News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Maria Paola Forlani. Magister Canova A Venezia è arrivato Antonio Canova, in un viaggio che immerge il visitatore nella genesi del processo creativo del celebre scultore veneto, interprete massimo del Neoclassicismo, in una Mostra dal titolo “Magister Canova” dove spettacolo e approfondimento, emozione e conoscenza si fondono insieme. L’evento è stato realizzato da Cose Belle d’Italia Media Entertainment, con la collaborazione della Fondazione Canova Gypsoteca e Museo Antonio Canova di Possagno, con il patrocinio del MiBACT, nelle sale della Scuola Grande della Misericordia di Venezia fino al 22 novembre 2018. “Magister Canova” è uno spettacolare percorso multimediale, prodotto dalla regia di Luca Mazzieri in collaborazione con Alessandro Costantini, architetto e progettista, che coinvolge il visitatore avvicinandolo alla vicenda canoviana in tutte le sue fasi e i suoi aspetti. L’assoluto rigore scientifico del racconto è coniugato a una sapiente regia, grazie alla pluralità di linguaggi che dà vita a un percorso di narrazione che spazia dal micro, dalla farfalla di Amore e Psiche al gigante Ercole che scaglia Lica, dalla danza alla bellezza senza tempo di Paolina Borghese. Ad accogliere gli ospiti, al pianoterra della Scuola Grande della Misericordia, vi è un’installazione site-specific dell’artista Fabrizio Plessi, un magnifico “omaggio” al grande Canova, un’opera che vuole simboleggiare il viaggio nella mente dello scultore veneto. Fabrizio Plessi così descrive l’opera: “Una monumentale testa bianca marmorea che si staglia ed emerge dal buio assoluto della ‘Misericordia’ come un grandioso e dirompente flash al magnesio”. La mostra prosegue poi al piano superiore, dove è allestito il cuore del percorso espositivo: “Il Giacimento”, un enorme blocco di marmo, bianco come quello di Carrara, realizzato in architettura tessile. Sei le stanze dell’affascinante percorso canoviano in dialogo con la maestosità architettonica della Scuola Grande della Misericordia. Ad accompagnare, passo a passo, l’ospite è la voce narrante di Adriano Giannini, chiamato a leggere anche alcune lettere del giovane Canova, mentre la colonna sonora originale è affidata al compositore e violinista Giovanni Sollima. Nella prima area tematica il pubblico può scoprire i disegni anatomici di Canova eseguiti a grafite e a sanguigna, conservati nella Biblioteca dell’Istituto Superiore di Sanità, a Roma. I disegni interagiscono tecnologicamente con una ricostruzione contemporanea di un corpo umano sezionato. Il visitatore esplora, poi, il racconto del processo creativo di Canova, prima il disegno fonte di ispirazione e fantasia, poi il bozzetto dove l’immaginazione diventa invenzione, a seguire l’elaborazione del modello e del calco e infine la scultura con la sua finitura. Grandi proiezioni in Macro dialogano con inedite visioni in Micro de “Le Grazie”. Il complesso scultoreo si mostra in tre preziose tecniche, in tre fasi di luce: quella aranciata e tremolante di una candela, quella rosata dell’alba e quella bianca della luna. Una sorprendente struttura ellittica ricoperta di tessuto dorato cela la statua di Paolina Bonaparte Borghese. Il capolavoro viene letto e restituito alla visione del pubblico grazie a un sapiente gioco di immagini stereoscopiche. Un’esplorazione che fa emergere stupefacenti dettagli, come la mano sinistra che stringe un piccolo pomo, particolare che rimanda a un celebre episodio del mito greco, il giudizio di Paride, e trasforma Paolina in “Venere Vincitrice”. La scultura della sorella minore di Napoleone fu commissionata nel 1804 dal marito, il Principe Camillo Borghese. Paolina giace seminuda su una dormeuse in legno dipinto decorata da inserti dorati. La base in legno del marmo conservato presso la Galleria Borghese contiene un meccanismo, ancora funzionante, che consente alla scultura, come progettata da Canova di essere ruotata. A quelle creature bellissime, che Canova creava, come antidepressivo o come antidoto al male di vivere, si ispira l’esperienza della danza. Lo scultore si affidava alla loro vitalità, alla “forza della gioventù vigorosa” che da esse prorompeva quando sentiva avvicinarsi quello stato di prostrazione fisica e morale che lui stesso attribuiva al “male di qualche amico o alle vicende del mondo”. Il visitatore ne rivive la gioia, la bellezza, la levità: sul palcoscenico le danzatrici, protagoniste delle tempere canoviane, prendono vita in una spettacolare animazione multimediale, che anima anche tre gessi a tema conservati alla Gypsoteca Museo Antonio Canova di Possagno: la Danzatrice con le mani sui fianchi, la Danzatrice con il dito al mento e la Danzatrice coi cembali. L’imponente installazione di Ercole uccide Lica coinvolge lo spettatore con immagini di un realismo sconvolgente. È la rappresentazione della vicenda legata alla tragica fine di Ercole: impazzito per il dolore indicibile causatogli dalla tunica intrisa del sangue avvelenato del centauro Nesso, l’eroe scaglia in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro gliel’aveva consegnata su ordine di Deianira. In una serie di dissolvenze incrociate, dove i particolari dell’opera affiorano imperiosi, si consuma l’uccisione di un innocente. L’opera è conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Lo spettatore è immerso nella luce abbagliante di Amore e Psiche, una delle fiabe più belle di sempre, tratta dall’Asino d’oro di Apuleio. Canova è affascinato dal significato simbolico del racconto: Psiche significa “Anima” e anche “Farfalla”, e come la farfalla, che dal bruco si fa crisalide e poi mette ali e spicca il volo, così anche la fanciulla subisce una metamorfosi grazie ad Amore ed è accolta da Giove nell’Olimpo, dove siede dea tra le dee. Si respira la nostalgia per l’età felice e perduta in cui gli Dei apparivano agli uomini, quando la Grazia regnava e nulla era sacro come il Bello. Lo spettatore è progressivamente catturato dalla suggestione delle immagini dei tre capolavori che Canova dedicò a questo soggetto. Non senza una sorpresa interpretativa. