News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Alberto Figliolia. “Gian Maria Volonté” di Mirko Capozzoli Mirko Capozzoli Gian Maria Volonté add editore, 2018, pp. 288, € 19 “A trenta anni ero una cosa, a cinquanta sono un'altra. Oggi non so dare una definizione del mio essere attore se non questa: io sono di volta in volta in maniera diversa, in relazione alle circostanze”, Gian Maria Volonté. “Gian Maria cercava di non essere mai se stesso, il vero Gian Maria non appariva”, Umberto Orsini. Poliedrico, capace di creare una galleria di volti e personaggi indimenticabili aderendo corpo e anima al ruolo, e sempre con l'intelletto vigile; sensibilissimo, politicamente e socialmente impegnato, anche contraddittorio, forse nevrotico nel senso della ricerca della perfezione. Come raccontare una figura quale quella di Gian Maria Volonté, l'indefinibile per antonomasia, il sublime camaleonte in grado di passare dal teatro al western e da quest'ultimo genere, reinventato dal suo pater Sergio Leone, al cinema, in senso lato o letteralmente, politico, arrabbiato, diciamo anche incazzato, alla satira, alla storia che si fa presente? Un interprete fenomenale, troppo presto scomparso. Uno che si faceva, che diveniva, con il suo contributo attoriale-autoriale, il film stesso (ma senza prevaricazioni). Ben venga il libro, semplicemente intitolato Gian Maria Volonté (parte delle interviste sono dell'autore e di Alejandro de la Fuente), di Mirko Capozzoli, che sonda in profondità la complessa biografia, sia esistenziale che professionale, dell'immenso, attore nato a Milano nel 1933 e cresciuto a Torino per approdare infine a Roma e in quanto cosmopolita – si può dire “internazionalista”? – nel vasto mondo. Il volume è corredato, come detto, negli intervalli interni da un'ampia serie di interviste: a Tiziana Mischi, con cui Gian Maria convolò a nozze; a Carla Gravina, il grande amore della sua vita, fra estasi e tormento (sostanzialmente uno scandalo in quell'Italia ancora bacchettona, manna per i rotocalchi e la stampa scandalistica); ad Armenia Balducci, a sua volta moglie in un'esperienza totale, fra pubblico e privato, così come Volonté amava concepire i casi dell'esistere. Ne scaturisce un ritratto a tutto tondo, dalle origini familiari – l'ossimoro del padre fascistissimo, in antitesi al figlio decisamente progressista, fra socialismo e libertarismo – alla nascita della vocazione, dal teatro itinerante, i Carri di Tespi – “Giravamo l'Italia del Nord, i paesini che si chiamavano Cento, Mirandola, Carpi... si montava il tendone con le capriate in legno, le sedie per il pubblico, la pedana per gli attori e. d'inverno, le grosse stufe a segatura, finché non avevamo esaurito il repertorio”, ipse dixit –, all'Accademia d'Arte Drammatica di Roma, dall'Idiota televisivo, che diede inizio alla sua fama, vero incipit della sua leggenda, a Per un pugno di dollari e a L'armata Brancaleone, sino a A Ciascuno il suo, Banditi a Milano, I sette fratelli Cervi, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – “Poche volte nel cinema recente abbiamo visto un attore […] plasmarsi alle necessità di un personaggio con tanta flessibilità mimica e vocale (l'accento di Volonté è divenuto nel film una singolare e felicissima koiné centro-meridionale, con inflessioni ora beffarde, ora isteriche, una sorta di efficacia fonetica del potere)”, Lino Micciché in Cinema italiano degli anni '70, Marsilio –, Uomini contro (coraggiosissimo film sull'inutile bagno di sangue della Prima Guerra Mondiale), Sacco e Vanzetti (immane spettacolare pellicola storico-civile), La classe operaia va in paradiso, Il caso Mattei, Giordano Bruno, Todo modo, Cristo si è fermato a Eboli, Il caso Moro et alia. Parliamo di storia del cinema, e non solo italiano. Si potrebbero sintetizzare la vita e l'opera di Volonté con il trittico concettual-sentimentale Amore-Rivoluzione-Arte? La risposta sarebbe affermativa, anche se gli elementi in gioco sono molteplici sino all'infinità. Rimangono fotogrammi e storie narrate sullo schermo da questo divo-antidivo, che le pagine del libro descrivono con sapienza e ricchezza di particolari inquadrando il suo agire nel tessuto storico dei possenti mutamenti sociali in atto, in una commistione difficile, ma necessaria, fra intimo e partecipazione agli eventi. Neppure la malattia – un tumore al polmone sinistro che gli fu asportato – riuscì a frenarne l'impeto creativo. Tornò anche da quella disavventura. La morte lo sorprese a Florina, nel 1994, nella Grecia settentrionale, là dove era per girare sotto la guida di Theo Angelopoulos Lo sguardo di Ulisse. E il nostro era come un Ulisse contemporaneo. Lo sguardo inquieto, sempre in cerca, curioso del mondo, avido di comprendere, seppur tempestato da Sua Maestà Il Dubbio. Completa il libro la cronologia artistica, compresa la filmografia, di Gian Maria Volonté... “il Paul Muni italiano di fine secolo, impareggiabile nel ridare vita ai personaggi della nostra storia recente”, come ha ben scritto Tullio Kezich. “Gian Maria aveva un modo