare interessanti novità pittoriche. Berthe nel 1874 sposerà Eugéne, fratello del suo mentore Eduard Manet. Dall’unione nascerà una figlia, Julie, più volte ritratta dalla pittrice: dopo la morte del padre, sarà il poeta Stéphane Mallarmé a occuparsi di lei come tutore. Da tempo cagionevole di salute, Berthe muore nel 1895. Verrà sepolta al cimitero Passy, nella tomba della famiglia Manet. L’anno successivo Mallarmé, Degas, Monet e Renoir organizzarono una sua personale presso la Gallerie Durand-Ruel. L’americana Mary Cassatt nasce ad Allegheny City, oggi parte di Pistsburg, in Pennsylvania nel 1844. Figlia di una famiglia agiata residente a Philadelphia. Mary sogna di diventare artista e, nonostante il parere fermamente contrario del padre, a sedici anni si iscrive alla Pennsylvania Accademy of the Fine Art. Dopo aver girato l’Europa da sola, si stabilisce a Parigi dove entra nell’atelier di Chaplin, molto frequentato dalle donne artiste. Ma sarà l’incontro con Edgar Degas a cambiare il corso della sua formazione artistica. Sarà lui a introdurla negli ambienti più all’avanguardia della città e a presentarle i pittori del gruppo impressionista. Quando nel 1890 l’Ecole des Beaux-Art allestisce una grande mostra dedicata alle stampe giapponesi. Mary e la sua collega Berthe Morisot si precipitarono a visitarla e su di loro fecero un effetto dirompente. Da allora lo stile di Mary sposerà la lezione di Degas alla stilizzazione delle stampe giapponesi, creando capolavori di straordinaria originalità. Nel 1911 gravi problemi agli occhi le impediranno di lavorare per sempre. Morirà quindici anni dopo nel 1926, a ottantadue anni, a Château de Beaufresne, in Francia. Mary Cassatt gioca un ruolo fondamentale nella diffusione dell’impressionismo negli Stati Uniti: il pubblico americano apprezza molto la pittrice e ne riconosce i meriti, considerandola uno dei principali rappresentanti del nuovo stile importato dalla Francia. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22226 Giuseppina Rando. L’ignoto fascino delle piccole cose|A libro aperto: pensieri peregrini a sera… - 14 Siamo sempre alla ricerca del quid che ci manca e che riteniamo molto lontano, mentre basta prestare un po’ di attenzione a ciò che ci circonda per scoprire che proprio ciò a cui aneliamo, ci sta accanto. «…basta metterci un po’ di buona volontà, far tacere il rumore intorno, aprire gli occhi e vedere la propria buona stella. Le persone non credono più alla loro buona stella, ed è un peccato. Si sbagliano, non c’è dubbio: lei c’è per tutti, bisogna solo prendersi la briga di cercarla. A volte brilla dentro alle piccole cose, cose minuscole. In una presenza, per esempio. Al mondo siamo in sette miliardi, eppure, per una sorta di miracolo, basta una voce, un cuore, un certo modo di vedere le cose per illuminare tutto di colpo. Ho conosciuto alcune persone speciali che brillavano persino quando nessuno le vedeva».1 E il poeta russo Sergej Esénin (1895-1925) suicida a soli trenta anni scrive: «…Se il nostro destino è segnato dalla sofferenza, è pur vero che abbiamo il diritto di sorridere per le piccole cose…».2 Un’Esistenza cupa quella di Sergej che fu trovato impiccato nella stanza numero 5 dell'Hotel Angleterre di San Pietroburgo - allora Leningrado. Una morte ambigua, che ancora adesso non si sa con certezza se considerare suicidio o una messinscena della GPU, la polizia segreta del regime sovietico. Pure il poeta sapeva “sorridere per le piccole cose” e trovava nella semplicità, tanta pace. Alla sua memoria, altra inquieta poetessa russa, Marina Cvtaeva (1892-1941), scrisse: ...E non pietà – poco ha vissuto e non amarezza – poco ha dato – molto ha vissuto – chi nei nostri giorni ha vissuto, tutto ha dato - –chi un canto ha dato. Anche un semplice canto può dare tanto o tutto, toccare il cuore e godere per il volo di un uccello o il mormorio di un ruscello. Nella semplicità si può trovare la vera pace, nella quotidianità si può trovare l’energia necessaria per continuare a vivere. (g.r.) Giuseppina Rando 1 Caroline Vermalle, La felicità delle piccole cose, Feltrinelli, 2014 2 Cfr. Nicola Gardini (a cura di), Il senso del desiderio, Crocetti editore, 2001 http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22220 Echi dall’antichità. Carl Burckhardt (1878-1923)|Uno scultore tra Basilea, Roma e Ligornetto Imponente è la Venere che non sai se è in posa o nell'atto di incedere verso di te che la osservi. Solennemente sensuale, di possente grazia, a suo modo anticanonica (anche se la sua ieratica opulenza sarebbe stata perfetta per i canoni del XIX secolo). Di tre colori è quest'Afrodite di marmo: bianchi i piedi, il torso, le braccia, il volto; nero ciò che le avvolge le gambe; rossa la chioma. 