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22120 Gordiano Lupi. “Da Omero al rock” di Maurizio Stefanini e Marco Zoppas Maurizio Stefanini, Marco Zoppas Da Omero al rock Quando la letteratura incontra la canzone Il Palindromo, 2018, pp. 304, € 18,00 Conosco Maurizio Stefanini come esperto di problemi legati all’America Latina, abbiamo una Cuba in comune dei cui problemi politici mi vado sempre più disinteressando, ma lui fa bene a insistere perché è un lucido analista. So molto meno della sua passione per la storia della musica che in questo libro si palesa in modo concreto, anche per la presenza di Marco Zoppas, già autore di Ballando con Mr. D, testo che analizza la poesia in musica di Bob Dylan. Da Omero al rock è un saggio interessante e insolito, scritto con piglio giornalistico, perfetto per uno studio accademico ma per un uso conoscitivo di un fenomeno culturale di massa. Otto agili capitoli che vanno dall’inizio comune di letteratura e musica, passando per la Bibbia, i poeti da ballo, il melodramma, i trovatori, il rock e i fenomeni musicali contemporanei. Tutto parte dalla considerazione che l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan significa che il rock è entrato nel salotto buono della letteratura e non resta che prenderne atto, invece di abbandonarci a sterili polemiche su cosa sia davvero poesia. Zoppas aveva previsto in anticipo nei suoi articoli tale consacrazione, così come entrambi gli autori si sforzano di far capire la portata storica di questo evento, dimostrando come anche in passato le parole venivano accompagnate da musica, pur restando poesia. Il fenomeno Leonard Cohen conferma la tesi, il nuovo James Joyce canadese prima di mettere in musica le sue parole ha scritto fior di raccolte poetiche, racconti e romanzi di sicuro pregio. Per restare all’Italia è difficile non definire poesia le canzoni di Vecchioni, Guccini, De André, De Gregori, Battiato, Gaber (Luporini), Rossi, che non si limitano a sterili rime amore - cuore ma affrontano con decisione tematiche esistenziali. Pensiamo anche a certi cantautori francesi, tradotti dai nostri migliori autori, come Georges Brassens o Léo Ferré (morto in Italia, nel Chianti), e ci diciamo che leggendo i loro testi è impossibile non pensare alla poesia. Importante per un critico letterario solo stabilire se un testo letterario può conservare vita automa senza la musica, ed è certo che spesso accade, pure se la musica resta un ideale completamento. Il saggio parte da lontano, con il conforto di Borges e Haley, avvicina la figura del cantastorie omerico e dello scrittore di ballate a quella del poeta puro, compiendo uno studio esegetico dei salmi biblici, pura lirica sacra, suggestiva e coinvolgente, un mix suadente di musica e parole. A tal proposito è fondamentale citare il De André de La buona novella, che crea canzoni intense composte dai versi di lunghe poesie - racconto (stile Pavese di Lavorare stanca) dai Vangeli Apocrifi. Molta musica rock contemporanea deborda suggestioni bibliche, così come ci sono stati poeti seriosi e impegnati una tantum scrittori di canzoni, basti pensare a un insolito Pasolini autore del romanesco Valzer della toppa, che in Mamma Roma viene interpretato da Anna Magnani. Gli esempi sono interminabili, ma molte ne potete leggere in questo eccellente testo, pieno di citazioni e rimandi, indice di una cura d’indagine encomiabile. Credo sia merito della cultura cubana di Stefanini l’aver inserito José Martí, il Mazzini cubano (bella definizione, anche se è stato un Mazzini combattente, ai limiti dell’incoscienza) nella trattazione, perché i suoi Versos Sencillos (che ho tradotto per intero) sono alla base di molto son cubano e soprattutto della famosa Guantanamera. Parlando di Cuba potremmo dire che molte sono le commistioni tra musica e parole, persino maggiori che in Europa e in America, che sono interessanti le opere poetiche di Nicolas Guillén (da me tradotte integralmente), da Songoro cosongo a La Canzone per il Che (portata al successo dal cantautore Pablo Milanés, tradotto in Italia da Sergio Endrigo, che ha messo in musica anche Martí). Ma non divaghiamo. Da Omero al rock è un libro che non può mancare a ogni appassionato di musica e di poesia, ai collezionisti di dischi dei cantautori italiani e delle rockstar americane, ai semplici curiosi di storia della musica e della letteratura. Leggetelo. Non ve ne pentirete. Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22116 Antichi mestieri e nuove proposte/ Diego Marinelli: Design autoprodotto ed eco-design realizzato con riciclo e recupero|Intervista di Maria Lanciotti per #MadeinRome “Se non si ha la conoscenza del processo dell’artigianato e del lavoro dell’operaio si può incorrere nell’errore di progettare cose inutili o non realizzabili” La doppia dimensione di Diego Marinelli: industrial-designer e artigiano tradizionale. L’avevamo a due passi da casa ma l’abbiamo scoperto alla Biennale MArteLive 2017, al Planet di Roma, tra i finalisti nel settore Artigianato. Diego Marinelli, nato ad Albano Laziale nel 1982, vive e lavora nel Comune di Ariccia – ‘A Riccia – fra le località più note e frequentate del territorio castellano sia per importanza storica, architettonica e paesaggistica sia per l’irresistibile richiamo gastronomico, ‘fraschette’ e ‘porchetta’ di antica tradizione. Un incontro gradevolissimo che si è svolto nella sua casa/ bottega/ esposizione in via di Valle Riccia, dove armoniosamente si fondono gli elementi di un vivere rispettoso dell’ambiente e dell’uomo. – Salve Diego, abbiamo avuto modo di apprezzare le sue opere ora vorremmo conoscerla da vicino, vuole dirci di lei e del suo percorso professionale e artistico? Volentieri. Sono nato ai Castelli Romani e credo molto in questo territorio. Mi sono laureato in disegno industriale nel 2008 con la specialistica in Transportation Design, ho collaborato per un periodo con il Centro di Ricerche Fiat Elasis di Pomigliano D’Arco in cui ho sviluppato alcuni sistemi per la mobilità ecosostenibile. Nel 2010 partecipo al toBeEco, un concorso d’idee e progetti riguardanti la sostenibilità ambientale, indetto dal Lingotto Fiere di Torino, in cui davano la possibilità ai vincitori di poter esporre gratuitamente per dieci giorni i prodotti selezionati all’interno della fiera Expo Casa. – Intanto un bell’approccio, selezionato alla sua prima partecipazione. È stata per lei un’esperienza indicativa oltre che gratificante? Sì, da lì ho visto che c’era un forte riscontro da parte di chi osservava questi oggetti, quindi nasce l’idea di sviluppare una linea di più prodotti per poi magari venderli. – Un’idea immediata o già considerata? Era la prima volta che mi