News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Marisa Cecchetti. “Disordine morale” di Margaret Atwood Margaret Atwood Disordine morale Ponte alle Grazie, 2007, pp. 228, € 15,00 Una raccolta di undici racconti della scrittrice canadese Margaret Atwood -Ottawa 1939- Disordine morale si legge come un romanzo e conquista il lettore con un affabulare pacato e profondo che scolpisce i personaggi e fissa con maestria di pennellate l’ambiente. L’ambiente magico ma inospitale di foreste canadesi, una grezza abitazione di legno lungo il bordo di un lago, la solitudine che costringe a trovare comunque delle soluzioni, un padre che studia gli insetti, il fascino che esercita sui figli il laboratorio fatto di tronchi d’albero, le magre cene che la madre prepara col pesce pescato, sono le basi su cui si formano e si consolidano personalità capaci di resistere alla vita. Al centro le figure di Tig e Nell con le loro scelte anticonvenzionali, scandalose per i benpensanti, perché vivono insieme pur essendo lui sposato e con il matrimonio ormai alla fine. Entrambi legati con la loro professione al mondo della letteratura, scelgono di vivere lontano dalla città in una fattoria assai malridotta, a detta della gente frequentata da entità invisibili, e la vanno popolando di animali e curano l’orto e la terra come se fosse il loro primo lavoro. Complessa la figura di Oana, la moglie legittima di Tig, che, dopo essersi avvalsa della collaborazione di Nell per la pubblicazione di un libro, la ritiene la sua giusta sostituta, tanto che le spiana la strada verso Tig, la accetta per riconquistare la propria libertà ma allo stesso tempo la vuole gestire. Mite è Nell, versatile, obbediente fin da bambina, disposta al sacrificio di sé, capace di sopportare percorsi coraggiosi e responsabilità più grandi di lei. Ci sono situazioni che sembrano surreali, se pensiamo ad una bambina di dieci anni che si prende cura della madre incinta caduta in totale abulia, e si deve sostituire a lei nella cura della neonata, col padre assente per lavoro ed il vuoto intorno. Ci sono comportamenti anomali della sorella di Nell, difficoltà a gestire una fattoria con ospiti – animali e persone – che aumentano nei giorni. Ma intorno la natura ricompensa con la sua bellezza. Ci sono genitori che invecchiano, che lentamente consumano vista, forze, memoria, con il passato carico di emozioni e di esperienze e di contatti umani che rimane solo fissato da foto ingiallite o in scarse righe di diario. Pietosa la figlia tenta di alimentare la memoria che fugge, nella speranza di recuperare ancora la madre alla vita, desiderosa di fare luce su qualcosa di intrigante di lei, solo intuito, che ne completerebbe l’immagine. C’è la maternità desiderata e quella che nasce nei confronti di figli non propri. Ci sono macchiette fissate nelle loro abitudini, in riti che si ripetono. Le fattorie, gli appartamenti, vanno e vengono veloci da un proprietario all’altro: in un momento di mercato favorevole, si vendono case piene di magagne, si ristrutturano, si trasformano in poco tempo. Scorrono le cose e scorre la vita, dalla meraviglia della nascita, alla consumazione. Ostacoli compresi. La Atwood racconta con una distanza controllata dalle emozioni, non crea tensioni ma curiosità – siamo certi che ci sarà una via di uscita, in qualche modo –. Non drammatizza, è incline al sorriso, alla lieve ironia, sembra volerci dire che la vita va accettata con tutto il suo bagaglio di pesi, che è preziosa comunque, che va vissuta senza costrizioni che la snaturino. La memoria è un modo per ringraziare la vita, e la letteratura la suggella. Marisa Cecchetti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22314 Adriano Angelini. Suicidio di un sedicenne «Il tempo felice dell'uomo tra la fanciullezza e la giovinezza». (Giacomo Leopardi, Zibaldone, ed. Mondadori: 120) Non è questo suicidio, come tanti altri ripetuti, una eccezione, bensì sintomo di una grave malattia sociale. Siamo in grado di riportare la nostra civiltà logora e malata in seno alla natura per essere curata? Già nell'antichità, durante l'imperialismo macedone e poi romano, molti avevano avvertito la necessità di un ritorno alla natura. O altrimenti dovremmo rassegnarci a constatare un numero in crescita di suici tra la gioventù. L'uomo è un animale sociale o politico come disse Aristotele. Se ciò è vero, come credo, sociale è dunque la responsabilità e quindi riguarda l'incivilimento che provoca nell'uomo debolezza e perdita di interesse per la vita. Lo stesso Leopardi, maestro di vita a detta del nostro poeta Bertacchi: «L'uomo non doveva per nessun conto accorgersi della sua assoluta enecessaria infelicità in questa vita... Il suicidio è la cosa più contro natura che si possa immaginare». (Zibaldone, cit.: 103) «L'incivilimento ha posto in uso le fatiche fini, i lavori di abilità che consumano e logorano ed estinguono le facoltà umane, come la memoria, la vista, la forza in genere, le quali non erano richieste dalla natura, e tolte quelle che le conservano e le accrescono, come quelle dell'agricoltore, del cacciatore della vita primitiva, le quali erano volute dalla natura e rese necessarie alla detta vita». (Zibaldone, cit.: 113) Sempre più viviamo una vita artificiale, programmata dalle macchine, che impongono indifferenza e razionalità. E col progresso che ha creato, l'uomo si è sempre più ingabbiato. Il che significa che sempre più vive in spazi chiusi, sotterranei, lontano dalla vera luce; sopraffatto dalle macchine, l'uomo, privato del dialogo e della collaborazione umana, si sente più solo. Allontanato dalla sua stessa natura, vive quasi sempre fuori dal contesto naturale di cui si sente estraneo, avendo perso la confidenza e la conoscenza degli alberi, delle madri elementari, così degli animali. Già Leonardo suggeriva: salvatico vuol dire colui che salva. Ci allarma il fatto che sia un adolescente a compiere un gesto di tanta interiorità da sradicare la propria vita da sé medesimo. Dove sono volate le belle illusioni, patrimonio della gioventù, che fecondano la società di allegria e di enstusiasmo? Le ha rapite il mercato che impone il suo linguaggio perfino nelle scuole, per restituircele vuote, assordanti, ossessive e venali. Ho il sospetto che la società umana si sia incamminata su qualche via che ha per nome necrofilia. Cosa ha ridotto quel giovinetto a una tale disprezzo di sé, soffocando l'amor proprio, essenza vitale? È un'età in cui l'uomo accoglie quasi inconsapevole l'impulso fatale della vita: l'amore, che ci fa sentire autori e partecipi di tutte le primavere, ch'egli purtroppo nessuna incontrerà, neppure quella che è lì alla portata di tutti, e l'avrebbe salvato, la primavera della stagione coi suoi mille fiori e cinguettii festosi, con la spensierata farfalla che tesse in cielo capriole di felicità, e con quella forza impareggiabile indomabile che tinge tutt'intorno di speranza e d'amore della vita. Mi par di suggerire alla giovanile età di fuggire il mercato: andate verso gli alberi, vi danno ossigeno! Presso gli animali, vi mostrano il meglio di voi! Oggi l'insidia è Interdet, il mercato globale: qui... né salgono alberi al Sole né germoglia l'antica rima: amore – fiore. Adriano Angelini http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22300 Maria Lanciotti. La rosa nera e la rosa rossa, una storia follemente umana – 2|Dopo la chiusura dei manicomi (Legge Basaglia –13 maggio 1978, n. 180) La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia, 1924-1980) Dove mi trovo? Al Pronto Soccorso, in sala d’attesa. Stesa su una panca coperta da un lenzuolo bianco. Vorrei imboccare la porta ma non riesco a muovermi. – Eccomi, sono qui! – E nonna tutta affannata mi si butta addosso piangendo. Povera vecchia nonna sempre presente, ma ecco che dietro di lei... E avanza quello che chiameremo mio marito – lui ancora si reputa tale – che mi abbranca, mi deposita sul sedile posteriore della sua auto e parte, e parto anch’io. Sono a casa, nel mio letto. Mio marito – non si può dire ex fino allo scioglimento definitivo del vincolo con il divorzio, speriamo entro il 1980 – seduto in poltrona a gambe accavallate legge il Corriere dello Sport e mi sembra di scivolare all’indietro, ma con un colpo di reni mi drizzo sul letto e gli indico l’uscita. Cortesemente. Poi gli vado dietro e tiro il chiavistello. Sto dormendo quando suonano alla porta. Ancora nonna. Che trovando sbarrato dall’interno s’è attaccata al campanello. Dobbiamo levarci il vizio, tutte e due, di entrare a tutte le ore nella casa dell’altra. Perché ci siamo scambiate le chiavi? E la privacy? Sì, la privacy! – Perché ti sei chiusa dentro? perché stai al buio? – Che c’è, nonna? – È pronta la minestra. O mangi la minestra di nonna o ti butti dalla finestra. – Dopo, – le dico, e richiudo. A FORZA DI BUONE MANIERE SI PERDE L’EDUCAZIONE. Vado in bagno e lo trovo sporco. Chi è stato? Rinuncio alla doccia e vado da nonna, prima che torni lei. E lì trovo anche mia madre. Allegra come un funerale. E c’è pure il mio quasi ex, seduto a capotavola. Che bel quadruccio. – O io o lui – sentenzio, rigida come un manico di scopa. Suspense. Poi lui si alza ed esce. Avrei preferito che fosse rimasto, così me ne sarei andata io. Sono diventata intollerante a ogni forma di sopruso; agli AMOREVOLI GESTI CHE SONO IL POSSESSO DEL SANGUE PARENTE. Patetici, questi tentativi familiari di fare da anello a una catena spezzata. UNA CATENA DI STAGNO SPACCIATO PER TITANIO. Lascio madre e nonna in cucina e vado nel salotto buono, quello che nonna non apre mai, custode di memorie e fiori appassiti. Sul tavolo c'è un puzzle compiuto a metà. Mio marito lo regalò a nonna lo scorso Natale interpretando i suoi gusti per farsela amica e alleata. San Pietro con tutto il colonnato. La fabbrica della vanità. Oggi è la volta buona che lo sbriciolo. E questo faccio, scompagino il già fatto e tessera per tessera lancio tutto dal balcone che dà sulla strada, come coriandoli a Carnevale. E in ultimo butto pure la scatola. Domani porterò a nonna un nuovo puzzle con una bella veduta della campagna romana, con ruderi, greggi e pastori e stormi di uccelli. Un bacio al volo alle mie care vecchine e rientro a casa mia. Dovrei dormire un po’, ci provo, ma non riesco. Allora potrei fare le grandi pulizie, quelle che di solito si fanno a pasqua. Che importa se invece è ferragosto? Da dove cominciare? Chi è che