191 x 63 x 69 cm sono le sue misure, e porta bene i suoi 110 anni, essendo un'opera iniziata dal suo artefice, Carl Burckhardt, nel 1908. Provvista della stessa classica forza è l'Amazzone che conduce un cavallo (1921-23, gesso, modello originale, h. 231 cm, plinto 230 x 70 cm), anch'essa immane eppur dinamica. Ma Burckhardt era scultore capace di stupire, cogliendo anche le istanze dell'arte maggiormente proiettate verso il futuro e sapendo mediare fra tradizione e avanguardia (senza trascurare l'attenzione al primitivismo), così come è palese nella Wiese (1915-18, studio parziale, gesso dipinto, h. 51 cm), un busto (un nudo) materico e, insieme, di rara astrazione, le mani a congiungersi sul capo creando una magica ellisse, carica di eros, per sfumare in un meraviglioso gioco di pieni e di vuoti, di chiaro e di buio. “Senza incorrere nell’autoreferenzialità o nella piatta imitazione di opere altrui, partecipa in maniera personale agli albori del cubismo, il movimento artistico europeo più creativo di quel momento” (Georg Schmidt). Allo scultore nativo di Lindau (1878-1923) – con vari importanti anni di formazione e di attività trascorsi in Italia (Roma, Anzio, Napoli, Capri prima, Forte dei Marmi e Firenze poi) – dedica sino al 28 ottobre 2018 un'importante mostra, Echi dall'antichità-Carl Burckhardt, il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto (Mendrisio-CH). Il Museo Vela – che è un magnifico crocevia culturale in territorio elvetico (a brevissima distanza dall'Italia), e in uno splendido scenario naturalistico – ospita ben 120 opere di Burckhardt, la cui vita fu molto breve, ma per nostra fortuna assai feconda. Se è vero che grande materia d'ispirazione per questo maestro della scultura fu la mitologia classica, con le sue innumerevoli e affascinanti figure – anche nel loro tasso d'inquieta ambiguità – altrettanto vero, come detto, è che l'interpretazione che egli ne diede e fece seppe andare oltre uno sterile calco. Non finirà mai d'incantare il Danzatore, preziosissimo bronzo del 1921-22 (bronzo, 163,5 x 87 x 62 cm): estatico, voluttuoso quasi con prepotenza (vedi il particolare dei capezzoli irti, in una sorta di eccitazione dionisiaca) ma, nel contempo, delicatissimo, fissato in un attimo eterno. Non mancano peraltro disegni e dipinti di Burckhardt a celebrarne il complesso e versatile talento, oltre che testimonianza della sua genesi creativa e dei moti d'ispirazione. L'esposizione dedicata a Carl Burckhardt sarà presentata, sebbene in forma più circoscritta, anche al Kunstmuseum di Basilea dall'1 dicembre 2018 sino al 31 marzo 2019. Un omaggio che quest'ultima città vuole recare a un artista che a lungo la scelse per lo svolgimento della propria carriera e di cui rimasero significative opere in edifici civili o religiosi. Anche se fu proprio a Ligornetto – dove si era ritirato, dato il clima salubre, per trarre un giovamento alla sua cagionevole salute – che lo scultore realizzò le opere della maturità. E Ligornetto lo riporta ora, meritoriamente, alla memoria dei contemporanei (non solo svizzeri o germanofoni). Ben scrive Tiziana Conte: “A differenza degli scultori neoclassici dell’Ottocento, vincolati agli stili e alle forme dell’antichità, Burckhardt rielabora i soggetti in una chiave del tutto originale. La sua arte è tesa a creare un moderno senza tempo o, per dirla con parole sue, «qualcosa di appena nato», di «attuale, di appena sbocciato che non ha passato». Nell’arco della sua produzione, la forma naturale si traduce in una più semplice forma spaziale: in un