quieto e fortissimo, un silenzio che riempiva tutti gli spazi”, Phoebe, moglie di Theo Angelopoulos. “A volte non c'è più tempo per un domani”, Gian Maria Volonté. Alberto Figliolia http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22580 Gli aforismi di Claudio Mellana, esperto di vignette e umorismo|Per riflettere sulla società, ridere di sé e degli altri Claudio Mellana Lo sputasentenze Aforismi calembours e riflessioni Neos Edizioni, 2019, pp. 80, € 12,00 Ironia, doppi sensi e irriverenti pernacchie ai luoghi comuni, ma anche arguzia e bizzarrie: le mille sfaccettature dell’Autore sapranno come divertire qualsiasi lettore nello spazio di poche righe, a volte di poche parole. Il suo stile leggero, quasi telegrafico, non smette di portare con sé un sapiente mix di humour e filosofia, invitando a ripensare comportamenti sociali e politici alla luce della positività di chi sa ridere di sé e far ridere tutti gli altri. Ci dice Bruno Gambarotta nella sua prefazione al libro, che la lettura di questa raccolta lo invita a pensare e a riflettere sulle parole che usiamo e sulla loro intrinseca ambiguità. Gli insegna a stare sempre in guardia. Legge i giornali e pensa ad esempio che il presidente Bolsonaro per trovare i suoi elettori ha raschiato il fondo del Brasile… «In sostanza» scrive «questa raccolta è una prova di stima per il lettore, un omaggio alla sua intelligenza, una scommessa vinta». Non lasciatevi sfuggire quest’opera familiare firmata dalla Mellana & family, perché... Se la speranza è l’ultima a morire, chi le farà il funerale? (Nota editoriale) Claudio Mellana inizia pubblicando disegni satirici e umoristici su riviste underground CA BALA’, Se la Patria chiama, Paria, Gero Zoom, Salvo Imprevisti, Carta Stampata, per approdare poi a l’Unità, La Stampa, Stampa Sera, Paese Sera, Help!, ABC, Nuovasocietà, Off Side, Radiocorriere, Il Collezionista, Pianeta. Non si ferma e attualmente i suoi disegni e gli aforismi compaiono su diverse riviste online (Buduar, Tellsufolio, Torinofan, Vicenzapiù, Cialiguria). Con l’amico Dino Aloi ha curato per Feltrinelli il libro Un lavoro da ridere (antologia della satira del movimento operaio dall’ottocento a oggi) e per dieci anni il premio “Giorgio Cavallo”, ovvero l’Oscar dell’umorismo, per il Comune di Moncalieri. E poi tante mostre, molte collettive, alcune personali. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22579 Hodler – Segantini – Giacometti. Capolavori della Fondazione Gottfried Keller|Al LAC di Lugano con Alberto Filiolia Perdersi nell'eterno crepuscolo di Die Toteninsel, quella zona psico-esistenziale, agli irrisolvibili confini fra Mito e Ragione, fra misticismo e simbolismo, inevitabile, in ogni caso, approdo cui tutti siamo destinati... L'isola dei morti (1880, tempera su tela, 110,9 x 156,4 cm, Kunstmuseum Basel) – la prima delle sue cinque versioni – di Arnold Böcklin è uno uno dei tanti capolavori esposti nella mostra in corso al LAC sino al 28 luglio: “Hodler-Segantini-Giacometti. Capolavori della Fondazione Gottfried Keller”. Invero, quindi, non sono ammirabili soltanto i capolavori di questa pur magica triade. Anche se il trittico di Giovanni Segantini La Natura-La Vita-La Morte (1896-1899, oli su tela, Museo Segantini, St. Moritz) ruba la vista e l'anima: tre tele imponenti a presidiare la grande parete, a occupare gli spazi della mente, splendide visioni del mondo naturale nonché concettuali – in quel topos che l'Engadina è, rappresentazione fisica di un luogo che diviene centro simbolico. La nettezza di quei paesaggi alpini, la chiarità della neve, i potenti sbuffi delle nubi, l'umanità che popola le scene, tutti gli elementi sono stati assemblati dal geniale Segantini a comporre il più suggestivo e affascinante dei mosaici e “messaggi”, compendio del nostro essere qui e ora, transeunti ma nel soffio dell'eterno, come se la precarietà che ci perseguita non fosse tale. E ancora si trascorre, con ammirazione e stupore, innanzi ad Abend am Genfersee-Sera sul Lago Lemano (1895, olio su tela, 100 x 130 cm, Kunsthaus Zürich) e Der Auserwälte-L'eletto (1893-1894, tempera e olio su tela, 219 x 296 cm, Kunstmuseum Bern) di Ferdinand Hodler: nell'una la quiete del lago parrebbe assumere caratteri psicologici munchiani, una sorta di urlo celato nell'apparente bucolicità; nell'altro un delicato e, nel contempo, potente afflato spirituale, con quella ordinata congerie di figure angeliche a semicerchio intorno al giovane e nudo predestinato. È una sfilata di capolavori... Die Sünde vom Tod verfolgt-Peccato inseguito dalla morte (1794-1796, olio su tela, 119 x 132 cm, Kunsthaus Zürich) di Johann Heinrich Füssli – altamente drammatico, iperdinamico, dicotomico nella scelta dei colori, specchio psichico; Buste d'Annette-Busto di Annette (1964, bronzo, 45 x 19 x 15 cm, Musée d'art et d'histoire, Genève) di Alberto Giacometti; Kleinkinderschule auf der Kirchenfeldbrücke-I bambini dell'asilo sul ponte Kirchenfeld (1900, olio su tela, 76 x 127 cm, Kunstmuseum Bern) di Albert Anker – una commovente istantanea di