riduce l’appartamento in questo stato? Prendo la scala e comincio a svuotare i pensili, per lavarli dentro e fuori e poi riordinarli a modino. Ma sono già stanca e mi stendo sul divano per riposare un momento. E invece mi risveglio la mattina dopo, col fracasso dei cassonetti della spazzatura. IL TEMPO S’È MESSO A VIAGGIARE PER SUO CONTO, non ci capisco più niente. Trilla il campanello. È mia cognata, sorella maggiore dell’uomo da cui mi sto separando, che gli ha fatto e ancora gli fa da baby sitter. – Sono passata a vedere come stai – dice dopo che è entrata. – Bene, e tu? – Che ti hanno detto al Pronto Soccorso? – Niente di che. Una botta di caldo. – Ti hanno prescritto farmaci? – Valium, al bisogno – le dico, guardandola dritto negli occhi. – Ah! Hai preso il caffè? – Che sta a significare: offrimi un caffè. – No, ho la cucina inagibile. – Manca l'acqua? – No –, seccamente. – Be’, fumiamoci almeno una sigaretta. Mia cognata la conosco. Somiglia al fratello. Non si fanno scalfire, ma anch'io sto imparando: – Non fumo più. Andasse pure a riferire a chi di spettanza, è ciò che voglio. Bussano. Ancora mia nonna. – Benedetta figlia, perché ti chiudi dentro? e se ti senti male? – Nonna, non portare iella. – Vieni di là, ho preparato il tiramisù. E se cominciassi a urlare? Invece seguo la nonnetta, docile come una tigre addomesticata. – Resta qui con me, sono più tranquilla – dice nonna, che mai demorde. E MI SCATTA LA PIETÀ PER L'UMANA PIETÀ. Penso a mia madre. A quanto siamo state sempre distanti. A tutte le volte che ci siamo avvicinate solo per farci del male. Eppure ci deve essere un modo per volersi bene senza mancarsi di rispetto. Ed esco per andare da lei e provare di nuovo a perdonarci. La trovo che innaffia i vasi sul balcone. ACCOGLIMI MAMMA TI PREGO CON UN SORRISO. PREPARA UNA ZUPPA DI PANE E LATTE, MANGIAMO INSIEME. Mia madre mi guarda inquieta, quasi studiandomi. Restiamo in silenzio sedute su due vecchie poltroncine di vimini che mamma ogni anno in primavera rivernicia di bianco, assieme agli infissi che rivernicia di verde. Qualcuno la chiama salendo le scale, è la sua vicina che viene a trovarla e subito si mettono a chiacchierare tra loro, compiaciute e commosse delle piccole cose che si raccontano. Rivangano i bei tempi andati, quando si mangiava pane e cipolla e si era sempre contenti. Poveri in canna ma in grazia di Dio. Parlano dei loro mariti morti troppo presto e baciano ognuna il medaglione con la foto del defunto che portano appeso al collo. Ignorando completamente la mia presenza. Poi mia madre invita la sua vicina a rimanere a cena con lei, così si fanno compagnia. Saluto e scappo via. MIA MADRE NON MI HA PREPARATO LA ZUPPA DI LATTE, NON ABBIAMO MANGIATO INSIEME. Sto per prendere l’ascensore e rintanarmi in casa, quando un’ondata di terrore mi sommerge. E se qualcuno vi si fosse intrufolato durante la mia assenza? E se mi stesse aspettando armato di coltello? Suono alla prima porta che trovo a pianoterra e mi apre un mostro. La faccia viola con le labbra gonfie nerastre, gli occhi immensi e… un SESSO ENORME. Alle sue spalle un altro mostro, ma di genere femminile, con una parrucca gialla sfilacciata e gli occhi strabuzzati che mandano lampi neri. Mi tirano dentro mentre mi cedono le gambe e mi affloscio su un divanetto. Quei due mi guardano e si guardano, chissà che stanno macchinando. Fingo di svenire per prendere tempo e cercare di capire dove sono capitata. Sbircio i loro movimenti. Stanno frugando nella mia borsa parlottando fra loro, poi spostandosi nel corridoio fanno una telefonata di cui non afferro una parola. DEVO TAGLIARE LA CORDA. Mi alzo dicendo che sto meglio, solo un capogiro, un po’ di stanchezza, grazie e scusate il disturbo. Afferro la borsa e faccio per uscire, ma loro mi costringono di nuovo a sedere. Suonano alla porta ed io mi aspetto di vedere entrare la MORTE in persona. È vestito di grigio con fondina e pistola. Scambia poche parole con i padroni di casa, mostruosi! – forse è dei loro? – mi prende gentilmente per un braccio e mi porta fuori, chiama l’ascensore, saliamo, mi chiede le chiavi e apre la porta di casa ed entriamo. ADESSO MI SPARA, penso. Invece prende a rovistare dappertutto, apre sportelli e cassetti, poi entra in bagno, traffica un po’, e ne esce mostrandomi la scatola dei sonniferi. Ecco dove stava, al suo posto: nella cassetta dei medicinali. – È lei che ne fa uso? – mi chiede. – No, guardi, è lì da non so quanto tempo. – Massimo sei mesi, data della confezione, e adesso è quasi vuota. Che mi dice? vive sola? Ma di che mi accusa? Tento una spiegazione. Ma suona falsa alle mie stesse orecchie. Potendo, vorrei ingoiare ora un’intera scatola di sonniferi e dimenticare. Che ne sanno loro di quello che sto passando? Come posso spiegare quanto si può stare male, mentre a occhi bendati si viene scorticati vivi da CHI NON VUOLE MOLLARTI E ARPIONATA A PAROLE DA CHI NON HA LA FORZA DI AFFERRARTI? – Allora, qui vive sola? – Sì, sono di fatto separata. – Dov'è suo marito? come posso rintracciarlo? Dissolvenza. Qualcuno mio sta schiaffeggiando. Apro gli occhi e urlo nel vedere che anche l'uomo con la fondina è un mostro con la faccia viola e ora mi sta portando fuori a braccia, e sotto casa c'è un furgone che aspetta, e appena siamo dentro il furgone parte. Pronto Soccorso. Mi stanno già aspettando e sono tutti mostri. Con gli occhi immensi fissi e il sesso che straripa dai camici. Bianchi, verdi e blu. Mi fanno tutti assieme il terzo grado. – Quante ne hai prese? – Non fare la furba, è meglio che ce lo dici. – Meglio per te. – Perché ti sei impasticcata? – Da quanto tempo le hai prese? – Le hai mandate giù con l'alcol? DE-VO RE-STA-RE CAL-MA. Cerco di ricapitolare ma non me ne danno il tempo e diventano sempre più aggressivi. Passano alla tortura. M’infilano in bocca un serpentone nero e spingono giù mentre mi tengono immobilizzata. – Brava, così, abbiamo quasi finito, – dice uno con voce umana. E rivolto agli altri: – Ha lo stomaco vuoto, ed è così debilitata che rischiamo di fare danni. Niente pasticche, niente alcol, nemmeno una foglietta d’insalata e non presenta sintomi di avvelenamento... – Tira, tira via, questa sta male! – e il serpentone mi ripassa attraverso, stavolta in uscita. – È fatta, su – mi rincuorano – dovevamo controllare che non avessi ingerito roba pericolosa, non puoi immaginare quanta gente dà di matto in questo periodo dell’anno, col solleone che squaglia le meningi… Vedo ai miei piedi una bacinella colma d’acqua verdastra, e un conato di vomito e di rabbia mi squassa, spalanco la bocca per un urlo da bestia ma la voce non mi esce. – Firma qui. – E mi sbattono fuori. Cielo stellato, silenzio per le strade deserte e finestre chiuse. È mezzanotte passata, mi dice l’orologio della chiesa: oggi è un altro giorno. Adesso vado alla polizia e sistemo tutto. Magari più tardi, adesso proprio non ce la faccio. Spero solo di riuscire ad arrivare a casa. Anzi, telefono pure al mio avvocato. Voglio sapere se è lecito fare una lavanda gastrica a una che pesa quaranta chili solo per levarsi uno scrupolo e poi rispedirla a casa a piedi, da sola, nel cuore della notte. E ho anche dovuto firmare per il mio rilascio. Vado come in un incubo, mi aspetto di vedere saltare fuori dai chiusini spettri ghignanti e lingue di fuoco. Sono quasi arrivata, quando il panico mi strozza in gola, levandomi il fiato. Mi sento osservata da ogni possibile spiraglio attorno. E ho la certezza tremenda che lui, colui, egli, mi stia aspettando nascosto nell’ombra. Se scappo m’insegue, se infilo il portone… DEVO TROVARE IL MODO DI SVICOLARE. Arrivo di corsa al cancello, al portone e dentro l'ascensore. Premo il primo e l'ultimo pulsante e prendo a fare saliscendi. Finché l'ascensore è in movimento nessuno può aprirlo. Ma il rumore che fa ogni volta che passa richiamerà l'attenzione. Qualcuno nel palazzo ci sarà pure rimasto, e verrà fuori per reclamare. Porte che sbattono e voci. Gente sui pianerottoli. Sul mio, c’è una vera ressa. Dove stava rintanata tutta questa gente? E non poteva mancare nonna, che si sta sbracciando mentre mi urla di scendere. – Mi spiace ma non posso, – e continuo con la manovra, guardando mentre passo e ripasso quelli che mi stanno a guardare attraverso il rettangolo di vetro. – Vuoi qualcuno, c’è qualche persona che possiamo chiamare? – chiede una voce, ed io rispondo sì, VOGLIO I POMPIERI. Questa è una buona idea. Dei pompieri mi fido. Appena arrivano fermo l’ascensore ed esco. Intanto continuo la mia corsa, e fuori la confusione aumenta. Eccoli, sono arrivati con le loro belle tute arancioni. Loro salvano i gattini in pericolo, spengono gli incendi nei boschi, entrano negli appartamenti in fiamme, rischiano la vita per salvare quella degli altri. Sì, di loro mi fido. Uscirò, ma a una condizione: – Vengo fuori ma prima mandate via tutta questa gente, – e assisto allo sgombero dei pianerottoli mentre continuo a viaggiare. Le porte degli appartamenti si chiudono, torna la calma, restano solo i pompieri e a quel punto fermo l'ascensore e scendo. I vigili sono tre, ma chiedo che uno solo mi accompagni dentro casa – quello più anziano, che si chiama Alvaro – gli altri per favore restino fuori. Mi vergogno per come sono conciata. Dentro l'ascensore mi sono fatta ripetutamente la pipì addosso. A casa mi dirigo subito al bagno con l'intenzione di lavarmi, ma crollo a metà corridoio. Quando riapro gli occhi mi trovo stesa sul divano. Accanto a me c'è una sconosciuta e il pompiere che mi tiene la mano. La donna – minutina, occhi strapazzati – dice: – Sono un medico, non abbia timore. – Mi sorride e vedo che ha la BOCCA PIENA D'ACCIAIO. Mi riprende il terrore. Ma Alvaro dice che la dottoressa è qui per aiutarmi, c'è lui che controlla la situazione e quindi devo stare tranquilla. Come posso stare tranquilla nelle mani di una che ha L’ACCIAIO AL POSTO DEI DENTI? – Che cos'ha in bocca? – le chiedo. – Un apparecchio correttivo, non pensavo si notasse tanto. E ci dovrei credere? Con tutte le mostruosità che mi è capitato d’incontrare oggi… no, anzi ieri? Dove andremo a finire con tutta questa supertecnologia e cibernetica avanzata? E adesso che sta facendo la dottoressa? – Le prendo la pressione, stia rilassata. La mia pressione non le piace. Si vede dallo sguardo che scambia col pompiere. – Mi dia il braccio, le faccio un'endovena. – Che mi vuole iniettare, droga? – Tranquilla, – interviene