cimentavo in questo settore, in realtà io venivo dal Transportation Design, un settore diverso dal designer orientato. Quindi ho rilevato che oltre all’apprezzamento dei visitatori c’era la possibilità di contatti diretti con persone comunque interessate in questo ambito. – Visti i risultati, partecipa ancora al toBeEco o a concorsi simili? Sì, nel 2011 sono stato di nuovo selezionato al toBeEco proponendomi con altri prodotti. È andata molto bene, l’interesse cresceva di anno in anno. Appurai che nella zona di Torino, dove si svolgeva questo evento, si stavano aprendo anche degli Store in cui si promuovevano sia prodotti di eco-design realizzati con il riciclo e il recupero con processi virtuosi e sia design autoprodotto con sistemi di artigianato tradizionale. In seguito ho iniziato a progettare e a realizzare più tipologie di prodotti riguardanti il design d’interni, e l’interesse registrato a Torino l’ho riscontrato anche sul territorio di Roma. – Quando e come si propone sul mercato? Nel 2011 ho fondato DIM Design Lab, studio di product design e laboratorio di produzione ecosostenibile di oggettistica e complementi d'arredo, proponendo tramite catalogo on line una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo. – Altre sue partecipazioni a eventi e manifestazioni riguardanti la sua attività? Ho partecipato con Arti &Mestieri Expo alla Fiera di Roma per cinque anni consecutivi, dal 2012 al 2017, e con Moa Casa – Mostra di arredo e design – alla Fiera sull’arredamento. Cresceva l’interesse ad acquistare questi prodotti, quindi non solo apprezzare l’idea ma farli propri. – La sua partecipazione alla Biennale MArteLive 2017 con l’ottimo risultato conseguito: la sua impressione su questa imponente manifestazione? Pensa che vi parteciperà ancora? Era la prima volta che partecipavo a questo concorso per le idee di MArteLive, sono stato selezionato e ho avuto modo di esporre al Planet lo scorso 5 dicembre. Bene per le contaminazioni, forse non del tutto adeguata la location. Comunque un evento importante, conosciuto e seguito a livello internazionale; più legato agli aspetti dell’arte pura, l’artigianato viene visto in modo più marginale. La serata d’apertura è stata molto ricca, tanti visitatori di forte sensibilità, percepivano la qualità dei prodotti e i messaggi che trasmettevano. Ha funzionato. Sì, parteciperò alla prossima Biennale anche perché ho altri prodotti da presentare. – Altre significative esperienze in campo? Quest’anno ho avuto la possibilità di andare in Russia. Sono stato selezionato ed esponevo a Moa Casa, alla Nuova Fiera di Roma, e lì ho conosciuto Daria Sozikina, direttrice della scuola Liberum specializzata in lingua e cultura italiana. È iniziata una collaborazione con questa scuola, che il 2 marzo festeggia la Giornata del design italiano. Sono stato invitato a Mosca per una settimana e per l’occasione ho preparato una conferenza sul design autoprodotto italiano. Una corrente che non è di oggi ma deriva da una tradizione sviluppata anche da grandi designer, come ad esempio Enzo Mari (“Siate umani e progettate per il mondo”). La conferenza, aperta al pubblico, si è tenuta in uno dei centri di cultura ZIL – Associazione Italiani a Mosca – sorti nel periodo sovietico. – Che si è portato a casa da una simile esperienza? Una carica molto positiva. Ho visto che l’importanza dell’eco-sostenibilità è anche l’aspetto del design autoprodotto, quel valore aggiunto molto percepito e valorizzato altrove, mentre in Italia si dà per scontato. – Il talento e la passione per il suo lavoro nascono con lei o fanno parte di una particolare formazione? Vuole dirci qualcosa di più sul suo privato? Tutto inizia con nonno Orlando Marinelli, ragazzo di bottega ai Castelli Romani, in falegnameria. Acquisite le tecniche di base pian piano si mette in proprio coinvolgendo anche mio padre Aleandro, al quale ha trasmesso la passione e l’arte dell’ebanisteria. Inizialmente avevano la bottega a Santa Maria delle Mole, poi negli anni Settanta si trasferiscono e aprono insieme una falegnameria a Vallericcia. Erano gli anni in cui Mondo Convenienza ancora non esisteva, si apprezzavano i prodotti artigianali anche perché si sa che durano una vita. La falegnameria è andata avanti fino alla metà degli anni ’90, poi è stata dismessa. Arrivano i ‘grandi’ dell’arredamento e crolla il mondo dell’artigianato, non si poteva più stare dietro al mercato in modo competitivo. Ormai le persone fanno soltanto il riscontro del portafoglio. Il problema grande sta in questa creazione delle tendenze, un prodotto artigianale non è più visto come contemporaneo. Dare una giusta dignità ai prodotti è la cosa fondamentale. – Quanto incide la tecnologia nella sua produzione di eco-designer? Come si regola per il recupero dei materiali occorrenti? La tecnologia è uno strumento che aiuta a non compiere errori, ma assolutamente non è elemento predominante. Mi dà la possibilità di vedere già realizzato e funzionante il prodotto e analizzare eventuali punti critici nello sviluppo della produzione. Per i materiali e i componenti si contattano produttori di determinati rifiuti, che possono essere il gommista, il meccanico, lo sfasciacarrozze. – Questi materiali non si possono reperire anche all’isola ecologica di zona? Certo, sarebbe molto più semplice se ogni comune desse la possibilità di recuperare elementi utili, ma è reato portare via materiali dall’isola ecologica. Non si può fare. – Perché questa scelta del recupero riciclo e riuso con l’eco-design? Presenta importanti vantaggi. Sia quello di offrire alle persone la metodologia per realizzare da soli il prodotto, anche con una minima manualità, sia prendere spunti o replicare idee. Una volta lanciato questo messaggio, si va a innescare un meccanismo virtuoso in cui il rifiuto non è più una problematica ma una risorsa. Un vantaggio enorme sia da un punto di vista delle materie prime sia del consumo energetico. L’eco-design parte da materie prime di seconda generazione, che spesso vengono gettate via senza essere valorizzate in altri ambiti. Quest’apertura mentale è fondamentale. È uno degli aspetti che gli italiani hanno nel loro DNA, stili di vita da riscoprire per un vivere più consapevole e rispettoso dell’ambiente. Non è che abbiamo una seconda chance, non si può dare per scontato che tutto sia infinito. – Davvero notevole la sua attenzione per la tutela e sostenibilità