progressivo processo di liberazione e purificazione, Burckhardt si concentra sulla forma plastica, elaborandone una sintesi personale. Di questa evoluzione daranno conto in modo compiuto le numerose opere in mostra. L’influenza sul giovane Burckhardt di maestri come Klinger, Maillol, Rodin, von Hildebrand o Marées si riflette in creazioni come il primo gruppo di Zeus e Amore, con la sua imitazione quasi palpabile della natura. L’artista si orienta poi verso un approccio pittorico al modellato che dalle stilizzazioni della Venere o delle metope del Kunsthaus perviene alle forme cubiche delle sculture del Reno e della Wiese, per approdare infine a figure che dominano dinamicamente lo spazio come l’Amazzone e il San Giorgio”. L'omonimo catalogo (in edizione bilingue: italiano e tedesco), curato da Gianna A. Mina e Tomas Lochman, che ne sono anche autori insieme con Felix Ackermann, Peter Suter, Rudolf Suter e Marc-Joachim Wasmer, è pubblicato dal Museo Vincenzo Vela in collaborazione con la casa editrice Christoph Merian Verlag di Basilea. Alberto Figliolia Echi dall’antichità. Carl Burckhardt (1878-1923). Uno scultore tra Basilea, Roma e Ligornetto, a cura di Gianna A. Mina e Tomas Lochman. Sino al 28 ottobre 2018. Museo Vincenzo Vela, Largo Vela, Ligornetto-Mendrisio (CH). Orario: giugno-settembre, ma-do 10.00-18.00; ottobre, ma-do 10:00-17:00; tutte le domeniche 10:00-18:00, chiuso lunedì. Info: T +41 58 481 30 44/40; e-mail museo.vela@bak.admin.ch; sito Internet www.bundesmuseen.ch/museo_vela/index.html?lang=it. Costo: CHF 12.-/ridotto CHF 8.- Programma di eventi collaterali Domenica 9 settembre, ore 10:30, Dietro le quinte. Il Museo Vincenzo Vela, in occasione della Giornata dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, propone un incontro con il restauratore Pierre Jaccard che ha curato il restauro dell’opera il Danzatore (1921). Ore 14:30 e 15:30: la SSAS-Società di storia dell’arte in Svizzera propone delle visite guidate a cura di Valeria Frei (tedesco e italiano, a seconda della richiesta) e Valérie Clerc (francese). È gradita l’iscrizione all’indirizzo: frei@gsk.ch. Ore 14:30–16:00: sarà possibile accedere ai ricchi depositi del Museo in piccoli gruppi guidati. Domenica 30 settembre, ore 11:00, Il Danzatore (1921) e il Danzatore (1990). Alex Landa Aguirre, giovane danzatore residente a Ginevra, si confronterà con il Danzatore (1921) di Carl Burckhardt, che l’artista ideò a Ligornetto. In collaborazione con Laban Event. Entrata CHF 15.-/ridotti 10.- (studenti, apprendisti, AVS/AI). Domenica 7 ottobre, ore 17:30, Vein Trio in concerto (Michael Arbenz, pianoforte, Thomas Lähns, contrabasso, Florian Arbenz, batteria). In collaborazione con Rete Due-“Tra jazz e nuove musiche”. Entrata CHF 20.-/ridotti 15.- (studenti, apprendisti, AVS/AI, membri club Rete Due). Domenica 28 ottobre, ore 11:00, concerto di Monica Trini, soprano, e Lorenza Pollini, arpa. Entrata CHF 20.-/ ridotti15.- (studenti, apprendisti, AVS/AI). http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22214 Man Ray. Wonderful vision Oltre cento immagini fotografiche di Man Ray, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, esposizione promossa dai Musei Civici, a cura di Elio Grazioli e prodotta da Opera-Civita, aperta fino al 7 ottobre, (catalogo Sillabe), consente agli spettatori di rileggere il lavoro fotografico di uno dei più significativi artisti del XX secolo. Man Ray, nato Emmanuel Radnitzky (Filadelfia, 27 agosto 1890 – Parigi, 18 novembre 1976), è stato un pittore, fotografo e grafico statunitense del Dadaismo. Pur essendo un pittore, fabbricante di oggetti e autore di film d’avanguardia (Le retour à la raison, 1923; Anémic Cinéma con Marchel Duchamp, 1925; Emak-bakia, 1926; L’étoile de mer, 1928; Le Mystéres du Chateau de dé, 1929) precursori del cinema surrealista, avendo realizzato le sue prime fotografie importanti nel 1918. Difficile parlare di “fotografia dadaista” o “fotografia surrealista”, poiché i dadaisti odiavano la fotografia, cui contrapponevano il fotomontaggio – Io non sono fotografo titolava il suo testo-manifesto Raul Hausman –, e il Surrealismo la teneva in