Alvaro, – ci sono qua io. – E mi accarezza la mano, mi fa tendere il braccio, e sento un pizzico, e qualcosa di rapido che scarica bruciore e terrore fuori di me, e mi alleggerisce il cuore. Quando penso che tutto sia finito mi sento sollevare come una piuma e portare via non so dove e un terrore indicibile mi contorce le viscere, e la certezza che mi vogliano uccidere esplode con una fiammata e io vado in cenere. Maria Lanciotti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=66&cmd=v&id=22297 Alberto Figliolia. “Magritte. La Ligne de vie” Un naso-proboscide s'infila in una pipa (ma è una pipa? Oppure è l'idea di una pipa?), mentre una candela s'erge a far luce attorcigliandosi alla sua base come un sinuoso corpo di serpe. E chi è quell'oscuro viandante in impermeabile e con il cappello calcato sul capo, che ci volge la schiena fissando un lampione nell'ossimoro di una stanza fra ombra, fievole luce e penombra? In primo piano una gigantesca foglia-albero, inquietante sineddoche, colma l'orizzonte di nubi e monti. E come definire l'indefinibile memoria se non come un marmoreo sanguinante volto dagli occhi serrati, uno sguardo interiore perduto negli abissi? Sempre sorprendente e spiazzante è René Magritte (Lessines 1898-Bruxelles 1967) nella sua nitida e surreale "descrizione" del mondo. All'artista belga dedica una magnifica mostra il LAC di Lugano: oltre novanta opere che ne raccontano il complesso affascinante itinerario. Le invenzioni di Magritte sono incredibili: semplici e stupefacenti, come, nel Modèle rouge (1953, olio su tela), piedi che si fanno scarpe o scarpe che si fanno piedi in un ribaltamento di senso e di significati (l'alienità che alligna nel quotidiano). Ne La chambre d'écoute (1958, olio su tela, 38 x 46 cm, Kunsthaus Zürich) una grande mela verde – allusiva, illusiva, ingombrante metafora – riempie di sé una stanza, quasi un tragicomico microcosmo. Il prototipo dell'uomo medio, muta e borghese presenza-indifferenza – fra un rapace e un pesce fuor d'acqua in verticale, come colonne di un tempio malsano – ci scruta ne La présence d'esprit (1960, olio su tela, Collezione privata Essen, Museum Folkwang). Era forse anche, quella di Magritte, una ricerca dell'assoluto, così come suggerito da un omonimo suo quadro (1966, olio su tela, Collezione privata, Lugano)? Noi posteri diremmo di sì. Ma anche con caustica intelligenza occorre(va) épater les bourgeois... Perché il Gran René era pure un artista politico: «Signore, signori, compagni. La fatidica domanda “Chi siamo?” trova una risposta piuttosto deludente nel mondo in cui dobbiamo vivere. Noi tutti siamo solo sudditi in questo mondo apparentemente civile, dove intelligenza e bassezza, eroismo e stupidità convivono pacificamente e a turno vanno di moda. Siamo i sudditi di questo mondo incoerente e assurdo, in cui si fabbricano armi per scongiurare la guerra, in cui la scienza serve a distruggere e costruire, a uccidere e prolungare la vita dei moribondi [...] viviamo in un mondo in cui ci si sposa per denaro e si costruiscono palazzi che vengono lasciati ad ammuffire davanti al mare» (Anversa, 20 novembre 1938). Tremendamente attuale e vero. Immenso e godibile pittore è stato (è: poiché la vera arte non muore mai) Magritte, e finissimo teorico, rivoluzionario – lui, naturalista e creatore di incogniti simboli – senza mai tuttavia cadere in narcisistici esibizionismi. «La grande forza difensiva è l'amore, che trasporta gli amanti in un mondo incantato fatto su misura per loro e magistralmente protetto dall'isolamento. E infine c'è il surrealismo, che fornisce all'umanità una direzione per lo spirito e un metodo per portare avanti le ricerche in quelle aree che finora abbiamo scelto di ignorare o disdegnare e che tuttavia riguardano l'umanità in modo diretto. Il surrealismo rivendica per lo stato di veglia una libertà simile a quella che abbiamo nel sogno». René Magritte, con i suoi spaesanti orizzonti e le costruzioni oniriche dai dettagli quasi iperrealisti (Le château des Pyrénées, 1962, gouache su carta, 20 x 13 cm, Collezione privata), fra astrazioni di sapore quasi metafisico e sotterranee iperbariche critiche al sistema, è stato (è) un infinito poeta dei colori. Perché... “Libertà colore dell'uomo”, dixit André Breton. Alberto Figliolia Magritte. La Ligne de vie. Fino al 6 gennaio 2019. Museo d'arte della Svizzera italiana, Lugano sede LAC Lugano Arte e Cultura, Piazza Bernardino Luini 6, Lugano (CH). A cura di Xavier Canonne, Julie Waseige e Guido Comis. Info: tel. +41 (0) 918157970, e-mail info@masilugano.ch (per il visitatore); tel. +41 (0) 588664230, e-mail lac.edu@lugano.ch (visite guidate e laboratori creativi); siti Internet www.masilugano.ch e www.luganolac.ch. Orari: mar-dom 10-18, gio fino alle 20, lun chiuso. Ingresso: intero Chf 20, ridotto Chf 14; ingresso gratuito ogni primo giovedì del mese dalle 17 alle 20. Catalogo Skira-MASI Lugano. 2018, edizione italiana, inglese e francese. 22 x 28 cm, 200 pagine, 162 colori e 33 b/n, cartonato. Per tutte le illustrazioni: © 2018 Prolitteris, Zurich http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22285 Giuseppina Rando. Senilità|A libro aperto: pensieri peregrini a sera… - 15 «[…] i vecchi sono degli esseri umani? A giudicare dal modo con cui sono trattati nella nostra società, è lecito dubitarne. Per questa società, essi non hanno le stesse esigenze e gli stessi diritti degli altri membri della collettività: a loro si rifiuta anche il minimo necessario. Gli anziani vengono deliberatamente condannati alla miseria, ai tuguri, alle malattie, alla disperazione».1 Così scriveva Simone de Beauvoir, dando una visione alquanto negativa della condizione degli anziani. In realtà non è proprio come asserito dalla scrittrice francese anche se oggi, nei confronti degli anziani, spesso prevale l’indifferenza anche da parte di figli e nipoti e non di rado chi ha raggiunto una certa età viene considerato “un essere inutile” o, molto superficialmente, persona poco interessata alla vita. Visione questa, ovviamente, soggettiva e limitata. Pure le previsioni sociologiche ed economiche di oggi delineano scenari preoccupanti. Realisticamente c’è una fisicità segnata qualche volta dalla malattia e dal decadimento, che comunque porta sempre segni di vita. Non bisogna dimenticare tuttavia che tante volte il pensionamento è vissuto dal soggetto come rinascita o liberazione, come l’occasione di prendersi finalmente il tempo di vivere, di prendersi il proprio tempo e, in conseguenza, la senilità viene vissuta come un’età in cui il tempo si dilata... In un articolo pubblicato da una rivista medica divulgativa si legge: …Nella gioventù si impara, nella vecchiaia si comincia a capire. Diventare anziani significa diventare capaci di vedere. Il valore delle cose e dell’uomo si può valutare quando si diventa anziani… La riflessione è desunta da un’opera della scrittrice austriaca Ebner Eschenbach (1830-1916) educata fin dalla giovinezza al gusto dei classici, rimasta sempre al di fuori e al disopra di tutti i cenacoli letterari, ma che seppe osservare con naturalezza le realtà e descriverla con stile. Durante la terza età, moralmente e fisicamente sana, – secondo la Eschenbach – tre sono i verbi che dovrebbero contrassegnare i propri giorni: capire, vedere, valutare. Si dovrebbe essere capaci di andare oltre la superficie della realtà per penetrarne il senso; si dovrebbe essere affascinati più dal valore che dal prezzo delle cose e si dovrebbe essere più riflessivi e comprensivi. Un rimando, per alcuni aspetti, al De senectute di Cicerone che avvertiva: Chi non abbia dentro di sé risorse per vivere bene e felice, subisce il peso di tutte le età; chi invece trae da se stesso ogni bene non può considerare un male quel che necessità di natura impone. Ogni età ha un suo fascino – continua Cicerone – alla leggerezza… dell’età che sorge, seguirà la saggezza dell’età che tramonta. L’età matura, quindi, non dovrebbe essere vissuta come una come ingiustizia, come assurdità, fonte di paura e di angoscia, ma preparata con scelte, atteggiamenti e stili. Se non se ne parla, se non la si evoca – scrive il saggista Enzo Bianchi – si finisce per rimuoverla e si compromette …la naturalità della vecchiaia, perché non la si conosce più; invece bisogna saper trovare il coraggio di affrontare un’avventura che ha dell’inedito, ma che è sempre una tappa della vita. Nessun eroismo, ma il coraggio è una forza interiore per un cammino che è il penultimo, prima del passaggio a un’altra riva.2 Giuseppina Rando 1 Simone de Beauvoir, La terza età, Einaudi, 2002. 2 Enzo Bianchi, La vita e i giorni. Sulla vecchiaia, Ed. Il Mulino, 2018. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22281 Maria Lanciotti. La rosa nera e la rosa rossa, una storia follemente umana – 1|Dopo la chiusura dei manicomi (Legge Basaglia – 13 maggio 1978, n. 180) L'appuntamento con Siro è alla stazione. Come sempre di domenica mattina. Nel suo tempo libero da impegni di lavoro e familiari, ridotto a un paio d’ore. Oggi poi è ferragosto. Da quanto tempo andiamo avanti così? Fino a quando? Il vagone è tutto mio. La stazioncina d’arrivo appare come un rifugio per cani randagi. Siro non è ancora arrivato. Misuro il piazzale lastricato di sampietrini in lungo e in largo, poi siedo su una panca di marmo fissando il vuoto. E le rotaie perversamente lucenti. Siro potrebbe anche non venire, non sarebbe la prima volta. E non cercherebbe scuse. Invece eccolo che arriva. Pantaloni chiari e camicia blu, non si è rasato. – Scusa, non mi partiva la macchina – dice, – un amico mi ha prestato la sua. Mi bacia e mi stringe, svanisce ogni timore. Siro prende la via del bosco e nei pressi di una radura accosta e scendiamo, e c'inoltriamo tenendoci per mano nel folto del castagneto. Restiamo abbracciati a lungo, nel silenzio appena interrotto dal fruscio delle foglie e dal canto degli uccelli. È il momento solenne che attendo da sempre. Siro è il mio destino e sta per compiersi. Prendo dalla borsa il pareo turchese e blu, con i pesci che guizzano fra i rami di corallo. Lo stendo a terra e aspetto. Le sue mani dolcemente mi spingono giù, poi siede e resta vigile. Io non posso più aspettare. Infilo la mano sotto la sua camicia. Tremo al contatto della sua pelle tiepida e vibrante. Una sensazione di perfetta pace mi avvolge e non succede più nulla, tutto è già accaduto. Noi due ci