quotidianità, un flash che fissa il momento, l'hic et nunc; la titanica imago de Le grand Eiger-Il grande Eiger (1844, olio su tela, 104 x 138 cm) di Alexandre Calame; la compostezza di Saleggi di Isolino (1890-1895, olio su tavola, 40 x 29,5 cm, Museo d'arte della Svizzera Italiana, Lugano) – una calma incursione nelle geografie interiori; la Nature morte-Natura Morta (1914, olio su tela, 65,5 x 81,3 cm, Musée cantonal des Beaux-Arts, Lausanne) di Félix Vallotton – eccentrica, quasi in torsione lo spazio circostante, spiazzante. Sono trentadue in totale gli artisti presenti con loro opere – citiamo ancora: François Barraud con La Luronne (1930, olio su tela, 96 x 46 cm, Musée des beaux-arts, La Chaux-de-Fonds): il ritratto della moglie Maria mentre indossa una calza, esempio di statico, statuario, nitido ed esplicito erotismo; l'incredibile e minutissima scena di massa, davvero spettacolare per esiti, di Markt von Tanger (1880, olio su tela, 64,5 x 112 cm, Kunstmuseum Solothurn) di Frank Buchser; la superba plasticità di Nussbäume auf der Schellenmatt (1863, olio su tela, 77 x 104 cm, Kunstmuseum Luzern) di Robert Zünd, le cui fronde di albero paiono così vere da suscitare la tentazione di toccarle, quasi sentendone il musicale fruscio provocato da una dolce brezza – tutte provenienti dalla collezione della Fondazione Gottfried Keller costituita nel 1890 da Lydia Welti-Escher, figlia ed erede del politico, industriale e imprenditore ferroviario Alfred Escher. Lydia lasciò in eredità alla Confederazione Elvetica gran parte del proprio patrimonio vincolando la donazione all'acquisto di importanti opere d'arte per i musei svizzeri. Il nome della Fondazione fa riferimento a un amico di famiglia, il poeta e pittore Gottfried Keller. La collezione comprende oltre 6400 opere che vanno dal XII al XX secolo. Per tornare alla mostra luganese va sottolineato anche il semplice ma perfetto e prezioso allestimento che facilita il piccolo grande viaggio di scoperta e meraviglia. Alberto Figliolia Hodler-Segantini-Giacometti. Capolavori della Fondazione Gottfried Keller. Museo d'arte della Svizzera italiana, sede LAC Lugano Arte e Cultura, piazza Bernardino Luini 6. Fino al 28 luglio 2019. Orari: mar-dom 10-18, gio aperto fino alle 20, lun chiuso. Info: tel +41 (0)58 866 42 40, e-mail info@masilugano.ch; vendita online www.masilugano.ch, www.luganolac.ch; visite guidate e laboratori creativi tel. +41 (0)58 866 42 30, e-mail lac.edu@lugano.ch. Catalogo: Capolavori della Fondazione Gottfried Keller, Edizioni Casagrande (in italiano), Scheidegger & Spiess (in tedesco e in francese), pp. 216, più di 90 tavole a colori, 38 euro. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22577 Gordiano Lupi. “L’ombra del vero” di Carla Magnani Carla Magnani L’ombra del vero Le Mezzelane Casa Editrice, 2019, € 13 L’ombra del vero racconta la storia di Anastasia, una donna di 42 anni, in piena maturità fisica e intellettuale, che vuol decidere il suo destino con il suicidio, perché non crede di essere in grado di affrontare il dolore che in futuro le si presenterà davanti. Per questo fissa la data esatta in cui finalmente la farà finita, anche se è una donna realizzata, ha un marito e due figlie, un padre che vive alla sua ombra, una sorella quasi alle sue dipendenze e un fratello che si è fatto prete. La protagonista decide il giorno perfetto per mettere in scena un finto incidente automobilistico, costruito così bene da non far capire a nessuno che invece si tratta di un suicidio. L’auto esce di strada in curva, ma il destino ci mette una toppa, o meglio, si mette di mezzo e non permette di compiere il gesto estremo. La macchina esce di strada ma la donna non muore, si ritrova paralizzata in terapia intensiva, non vede ma sente tutto, è in coma ma è perfettamente cosciente. Il romanzo si sviluppa nella stanza della clinica, dove si avvicenda varia umanità: infermieri, familiari, una caposala… c’è chi parla con la degente sperando di farla rianimare, altri dicono cose di diverso tenore, si lasciano andare a considerazioni anche fuori luogo. La donna sente molte cose che sarebbe meglio non sapere, tutto questo aumenta la sua sofferenza, fino a quando non decide di organizzare una sorta di dizionario, ogni parola sentita finisce per evocare un momento della sua vita. L’ombra del vero narra il male di vivere di montaliana memoria, è una lettura a tratti sofferente, da thriller sentimentale, terapeutico, affronta un tema complesso coma la paura della morte e il timore della perdita degli affetti. Scritto in prima persona, risulta rapido e avvincente, consente l’immedesimazione totale tra lettore e protagonista, anche se non può contare sul dialogo ma solo sulle considerazioni che la degente ascolta. Il romanzo basa molta della sua forza narrativa sulle efficaci descrizioni della natura che costituiscono una parte importante dell’intera opera, impostata sul tentativo di recuperare ciò che eravamo, in una specie di strano gioco che tenta di risalire ai giorni perduti della nostra infanzia. Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22574 Roberto Malini. Una mostra di René Bokoul a Le Dorat|Simbolo di una Francia e di una civiltà che risorgono sempre dalle ceneri Dal 27 maggio – che è anche il giorno del mio compleanno: una ragione in più per festeggiare – al 10 giugno 2019 si terrà a Le Dorat, comune francese della Haute Vienne, nella regione della Nuova Aquitania, la mostra di René Bokoul “Berceau de la sagesse” (“Culla della saggezza”). René Bokoul, conosciuto come “il Picasso d’Africa” è uno dei più importanti artisti del nostro tempo e per me è da oltre dieci anni un amico fraterno. Profugo dal Congo dilaniato dalla “Guerra mondiale africana”, ha ricostruito prima in Italia e poi in Francia – paese che ha riconosciuto il suo luminoso talento – una carriera spezzata dal terribile conflitto e dalla sua fuga nell’Unione europea, dove ha chiesto asilo. Ha vinto il Premio del Presidente della Repubblica Francese e il prestigioso Premio Picasso. Il segretario generale dell'Onu, il presidente della Banca Mondiale, il presidente della Repubblica francese, il re del Marocco e altri regnanti e capi di stato visitarono il suo atelier in Congo e acquistarono le sue opere. La scuola in cui Réné crebbe come artista è la celebre scuola di Poto-Poto, che già nel XIX secolo aveva posto le basi del Cubismo, a cui si ispirarono Picasso e Braque. Réné è un testimone dell'Africa. Un testimone di pace e uguaglianza. Nei suoi dipinti ritroviamo gli splendori e le ferite di un continente la cui cultura è antica come l’umanità. Le Dorat è una cittadina che nella sua lunga storia ha conosciuto distruzioni e rinascite. Nell’evento che presenta l’arte di René non è difficile identificare un simbolo della volontà che da sempre induce la civiltà a non accettare la distruzione, ma a recuperare sulle rovine il tesoro della nostra storia. Una volontà che adesso anima Parigi e tutta la Francia, dopo il terribile rogo che ha sfregiato per sempre la meravigliosa cattedrale di Notre-Dame, che però non è andata perduta e chiede alla civiltà di essere unita per riedificarla imponente e splendida come prima. Roberto Malini http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22572 Anna Lanzetta. Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative|Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento È un’immersione nell’arte, la mostra “Orizzonti d’acqua tra Pittura e Arti Decorative. Galileo Chini e altri protagonisti del primo Novecento” con la quale Pontedera celebra l'artista fino al 28 aprile. L’armonia della bellezza invade di opera in opera, svelando un artista eclettico, multiforme che dona senza risparmio il proprio genio in un susseguirsi di emozioni tra pittura, affresco e ceramica dove il filo conduttore è l’acqua che suona come refrigerio allo spirito nell’incanto di paesaggi ora sulle sponde dell’Arno ora su sfondi marini, dove il sole accecante si abbatte su onde placide o altamente fluttuanti, che inondano o tattili o impalpabili e lasciano dentro un profondo sapore dell’arte ampiamente vissuta, assaporata e regalata con il vero gusto di compiacersi e di compiacere. Dall’Arno al fiume di Bangkok, da Venezia ai centri balneari e termali di Viareggio, Montecatini e Salsomaggiore è tutto un refrigerio di gusto e di bellezza. L’artista, una delle figure di maggior rilievo del Modernismo internazionale, e alcuni artisti che hanno condiviso con lui le esperienze del periodo, dal Simbolismo al Liberty, dalla Secessione viennese alle suggestioni dell’Orientalismo, presenti in mostra quali: Plinio Nomellini, Giorgio Kienerk, Leonardo Bistolfi, Duilio Cambellotti, Aroldo Bonzagni, Moses Levy, Lorenzo Viani e Salvino Tafanari, ci regalano un’armonia di bellezza in una molteplicità di forme, di linee, di colori e di spazi. Galileo Chini copre con la sua arte un arco di tempo del Novecento, dove sperimenta ogni movimento innovativo che sembra da tempo preparato ad accogliere. L’attività di ceramista è strabiliante e il Liberty e l’Art Déco ammaliano per la ricerca e la preziosità degli elementi raffigurati, ove il naturalismo dell’acqua, soggetto ricorrente, ospita una fauna marina dai colori luminosi, smaglianti, plastici al tatto. Artista poliedrico, Galileo Chini si è distinto anche come illustratore, scenografo, pittore e decoratore; la decorazione del nuovo Palazzo del Trono a Bangkok ne è un esempio. L’incontro con l’Oriente, gli procurò l’attribuzione da parte di Puccini dell’allestimento scenico della Turandot. Le arti sorelle si conglobano nel suo stile e regalano riflessioni e pensieri di calma, di gioia, di vita fino a stabilire, con il ritratto, un contatto con il visitatore che se ne sente parte integrante. Non si può non citare in mostra la presenza di un gesso di Auguste Rodin, La Danaide, oggetto di scambio tra lo scultore e Galileo Chini. Una mostra da non perdere per godere di quell’emozione che solo l’arte sa donare e in questo caso per le meraviglie di Galileo Chini, degli artisti riportati e di un video eccellente. Anna Lanzetta PALP Palazzo Pretorio