disparte, non potendo ammettere che, legata com’è al reale, potesse cogliere il ‘surreale’. Ma Man Ray, l’Uomo Raggio, prima di frequentare dadaisti e surrealisti aveva conosciuto Francis Picabia e Marchel Duchamp. Spiriti liberi e al tempo stesso fissati, in particolare su quella storia di erotismo e macchina intorno a cui stavano dipingendo opere, provocatori incalliti ma anche francesi nonchalants ed esprits fins, amavano lo scandalo per risvegliare le menti ma non indulgevano in opposizioni e scontri. A New York Man Ray aveva fatto poco con la fotografia, ma l’idea c’era già. Aveva imparato la tecnica solo per realizzare delle riproduzioni dei propri quadri per mostrarli a galleristi e possibili acquirenti, al massimo pensava di prendere degli scatti che gli sarebbero potuti servire come spunto o promemoria per dei dipinti, mai come immagini autonome. Poi si mette a fotografare gli amici e a volte anche le loro opere, mettendo a punto una ritrattistica e uno sguardo sull’oggetto – in un certo senso uno sguardo sul ritratto come oggetto e sull’oggetto come ritratto – che svilupperà sempre. All’interno di questa produzione spicca il cosiddetto Allevamento di polvere (1920), opera di opera, essendo la foto di una parte del Grande Vetro duchampiano, fatta per così dire a quattro mani con Duchamp, ma ora fotografia ‘autonoma’, non documentazione, opera a sé stante. La vera esposizione creativa avviene a Parigi, dove sbarca il dadaismo il 14 luglio, festa nazionale, del 1921. E ce n’è ben donde, perché il fermento di idee è vivissimo, anche dal punto di vista di chi voleva fare fotografia. Man Ray di fatto diventa il fotografo del gruppo e il primo grande creatore fotografico surrealista, senza comunque identificarsi ed essere rinchiuso, anarchico e irregolare qual è. Tristan Tzara capisce subito che la situazione è particolare e intitola il suo testo del 1922 La fotografia alla rovescia, perché qui qualcosa si sta rovesciando: «Non è più l’oggetto che, intersecando le traiettorie dei suoi punti estremi nell’iride, proietta sulla superficie un’immagine capovolta. Il fotografo ha inventato un nuovo metodo: offre allo spazio l’immagine più forte di lui e l’aria, con le sue mani contratte, con la sua superiorità mentale, la capta e la tiene in seno. Tra l’altro Man Ray spesso rovescia letteralmente le figure, mettendole a sottoinsù. Non è la fotografia tradizionalmente intesa, ma non è neppure dadaista non-fotografia o contro la fotografia; è iniziata l’era dell’invenzione. Man Ray non finisce mai di inventare o reinventare figure, composizioni, modi. E tecniche, magari attribuendole al caso: così il fotogramma, che ribattezza “rayograph”, e la solarizzazione, dagli effetti strabilianti. In entrambi i casi è la luce l’agente che crea o modifica direttamente l’immagine. Il rayogramma è l’immagine derivata dall’appoggiare direttamente gli oggetti sulla lastra, fotografia senza macchina fotografica: l’effetto è come di fantasmi di oggetti e tutto appare surreale, cioè non realistico ma avvolto nel mistero, come visto da uno sguardo altro, rivolto all’interno invece che all’esterno, quello di un “occhio selvaggio”, come va indicando Breton in quel periodo per teorizzare la possibilità, negata da altri, di una ‘pittura surrealista’. In quel testo, Il Surrealismo e la pittura, Breton include appunto Man Ray e proprio come fotografo, celebrandolo come l’uomo sopraggiunto a dimostrare ai pittori come “proseguire per proprio conto, e con propri mezzi, l’esplorazione di quella regione che la pittura credeva di potersi riservare». Ancora, Man Ray, fotografo per la moda e anche lì rinnova. Si pensi solo all’effetto che fa l’espressione ‘moda surreale’ e si avrà il senso dell’invenzione di Man Ray: basta un copricapo incongruo, un oggetto o un gioiello simbolico e allusivo, una posa o un’espressione estraniata ed estraniante, una solarizzazione e tutto cambia. A quel punto non guardi più l’abito ma la donna, cioè il centro del mondo surrealista, la femminilità e l’erotismo, proprio quello che, del resto, la moda dice di voler vestire. La mostra testimonia, nelle sue tappe fondamentali e attraverso alcune opere più famose, il Man Ray fotografo, ma finalmente con un taglio particolare, solo apparentemente dato per acquisito ma in realtà sempre rimesso in discussione, ovvero quello che afferma l’equivalenza tra il fotografo artista, quello di moda, di pubblicità, di fotografia pura. Ciò che accomuna e lega in un unico gesto creativo è lo sguardo, quello che trasforma tutto in “meravigliose visioni”. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22211 Maria Lanciotti. La memoria di chi c’era – 3 Il mondo – così come il cinema stereoscopico che lo rispecchia – non si presenta più in bianco e nero ma come una girandola abbagliante in cui il bene e il male vorticano abbracciati in un fantasmagorico balletto. Eppure il mondo è sempre lo stesso, anche se immensamente più sfiancato: siamo noi ad essere cambiati. E comunque, nulla di nuovo sotto il sole, solo che adesso tutto ha un nome, anche i mali che non si sapeva fossero tali. Si parla di bullismo come di una nuova piaga sociale in espansione, che a detta degli esperti non risparmia nemmeno i bambini dell’asilo. Ma di bullismo già ne trattava De Amicis nel suo controverso Cuore, mettendo a confronto opposti comportamenti: Garrone il primo della classe e Franti il cattivo soggetto, Garrone l'orgoglio del padre e Franti la disperazione della madre. Il rimprovero di spezzare il cuore ai genitori era riservato un tempo a tutti i figli. “Mi farai morire di crepacuore” erano le parole lancinanti con cui le madri richiamavano all’ordine i discolacci, mentre “Attento a te che ti spezzo le ossa” era la minaccia dei padri, che raramente passavano ai fatti ma senza rottura di ossa. Cuore è un vago ricordo dell’età scolare che non suscita simpatia, ma rappresenta ancora oggi il modello morale e pedagogico che tanto incise nella conduzione didattica e nella formazione di tante generazioni. Quando frequentavo la scuola secondaria, intorno alla metà degli anni ’50, vissi alcune esperienze alquanto indicative sulla diversa disposizione e metro di giudizio di alcuni insegnanti. Attraversavo un momento personale e familiare molto difficile, e covavo dolore e incertezza in forma di grande insofferenza verso tutti e tutto. Allora quando c’era un guaio grosso ognuno lo affrontava come poteva, in silenzio e in solitudine come ci era stato insegnato dalla riservatezza dei grandi: da bravi ometti e da piccole donne. Non sto qui a farla lunga, ma ripensare a quel periodo mi riporta ai marasmi di un’età ingrata come l’adolescenza, piena di mutamenti incomprensibili e di paure velate che dettano spesso atteggiamenti sbagliati di difesa. Un giorno il professore di matematica – piacente e inappuntabile – mi chiamò per l’interrogazione. La mia testa era un guscio vuoto. Uscii dall’ultimo banco con aria svogliata e continuando a masticare la gomma, che in classe era vietata, arrivai alla cattedra e rimasi impalata ad aspettare il seguito. Il professore mi guardava senza battere ciglio ed io non abbassavo lo sguardo, accettando apertamente quella sfida che stuzzicava la mia repressa combattività. Il professore non m’interrogò, non mi fece domande. Restammo così, studiandoci con reciproca cattiveria, poi mi disse: “Vuoi spezzare il cuore a tua madre?”. A queste parole, tanto più terribili perché sapevo quanto il cuore di mia madre stesse già in sofferenza, per una strana reazione che io stessa non compresi sfoderai un sorrisino che ghiacciò il professore, il quale con una collera che rendeva la sua faccia di gesso salì in cattedra e additandomi a tutta la classe disse: “Ecco un tipico esempio di delinquenza minorile: prendete nota”, e scarabocchiò qualcosa sul registro, mentre mi faceva cenno di togliermi dalla sua vista. Nello stesso periodo, nella medesima situazione di disagio che stavo vivendo, capitò un altro episodio che mi fece riconsiderare comportamenti miei e altrui sotto diversa luce. La nostra professoressa di francese, supplente temporanea al primo insegnamento, giovane e timida e con i foruncoli, era eccezionalmente preparata e paziente. Nel fare lezione era come se si rivolgesse a ognuno di noi, chiedendo alla fine se in qualche punto