stiamo inseguendo e sfuggendo da tanti anni in labirinti ostili che sembrano da noi stessi preparati. Forse ora ne usciamo. Per la prima volta ci troviamo così, stesi accanto in un luogo solitario. Esasperati da un desiderio d'amore troppo a lungo e insensatamente negato. Rumore di passi e scricchiolare di foglie. Due fraticelli s'inerpicano per il viottolo diretti al monastero dei Cappuccini che si trova poco più in alto, parlando o forse pregando con voce monotona. È spezzato l’incanto. Siro si alza, mi volta le spalle, si accende una sigaretta. Non faremo l'amore nemmeno stavolta. Ripiego con cura il pareo, sarà per un'altra occasione. Siro evita il mio sguardo. Quando mi saluta alla stazione, leggo promesse nei suoi occhi. Ho sempre letto promesse, nei suoi occhi, mai mantenute. Siro è un mistero per me, ed è tutta la mia vita. Mi sento leggera. Come un palloncino sfuggito dalle mani di un bambino, che sale verso il cielo. Dove scoppierà. È mezzogiorno. Scendo dal treno vuoto e m'incammino verso casa, che troverò vuota. Mi sto separando da mio marito, ma non è facile. Per sciogliere certi nodi ci vorrebbe forse un colpo d’accetta. Matrimoni combinati che hanno la tenuta di catene al piede di carcerati speciali. Per il momento lui si è trasferito altrove in attesa della definitiva rottura. La palazzina sembra evacuata. Serrande abbassate, nemmeno un panno steso. I fiori stanno morendo di sete sui balconi. È tempo di ferie. Penso una volta a casa di fare una doccia, bere qualcosa di fresco e sdraiarmi, sono stanchissima. Invece appena entrata le mie gambe mi riportano fuori. È canicola feroce. Nelle strade deserte l’asfalto luccica viscoso e fluido, tutti i negozi chiusi compresi i bar. Che desolazione. Mi dirigo chissà perché verso la casa di mia madre. A quest'ora riposa e non vorrei disturbarla, e per cosa, poi? Busso alla sua porta e sento il cigolare del letto quando si alza, i suoi passi che si avvicinano. Apre e resta a guardarmi stupita e un po’ spaventata. Sono stupita e spaventata anch'io. Perché mi trovo qui? Mai confidenza tra noi, solo divergenze. Mia madre dice che lei ha già mangiato, ma se voglio mi prepara qualcosa. No, non mi occorre nulla, solo vorrei riposare con lei, nel suo letto. Assurdo. È la prima volta che chiedo asilo a mia madre. Lei troppo frastornata per fare domande beve un bicchiere d'acqua e torna a letto, e io mi distendo al suo fianco nel calore soffocante del sottotetto. Supina e immobile, aspetto che il sonno arrivi. Da quanto tempo non dormo? Da quando Siro mi ha dato appuntamento per oggi. Era giovedì o venerdì? e oggi è domenica. E non ricordo di avere mangiato, spero almeno di avere bevuto. Da quando Siro mi ha detto “Vieni, devo fare l’amore con te altrimenti mi ammalo” non ho avuto più bisogno di niente. Mi sono preparata per andare da lui come una sposa all'altare, con la sottana di pizzo e il petto in fiamme. Per un nulla di fatto. Il sonno non arriva. Sul soffitto fluttua il pareo che sarà il nostro lenzuolo nuziale. Rivivo attimo per attimo quello che è stato e che sarà, perché non può non essere, e mi sento elettrizzata. Quando e come non so. Imboccammo vie diverse pur desiderando con tutta l’anima di camminare affiancati. Perché? Un errore che si perpetua. Ma c'è dell'altro, che stento a mettere a fuoco. Finché la verità non trancia ogni velo e assisto alla pena capitale di ogni mia aspirazione. Siro non esiste, ed io sono uno spettro proiettato dalla mia stessa invenzione. Mi scoppia la testa. La ragione si sgrana e cerco inutilmente di parare i pezzi dell’ingranaggio che mi si avventano addosso fra mille scintille. Mia madre russa. Scatto in piedi, esco dalla stanza e inciampo nello spigolo del tavolo della cucina – che ci fa qui in mezzo? – e scappo fuori inseguita dalla voce di mia madre che chiede “Ma dove vai?” e volando per le scale sono in strada. Ho i piedi in fiamme, stretti nei sandali da stamattina. Passo davanti a una casa dove c'è un giardino e una bambina che gioca con la sua bambola e la sgrida perché si è sporcata il vestito. – Posso usare il bagno? – le chiedo, e lei mi risponde che i suoi genitori dormono ma io posso entrare, però devo fare piano. Nel bagno c’è una scarpiera e dentro trovo un paio di mocassini comodi che metto ai piedi e al loro posto lascio le mie scarpe. – Ciao e grazie, – dico alla bambina che sta lavando la bambola nuda in una bacinella gialla, e riprendo a camminare. Devo sistemare questioni urgenti. Attraverso tutto il paese. Chissà che ore sono. Nessun albero, niente ombra. Grondo sudore e non ho niente per asciugarmi. I fazzoletti sono nella borsa, ma la borsa dov'è? Dentro ci sono le chiavi di casa, i documenti, i soldi del mese, sigarette e accendino. Sento prepotente la voglia di fumare. Chiederei una sigaretta se ci fosse qualcuno in giro, ma in giro non c'è nessuno. Solo quella donna, che si ferma e resta a guardarmi. Che avrà da guardare? Altri cento metri e sono arrivata. La chiesa è bella, tutta nuova, con la doppia scalinata e il giardino fiorito, ma il portone è chiuso. Vado sul retro e provo a suonare alla canonica, nessuna risposta. Busso e ribusso al portale. Alcune persone passano e mi guardano incuriosite. Perché non si fanno gli affari loro? E perché il parroco non si cura dei suoi fedeli, perché non mi apre? Continuo a bussare e a suonare il campanello e finalmente una finestra si spalanca in alto. – Chi sei, che vuoi? – chiede il don. – Sono io, una pecorella smarrita. – Non hai letto l’orario sul portone? Si apre fra un’ora. Torna per la funzione… – Non se ne parla – e gli volto le spalle. Ho bisogno di fumare. La borsa l'avrò lasciata a casa tirandomi dietro la porta, vado a prenderla e cerco un tabaccaio o un distributore automatico. Ma anziché andare verso casa prendo la direzione opposta. La campagna crepita al calore infernale. Devo fare due conti con la ciarlatana di quartiere che opera in nome di Rita da Cascia. Mia madre è sua affezionata cliente. Ogni mese le consegna metà della sua pensione di reversibilità. Senza farsi vedere perché è vergogna. Ma la gente parla. Viottolo a sinistra, recinzione, cancello chiuso, cani alla catena. – Lilia – chiamo, – vieni fuori! I cani ringhiano, la padrona di casa non s’affaccia. Sono stanca morta. Me ne vado. Ma in quel momento Lilia esce e tutta gentile mi chiede: – Che ti serve, bella? – Apri, che te lo dico. – Vengo. Non aver paura dei cani, sono legati. – Non sono i cani a farmi paura. – Vieni, ne parliamo dentro. La casa è un incubo. Un'accozzaglia di simboli di segno contrario. È così che Lilia confonde i poveri creduloni. La sporcizia impera. – Vuoi una limonata? Siedi, sei pallida. Vuoi che chiami tua madre… o tuo marito? – Non ci provare. È proprio per questo che sono venuta. Guai a te se mia madre rimetterà piede in questo porcile, guai a te se qua dentro sarà fatto ancora il mio nome da chicchessia, se spaccerai ancora polverine da sciogliere nel mio latte. – Oh, bada a quello che dici... – Sentimi bene: qua dentro c'è un fetore nauseante, non credo che piacerà a quelli dell’ufficio d’igiene. Le butto cento lire sul tavolo per il disturbo e mi volto per uscire, inseguita da Lilia che sbraita infuriata. Passo fra i cani che abbaiano ma non mordono e sono in strada. Il sole tramonta. Siedo su una panchina, sotto un albero di Giuda. Muoio dal sonno ma non riesco a chiudere gli occhi. Pancia vuota e testa piena. E un senso di perdita irrimediabile pensando a Siro. Sconfortante. Vorrei essere presa fra le braccia da qualcuno di cui potermi fidare. E piangere sulla sua spalla. Ho provato a dormire accanto a mia madre e se lei mi avesse cullato forse ci sarei riuscita e non mi troverei così spersa. Ma non sono più una bambina e dovrei essere io a cullare mia madre che si sta facendo piccola come una bambina. Quand'è che s'inverte la ruota della vita? Quand'è che si diventa madre della propria madre? Vado verso casa, incespicando per via dei mocassini che mi vanno larghi e del sudore che colando mi appanna la vista. – Scusi, ha una sigaretta? – chiedo a un passante, l’unico che abbia incrociato. – Mi fa accendere per favore? Mai fatta prima una simile richiesta. La sigaretta mi disgusta al primo tiro. Forse è drogata: MAI PRENDERE NIENTE DAGLI SCONOSCIUTI. Portone d’ingresso chiuso, non so come entrare. Poi penso di citofonare a nonna che abita nell'appartamento dirimpetto al mio e ha il doppione di tutte le mie chiavi. Nonna apre e mi aspetta sulla porta. – Dove sei stata? – mi chiede. – In giro. Mi dai per favore le chiavi di casa? – E le tue? – Sono rimaste dentro, capita. – Prima vieni a mangiare qualcosa, – m’invita nonna con quella sua maniera accattivante, ma altrettanto gentilmente io rifiuto e m’infilo dentro casa. La borsa è all'ingresso. E il pacchetto delle sigarette è vuoto. Ridiscendo per andare dal tabaccaio. Trovo aperto quello della stazione. Chiedo tre pacchetti delle mie sigarette e un paio di accendini. “Di che colore?” Uno bianco e uno nero. Grazie. Accendo la sigaretta e mi riprende la nausea. IL FUMO UCCIDE. LO STATO HA LICENZA DI UCCIDERE. Voglio andare a dormire. A casa trovo ad aspettarmi sul pianerottolo nonna e mia madre. Che io ricordi, da sempre vedove. Che ci fa in giro mia madre a quest’ora? – Come ti senti? – lei mi chiede, con un filino di voce. – Bene, perché? – Oggi eri strana. – Ah sì? tranquilla, sto bene – intanto armeggio per entrare in casa. – Tua madre arriva e tu… – miagola nonna, l’angelo del focolare anche quando è spento e disertato. – Vieni a mangiare, c’è il brodo. Battaglia persa, non ho le forze per oppormi. Alla prima cucchiaiata devo correre in bagno. Che ci ha messo nonna nel brodo? Anche lei come mia madre è affezionata cliente di Lilia. Trovo sparse le sue polverine negli angoli più nascosti, piazzate in mia assenza. Nonna non l’ha mai negato. – Adesso vado – ed esco, inseguita dai sospiri di mia madre e i rimproveri di nonna, ma non attacca. A casa mi chiudo dentro col chiavistello. Mi stendo sul divano e torno con la mente a stamattina, a oggi, a stasera. UN FERRAGOSTO DA TREGENDA. Adesso però devo dormire. Prendo un paio di quelle pasticche per l'insonnia e me ne vado a letto. Dove stanno? Saranno pure scadute, me le portò mio marito quando, risultate vane minacce ingiurie e ALTRO nei miei confronti, decise di prendersi cura di me ricorrendo ai soporiferi, proprio quando non volevo più saperne di lui. Non