Pontedera Piazza Curtatone e Montanara, Pontedera (PI) Orario: da martedì a venerdì 10-19, sabato, domenica e festivi 10-20, lunedì chiuso. http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=58&cmd=v&id=22564 Gordiano Lupi. “Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura” di Enrico Terrinoni Enrico Terrinoni Oltre abita il silenzio Tradurre la letteratura Il saggiatore, pp. 220, € 24,00 Fare l’editore riserva tante sorprese, molti rodimenti interiori, parecchie delusioni, ma – di tanto in tanto – ti accorgi anche di aver seminato bene durante questi vent’anni di onesta attività, ché incontri sulla tua strada vecchi compagni di viaggio realizzati professionalmente partendo da un sogno cominciato proprio con Il Foglio Letterario. Enrico Terrinoni è uno di questi. Il suo primo libro (aveva 28 anni) è Del parlare oscuro. Temi e tecniche occulte nell’Ulisse di James Joyce, uscito nel 2004 per le nostre piccole edizioni, al tempo davvero underground. Tu pensa che adesso il buon Terrinoni è ordinario di letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia, dopo una laurea con lode a Roma e un dottorato in Irlanda, a Dublino (dove altrimenti?), patria di Joyce. Adesso Terrinoni è un nome importante della traduzione italiana, tra i più validi e preparati studiosi dell’opera di Joyce, di cui ha tradotto niente meno che l’Ulisse (2012), oltre a Lettere e Saggi (2016), curando anche le prime versioni dei Dubliners. Terrinoni sta lavorando a Finnegans Wake, opera complessa che lo vede impegnato (con Fabio Pedone) a realizzare la traduzione definitiva in italiano, primo nella storia una volta ultimato il progetto. Terrinoni è un esperto di traduzione anglofona, sulle orme di Pavese e Pivano, ha tradotto anche Edgar Lee Masters e l’immortale Antologia di Spoon River (2018), capace di ispirare un gran disco di Fabrizio De André, senza dimenticare Alasdair Gray e Oscar Wilde con il suo Principe felice. Fatte queste considerazioni, diciamo che nessuno meglio di lui poteva dare alle stampe un saggio interessante e documentato – che si legge come un romanzo – su come tradurre la letteratura. Uno studio fatto sul campo, un atto d’amore nei confronti della letteratura di lingua inglese (sul solco così ben tracciato da Cesare Pavese) e soprattutto una venerazione per James Joyce, autore conosciuto e tradotto, spingendosi verso uno studio della parola che non ha confini, affrontando con successo la complessità che diventa testo narrativo. “Ogni testo è un’ombra, un riflesso. Come il sangue, scorre, e quando se ne ferma la circolazione, il testo come il corpo morto cade. Allora, nel tradurre bisogna mettere in campo strategia creative, non di emulazione, consapevoli che l’immateriale non sopporta le prigioni della forma”, dice Terrinoni. E noi, modesti traduttori di ispanici, dopo aver reso in italiano la complessità di Guillermo Cabrera Infante, non possiamo che condividere. Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22561 Giuseppina Rando. Sulla noia|A libro aperto: pensieri peregrini a sera… - 18 …La noia è un mostro delicato che senza strepito, con uno sbadiglio inghiotte il mondo. Charles Baudelaire Se il sonno è l’apogeo del rilassamento fisico, la noia è l’apogeo del rilassamento mentale. Walter Benjamin Due concezioni o visioni della noia; due modi diversi di vivere o relazionarsi al mondo circostante. Nei versi di Baudelaire che il poeta colloca in premessa al suo capolavoro, I fiori del male, la noia è vista come un mostro che con uno sbadiglio inghiotte il mondo. Quel male sottile che assale il pensiero, spegne la gioia, la meraviglia, ogni desiderio ogni interesse per sé e gli altri, ogni attesa e speranza. Quel disagio esistenziale o tedium vitae ricorrente in alcuni poeti e scrittori della letteratura latina (Orazio, Seneca, Lucrezio), medievale (Petrarca), rinascimentale (Tasso), romantica (Leopardi). Proprio nello Zibaldone il grande recanatese definisce la noia “come la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia del nulla così è madre del nulla; giacché non solo è sterile per se ma rende tale tutto ciò a cui si mesce e si avvicina”. Per il filosofo Martin Heidegger, invece, la noia è una malattia dell’anima, e la descrive ricorrendo ad un’immagine poetica: “La noia profonda è come una nebbia silenziosa che si raccoglie negli abissi del nostro esistere. Essa accomuna uomini e cose, noi stessi con tutto quanto ci circonda, in una singolare indifferenza”. A tante negative, anche se autorevoli, affermazioni fanno da contraltare studi e ricerche di non meno autorevoli psicologi, filosofi, ricercatori che tessono invece l’Elogio della noia, ritenuta come un passaggio quasi necessario per liberare la mente, rinfrancarla ed aprire alla creatività. In un saggio del 1930 intitolato La conquista della felicità, Bertrand Russell scriveva: “Una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce”. Oggi, a più di 80 anni di distanza, una serie di studi psicologici sembra dare ragione al filosofo inglese. Teresa Belton, ad esempio, scienziata