non fosse stata chiara. E per interrogarci veniva tra i banchi, aiutandoci con lo sguardo e discreti suggerimenti a tirare fuori le risposte giuste. La professoressa – di cui non ricordo il nome, e mi dispiace – intuì la mia condizione, forse più che per il mio comportamento irritante dal rendimento scolastico sempre più scadente. Dopo un compito in classe in cui riconsegnai il foglio in bianco, mi trattenne mentre stavo uscendo, e rimaste sole provò a dirmi: “Cosa ti succede, eri così brava…”, ma s’interruppe e vidi che si asciugava gli occhi con un gesto quasi di vergogna. Poi pronunciò parole che mi tagliarono l’anima: “Scusami se non sono stata capace, anch’io come te sto imparando”, e mi offrì con parole semplici tutta la sua disponibilità professionale e umana. Sentii il nodo sciogliersi in gola liberando lacrime, e provai un sentimento di sincero affetto per la dolce professoressa che con tanta umiltà si era posta dinanzi ad una ragazzina indisponente, senza sentenziare ma cercando di comprendere. E mi detti da fare per riguadagnare terreno, grata per la fiducia che mi era stata accordata quando meno la meritavo, almeno a giudicare dall’esterno. In quel periodo soffrii anche di disturbi che non avevano una categoria e un nome, e non erano presi in considerazione né dalla medicina né dai familiari. Transitori scompensi dell’età e delle circostanze, si pensava, che sarebbero spariti insieme alle cause. E tante cose in effetti si risolvevano da sole, ma spesso lasciando strascichi per lo più non manifesti, acquattati in attesa di insorgere. Il panico. Quel freddo che saliva a ondate dalla pancia alla testa mentre la vista si annebbiava e le orecchie ronzavano. La terribile sensazione che mi assaliva in palestra alla vista dei cavalletti, mentre immaginavo di saltare, cadere e spezzarmi la spina dorsale, e restare in terra come un mucchietto di stracci. E da spericolata quale ero sempre stata, mi ritrovai d’un tratto incapace di superare un gradino, un minimo dislivello o intoppo che mi si presentasse davanti. Chiesi ai miei di richiedere l’esonero dall’attività di educazione fisica, motivandola “per indisposizione”, che ottenni senza domande e obiezioni da parte di nessuno. Passavo quelle fatidiche ore di lezione rannicchiata in fondo alla palestra, piena di vergogna e d’invidia per le mie compagne che fino a poco prima avevo sempre battuto senza fatica in ogni tipo di esercizio, chiedendomi confusamente perché mi fossi bloccata in quel modo e se mai mi sarei ripresa. Intanto ingrassavo. Divoravo dolci nascosta in qualche punto della casa, ricacciando indietro le lacrime. Ma quel buco sembrava non riempirsi mai. Una voragine che mi risucchiava al fondo, che rendeva sempre più spasmodico il bisogno di ingurgitare cibo. Mi sentivo colpevole e di rimando incolpavo tutti. Finché non decisi di smettere di mangiare passando a un altro disturbo alimentare che non si chiamava ancora anoressia, l’altra faccia della bulimia nervosa. Subii più tardi sul posto di lavoro quello che oggi viene definito mobbing, riservato dai colleghi a noi giovani apprendiste. Nei primi tempi la situazione era seccante ma sopportabile, una scaramuccia continua che però si spingeva sempre oltre, arrivando a farsi esasperante e offensiva senza che nessuno dei dirigenti vi ponesse rimedio. Anzi, il capoufficio sembrava divertirsi a osservare i continui assalti e non di rado a rincarare la dose. Non era concesso dai nostri persecutori un momento di tregua, si arrivava a sera con i nervi a fior di pelle e l’impulso di scappare via, senza rimettervi più piede, da quella stanza dove la tensione faceva scintille. Quando qualcuna di noi, particolarmente presa di mira o in quel giorno più vulnerabile, scoppiava in un pianto isterico, il capoufficio fingeva una ramanzina che era una farsa, e tutto riprendeva peggio di prima. Cosa ci facevano di male? Niente che si potesse riferire senza apparire esagerate. Ma erano continue angherie che si passavano come una palla avvelenata in un gioco di squadra bene organizzato, per centrare i nostri punti deboli che andavano a colpire senza pietà. E ogni debolezza