dell’ambiente, che riversa ampiamente nel suo operato. È una sua personale battaglia civica? Sono vice presidente dell’Ass. Colle Pardo e tra i fondatori nel 2012. Lottizzato e bloccato al Tribunale di Bari, sede del privato che lo possedeva, Colle Pardo, la sua parte di maggiore pregio, ambita dai costruttori, stava finendo all’asta. Andata nulla per tre volte l’asta, si era ribassato il prezzo e la proprietà è tornata al Comune. È importante sentirsi tutti responsabili. – La sua attività può far vivere una famiglia? Al giorno d’oggi no, purtroppo no. Può compensare in gran parte. – Lei ha una seconda attività? Una seconda attività prettamente virtuale: progettazione industriale e computer grafica. – Prospettive? Si spera che questo momento di crisi e instabilità economica passi. E magari le persone saranno più propense a investire su prodotti di qualità che abbiano un’anima, e non prodotti in serie. – Quanto incide l’artigianato nel suo lavoro di industrial-designer? È determinante, mi dà la visione completa di quello che faccio. Se il designer si distacca dall’aspetto della produzione è sbagliato. Si deve invece capire come raggiungere l’obiettivo in modo ottimizzato. Se non si ha la conoscenza del processo dell’artigianato e del lavoro dell’operaio si può incorrere nell’errore di progettare cose inutili o non realizzabili. Maria Lanciotti (in #MadeinRome, 23 aprile 2018) »» Altre immagini direttamente su Maestri Artigiani e Nuovi Talenti per il #MadeinRome http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22110 L’8 giugno alla Rocca di Sassocorvaro inaugurazione della mostra “Artisti dell’Olocausto" Venerdì 8 giugno alle 18 si terrà presso la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro (PU) l’inaugurazione della mostra “Artisti dell’Olocausto”, iniziativa che si inserisce nella settimana di eventi a Sassocorvaro, Carpegna e Urbino per la XXI edizione del Premio Nazionale Rotondi, importante manifestazione dedicata ai salvatori dell’arte. La mostra, curata da Roberto Malini, presenterà dodici opere di artisti assassinati nei campi di morte nazisti o sopravvissuti alle deportazioni per testimoniare lo sterminio degli ebrei, dei rom, degli omosessuali, dei Testimoni di Geova, dei disabili e degli altri gruppi sociali invisi ai carnefici di Hitler. Malini, che il giorno successivo riceverà il Premio Rotondi - Sezione Speciale Macenatismo, ha donato al Museo Nazionale della Shoah di Roma duecentoquaranta opere d’arte realizzate da artisti della Shoah, dopo anni di indagine, ricerca e acquisizione in Israele, Francia, Polonia, Germania, Stati Uniti e altre nazioni: un’impresa che ha evitato la dispersione di dipinti, disegni, incisioni, sculture che costituiscono oggi una raccolta unica nell’Unione europea e rappresentativa della persecuzione e dello sterminio di milioni di esseri umani innocenti. «Nel 2006 i responsabili dell’arte della Shoah presso il Museo Yad Vashem mi proposero di accogliere ed esporre al pubblico la collezione», spiega Roberto Malini, «ma ho scelto di mantenerla nel nostro paese - e quindi nell’Unione europea - perché ritengo che qui ci sia più bisogno di mantenere viva la Memoria; si fa presto a dimenticare a iniziare di nuovo con l’intolleranza, l’odio o l’indifferenza. Il passato sembra sempre più lontano e la gente, spesso infiammata dai politici, è facilmente vittima di amnesia e riprende a considerare con sospetto il colore della pelle, la condizione sociale, la differenza delle culture e delle idee. Ho salvato l’arte dell’Olocausto per offrire un contributo che riguarda la Memoria e, nello specifico, anche l’importanza del messaggio di artisti e intellettuali in una società. Artisti e intellettuali che sono spesso i primi ad essere perseguitati quando si profila la grande ombra». La missione condotta da Malini è riassunta nel libro di Salvatore Giannella Operazione salvataggio (Chiarelettere, Milano 2014). La mostra “Artisti della Shoah” di Sassocorvaro presenterà una selezione di opere inviate appositamente per l’occasione dal Museo Nazionale della Shoah di Roma. «Sono opere commoventi e indimenticabili», conclude Malini, «che ci invitano a non diventare indifferenti davanti alle tracce che i martiri, gli eroi e i testimoni ci hanno consegnato. Una delle opere in mostra presso la Rocca Ubaldinesca, Bambini nell’Olocausto dell'artista sopravvissuto Simon Balicki, è stata definita da testimoni e intellettuali come uno dei simboli più crudi e autentici di ciò che fu l’Olocausto». EveryOne Group http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22104 Marisa Cecchetti. “Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia” di Jean Sénac Jean Sénac Ritratto incompiuto del padre Per finire con l’infanzia A cura di Ilaria Guidantoni Oltre Edizioni, 2017, pp. 242, €16,00 Nato nel 1926 da padre sconosciuto a Béni Saf, città algerina della provincia di Orano, Jan Sénac è stato assassinato nella Casbah di Algeri nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1973. Poeta e scrittore franco-algerino, di origini andaluse per parte di madre, di educazione cristiana, definito il Pasolini algerino per il suo stile di vita, per la sua produzione ed anche per come è morto, tuttavia quasi sconosciuto in Algeria e in Francia, è ora tradotto in Italiano e curato dalla giornalista fiorentina Ilaria Guidantoni, scrittrice che si occupa da tempo dei legami tra le due sponde del Mediterraneo. Lei ne ha scoperto l’esistenza nel 2014 ad Algeri, perché ricordato in occasione dell’anniversario della morte di Camus, a cui Sénac era stato molto legato, prima che rompesse l’amicizia per contrastanti opinioni politiche sull’indipendenza dell’Algeria. Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia, scritto tra il 1959 e il 1962, uscito postumo per Gallimard, nel progetto dell’autore doveva essere “la prima tappa di un grande libro della vita” come si legge nella prefazione del poeta e scrittore algerino Rabab Belamri (1946-1995). «Sénac e Pasolini sperimentano varie forme d’espressione» scrive Diletta D’Ascia nella postfazione «arrivando ad una produzione vasta e variegata nata dall’urgenza di scrivere, che è anche urgenza di esprimersi, di vivere, dalla figura del padre e il rapporto con la madre, alla sessualità sentita insieme come liberazione e senso di colpa, al rapporto con la religione e con la politica affrontato in modo contraddittorio ma totalizzante». Figlio di una violenza subita dalla madre, con il peso della parola bastardo addosso, -“il Padre nomade è fuggito ancora tutto umidiccio del suo sperma”- non ha mai saputo e non ha voluto sapere chi fosse quell’uomo, ma la sua vita ne è stata una continua ricerca, nel bisogno di definire se stesso. Un Padre desiderato e respinto, amato e odiato, sacro e profano allo stesso tempo. Il cognome lo ha ricevuto da un francese che la madre ha sposato e da cui lei ha avuto una figlia, Laurette, uomo che ha abbandonato presto la famiglia. Figura paterna poteva diventare un altro marito della madre, un legionario a cui Jean e la sorella si erano molto affezionati, ma sarà cacciato dalla madre per aver dato uno sculaccione alla bambina. L’assenza del padre è una lacerazione costante ed anche nei suoi rapporti omosessuali ritorna l’identificazione con lui: “Non sei stato presente nemmeno un secondo. Ma tutta la vita è con te che io mi misuro”. Insieme a quella dell’autore, che nel momento stesso in cui si ricostruisce diventa personaggio in tutta la sua complessità, la figura di spicco è quella della madre, figlia di un minatore andaluso divenuto capo minatore in Algeria, donna che ha cresciuto i figli con dedizione, “grande ape notturna”. Originale per le sue manie ed riti per esorcizzare la povertà, figura dominante nella vita di Sénac, tanto che lui ne ha dovuto prendere le distanze, è colei che gli ha insegnato la libertà da schemi e convenzioni, il rapporto con tutti, al disopra di cultura, lingua, religione, in quel paese che a lei procurava cibo, affetto, sogno. Di lei scrive: “Sono la sua vergogna. Sono la sua fierezza. La sua leggenda”. E di sé: “Sono nato arabo, spagnolo, berbero, ebreo, francese”. Cresciuto sulle braccia di un rabbino, come gli ricorda spesso la madre, ama Orano e l’Algeria, tanto da volerne fortemente l’indipendenza dai Francesi. “L’abitante di Orano? L’arabo, lo spagnolo, l’ebreo, il francese, il berbero?” Sénac può essere ricordato come colui che credeva nella funzione unificatrice del Mediterraneo dove le culture delle due sponde si possono incontrare, fondere e crescere. Lui scrive: “Mia madre mi aveva insegnato che un’anima vale un’anima. Che fosse israelita, musulmana o cristiana. Non c’è razza per l’anima”. È un romanzo-non romanzo, quello di Sénac, con un linguaggio più vicino alla poesia che alla prosa, irregolare nella trama, ricco di profumi e colori nei mercati e nei quartieri affollati. Sènac si rivolge alla madre, ma anche al Padre, narra in prima persona e in terza, sfuma nel sogno, ed allo stesso tempo sa essere crudamente realistico nell’esplosione della sessualità, che per lui rimane desiderio e vergogna. Marisa Cecchetti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22103 Ferrara. Finissage mostra Terence Baldelli e recital pianistico di Jacques Lazzari|Invito alla Galleria del Carbone, domenica 3 giugno Ferrara – Alla Galleria del Carbone, nel pomeriggio di Domenica 3 giugno alle ore 18:00, ci sarà l’incontro con lo scultore Terence Baldelli, artista francese votato alla ricerca dell’equilibrio, della fluidità della linea, che a dispetto del materiale usato: il ferro, ha nella “leggerezza” la caratteristica più importante. Nell’occasione Jacques Lazzari eseguirà al pianoforte alcune sue recenti composizioni. (l.b.) Terence Baldelli è nato a Parigi nel 1933. Dopo aver studiato alle Belle Arti di Parigi, Baldelli ha frequentato per un anno in Italia l’Accademia di Firenze e, per due, la Scuola Internazionale d’Arte di Siena. Oggi vive sia a Parigi che nella campagna occidentale. Ha partecipato alle più importanti fiere e fiere d'arte di Parigi (FIAC, Grande e giovane di oggi, Salon de May, New Realities, MAC 2000...). Mostra le sue opere e le sue sculture sono in collezioni private e musei in Francia e in altri paesi (Cina, Inghilterra, Ungheria, Italia, Giappone, Scandinavia, Spagna, Svizzera, USA). Il suo lavoro è presentato in modo permanente nel centro artistico di Puyguérin nel dipartimento di Vienna, tra Tours e Poitiers. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22093 Freespace. Biennale di Venezia. XVI|Mostra internazionale di Architettura Mentre si ergono muri a separare stati e nazioni, si rafforzano vecchie frontiere e se ne costruiscono nuove lì dove era data per scontata la libera circolazione di cose e persone, arriva da Venezia un hashtag rassicurante: Freespace, il titolo (ed il tema) scelto da Yvonne Farrelle e Shelley McNamara, per la XVI edizione della Biennale architettura che si è aperta nelle due sedi dei Giardini e delle Corderie. Freespace – dicono le due curatrici – è la generosità che dovrebbe caratterizzare il welfare degli spazi pubblici e incoraggiare la condivisione e la libertà di comportamenti, ma anche la sensibilità ai doni della materia e della luce, perché «considerare la terra come un Cliente implica una serie di responsabilità a lungo termine». Un manifesto “gentile” che si concentra su una vaga nozione di architettura come rivelazione di inattese potenzialità: «Ogni giorno veniamo bombardati da notizie strazianti che ci permettono di capire il mondo ed essere partecipi. Ma è altrettanto importante capire che in ogni parte del mondo ci sono persone e luoghi che ci possono risollevare il morale. L’architettura è di per sé ottimista». Paradossalmente quindi l’architettura diventa “libera” quando ritorna ad occuparsi dei propri doveri: offrire spazi che parlino al sentimento e alla ragione, catturino lo spirito dei luoghi, esprimano un’attitudine alla condivisione, scoraggiata e addirittura inibita dalla realtà di questi tempi difficili dove strade, piazze, edifici collettivi e monumenti sono sempre più circondati da sbarramenti e controlli perché nel mirino dello stragismo del terrorismo globale. Quello del Freespace è infatti un tema sensibile, scelto come rivendicazione del modernismo del XX secolo: «Befreites Wohmen» vivere liberamente – come proclamava nel 1929 il manifesto di Sigfried Giedion – era l’annuncio di una società trasparente e fluida, foriera di una civiltà che presto sarebbe appassita nelle rovine della guerra mondiale e che oggi annaspa nelle contraddizioni della privatizzazione dello spazio pubblico e dell’ansia di controllo di società che si sentono costantemente sotto minaccia. Il Freespace di Ferrell e McNamara riflette questa nuova condizione: l’architettura parla di se