inglese esperta di problemi dell'infanzia e dell'apprendimento afferma: “preziosa ed impalpabile sostanza della vita, la noia potrebbe essere considerata come la matrice di un'attività fantastica…” e la dottoressa Sandi Mann della University of Central Lancashire, dopo aver condotto una serie di esperimenti volti a studiare l’effetto di noia e distrazioni sul lavoro creativo, ritiene la stessa come requisito fondamentale per la crescita del soggetto. “E se si soffoca la noia, si soffoca anche la creatività…”, sostiene. In altre parole, nei momenti di noia il nostro cervello avrebbe spazio a sufficienza per perdersi in divagazioni e sogni a occhi aperti, ruolo cardine nei processi cognitivi. Nessuna paura dunque della noia se, alla luce della ragione, essa viene vissuta con consapevolezza dal soggetto, unico artefice della propria vita, nel bene e nel male. Bisogna semplicemente riuscire a conoscere e valorizzare le infinite risorse insite in ciascuno di noi e metterle a frutto per allontanare il pericolo della noia, altrimenti anticamera del nichilismo. Giuseppina Rando http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=140&cmd=v&id=22558 Gordiano Lupi. Ruggero Deodato torna sul luogo del delitto|“Cannibal Holocaust 2” illustrato da Miguel Ángel Martín per le edizioni NPE Ruggero Deodato Cannibal Holocaust 2 Illustrato da Miguel Ángel Martín NPE, 2018, pp. 112, € 19,90 Ruggero Deodato lo conobbi a Collesalvetti, una località nei pressi di Livorno dove un gruppo di giovani cinefili aveva organizzato un Festival Indipendente del Cinema Horror. Un fine settimana del 2002. Lui era presidente di giuria, io uno dei membri insieme all’amico Antonio Tentori. Mi affascinò subito con quel modo di proporsi esuberante, sempre sopra le righe. Deodato è l’antitesi della diplomazia. Lo ammette anche lui. Al Festival era ospite per un solo giorno anche Antonio Margheriti ed è bastato poco per capire quanto affetto e stima provava Deodato per quello che considerava un maestro. Antonio Margheriti non è più tra noi, ringrazio la sorte che mi ha dato appena il tempo di conoscere uno dei più grandi artigiani del nostro cinema di genere. Deodato ha girato con lui i primi film da regista della seconda unità, grazie a Margheriti è riuscito a emanciparsi, a mettersi in proprio. Prima che Margheriti arrivasse Deodato mi confessò: “Ora vedrai che differenza c’è tra me e lui. Io dico quel che mi passa per la testa, ci sto poco a pensare. Lui invece è sempre misurato, diplomatico. È un galantuomo, un personaggio d’altri tempi. Parla tanto ma lo fa con molto tatto”. Il mio incontro con Deodato nacque con una gaffe e merita di essere raccontato. Avevamo appena assistito a Gay Holocaust, opera in concorso girata dal bresciano Piero Galli. Un lavoro amatoriale, certo mediocre, ma ricco di trovate originali e di omaggi al cinema cannibalico italiano. Mi imbatto subito fuori della sala in un tipo piccoletto con i capelli bianchi e un marcato accento romano. Non so chi sia. Parliamo del film. “Non male” dico “un omaggio ironico al cinema di Deodato…” Lui mi guarda e sorride. “Bene. Sono contento allora, perché Deodato sono io”. Di Deodato sino a quel momento avevo visto solo una foto che risaliva a quando il regista non aveva neppure quarant’anni, pubblicata in un vecchio libro di cinema di Luigi Cozzi. Era ritratto a cavallo della macchina da presa. Abbiamo cominciato così. “Che razza di esperto di cinema sarà mai questo che non mi ha neppure riconosciuto…” avrà pensato. La mia considerazione però esprimeva ammirazione per il suo cinema e non era mera adulazione. E quello credo che l’abbia apprezzato. Abbiamo continuato a parlare dei corti in concorso. Deodato sino a quel momento non era molto soddisfatto della qualità e a un certo punto ha ripensato alla mia gaffe. “Ma davvero facevo film così brutti?” chiese. “No, no. Ci mancherebbe altro. Dicevo solo che Gay Holocaust è un omaggio, che l’autore si è ispirato. Tutto qui”. “Ah, meno male. Però poteva ispirarsi meglio” concluse. Nei giorni successivi Deodato parò a lungo di sé e delle sue prime esperienze nel mondo del cinema. Soprattutto mi raccontò i suoi film cannibali, quelli che bene o male lo hanno reso famoso. “Ho poco a che spartire con l’horror” mi disse “io sono un regista di genere all’americana. Ho fatto di tutto: commedie, thriller, peplum, fantastico… A chi definisce Cannibal Holocaust un film horror rispondo che non l’ha capito, che deve guardarselo bene e storicizzarlo. Era il periodo degli scoop giornalistici a tutti i costi e il mio film è un atto di accusa contro un certo modo di fare giornalismo. Cannibal Holocaust è una pellicola di denuncia ed è il mio lavoro più riuscito”. Dopo la visione Deodato si lasciò andare ancora di più. “Non so come ho fatto a girare un film così bello” disse. Non pensate che sia soltanto immodestia. Andatevi a vedere Cannibal Holocaust senza pregiudizi e poi ne riparliamo. Nel film si lanciano accuse precise contro il sensazionalismo e la caccia allo scoop, mali dai quali la nostra società è