svelata, diventava punto di forza degli attaccanti. Un logoramento quotidiano portato avanti metodicamente dal gruppetto dei colleghi, senza mai permettere di stabilire un contatto individuale oltre la cortina sprezzante che li avvolgeva. Non ci toccavano mai apertamente nella dignità della persona, non ci davano modo di poterli accusare di nulla in particolare, ma lavoravano instancabilmente con allusioni, cenni d’intesa e gesti provocatori, che sortivano l’effetto di una doccia scozzese. Dopo diversi mesi di questo clima, la mattina non avevamo più il coraggio di varcare la soglia dell’ufficio, ci trascinavamo dentro come fosse lo studio di un dentista. Finché una nostra collega non cedette e si licenziò in tronco, e i commenti sarcastici furono che ultimamente la poverina dava segni di esaurimento nervoso, che forse aveva problemi in famiglia o col fidanzato, o forse non era adatta alla vita d’ufficio. Seguì una brevissima tregua, poi l’offensiva riprese più ostinata e agguerrita. Ci difendevamo con l’apatia e venivamo rimproverate di scarsa efficienza, mentre i colleghi esultavano. Per non dire di quello che si doveva sopportare incessantemente per sfuggire agli attacchi a sfondo sessuale, allora quasi una pratica assodata in una società maschilista e ipocrita. Solo un cenno, pro-memoria. Quelli della mia epoca ricordano: le molestie cominciavano dall’età dei giochi e crescendo andavano a peggiorare, e se qualcuna ne faceva parola era una scostumata. Per strada, fuori e dentro la scuola, sui mezzi pubblici, al cinema e perfino in chiesa, c’era sempre il molestatore in agguato, di solito dall’aspetto curato e dall’età indefinibile, che puntava la vittima di turno riuscendo a paralizzarla nel pensiero e nei movimenti, come usano certi animali con le loro prede prima di azzannarle. Ma difficilmente si spingevano oltre, anche perché nella società di allora ci si sentiva osservati e si sapeva che chiunque poteva intervenire al bisogno. Un deterrente venuto a mancare nella società odierna, che lascia sola la vittima in balia del suo assalitore. Che troppo spesso colpisce, con una ferocia inaudita: stupratore e assassino. Altra forma di persecuzione reiterata – o stalking, oggi reato punibile per legge – mi è capitato di sperimentare da bambina. Vicino a noi viveva una famiglia chiassosa, litigiosa, che disturbava il vicinato con continue scenate che culminavano spesso con percosse e grida di aiuto. Uno dei figli in particolare, Gino, si dimostrava aggressivo e violento, ed era più volte finito in carcere per furti e risse con ferimenti. Le nostre proprietà erano divise da una recinzione coperta di roselline bianche che non impediva la visuale, ma creava una certa distanza anche per il diverso aspetto che distingueva i due terreni, il nostro curatissimo e l’altro ingombro di rifiuti e refurtiva varia. Gino fece amicizia con l’affittuario che venne ad abitare sopra il nostro appartamento, un tizio che viveva senza lavorare e raccoglieva e istradava ragazzi sulla via della piccola delinquenza, traendone il suo profitto. La combriccola passava le nottate nello spregio totale del riposo altrui e solo verso l’alba si scioglieva, quando gli uomini si preparavano per andare al lavoro, lividi di stanchezza e di rabbia dopo un susseguirsi di notti insonni e rumorose. Mio padre si confrontò più volte con questa persona nel tentativo di indurla a ragionare, ottenendo solo un maggiore impegno nel renderci la vita infernale. Per tutta la notte un pallone di quelli pesanti, con i bocchettoni, veniva battuto e ribattuto sul pavimento, con un ritmo ossessivo che mandava in frantumi il cervello e logorava i nervi. Preso dalla disperazione, mio padre – che non sarebbe mai ricorso alla legge, convinto che tutto si potesse appianare fra persone civili – si rivolse per aiuto al maresciallo dei carabinieri, il quale convocò l’inquilino per una bonaria lavata di testa e nulla più, sortendo effetti ancora più drammatici. Il signore del piano di sopra si vendicò della mossa difensiva di mio padre, e dalle provocazioni passò alle minacce servendosi dei ragazzi della sua ignobile scuderia. Mio fratello, operatore