stessa; schiva sia la politica che l’ideologia e diventa così estensibile da poter accogliere tutto. L’accento si sposta dalle grandi alle piccole cose in una narrazione ottimistica sulle potenzialità dell’architettura di superare le difficoltà con la poesia dell’ascolto e la magia del progetto. Così la flessibilità del concetto curatoriale si riflette nelle risposte autoriali, in qualche caso difficili da comprendere per eccesso di generosità. La migliore dimostrazione è fornita più dalle curatrici che dai loro colleghi interlocutori: nei modi della narrazione e nelle scelte dell’allestimento. Ponendo al centro la realtà e la materia dell’architettura, le due architette di Dublino hanno infatti provato a “liberare” lo spazio delle due sedi storiche: il padiglione centrale ai Giardini e le imponenti Corderie dell’Arsenale. Nel primo la “pulizia” ha significato togliere muri, eliminare porte, creare prospettive fluide per apprezzare il labirinto delle sale e riportare alla luce sinopie nascoste nel tempo, come la finestra di Carlo Scarpa, vero tocco di “grazia ricevuta” dal Dio dell’architettura. Analogamente nelle Corderie, le installazioni degli invitati fanno un passo indietro per valorizzare la gloriosa prospettiva delle massicce colonne in mattoni: una parata trionfale di tre chilometri, sottolineati dal nastro misuratore dipinto sul suolo. La struttura della fabbrica è la protagonista che fa impallidire le singole installazioni, mettendo a nudo le ambizioni degli architetti di emulare gli artisti. Si accorgeranno inoltre i visitatori di un gesto d’attenzione: dappertutto, sia all’interno che negli spazi esterni di collegamento, panche e sedili – in legno, in pietra, in metallo – per cogliere un attimo di riposo e godere, come nell’incomparabile spettacolo delle Gaggiandre sospese sull’acqua, scorci della laguna come spazi di riflessione o anche di puro godimento. Un’intuizione sviluppata da Francesco Dal Co nella regia del Padiglione Vaticano nel bosco “riscoperto” dell’isola di San Giorgio alle spalle della reliquia palladiana e della Fondazione Cini. Dieci cappelle laiche disseminate tra alberi e cespugli, tra la terra e il filo d’acqua, per ricordarci che l’intimità e il colloquio con se stesso sono la massima forma di spazio libero di cui abbiamo oggi bisogno. Nel complesso questa XVI Biennale di Architettura si presenta in un format non ansioso, dove la tecnica del centrocampo prevale su quella del goleador anche il futuro si tinge d’antico; soprattutto ai Giardini dove il racconto delle curatrici sembra un omaggio al loro famoso conterraneo irlandese James Joyce: un flusso di coscienza dove il passato viene reintegrato dal presente in un blando commento che non sempre convince per la sua pertinenza. Scelta che ha sconcertato chi si aspettava maggior realismo di proporzioni, ma che in fondo è espressione di quella poetica individuale che si richiede ad ogni curatore. Anche quelli che dei padiglioni nazionali: come la Gran Bretagna che ha liberato lo spazio del tetto, rendendolo accessibile per vedere dall’alto i giardini, o la Svizzera cui va la palma della più ironica interpretazione dello spazio liberato, qualunque cosa questo possa significare. Una casa dove il visitatore, come Alice, si muove nei paradossi sei salti di scala in una casa che sembra reale, ma è la messa in scena di un tour virtuale nel mondo della quotidianità dell’abitare elvetico: il lato oscuro che si nasconde dietro l’innocenza del mercato. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22091 Giuseppina Rando. Emozionalmente|Una nota al libro di Piera Isgrò, Claudia Vazzoler e Renata Pasini Piera Isgrò, Claudia Vazzoler, Renata Pasini Emozionalmente Illustrazioni di Pierluigi Zavato Sensoinverso Edizioni, 2017, pp. 76, € 9,00 Una raccolta di brevi testi in veste di fantasiosi racconti che, per l’insegnamento che ne rivelano, rimandano alle favole di Esopo e di Fedro. Emozioni e stati d’animo esplicitati, con fare didascalico, all’inizio del primo racconto, in primarie... come la gioia, la tristezza, la paura, il disappunto e la rabbia… e… secondarie come la vergogna, l’invidia, la colpa, il rimpianto che sono più complesse. Ogni singola narrazione è preceduta da una vivace e colorata illustrazione di Pierluigi Zavatto. Protagonisti sono bambini che, attraverso dialoghi con adulti (maestra, genitori, nonni) o con animali, scoprono la via da seguire per superare gli inevitabili “ostacoli” e potere vivere serenamente. Fulcro di ogni pagina è l’essere in divenire ossia il bambino che, crescendo, è chiamato a misurarsi con l’altro da sé, con la concretezza del reale con la quale, tutti, anche “i grandi” dobbiamo continuamente misurarci. Favolette moderne dal sapore antico, sublimate da pennellate di genuina poesia. Vediamo che la rabbia non si limita a deformare la realtà, ma lancia fiamme dai poteri magici. Un fuoco che non solo brucia gli oggetti, ma li rompe e li frantuma… l‘allegria… è poi una fatina che trasforma il palloncino verde in un altissimo faggio… e… fa battere forte il cuore e rilassa, fa star bene. L’invidia viene impersonata da un bruco che, grazie alle parole di una farfalla scopre l’inutile danno che ciascuno fa a se stesso. Dense di significato poi le parole con cui una bambina, delineata dalla penna di Piera Isgrò, definisce la speranza: una luce nel futuro… dai colori sospesi, trasparenti, tremanti, vaghi… Un libro destinato ai ragazzi, ma certamente utile anche per chi vuol respirare una boccata d’aria salutare per il proprio spirito. Un grazie alle autrici che, con tanta fantasia creativa e semplicità di lessico, rievocano il colore e calore delle emozioni, oggi non sempre adeguatamente vissute e valorizzate. (g. r.) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22088 Anna Lanzetta. Suggestioni da una mostra: Rodin, scultore dell’anima Una mostra non facile da leggere, quella allestita al Museo Civico di Santa Caterina a Treviso, per ricordare, a distanza di cento anni, il genio di uno dei più grandi scultori: Auguste Rodin e celebrarne l’arte attraverso l’esposizione delle sue opere. La mostra “Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet”, si apre nel chiostro con L'età del bronzo, 1877, per la quale si dice che l’artista abbia tratto ispirazione da uno dei “Prigioni” di Michelangelo, per introdurci poi tra le opere in gesso, marmo e bronzo, dislocate in più piani e in ampie sale. Nell’insieme le opere sono comparabili a un libro aperto che di pagina in pagina rievoca e racconta la vita dell’artista, la sua infanzia e i rifiuti della prestigiosa Scuola di Belle Arti di Parigi, dai quali attinse tuttavia la tenacia a procedere nella produzione di opere che, scevre da accademismi, hanno scandagliato l’animo umano, raffigurandone emozioni e stati d’animo, con forti input alla riflessione. Rodin è scultore di sentimenti. I volti dei personaggi come: Testa monumentale di Pierre de Wissant (I borghesi di Calais), 1909, gesso, e Le tre ombre, 1897, gesso patinato, esprimono dolore e malinconia; il volto chino, un senso di arrendevolezza al tempo, che nel trascorrere, tutto travolge come Colei che fu la Belle Heaulmièr, 1880-1883, gesso patinato, opera esemplare, che inesorabilmente ferma il passo e obbliga a guardare il volto emaciato e consunto, la pelle raggrinzita, scolpita con pieno realismo, i seni in cui non c’è più vita segnano la vittoria del tempo che scandisce la fine dell’esistenza, quasi a ricordare il Carpe diem. L’opera suggestiona ed emoziona e il passo si ferma per meditare sulla propria condizione e su ciò che sarà di noi nella fugacità del tempo. Riempiono gli occhi di bellezza e di candore le sculture in marmo, in gesso o in bronzo, che tra le mani dell’artista diventano materia morbida, sensuale e vibrante, in un palpito d’amore, in uno slancio ideale e lirico. Opere in marmo che ci regalano il sogno, la giovinezza, l’amore come: Il poeta e la sirena del 1909, Paolo e Francesca tra le nuvole del 1904-1905, La morte di Adone del 1891 o in gesso patinato come: Il bacio, 1885 ca. e l’amore di Camille Claudel per l’artista con Ritratto di Auguste Rodin, 1888-1889, e Balzac, studio finale, bronzo, 1897. Interessante è l’omaggio a Dante con il progetto che l’artista chiamò Le porte dell’inferno, con i personaggi danteschi e il Pensatore, 1880 ca. L’opera, una statua monumentale, in gesso patinato, doveva infatti rappresentare il Sommo Poeta intento a riflettere sul suo lavoro, La Divina Commedia, che si apprestava a realizzare, ma che oggi ha acquisito un significato universale, una riflessione profonda sull’intera umanità. Auguste Rodin (1840, Parigi – 1917, Meudon) è considerato uno dei più grandi scultori nonché l’iniziatore della scultura moderna. Un artista che scolpisce l’anima con un susseguirsi di passioni, di sentimenti, di rievocazioni scolpite ad arte, per denudare il pensiero. Uno scultore moderno, di quella modernità che non affascina solo per eleganza e perfezione ma perché incarna l’esigenza dell’uomo decadente di penetrare il pensiero e di leggerlo, per capire sé stesso. Bronzo, gesso e marmo entrano in competizione ma nessuno sovrasta, materie che diventano momenti per leggervi l’evoluzione della vita dell’artista e della sua arte. Pregevole è l’allestimento grazie al curatore, Marco Goldin. Domina l’esposizione, Il Pensatore, che con la mano appoggiata sul mento, diventa l’emblema dell’uomo moderno che riflette sull’esistenza, angosciato dai cambiamenti di un’Europa in crisi d’identità, sull’orlo della Grande Guerra. In relazione viene da pensare (a livello personale) al Wanderer di David Caspar Friedrich, il viandante, l’uomo che pensa, che scruta l’universo alla ricerca di una verità in un groviglio di pensieri che non dipana. Pensiero, gesso, 1893-1895, opera delicata nell’espressione, che se rievoca da una parte i Prigioni di Michelangelo si cala nella sua epoca per il copricapo nuziale bretone. La donna esprime, con gli occhi chiusi rivolti in basso un senso di oppressione, un bisogno di scrollarsi di dosso il fardello di pensieri se non della stessa vita, in un “non finito” che non fu capito all’epoca, ma che, presente in altre opere, trasmette realismo, dinamismo e tensione e richiama il periodo trascorso dall’artista in Italia, in particolare a Firenze nel 1875. Nella sala dove è collocata la statua del Pensatore è posta un’ampia tela di Edvard Munch Il Pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde a Lubecca, 1907 ca. L’unione della pittura con la scultura è formidabile. Due giganti posti l’uno vicino all’altro, due geni che si incrociano, pittura e scultura che si comparano e trasmettono messaggi percepibili ma difficili da esprimere se non nella propria soggettività. Munch dipinge il giardino di casa Linde con al centro la grande statua de Il Pensatore di Rodin. Sul fondo, in abito bianco, si vede la moglie del dottor Linde. Il dottor Linde guardava a Munch e a Rodin come ai due artisti che, più di ogni altro, avrebbero lasciato la loro traccia nel futuro e certamente non si sbagliava. Anna Lanzetta Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet 24 febbraio – 3 giugno 2018 Treviso, Museo Santa Caterina Piazzetta Botter Mario, 1 31100 Treviso TV http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22084 Boldini. Ritratto di signora Un corteo di eleganti femmes fatales sfila accanto a figure femminili delineate con sciabolate di colori accesi, pennellate veloci, dissonanti accostamenti. Alcune di loro, con il cipiglio ancora avvolto dal profumo di un’epoca che non c’è più si apprestano a guardare la scena espositiva milanese dopo circa trent’anni di assenza. Sono le donne di Giovanni Boldini, “fragili icone” incastonate in atmosfere rarefatte e abiti fruscianti, protagoniste di una mostra che le vede eccezionalmente uscire dal Museo Giovanni Boldini – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara per un dialogo con il piccolo e preziosissimo nucleo di opere L’Amazzone, Treccia bionda, L’Americana, Giovane donna con fiore – del pittore, conservate alla GAM di Milano, e che durerà fino al 17 giugno, a cura di Omar Cucciniello e Alessandro Oldani. Basterebbero i tre grandi capolavori concessi dal Museo Giovanni Boldini di Ferrara a questa mostra milanese tutta (o quasi) al femminile – La contessa de Leusse (1889 – 1890), La passeggiata al Bois de Boulogne (1909 circa) e La signora in rosa (1916) – a dare l’idea della notorietà internazionale acquisita dal pittore italiano (ma, si sa francese d’adozione) durante gli anni della Belle Époque, tanto che «La gran vita mondana che sfila a Parigi sino alla vigilia della Prima guerra mondiale diventa un suo harem privato e obbediente, un mondo speciale ammesso alla manifestazione e mediazione del suo genio, con un esclusivismo di patenti che quasi fa