tutt’altro che guarita. Pensate a un certo The Blair Witch Project che deve molto al capolavoro di Deodato. Personalmente non sono d’accordo con il regista quando si chiama fuori dal genere e afferma: “Io non c’entro niente con l’horror”. Penso che Deodato sia un autore capace di andare oltre il semplice cinema dell’orrore, perché è un geniale contaminatore dei generi. Resta il fatto che le sue pellicole più riuscite sono proprio quelle che riproducono atmosfere tipiche del cinema del terrore. Non per niente i francesi lo hanno soprannominato Monsieur Cannibal, appellativo che a Deodato piace poco. Ma lui, come il medico di Moliere, è destinato a essere, suo malgrado, il signore dei cannibali. Ruggero Deodato festeggia le quasi ottanta primavere realizzando il sogno della sua vita, quel sequel di Cannibal Holocaust di cui si favoleggia da anni, la seconda parte di un film maledetto, che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto portare i selvaggi a invadere le nostre città. Questo uno dei tanti progetti cinematografici, invece il trattamento – pubblicato da Nicola Pesce (attenzione, non è un fumetto!) con le straordinarie illustrazioni di Miguel Ȧngel Martín – racconta tutta un’altra storia che vede protagonista lo steso Deodato e la sua troupe di Cannibal Holocaust. Storia truce e senza speranza, come stile del regista romano (di adozione, perché nativo di Potenza), realistica e disperata, che non fa sconti a nessuno, tra teste mozzate e mitiche donne impalate. Finale catartico che funge da autocitazione e da pena del contrappasso di dantesca memoria, ma che non anticipo perché il thriller perderebbe tutta la sua ragion d’essere. Certo, la scrittura può deludere il non cinefilo, ché non è un romanzo e non è un fumetto, neppure una sceneggiatura, soltanto un trattamento, un soggetto, che andrebbe sviluppato in sequenze cinematografiche. I disegni di Miguel Ȧngel Martín, invece, sono eccellenti, dotati di uno stile riconoscibile e – per l’occasione – persino del realismo tipico del cinema horror-avventuroso. Il libro è stato realizzato con la collaborazione di Nocturno Cinema, rivista benemerita che da tempo si occupa del nostro cinema più bistrattato dalla critica, al punto che possiamo dire che per merito di Pulici e Gomarasca forse oggi quel cinema si è guadagnato il rispetto dovuto. Peccato che nessuno ha ricordato che in circolazione esiste soltanto una monografia dedicata al cinema di Ruggero Deodato, edita da Profondo Rosso, scritta nel 2003 da un certo Gordiano Lupi. Colgo l’occasione per annunciare che quel libro sta per essere superato da un nuovo titolo edito da Edizioni Il Foglio, scritto da Davide Magnisi e Gordiano Lupi, ricco di aggiornamenti e di interviste inedite. Ruggero Deodato è un regista dotato di tecnica sopraffina, all’americana, un autore vero, allievo di Rossellini, capace di spaziare da horror a thriller, sentimentale e commedia, fantastico e avventuroso. Cannibal Holocaust 2 meritava di vedere la luce, dopo anni di annunci e promesse, anche se soltanto in versione trattamento illustrato. Noi che siamo fan del regista dal 1978, siamo grati a Nicola Pesce per aver compiuto il miracolo. Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22545 Marisa Cecchetti. “Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells” di Valentina Ferri Valentina Ferri Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells L’Iguana editrice, pp. 126, € 14,00. Non è la prima volta che Valentina Ferri fa ricorso al sogno: Lily Bells che sperimenta bilocazioni nei suoi sogni è straordinaria e surreale, ma già Tonino, il protagonista di un romanzo della Ferri del 2014, Quando il leone si ciberà di paglia, arriva a sognare di aver infilato la mano nella buca dell’aspide, che non lo ha morso, in un mondo diventato ormai più giusto e buono, dove anche il leone non divora altri animali ma si ciba di paglia. Ne Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells la Ferri ci porta in una cittadina inglese e ci presenta alcuni personaggi originali: un nano che ha lavorato in un circo ed ora è addetto alla raccolta della spazzatura, un certo signor Fox che ovviamente assomiglia ad una volpe, una farmacista dalla dentatura sporgente e smagliante, il suo fidanzato che va in giro con un mastino, una certa signora Oinky con un didietro simile a quello di un maialino. E due fratelli malvagi, lei moglie di un medico ormai paralitico, lui sfaccendato e parassita. Fanno parte del mondo di Lily Bells, ne conoscono le abitudini, accettano le sue stramberie, sorridono alla sua fervida immaginazione. Unici a non manifestare simpatia per Lily sono i due malvagi fratelli. Certamente è originale Lily Bells: dà da mangiare ad uno stuolo di gatti e di piccioni, discute con interlocutori inesistenti, apparecchia e cucina per ospiti immaginari, dà continuamente feste di compleanno per bambini presenti solo nel suo desiderio, e invita anche gli amici a festeggiare, a cantare ed a ballare con lei ed i bambini. Parla da sola, progetta le iniziative più strampalate. Osserva