cinematografico, rincasava dopo la mezzanotte e Gino, braccio destro del mister, come tutti lo chiamavano, s’incaricò di gridare con frequenza sistematica, al di là dalla recinzione, che “chi gira di notte incontra la morte”. La sera non si andava a letto finché non rientrava mio fratello e si chiudeva la porta di casa. Si viveva in un clima di massima esasperazione, che da un momento all’altro poteva malamente esplodere. Mio padre resisteva e con lui tutta la famiglia. Non si parlava più tra noi, non si respirava nemmeno, tutti concentrati a contenere ansia e paura. Una resistenza che indispettì il nostro persecutore, che s’inventò un’altra forma di tortura. Gino, sempre Gino, ebbe l’ordine di calciare nel suo terreno e di fare volare ogni cinque minuti il pallone nel nostro orto. Poi pretendeva gridando che gli fosse restituito e continuava a fare danni, incentivato da quel mascalzone di mister che sempre più spadroneggiava aspettando il crollo di mio padre e dell’intera famiglia. Finché ogni limite non fu superato e assistetti alla capitolazione della ragione di fronte alla brutale ignoranza. Era il tramonto. Gino gridava di ridargli il pallone, forse per la decima volta in quella serata, ed io stavo per rilanciarlo, ma lo sguardo di mio padre mi bloccò. In quel momento suonarono le campane della chiesa, che da noi si sentivano forte, e Gino disse: “Ridatemi il pallone o stasera le campane suoneranno per voi”. Non sapevo che fare. Volevo chiedere aiuto e non sapevo a chi rivolgermi. Mio padre continuava a sistemare il campetto di lattuga, falcidiato dalle pallonate, e mia madre gli stava dietro con la zappetta dirigendo nei solchi l’acqua della fontana. Gino se ne stava a braccia conserte a ridosso della rete, lo sguardo torvo puntato al pallone che spiccava tra i ciuffi di verdura. All’ennesima intimazione, mio padre si diresse alla baracca e vi sparì dentro, ed io dopo un po’ lo raggiunsi. Lo trovai che arrotava l’accetta con lo stesso gesto lento e metodico con cui sulla cinghia affilava il rasoio per radersi. Ero paralizzata dal terrore. Gino continuava a urlare e mio padre non finiva di arrotare l’accetta, pallido e con le mascelle serrate. Gelido, più del filo dell’accetta che diventava sempre più lucido. Suonarono le campane e Gino ripeté la minaccia in tono lugubre. Pensavo ai miei fratelli che dovevano rientrare e non sapevo se augurarmi che non tornassero potendosi così salvare, o che potessero invece intervenire in qualche modo. Poi smisi di pensare e mi attaccai ai pantaloni di mio padre. Gli gridai fra le lacrime “Che cosa fai, andiamo a casa!”. “Fra poco” lui mi rispose, continuando ad affilare la scure. “Lascia stare quell’accetta” gridai ancora, “che ci devi fare, lasciala stare!”. “Devo tagliare un melo che s’è ammalato e spaccare la legna per l’inverno”. “Lascia stare, papà, continui domani”. Mio padre disse: “Ci sono cose che non possono aspettare. Preparo l’accetta per quando dovesse servire. Per tagliare un albero che non frutta o per difendere la mia casa e la mia famiglia”. La sua voce mentre mi rassicurava mi spaventava a morte. Suonarono di nuovo le campane, Gino urlava arrochito. “Ridagli il pallone papà, è ora di cena”. “Vorrei poterlo fare ma non è possibile” lui mi rispose. “Non si può permettere che i prepotenti t’invadano la casa e la vita familiare senza reagire, semplicemente non si può”. Poi mi ordinò di rientrare e obbedii, la sua voce non ammetteva repliche. Si fece buio. Tornarono i miei fratelli e solo allora mio padre rientrò, dopo aver chiuso il cancello. Il mattino dopo vidi oltre la rete, nel terreno dei vicini, il pallone floscio, squarciato con due precisi colpi d’accetta. Non ci furono rimostranze. Il gioco del pallone continuò, ma meno feroce e insistente. La brutta storia finì quando alcuni mesi dopo si liberò l’appartamento del piano di sopra e i ragazzi si dispersero in altre direzioni e qualcuno si rimise in riga. Mio padre tagliò effettivamente un melo che si stava seccando, e spaccò tanta legna che bastò anche per l’anno seguente. Maria Lanciotti (Fine) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=66&cmd=v&id=22209