importa. Ora mi stendo e mi rilasso, il sonno verrà. Troppo caldo. Esco nel silenzio della notte e trovo una rosa sul mio balcone. Piantai uno zeppo, tempo fa, e stanotte è sbocciata una rosa. NERA. Quante stelle, un tappeto. E mentre abbraccio il cielo con lo sguardo, una scia luminosa viene serpeggiando a morirmi addosso. E' la notte di san Lorenzo. Chiudo gli occhi per esprimere un desiderio e quando li riapro vedo – dalla parte della ferrovia – l'angelo di luce con la spada sguainata alto sopra di me: a proteggermi o a minacciarmi? Voci alterate dalla strada qui a lato. Mi sono familiari. Un duetto animatissimo e ripetitivo. Niente, non riescono a spiegarsi e continuano a urlare. DISTURBO ALLA QUIETE PUBBLICA. Qualcuno reclamerà se continuano. Due occhi arrossati mi stanno fissando dalla casa di fronte. Rientro e tiro completamente giù la serranda. Non mi reggo più in piedi. Silenzio in tutto il palazzo. Troppo silenzio. COME SE FOSSERO TUTTI MORTI. A parte quei due che continuano a duettare sempre più isterici. E nessuno che intervenga per farli zittire. Sembrano – ma guarda che strano – moglie e marito quando si danno addosso come belve. Poi un pensiero lampo: e se venissi aggredita in piena notte dai malviventi che in questo mese lavorano a cottimo? Domani vado in questura e sporgo denuncia. Contro chi? Contro ignoti. Sudo e sono gelata, devo fare una doccia. No, meglio evitare rumori, non si può mai sapere. Che mondo! Ho pure il telefono fuori uso, forse ho dimenticato di pagare la bolletta. Domani sistemo anche il telefono. Un faro di luce scandaglia la stanza. Fuori, un rumore d’inferno. Qui le cose si mettono male, meglio che avvisi qualcuno. Vado da nonna a telefonare. Anch’io ho il doppione delle sue chiavi. Nonna dorme. A chi telefono? Alla centrale di polizia. E che gli racconto? Tutte le stranezze che ho notato. E se qualcuno mi sta tenendo d'occhio? C'era uno che mi spiava, nel palazzo di fronte. Con i mezzi di oggi QUELLI guardano pure attraverso le pareti. Magari ti leggono pure nel pensiero. Un'idea: chiamo l’ambulanza e mi faccio portare alla polizia. Senza correre rischi. Intanto allerto la stampa. Chiamo Il Messaggero, il numero lo trovo sull'elenco. – Sì, pronto? – Pronto. Mi trovo in una situazione di pericolo. Adesso chiamo l'ambulanza e vado alla polizia. – Chi parla? Nome, cognome, indirizzo e numero telefonico: il mio, disattivato. – È sola in casa? – Sono in casa di nonna, prima ero sola. – Di che situazione parla? – Non so esattamente, ma è grave. Si capisce quando una cosa è grave, no? – Perché vuole chiamare l'ambulanza? – Gliel’ho detto, per andare alla polizia. – Perché non usa invece il telefono? – E che sto facendo, secondo lei? – Signora, più tardi la richiamo, va bene? – Più tardi? Scusi, ma lei è o non è una giornalista? – Sono una giornalista. – Allora faccia il suo lavoro! Le sto anticipando una notizia che scoppierà come una bomba e lei dice che mi richiama dopo? Ma lei vuole il morto? – Signora, al numero che mi ha dato non risponde nessuno, come mai? – Le ho detto o no, che mi trovo da nonna? Il mio telefono è staccato perciò chiamo da qui, ma questo che cambia? – Più tardi la richiamo senz'altro, buongiorno, – e riattacca. Nonna mi sta alle spalle muta e sbiancata. – Torna a letto, nonna, adesso me ne vado. – E chiamo l'ambulanza. – Pronto, centodiciotto?” – Chi parla? Nome, cognome e indirizzo, senza numero telefonico che tanto lo vedono da soli. – Che succede? – Una donna sta male. – Chi? – Io. – È sola? – Più o meno. – Arriviamo. Nonna sembra un fantasma nella camicia bianca lunga fino ai piedi abbottonata fino al collo. Dicono che i vecchi hanno sempre freddo e non dormono mai. Fossi anch’io invecchiata di botto? – Va tutto bene, nonna, non preoccuparti, – ed esco perché penso di farmi trovare pronta sulla strada quando arrivano. È giorno fatto e il rumore d’inferno proviene dal camion della raccolta rifiuti. Guarda chi c'è, Franchino. Prima faceva lo spazzino e adesso porta il camion. Si chiama Franco ma tutti lo chiamano Franchino perché è piccolo e gentile. Mi saluta e tace imbarazzato dopo avermi guardato da vicino. Devo avere un aspetto orribile. Franchino finisce di vuotare i secchioni, sale sul camion ma non si decide a partire. Io aspetto con la pazienza dei pazienti l’arrivo dell’ambulanza. La Sanità non funziona per tutto l’anno, figuriamoci nel mese di agosto. Franchino non sa che fare, poi prende coraggio e chiede se può essermi utile. – Aspetto l’ambulanza, ma non per andare in ospedale… – Vuoi che ti accompagni al Pronto Soccorso? Buona idea. Arrivando col suo mezzo darò meno nell’occhio. Poi da lì alla Polizia sono due passi. – Grazie, Franchino, sei una brava persona. Come sta la tua famiglia? I tuoi figli studiano? Menomale che hai preso questo lavoro sicuro… – Veramente è a tempo determinato, ma finché dura, dura. Vieni, sali. Non si potrebbe, per motivi di sicurezza, ma a quest’ora chi ci fa caso? In cinque minuti arriviamo. – Salgo e subito mi addormento. Al Pronto Soccorso due braccia mi afferrano e mi trovo su una carrozzina spinta dentro da un portantino. Luce abbacinante, domande a cui non rispondo. Non era qui che volevo venire, io devo andare alla polizia. E adesso? – Ce la fai a salire sul lettino? – Ce la faccio, e appena distesa mi lasciano sola. Chiudo gli occhi e svanisco. – Su, sveglia. – Uno in camice bianco mi tasta il polso guardandomi fisso, poi chiede: – Beh, che ti capita? – Senta, non posso raccontarle tutto per filo e per segno, lei sta qui a fare il suo lavoro e io non voglio rubarle tempo, – faccio per scendere ma quello mi tiene giù. – Sta calma e racconta. – Da dove comincio? Ne sono successe tante da ieri mattina, ieri era domenica, giusto? – Domenica di Ferragosto, poi? – Prima prendo il treno e vado all'appuntamento piena di speranza ma passano quei due fraticelli e tutto va a monte, poi vado dal don e lui non mi apre, poi vado da Lilia... ma vede, tutto questo a lei non può interessare, e non è questo che mi preoccupa, ma quello che viene dopo... pensi che nemmeno la giornalista ha compreso la gravità della situazione... – Che giornalista? – Una del Messaggero, il primo che m’è venuto in mente, non sono una lettrice affezionata… – Chi ha contattato la giornalista? – Io. L’ho chiamata al telefono e le ho detto del pericolo, ma secondo me non mi ha creduto…. e forse non era nemmeno una giornalista… – Ah! Mi trovo con un ago infilato nel braccio attaccato a una flebo. E uno in camice verde che mi guarda sornione e mi annusa le ascelle. Sono a disagio. Tanto sudore e mai una doccia. E questo che mi slaccia la vestaglia – ma guarda, SONO USCITA IN VESTAGLIA! – e mi palpa il seno. E sorride sotto i baffi. Perché non mi sono lavata? Intanto questo qui continua a fare lo scostumato, io mi agito e lui mi tiene bloccata sul lettino, mi viene da urlare e lui con una mano mi tappa la bocca e con l'altra m'infila una siringa nel fianco e len-ta-men-te m’allontano, sì, me ne vado a dormire. Maria Lanciotti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=66&cmd=v&id=22278 Maria Paola Forlani. Bacco e Arianna di Guido Reni|Singolari vicende e nuove proposte Grazie alla mostra “Bacco e Arianna di Guido Reni. Singolari vicende e nuove proposte” curata da Andrea Emiliani e in esposizione presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna fino al 15 novembre 2018 (Catalogo NFC edizioni), l’affascinante e complicata storia del famoso dipinto perduto Bacco e Arianna di Guido Reni (1575 – 1642), uno degli artisti più importanti nel panorama europeo del Seicento, si arricchisce con nuovi tasselli, intriganti particolari e interessanti prospettive di confronto. Infatti, dopo ben quattro secoli dall’esecuzione, torna per la prima volta in Italia, in quest’occasione, il dipinto Bacco e Arianna nell’isola di Nasso, dalla collezione privata dell’Uruguay, che Andrea Emiliani, uno tra i maggiori studiosi di Guido Reni, dopo anni di ricerche ha attribuito a Giovanni Battista Bolognini (1611 – 1688), miglior allievo e collaboratore degli ultimi anni di attività del Reni. Questo quadro, pressoché coevo alla versione commissionata da Papa Urbano VIII per Enrichetta Maria di Borbone, dovette essere realizzato tra il 1640 – 1642 circa nella bottega del Reni. Così afferma Andrea Emiliani nel catalogo della mostra: «il Bolognini diviene la spalla destra per il lavoro tardo di Guido, e porta la sua collaborazione fino all’esecuzione di una replica – che deve così considerarsi di bottega – della grandissima tela di Bacco e Arianna a Nasso. Sulla base delle numerose testimonianze superstiti, sia pittoriche che grafiche ed incisorie, si può identificare in questo dipinto una copia dall’Arianna a Nasso di Guido Reni. Celebrato dalle fonti, ma sfortunato: esso è giunto vicino alla sua possibile distruzione. La recente tela è copia forse ordinata al Bolognini dallo stesso Reni vecchio». L’articolata storia delle Nozze di Bacco e Arianna eseguite da Guido Reni per la Corona d’Inghilterra è ben nota per gli studiosi di storia dell’arte. La complessa vicenda ha inizio nel 1637, con la commissione di Papa Urbano VIII e del cardinale nipote Francesco Barberini a Guido Reni delle Nozze di Bacco e Arianna, ambiziosa opera di imponenti dimensioni, da recapitare alla cattolica Enrichetta Maria di Borbone, moglie del Re d’Inghilterra Carlo I Stuar. La composizione doveva ritrarre il mito antico delle vicende che, perduto Teseo sulla spiaggia deserta di Nasso, assiste al sopraggiungere di Bacco, introdotto da Venere e accompagnato dal consueto corteo. L’opera destinata a onorare il soffitto della camera da letto della Regina, era un omaggio nunziale per riallacciare i rapporti diplomatici in vista di riguadagnare terreno per la causa cattolica nell’Inghilterra anglicana, volendo rappresentare una sorta di allegoria di una ritrovata comunione religiosa tra l’Inghilterra e la Chiesa Cattolica di Roma. Dopo un lento avio causato da criticità stilistiche e iconografiche, il maestro Reni riesce a terminare l’opera nel 1640, inviandola a Roma. La partenza del dipinto da parte del Papa alla Regina tarda, però, ad arrivare perché ostacolata dai drammatici sviluppi della rivoluzione puritana e della crisi del papato Barberini. La regina Enrichetta è costretta a scappare in Francia, sua terra natale, a causa dei disordini della guerra civile inglese, ma alla corte francese riesce