tutto, tollera ogni situazione anche se le crea disagio. Ma forse per la sua fervida immaginazione, forse per i pasti sostanziosi - non è dato sapere - Lily di frequente ha la realissima consapevolezza di essere altrove, di sollevarsi in volo, leggera, e trovarsi nei più strani ambienti, compresa la Spagna seicentesca, davanti a personaggi storici importanti o in situazioni di rischio personale. Il fatto è che lei ama la pittura e visita spesso il museo, i suoi pittori preferiti sono Velazquez e Hieronymus Bosh, per cui nelle sue bilocazioni trasloca nei contesti dei suoi amati quadri. È positiva, trova soluzioni ad ogni emergenza; è creativa, riesce a trovare modi per distrarsi e non pensare al peggio anche in momenti di enorme difficoltà. È curiosa e non teme di uscire nella notte se ha notato movimenti e rumori sospetti. La Ferri ci ha regalato una storia leggera, divertente, solo apparentemente scritta per bambini, invece ricca di messaggi indiretti: la predilezione per la vita in un piccolo centro dove possano nascere relazioni tra vicini, dove in qualche modo si partecipi alla vita degli altri; la accettazione di chi appare diverso; la collaborazione che diventa forza del gruppo in momenti di pericolo - impossibile in questo momento non pensare ai ragazzini sequestrati nel pullman a Crema -; la punizione dei colpevoli come dovrebbe avvenire là dove la giustizia funziona sempre e davvero; il rispetto per l’ambiente con l’intervento volontario dei privati a togliere lattine e cartacce dopo i bagordi dei ragazzi di notte. La ritrovata voglia di ridere e gioire dei piccoli regali della vita, perché tutto è prezioso proprio quando rientra nella normalità. È una storia che si alimenta di sogno. Ma proprio il sogno è importante per prendere le distanze dalle brutture e dagli orrori che invadono sempre più la nostra vita. Marisa Cecchetti http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22540 Gordiano Lupi. Quel fenomeno di Fabio Izzo|Consigli dalla punk caverna Fabio Izzo Consigli dalla Punk Caverna A noi punk non ci resta che Al Bano Terra d'ulivi, 2019, pp. 144, € 14,00 Fabio Izzo è uno dei tanti autori che posso vantarmi di aver scoperto in vent’anni di attività editoriale. Non ha avuto ancora la possibilità di uscire con un grande (grosso?) editore distribuito su vasta scala è tra gli scrittori che mi rende più orgoglioso e che ben rappresenta il poco che ho cercato di fare in questi anni. Fabio Izzo è nato nel 1977, vive ad Acqui Terme, scrive da tempo immemore, ché il suo primo libro - Eco a perdere - lo pubblicammo quando ancora Il Foglio Letterario stampava i libri artigianalmente, in fotocopia. Ricordo di aver fatto il lavoro di editing personalmente, con carta e penna, ai giardini vicino casa mia, vista mare, mentre facevo giocare mio figlio al parco. Poi ne sono venuti altri: Balla Juary, Il nucleo (straziante e stupendo), Doppio umano, soprattutto To Jest, presentato al Premio Strega (2014) niente meno che da Pedrag Matvejevic, ovviamente ignorato dal Comitato Direttivo, a caccia dello Scurati o del D’Amicis di turno. Non dimentico Ieri, Eilen, storia d’amore non convenzionale degna di selezione presso il Club di Giulietta per il concorso “Scrivere per amore 2017”. In mezzo a tutto questo Fabio ha pubblicato libri con altri editori, ha affinato lo stile, ha tradotto poesia polacca, ha vito premi più o meni importanti, infine è uscito con l’ultimo romanzo: Consigli dalla punk caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano. Il tema di fondo dello scrittore piemontese – con sangue meridionale – non cambia, a parte l’ambientazione salentina, ché alla base c’è sempre il male di vivere, l’insoddisfazione di far parte di una terra di sconfitti, popolata da giovani in fuga o che si adattano con due lauree a fare le notti per dieci euro al distributore. Il romanzo è una storia d’amore alla Izzo, tipica del suo stile, una storia di disamore, di uomini lasciati soli da una stronza a caccia di successo e in cerca di un’occasione migliore. Incipit straordinario: “L’amore è una bufala, nemmeno buono per la mozzarella della pizza. L’amore eterno è una bufala cosmica. Si tratta solamente di scegliere, come in pizzeria”. E quel che ne consegue è un’ode al disamore, dissacrante e ironica, sarcastica, vibrante, contro la donna perduta, contro quel tipo di donna che non si dovrebbe mai incontrare. Il personaggio principale è un punk coltissimo (chi ha detto che i punk sono ignoranti? afferma Izzo), persino raffinato, sincero, come ogni vero punk dovrebbe essere, che sogna il perduto amore mentre vive di eccessi alcolici e musicali contemporanei. Stile molto diretto ed essenziale, per niente letterario, nel senso stretto del termine, classico romanzo in prima persona che consente un’immedesimazione totale tra lettore e autore. Io ve lo consiglio, poi fate un po’ voi, per me potete anche andarvi a leggere l’ultimo inutile saggio travestito da romanzo di Antonio Scurati. Gordiano Lupi http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=57&cmd=v&id=22527