impallidire le offerte di D’Annunzio e quelle al giovane Gordon Craig». (Carlo Ludovico Ragghianti) Cronologicamente l’ultimo di questi bellissimi ritratti risale agli anni del conflitto, ma indica, appunto, quale importanza Boldini potesse ancora vantare presso la committenza cosmopolita che, pur nella tragicità degli eventi bellici e nonostante la tarda età dell’artista, per consegnare la propria immagine alla posterità ancora ricorreva alla sua mano abile e veloce, ai suoi modi eleganti e seducenti, alla sua capacità di ricreare un’inconfondibile, vaporosa atmosfera mondana. La signora in rosa è Olivia de Subercaseaux Concha, aristocratica parigina di origine cilena, flessuosamente seduta su un divanetto Luigi XVI che faceva parte dell’arredo dello studio del pittore. Era stato il celebre ritrattista americano James Whistler a presentare Boldini ai Subercaseaux e a procuragli, di conseguenza, diverse importanti commissioni come questa. Ancor più importante, con la sua altezza di oltre due metri, La passeggiata al Bois de Boulogne ritrae l’estrosa esponente dell’alta società statunitense Rita Lydig (nata Hernández de Alba de Acosta, di origini cubane). In compagnia del marito Philip, capitano dell’esercito americano ormai in pensione, con il quale soggiornava spesso a Parigi, frequentandovi letterati, musicisti, artisti. Si tratta di un’opera esemplare della tarda maturità e condensa le ricerche figurative e stilistiche elaborate da Boldini durante una lunga e sfaccettata carriera, che ha permesso al pittore di rinnovare il genere del ritratto con una formula che si traduce in una perfetta sintesi di tradizione e modernità. L’opera è, infatti, rappresentativa dello studio della grande ritrattistica inglese del Settecento: la scelta di ambientare il ritratto all’aperto, sullo sfondo di una vegetazione, rimanda in particolare a The Morning Walk, dipinto da Thomas Gainsbourough nel 1795 (Londra, National Gallery), cui il pittore ferrarese senz’altro guardò. Di Rita Lydig si può anche ammirare in mostra un disegno – anch’esso proveniente dalle collezioni ferraresi e databile al primo decennio del Novecento – che la raffigura a mezzo busto, di profilo tramite pochi e rapidi tratti di matita. Tra le incisioni in mostra, sempre provenienti da Ferrara, significativo è Il cappello con gli aspri (1900 circa). Il foglio a puntasecca su carta giapponese, raffigura una signora elegante con un cappello alla moda, decorato da vistosi aspri o piume di airone. Da un punto di vista tecnico, la stampa presenta una veloce redazione parziale della figura e una vivacità compositiva grazie al segno marcato, elettrico e preciso. La puntasecca dimostra, inoltre, che la sensibilità grafica di Boldini, al pari di quella pittorica, offre un efficace connubio tra l’interpretazione dello stile e del gusto estetico allora in auge e la resa dell’attitudine della modella. Boldini con grande maestria corrispose pienamente all’edonismo della sua ricca e colta committenza, effigiandone i membri in modo innegabilmente seducente ed esclusivo. Come nei grandi dipinti su tela, anche nei lavori su carta il suo virtuosismo tecnico, non limitandosi alla diligente trascrizione oggettiva, restituisce la naturalezza di uno sguardo, di un gesto, l’impercettibile irrequietezza della figura. Con tutta probabilità, l’artista considerò l’attività incisoria marginale rispetto all’opera pittorica; egli infatti, lavorò all’incisione in forma privata, realizzando perlopiù effigi informali di giovani donne e dame eleganti di amici o di qualche personaggio per lui significativo dal punto di vista affettivo o professionale. Negli anni successivi alla Grande Guerra, che segna storicamente la fine della Belle Ėpoque, nulla sarebbe stato come prima in Europa. Boldini si spegne a Parigi all’età di ottantotto anni, l’11 gennaio del 1931. Le opere con le quali aveva immortalato i protagonisti di quella stagione mitica, con cui definì il canone stesso della bellezza e dell’eleganza di un’epoca, avrebbero conosciuto una breve stagione di oblio per riacquistare, letteralmente ma progressivamente, la loro statura di indispensabili documenti pittorici di quell’importante frangente storico ed essere riconosciuti in tutto il loro “forte potere d’incanto”. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22080 Tirano, Libreria Il Mosaico. Resistenza, resistenze: Il delitto Moro|Mercoledì 23 incontro con Biagio Natale Tirano – Resistenza, resistenze. Questo il titolo della rassegna organizzata dalla nostra libreria nell'ambito dell'iniziativa “In cortile. Cultura, musica libri e incontri” promossa dalla Cooperativa san Michele. L'obiettivo dei cinque incontri, intervallati da una serata dedicata alla musica live, è porre al centro dell'attenzione pubblica quattro argomenti, libri e personaggi che, in epoca e situazioni diverse, hanno incarnato i valori della “resistenza” civile contro poteri oppressivi o hanno riflettuto sui valori e sugli obiettivi di tale resistenza, sulle sue conquiste o sulla delusione derivante dalla mancata realizzazione delle sue promesse. Tutti gli incontri avranno luogo a palazzo san Michele (Madonna di Tirano, Piazza Basilica) 23 maggio, mercoledì, ore 20:45 Incontro con Biagio Natale, studioso Tema: Il delitto Moro Il mito della Resistenza tradita ha supportato per anni l'azione delle BR, il gruppo rivoluzionario dell'estrema sinistra che si è reso responsabile del delitto Moro. Le indagini giudiziarie hanno portato alla condanna degli esecutori materiali dell'omicidio, ma non hanno chiarito i moventi e, conseguentemente, l'esistenza di mandanti occulti, italiani o stranieri, o di correi che abbiano avuto un qualche ruolo nel depistare le indagini o nel coprire responsabilità di terzi. In un'Italia alle soglie di una rivoluzione politica importante (l'assunzione del PCI a responsabilità di governo), che per alcuni segnava il coronamento delle conquiste resistenziali e per altri il loro totale naufragio, l'esecuzione di Aldo Moro ha segnato un saliente della storia della Repubblica e dei partiti nati dall'esperienza partigiana. Biagio Natale, che ha lungamente studiato le carte processuali di quel fatto ed è uno studioso di quella difficile epoca, dialogherà col pubblico illustrando lo stato delle verità raggiunte e dei molti risvolti ancora da spiegare. Il Mosaico libreria http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22074