a ricevere finalmente il dono papale. Il dipinto, però, nel 1650 viene venduto, per far fronte alle diverse spese economiche del regno, a Michel Particelli d’Hemery, il quale, secondo la romanzata biografia di Guido Reni contenuta nella Felsina pittrice (1678) di Carlo Cesare Malvasia, lo smembra per agevolare l’immissione nel mercato collezionistico. Da qui risale il frammento della ritrovata Arianna della Fondazione Mahon e in deposito dal 2003 alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. Data la grande notorietà che la rappresentazione di Bacco e Arianna aveva all’epoca, il papato e l’alta nobiltà scelgono di commissionare sempre al Reni dei prototipi del noto dipinto, su scala sia ridotta sia reale. Da qui, infatti, provengono la prestigiosa replica riferita a Guido Reni, Antonio Giarola e Giovanni Andrea Sirani dell’Accademia di San Luca di Roma eseguita per il cardinale Giulio Sacchetti, così come la copia delle Gallerie Barberini e Corsini a Roma, esposte nella suddetta mostra. Ed è qui che si colloca anche il dipinto attribuito al Bolognini: il grande impiego del prezioso blu di lapislazzuli, a definire la dominante cromatica del dipinto del Bolognini come in quello del Reni, ribadisce che l’artista abbia probabilmente lavorato sotto l’accurata guida del maestro, assecondandone le direttive. Ricostruire la storia e risalire ai vari personaggi di proprietà di questo dipinto non è stata un’impresa facile per gli studiosi: il dipinto fu, infatti, commissionato a Guido Reni tra il 1640-1642 e, successivamente, grazie alla presenza di un sigillo pontificio apposto sulla sua struttura lignea, è giunto al Papato, dal quale fu poi spedito in Inghilterra a Lord Bertram Ashburnham, che scelse a sua volta di venderlo nel 1850, sempre presso Christie’s. Dall’Inghilterra il dipinto arriva in Sud America a Rio de Janeiro, per poi passare per l’Argentina (Buenos Aires) facendo parte di una delle più prestigiose collezione d’arte private del paese, per passare infine in Uruguay, nella collezione privata Montevideo. Quest’ultimo prezioso dipinto inaugura la nuova pagina nella travagliata storia del dipinto perduto del maestro Guido Reni, restituendo allo sguardo l’identità formale della grande “macchina” decorativa che furono le Nozze di Bacco e Arianna. Come afferma infatti Andrea Emiliani, «questa nuova acquisizione, di carattere privato, non potrà che giovare al riconoscimento della incantevole bellezza» del frammento del dipinto originale di Guido Reni, conservato alla Pinacoteca di Bologna. Negli ultimi due anni, fra il 1640 ed il 1642, è notizia che Guido arresti quasi del tutto la sua attività: o meglio, la limiti ad una progettualità continua, un abbozzo e un’incompiutezza dove ormai si misura la temperatura del primo romanticismo, delle sue contraddizioni tra universale e individuale. Nata mezzo secolo prima come contaminazione fra mondo cattolico e memoria dell’antico, nella quale stringere le crudezze del presente, l’espressione poetica dell’artista sembra alla fine ribaltarsi in una rappresentazione così personale da essere quasi solitaria nell’Europa di metà Seicento e fra i suoi grandi miti decorativi e ornamentali. Guido tornerà come profumo, un’anima – piuttosto che un corpo – in tanta parte del sentimento stilistico del Settecento. La sua sarà ricordata come una sensibilità mozartiana da Stendhal. Così, dalla radiosa apparizione dell’eterno mito della bellezza metafisica fra le rovine dell’esistenza, egli toccherà anche le corde della disillusione e della tragedia sentimentale. Maria Paola Forlani http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22274 Paolo Diodati. Dei ns. Presidenti “migliori”|Una non breve risposta al quesito su Napolitano Caro “Scaccia”, con la tenuissima speranza che questa mia, dopo tanto tempo (il commento di Vittorio Scaccia è stato inserito il 06/01/2015, ndr), possa raggiungerla, ecco le mie considerazioni sulla sua domanda. Era prevedibile che chi non aveva mai apprezzato il Napolitano onorevole, Vittorio Feltri e Marco Travaglio, tanto per citare due noti giornalisti e opinionisti molto gettonati, avrebbe continuato a criticarlo, anche da Presidente. Non era, forse, prevedibile il feroce livello di odio, esploso in modo violento e primitivo, in occasione del suo malore e dell’intervento al cuore. Blog e giornali hanno ricevuto impubblicabili volgarità con auguri di morte. Mi sembra ovvio che, per questi, Napolitano sia stato il peggiore. Altrettanto ovvio, però, che la loro opinione non possa far testo. I punti di vista di Vittorio Feltri e Marco Travaglio, sono molto diffusi. Riassumono gli argomenti che possiamo sentire tra i nostri amici colti, incolti o coltissimi e ritrovare con diverse sfumature e vari livelli di acredine, in tutti gli altri commentatori critici con Napolitano. Alle incrollabili e indiscutibili certezze del “tutto nero” di Feltri e Travaglio, preferisco la pacata analisi di opinionisti come Antonio Polito, Pierluigi Battista, Ernesto Galli della Loggia, per i quali tra il bianco e il nero esistono diversi colori intermedi. Il vedere un colore intermedio non è apprezzato dai sostenitori del “tutto nero”. Non a caso abbiamo assistito al brutale attacco sferrato da Travaglio contro il pacifico Battista, costretto a constatare che il freddo ma infiammabile collega “non argomenta, ma mena”. Affermazione che dimostra quanto l’aggressività di Travaglio faccia perdere le staffe anche a giornalisti abituati a polemiche e duri scontri. Infatti Battista avrebbe dovuto constatare che Travaglio “argomenta menando”. Vittorio Feltri ha scritto, come esempio emblematico di stroncatura totale, l’articolo “Napolitano, il bacio della morte: non ne ha azzeccata una”. Anche Marco Travaglio lo critica a tutto campo: ha difeso i poteri finanziari, unico dirigente di un partito comunista ad essere invitato negli USA, tanto da finire etichettato come l’uomo degli americani, ecc. Chi fosse interessato ad approfondire le sue critiche argomentate menando, non ha che da documentarsi sulle continue bocciature e nel non voler vedere “la stella Polare” del politico Napolitano: l’unione della sinistra e la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa. Travaglio pretenderebbe che Napolitano avesse avuto questi obiettivi chiari, già a 17 anni! A sinistra c’è ancora chi continua a dire “Ha da veni’ Baffone!” Per questi, e tanti altri, Napolitano è stato una specie di Renzi: un corpo estraneo al PCI. Perché per il comunista doc, chi era un po’ più liberale, cioè meno statalista o stalinista e più tollerante con le idee altrui, era considerato un intruso da tenere a distanza. La sua fissazione per i miglioristi e l’unione della sinistra, l’hanno vista come la tomba del comunismo, la rovina del PD. Ricordo le continue liti tra due amici pesaresi. Uno, Giorgio Tornati, del PCI, poi eletto sindaco di Pesaro e Franco Brancorsini, socialista nenniano. Dopo estenuanti e ripetitive discussioni “dotte”, passavano a toni da bar… che degeneravano in liti furibonde. La conclusione era sempre la stessa. Il futuro sindaco troncava la rissa urlando “Ma va a fdenti ‘n tel… tu e quel fasista de Nenni!” Io, più piccolo e meno politicizzato di loro, mi azzardai una sola volta a difendere sia Saragat che Napolitano, attirandomi gli improperi più cocenti da tutti e due… Questo ricordo fotografa il disprezzo, tipico dei compagni, per il compagno che si ritiene più moderato e quindi più a destra… Perché ci vuole un bel coraggio a dare del fascista a uno come Nenni! Figuratevi un po’ cosa arrivavano a dire “i compagni più compagni”, della linea politica dei comunisti miglioristi… Per il comunista, ma anche per tantissimi a destra, Napolitano è stato sempre e solo una pedina dei poteri forti. E, messi alle strette su quali sarebbero i poteri forti, finiscono inevitabilmente col parlare di banche e massoneria, tornando alla storia del comunista dirigente del più grande partito comunista occidentale, invitato ripetutamente negli USA. Monti sarebbe stato suggerito a Napolitano dai padroni delle banche, gli americani lo avrebbero spinto alla guerra, ecc. Per chi lo vede da destra, alla fine di continui distinguo, Napolitano, oltre a essere manovrato dai poteri forti, è rimasto sempre il comunista che ha ingoiato anche i peggiori rospi, prima per obbedienza a Mosca e, dopo, per essere stato sempre in sintonia con i compagni, facendo l’unica cosa che sapesse fare: combattere i nemici politici. Quindi, guerra a Berlusconi, al berlusconismo, colpi di stato chiamando alla Presidenza del Consiglio gente non votata, come Monti, nominato di corsa anche senatore a vita, accordi con Fini contro Berlusconi (Fini finì per fini non fini)… fino ad arrivare a spingere un Berlusconi in crisi e sul punto di lasciare la patata bollente dimettendosi, a entrare in guerra contro il suo amico Gheddafi! Da destra si è arrivati a sostenere, come Salvini, che Napolitano andrebbe processato! Con Berlusconi contrario alla guerra, siamo finiti nel grottesco: la destra, considerata nazionalista e guerrafondaia, che viene derisa dai giornali di sinistra, vista la riluttanza di Berlusconi a entrare in guerra e lui, Napolitano, il comunista, che spinge a bombardare la Libia, dopo che l’altro comunista (D’Alema) aveva addirittura fatto bombardare il Kosovo! L’avesse fatte Berlusconi queste guerre, si incalza da destra, apriti cielo! La solita conclusione: solo la sinistra può permettersi di fare una politica di destra. Quindi, da posizioni estreme e, sembrerebbe, preconcette, come quelle ricordate di Feltri e Travaglio, (che probabilità ha un politico di sbagliare proprio tutto?) tipiche e diffuse a destra e a sinistra, concordi nel presentare il curriculum di Napolitano sempre sotto una luce negativa, era prevedibile un giudizio negativo, fino a definirlo, dopo i 9 anni, come il peggior Presidente della storia repubblicana! Penso che, magari tra diverse decine di anni, la Storia considerando le difficilissime condizioni politiche nazionali e internazionali della sua presidenza, la considererà innovativa, lungimirante e… quasi perfetta. Venendo al dunque, riassumendo, le colpe più grandi che gli si addebitano, sono: 1) Il comportamento avuto in occasione del processo Stato-mafia, prima di accettare di rispondere a tutte le domande, senza limiti di riservatezza. 2) Di fronte alle dimissioni dell’azzoppato e rassegnato Berlusconi, non aver sciolto le camere per ricorrere alle elezioni anticipate e di essersi intestardito con i governi Monti, Letta, Renzi. 3) Aver “trafficato” per far scendere l’Italia in guerra contro la Libia. Entrare nel merito della prima accusa (tentativo di sottrarsi alla deposizione, con richiesta di distruggere le registrazioni di telefonate) richiederebbe un lungo approfondimento di episodi, posizioni, ipotesi, retroscene, puntualizzazioni che renderebbero questa risposta eccessivamente lunga restando, comunque, non sufficientemente approfondita e quindi, insoddisfacente. Mi limiterò allora a dare un giudizio sintetico. Il presunto tentativo di “insabbiamento” di presunte prove che potessero coinvolgerlo nella “trattativa Stato-mafia”, era un tentativo di non far aumentare l’inutile polverone già esistente, dando in pasto alla stampa conversazioni private di nessun rilievo sostanziale. E certa stampa, tendeva a presentare Napolitano non come testimone di possibili fatti rilevanti, ma come imputato. Sul porre un freno alla divulgazione di fiumi di inutili chiacchiere, esclusi parecchi giornalisti che si nutrono di pettegolezzi e dietrologie, c’è sempre maggiore accordo. Nonostante queste motivazioni comprensibili, la sua richiesta di distruzione delle registrazioni, se davvero ci fu e fu ufficiale, fu un errore. So per certo che pur stimando Prodi, anche perché del gruppo di Andreatta (democristiani di sinistra) riconosceva i suoi limiti di comunicatore e non ritenesse che fosse la scelta migliore candidarlo contro Berlusconi. Giudizio sicuramente espresso in alcune conversazioni amichevoli che, divulgate, avrebbero sicuramente e inutilmente sollevato sterili reazioni polemiche. Ma molto meglio affrontare tali reazioni, che giustificare illazioni e sospetti sul perché della richiesta di distruggere il chiacchiericcio delle telefonate. Nelle sue deposizioni, accettò infine di rispondere a tutte le domande, senza limite di riservatezza. Non usò mai la parola “trattativa”, ma ammise che lo Stato era a conoscenza di contatti con l’ala mafiosa più moderata. Secondo certa stampa, dette al processo un contributo determinante dicendo, secondo chi non voleva assolutamente vederlo colpevole di chissà quali misfatti, quello che tutti in Italia, sapevamo. Le sue parole poi, riferite alle minacce di morte, ricevute da Presidente della Camera, assieme al presidente del Senato Spadolini (“non mi hanno mai impressionato, perché chi svolge quei ruoli non deve aver paura di minacce simili”) non erano frutto di retorica. Passando alla seconda colpa, fece bene a non sciogliere le camere e a non indire nuove elezioni, per due motivi. Tra gli argomenti forti che Berlusconi aveva sostenuto dalla discesa in campo e in ogni campagna elettorale, c’era la critica, condivisibile, all’eccessiva breve durata dei governi e quindi delle legislature. La proposta di non considerare come normalità indire elezioni anticipate quasi a ogni crisi di governo, vedeva d’accordo la destra e gran parte della sinistra. Perché era ed è ovvio che in meno di un anno di durata media dei governi pre-Berlusconi, un nuovo governo non aveva nemmeno il tempo di “conoscere la macchina dei tecnocrati”, di importanza vitale per il funzionamento del governo. Ma, ragione ancora più forte, c’era la quasi certezza che, indicendo nuove elezioni, si sarebbe verificato un nuovo cambio di maggioranza, come stava avvenendo dalla nascita di Forza Italia. Chi aveva governato, perdeva le elezioni. Avrebbe quindi vinto di nuovo il centro sinistra, ricompattato magari ancora da Prodi… e di nuovo con una maggioranza risicata, come la volta precedente: maggioranza al senato, per appena due voti. E Prodi avrebbe ricommesso il grossolano errore storico, già commesso quando aveva vinto per una manciata di voti: rifiutare l’unica soluzione ragionevole in caso di stallo duraturo, tra due gruppi politici contrapposti e numericamente dello stesso peso, il famoso “tavolo dei volonterosi”. Non avesse sdegnosamente impedito l’attività di quel tavolo, ora non saremmo nella condizione paralizzante di oggi. L’idea di allora era così semplice, buona e obbligata, che Il tavolo dei volonterosi è stato messo su quest’anno da due forze, M5S e Lega, che s’erano combattute e insultate a sangue, prima delle elezioni. Hanno trovato un accordo sul massimo (quasi coincidente col minimo) che avrebbero potuto fare insieme. Per non impegnarsi troppo e non perdere elettori, hanno tirato in ballo una formula nuova: la firma di un contratto. Cioè, realizzati i punti, fine del contratto. Ma l’effetto Salvini e La corazzata Potëmkin (solo così si spiega il raddoppio delle intenzioni di voto della Lega, vedi Affaritaliani), ha fatto prendere una piega molto particolare al quadro politico. PD e FI non ancora si accorgono che M5S e Lega hanno fatto proprie idee e tecniche che erano di sinistra o di destra, lasciando l’opposizione nel vuoto ideologico. Risultato: continuano a perdere consensi e rischiano di scomparire. Infatti Zingaretti propone un ennesimo cambio di nome e a destra si vocifera di un accordo Salvini-Meloni per far fuori l’evidente velleitaria megalomania senile di Berlusconi che assomiglia sempre più a un cinese rinseccolito e rallentato. A chi lo accusa di aver allora violato e stravolto la nostra Costituzione, chiamando Monti, Letta e permettendo o favorendo l’ascesa di Renzi, trasformando una repubblica in una monarchia, rispondo con le parole di Ernesto Galli della Loggia, che certamente non è stato mai tenero con lui (basta leggere il famoso articolo di fondo del Corriere in cui lo accusa, ingiustamente, di aver fatto cadere nel vuoto la disperata lettera di commiato scritta da Moroni prima di suicidarsi): “Ha portato all’estremo i poteri che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato”. A chi gli addebita la responsabilità di aver spinto l’Italia a partecipare alla guerra in Libia, ricordo che, anche se fosse vera la sua posizione interventista, per non danneggiare gli interessi italiani in Libia, e per non favorire di fatto la concorrenza francese, la decisione di partecipare alla guerra fu votata, a stragrande maggioranza, dal Parlamento. Fu voluta dal centrosinistra e dal centrodestra. In pratica, da tutti. Gli italiani, di destra e di sinistra, si assumano in toto la responsabilità dei loro discorsi, degli articoli, delle votazioni. Certo, a Napolitano si può rimproverare di aver ufficialmente taciuto, in occasione dell’intervento in Libia. Puntualizzò, rispondendo a chi lo accusava d’aver spinto per la guerra, “ubbidendo agli americani”, che… alla fine era d’accordo, obtorto collo, anche Berlusconi. Ricordo che aspettai invano una sua definizione di quell’intervento così come doveva essere giudicato da tutte le persone sagge: una pazzia dalle conseguenze imprevedibili. Non credo che un suo dissenso reiterato e pubblico avrebbe avuto grandi conseguenze ma, ripeto, il suo appoggio o il suo silenzio, giustificano un’inevitabile critica che credo gli si debba muovere. Avendo io firmato, dai tempi liceali, tutti gli appelli e le iniziative a favore della costruzione dell'Unione Europea, la posizione migliorista e infine europeista di Napolitano mi ha fatto apprezzare sia il suo essere “il socialdemocratico del PCI”, sia la sua evoluzione politica. Ho apprezzato, addirittura, il suo inutile e “scandaloso” tentativo di far confluire in un unico partito, finalmente, PCI, partitini satelliti e PSI di Craxi. Aveva visto giusto, con decenni di anticipo, quello che gente come Grasso, Bersani, Boldrini, Speranza e compagnia bella, non riescono a capire, neanche come dolorosa lezione storica ricavata dalle continue scissioni. E cioè che la rovina della sinistra, da sempre, è sempre la stessa: la litigiosità interna che parte da distinguo politici che a distanza di tempo nessuno ricorda (perché fu fondato il PSIUP? Chi ricorda perché nacquero partiti come il PSIUP, PDUP, la Quercia, l'Ulivo, il PSU, il PDS, il PD? Chi ricorda le ragioni della scissione tra PSI e PSDI? Che fine fece il PSU?) e diventa poi incompatibilità personale. Incompatibilità che con la nascita di LeU, forse ha battuto il record di pochezza nella motivazione: un nuovo partito nato contro una persona. Per quanto riguarda il tipo d’Europa attualmente realizzato, il realismo deve portare a pazientare per la messa a punto migliore della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. In conclusione, anche per il periodo di particolare turbolenza politica, la sua è stata, senza dubbio, la Presidenza… più presidenziale. È questo il motivo per cui è stato definito Re Giorgio, e non in senso ironico o dispregiativo. Appellativo che sta a dimostrare quanto si sia distinto dai precedenti. L’unico a essere pregato, alla soglia dei 90 anni, per un terzo mandato. A dimostrazione dell’eccezionalità del momento storico, ma anche della persona. Paolo Diodati http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22269 Adriano Angelini. Protesta giovanile il '68 «Ce n'est qu'un début continuons lo combat» Dedico a coloro che pagarono con la vita la libertà e a tutte le nobili nature di cui Leopardi dice (da La ginestra): Nobil natura è quella che a sollevar s'ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al voler detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale; quella che grande e forte mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire fraterne, ancor più gravi d'ogni altro danno, accresce alle miserie sue, l'uomo incolpando del suo dolor, ma dà la colpa a quella che veramente è rea, che de' mortali madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama e incontro a questa congiunta esser pensando, siccome è il vero, ed ordinata in pria l'umana compagnia, tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune.* Perché ricordare il '68, la riscossa di una generazione? Perché non c'è nulla da ricordare, esso è presente nei suoi valori, sostenuti, negati, disattesi, mercificati. Liberi e uguali, il partito che si è presentato alle ultime e lezioni del 2018; queste sono due parole che ne presentano l'eredità, mancando purtroppo il movimento popolare che le sostenga. Come allora è sempre in atto lo scontro tra due stili di vita. Si reagisce all'arrivismo e alla meritocrazia, pilastri della società borghese, con propositi democratici e antiautoritari. Lo studente rifiuta di studiare per il voto o perché gli viene imposto, ma studia per aderire a un contenuto che ama, animato da un desiderio di conoscenza che aderisca alla vita umana e alla sua autoformazione. Al conformismo e alle etichette sociali nasce di contro il vestire dimesso, senza dare importanza, e il portare capelli e barba al naturale, mirando dunque più all'interiorità che all'esteriorità. Oggigiorno l'apparenza purtroppo è salita in cattedra. Al consumismo si cntrappone una vita proba, tenda e sacco a pelo; il modello: “Il figlio dei fiori non pensa al domani”; si inneggia all'amore libero. Alla guerra in atto e latente si risponde: “Fate l'amore e non la guerra”. Mentre industria e commercio inquinano per ricavare il massimo profitto e lo Stato n'è complice facendo lo struzzo, si diffonde la parola d'ordine: “sano”. L'invito è alla coerenza: fare quello che si dice. Si fa obiezione di coscienza al servizio militare, molti pagano con la galera, ma alla fine si vince. A partire dalla famiglia e poi a scuola, ora anche nelle caserme si attacca la gerarchia fondamento del sistema, che trema e si sente minacciato. Esso subisce un'altra scossa col diffondersi della libertà sessuale e l'avanzata dell'emancipazione femminile; si ottengono aborto e divorzio, perciò anche la Chiesa è messa in allarme. Di fronte all'avanzata tecnologica, si diffonde l'automobile; la televisione è entrata nelle case, le labbra e i cuori pronunciano la parola: “bestiale”, evocando il ritorno all'animalità. Già saggezza della Grecia classica: “Vivi secondo natura”, si accoglie questa esortazione, ci si trova all'aperto godendo il mondo, la socialità e la musica. Ma il consumismo dei beni superflui che distraggono, corrompono e alimentano l'egoismo si diffonde, il mercato penetra e ingloba ogni aspirazione e attività creativa, nasce il fenomeno della moda che s'impone subdolamente tra la gioventù, il vero si scambia col falso, si equivoca, si confonde, le menti si smarriscono, poi le comodità indeboliscono, rendono pigri e separano; basta avere denaro e tutto si risolve. La religione diventa il canone dell'ipocrisia, spinge molti ad abbandonarla e ricercare altrove una dimensione religiosa per un dio di tutti che dia realtà alla fratellanza umana. Anche l'ateismo diviene richiesta di autenticità. È l'Oriente che passa le porte dell'Occidente e raggiunge gli Stati Uniti d'America, impegnata nella guerra imperialista del Vietnam e diffonde così una voce pacifista, la voce dell'essere. I vantaggi che il sistema capitalistico ottiene sono il frutto di uno spietato sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo. È la Rivoluzione Cinese che supera la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. I soggetti principali della protesta anticapitalista sono gli studenti, gli intellettuali e la classe operaia. Contro loro risorge feroce e astuta la repressione. L'umanità della classe operaia e degli intellettuali sembra vincente, si allarga il fronte popolare, sorgono i consigli di fabbrica e i collettivi studenteschi. L'esempio di Allende in Cile trascina. Poi il colpo distato, Pinochet il dittatore vince con l'aiuto del governo americano. In Italia i capitalisti sono appoggiati dai servizi segreti americani, lo Stato è sottomesso alla Nato e attacca la resistenza popolare, orchestra un clima di tensione; ci furono dei morti. Cosi soldi poi si trovano provocatori e traditori. Per colpire non esita a diffondere le droghe. E ntanto col consumismo cresce una mentalità uniformata ai valori borghesi della moda e del successo, l'individuo abdica al proprio pensiero, e misura sempre più il proprio valore sull'apparenza. Il mercato ora ingloba anche la politica, oltre la cultura, e detta le sue leggi. È il dominio delle macchine dotate di intelligenza artificiale. Il mercato risponde subdolamente perfino al bisogno di libertà con nuove invenzioni, di salute con nuovi prodotti, non ultime le pillole del miracolo. Libertà e salute e amore non si comperano. Nietzsche alla vigilia del '900 con voce profetica: «Uomini superiori, fuggite il mercato!» Non è il mercato delle bancarelle, oggi il mercato si chiama con un nome straniero: Internet, il nuovo e più efficiente strumento del regime totalitario diretto dalle multinazionali. Il '68 non è morto, perché non è mai nato, è da sempre nei suoi valori d'uomo autentico, che si attengono alla natura e alla storia che evince la boria dei vincitori. E sa che i diritti civili hanno necessità di condizioni socio-economiche e culturali paritarie per esercitarli e che la fame dei molti mantiene la ricchezza dei pochissimi. Un'eco del '68 sono il testamento biologico e la matrimonio tra omosessuali di data recente, come pure le belle parole: solidarietà, accoglienza, diritto di cittadinanza verso i disperati che fuggono da guerre o perché privati del lavoro. Il '68 mise e mette al centro l'uomo che non ha bisogno di tanto e di più per vivere bene, è lui a dover crescere e progredire, non le cose, verso l'Umanità di una sola Ptaria, la Terra, e di una sola Giustizia: uguaglianza, fratellanza e libertà. Non c'è altro progresso! Si ricominci dal disarmo. Subdolo e ipocrita è il potere per farci credere che la pace si ottiene con la guerra. In realtà esso, attraverso la guerra e il potenziamento bellico, mira a crescere e mantenere il potere a granzia della grande ricchezza dovuta ai pochi... Senza soldi par che non si possa far niente, si fa di più e meglio. Ci hanno dato due gambe e due braccia, un cuore ed una mente e il respiro dell'Essere. Adriano Angelini * Da ritenere a memoria per giovare alla causa del '68. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22265 Roberto Malini. In Italia le autorità perseguitano i poveri Al di là della propaganda e delle complicità mediatiche, qual è il reale atteggiamento del governo e delle amministrazioni locali nei confronti della povertà? È una politica di repressione e persecuzione. Le persone senzatettto sono costrette a migrare da un ricovero all’altro, perché il tempo di permanenza in ognuno di essi è sempre più breve: una settimana, quindici giorni, un mese nei casi più fortunati. Come si può pensare che si possa uscire da una condizione di privazioni ed emarginazione, con queste regole? Un numero crescente di persone fruga nella spazzatura o fra i rifiuti lasciati dai commercianti dei mercati all’aperto. Per non parlare dell’operato delle forze dell’ordine nei confronti delle persone indigenti, sottoposte a continui controlli, trattate senza alcun garbo, costrette a svegliarsi e allontanarsi da ogni ricovero di fortuna nel primissimo mattino. Degli sgomberi non vuole parlare né scrivere più nessuno, eppure si susseguono a un ritmo spietato e riguardano anche donne, bambini, malati e disabili. Le procedure nei loro confronti sono ostli, finalizzate a impedire la permanenza in un riparo di emergenza, senza alcuna attenzione socio-sanitaria. Anche questa settimana gli sgomberi sono stati tanti. Ne citiamo alcuni: Bolzano; Torino; Milano, via Schievano; Cologno Monzese (Milano); Fara Olivana (Bergamo); Cairate (Varese); Vicenza; Civitanova Marche; pineta di Avezzano (L’Aquila); Roma, ex Casilino. (Roberto Malini) http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22264 Gordiano Lupi. “Piombino. Memoria di ferro” di Stefano Giannotti Stefano Giannotti Piombino Memoria di ferro EIF, 2018, pp. 240, € 15,00 Da oggi in libreria un romanzo dal titolo emblematico: Piombino e dal sottotitolo ancor più deciso e ammiccante: Memoria di ferro. Ebbene sì, confessiamo che nella scelta del titolo ci siamo ispirati a Bagheria di Dacia Maraini, ma siamo convinti che il libro di Giannotti valga persino di più, che sia una felice commistione di proustiana ricerca del tempo perduto con una narrazione appassionata e coinvolgente di fatti ed eventi che coinvolgono una generazione e una città industriale come la nostra. A mio parere Stefano Giannotti ha scritto il romanzo su Piombino che mancava, narrando con partecipe trasporto l'epopea dei ragazzi degli anni Sessanta, che pure io - nel mio piccolo - vado componendo pescando a piene mani nei ricordi. L'autore non vive di ricordi ma con i ricordi - distinzione sottile ma profonda -, attinge al passato per affrontare il presente, non fa sterile autobiografia ma tira fuori dall'armadio canforato i sogni perduti di un popolo che da sempre convive con il fumo (perché dà pane) ma resta ancorato al suo mare. Un libro da leggere e meditare, un romanzo che siamo orgogliosi di aver pubblicato. (Gordiano Lupi) ALCUNI ESTRATTI Non è facile rendersi conto che il tempo è trascorso, non ci sarà più modo di osare con Francesca e Marina, loro come me sono cambiate, quelle persone che il ricordo mostra ai miei occhi non esistono più. Per quanto chiuda gli occhi e mi veda a cogliere le ginestre con zia Tecla oppure nuotare davanti al Centro Velico con zia Nilde, per quanto la notte sogni di dare la mano a mio padre o giocare in piazza Dante con Raffaele, per quanto mi metta affacciato sul muro di Cittadella e creda di giocare playmaker a Masnago oppure insegnare matematica, tutto questo non potrà più accadere, Piombino è cambiata, l’acqua che lambisce la spiaggia di Sotto i frati non è più la stessa e mi rendo conto che c’è un tempo per ogni cosa. Mi volto verso la chiesa, scorgo via Dalmazia, davanti a me Cittadella, fossi giunto là avrei visto il porticciolo e il castello imponente, la verità mi si pone davanti come quando dopo qualche minuto riuscivo a risolvere un integrale o problema geometrico. Piombino varia come può farlo una spiaggia nel singolo ciottolo ma nel suo insieme rimarrà uguale a se stessa, Piombino sarà sempre quelle costruzioni svettanti che puoi vedere dal traghetto per l’Elba, sarà sempre il Falcone che punta il Falconcino davanti a sé, sarà l’odore di salmastro che ti allieta mentre cammini a Marina. Non c’è differenza tra me e il bambino, come non c’era tra me e nonno Cencio, il mio bisnonno, tutti noi avremo camminato in piazza Bovio che non saprà mai che ce ne siamo andati ma noi siamo parte di lei. Stefano Giannotti è nato in una città di mare ed è laureato in scienze dell’informazione. Amante della matematica diventa con il tempo lettore, nella sua libreria mai mancherebbero Borges e Proust. Ha pubblicato i romanzi Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia, oltre a una silloge di poesie dal titolo Fermento di Falesia. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22259