News di TellusFolio http://www.tellusfolio.it Giornale web della vatellina it Copyright: RETESI Tutto falso|di Gianfranco Cordì Oggi c’è pure un mandarino tra gli alimenti, o intingoli, portati dal cameriere Carmelo insieme all’aperitivo. Qui all’Ápeiron non badiamo a spese: mi sembra questo il pensiero che il proprietario Bruno Muratori vorrebbe esprimere a proposito di questo piccolo frutto che si trova vicino alle olive e ai salatini. Naturalmente i mandarini sono due: l’altro è per il mio ospite, o interlocutore, Karl Ramund Popper. GIANFRANCO: «Come mi posso accorgere che questo mandarino è proprio un mandarino?» POPPER: «Ti accorgi che questo è il grande problema di Kant: come faccio a conoscere le cose? Quali meccanismi mette in atto l’uomo per rendersi conto di tutti i mandarini che ha davanti?» GIANFRANCO: «È il problema del rapporto soggetto-oggetto ma è anche il problema, molto positivo, della possibilità di uscire da sé. C’è qualcosa davanti a me? C’è qualcosa che non sono io? Che cos’è questa cosa?» POPPER: «Io ho indagato, nei miei studi, solo la teoria della conoscenza». GIANFRANCO: «E sei arrivato alla conclusione che dovevi indagarla soprattutto nella teoria della conoscenza scientifica». POPPER: «Sì. La scienza è la più alta forma di conoscenza. Essa rappresenta bene il trasmutarsi della conoscenza comune in conoscenza scientifica. Nel senso, come io ho scritto varie volte, che la conoscenza comune discende immediatamente da quella scientifica». GIANFRANCO: «Tu hai indagato il metodo. Hai voluto mettere in evidenza il meccanismo secondo il quale si accresce la conoscenza scientifica e per far questo hai dovuto demarcare ciò che è scienza da ciò che non è scienza, sia esso religione, metafisica o fantasticheria». POPPER: «Sono stato poco filosofo in questo, lo ammetto… Buono questo mandarino!» GIANFRANCO: «Dunque hai mangiato il mandarino. Hai riconosciuto che esso era commestibile». POPPER: «Ho conosciuto anche tante altre cose di esso. La verità è che per demarcare si deve falsificare. Demarcare da una parte e falsificare dall’altra: questa è la mia filosofia. E per falsificare basta sottoporre una teoria scientifica a controlli cruciali. Basta farla cadere in fallo». GIANFRANCO: «Se una teoria è confermata non mi dice niente; se una teoria è falsificata può essere che essa sia scientifica». POPPER: «In realtà il mio è un criterio restrittivo. Una teoria, formulata magari in anni di sforzi e di lavori, supera ogni controllo: questo non mi dice niente. Domani potrà essere falsificata». GIANFRANCO: «Questo va bene». POPPER: «Una teoria scientifica, d’altra parte, viene falsificata. Risulta non avere superato un controllo». GIANFRANCO: «La buttiamo via?» POPPER: «Sì e no». GIANFRANCO: «Ho capito. Una teoria scientifica sulla conoscenza deve essere falsificabile e non confermabile, cioè deve essere passibile di poter essere sbagliata piuttosto che manifestarsi sempre vera». POPPER: «Sempre vera è il principio di identità: A=A. Esso non mi dice niente». GIANFRANCO: «Così quando arriva il principio di non contraddizione: le porte sono aperte alla scienza». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21209 Democrito|di Gianfranco Cordì Democrito di Abdera, qui con me per un aperitivo all’Ápeiron, è sempre sorridente. GIANFRANCO: «Dividendosi infinite volte un oggetto si distrugge». DEMOCRITO: «Hai subito sbagliato: dividendosi un oggetto si distrugge se le volte in cui si divide sono in numero finito». GIANFRANCO: «Dunque un oggetto è composto di materia e questa essendo qualcosa di finito: dividendosi si distrugge». DEMOCRITO: «Noi siamo fatti di materia: siamo atomi e vuoto». GIANFRANCO: «Che è come dire: essere e non essere. I quali sono pur sempre quelli di Parmenide». DEMOCRITO: «Gli atomi sono l’ultimo elemento nel quale si può dividere la materia. Sono tutti uguali. E sono tutti pieni. Sono l’elemento non ulteriormente divisibile». GIANFRANCO: «Il vuoto è assenza di materia. Puro non essere». DEMOCRITO: «In questo senso sembrerebbe che io mi discosti da Parmenide perché postulando il non essere io arrivo ad affermare che questo è pur sempre qualcosa». GIANFRANCO: «Non credo. Anche Parmenide negando che esso sia qualcosa pur sempre afferma qualcosa di esso». DEMOCRITO: «Tutte le cose che ci sono nel mondo hanno differenti qualità. Il cane è tale e non è il gatto. Io sono io e non sono te». GIANFRANCO: «Queste qualità non sono qualcosa di originario ma derivano solo dal differente disporsi degli atomi nel vuoto che a questo punto sono le due cose originarie». DEMOCRITO: «Gli atomi sono tutti uguali. Le loro differenze sono solo di forma, grandezza e posizione». GIANFRANCO: «La chimica moderna avrebbe poi confermato le tue teorie». DEMOCRITO: «No. I pazzi hanno suddiviso l’atomo in elettroni, protoni e neutroni e poi hanno trovato una particella ancora più elementare: il quark». GIANFRANCO: «L’esistenza del vuoto è dovuta al fatto che esso è necessario per il movimento degli atomi». DEMOCRITO: «Gli atomi tutti insieme concorrono in uno spazio vuoto. E così essi vengono divisi dai vortici. I più pesanti rimangono al centro, i più leggeri vanno alla periferia». GIANFRANCO: «Cos’è questo movimento degli atomi?» DEMOCRITO: «È il principio del dinamismo». GIANFRANCO: «E perché non si muove il vuoto?» DEMOCRITO: «Perché Parmenide ha detto della seconda via da percorrere per ricerca la conoscenza: L’altra che “non è” e che è necessario che non sia». GIANFRANCO: «La divisione tra i più leggeri e i più pesanti crea le condizioni perché nascano le cose del mondo e gli infiniti mondi». DEMOCRITO: «Aggregazione e disaggregazione degli atomi generano gli infiniti mondi. Il distruggersi di un mondo avviene quando un altro mondo lo investe». GIANFRANCO: «È sempre dagli stessi atomi che si genereranno altri mondi e poi altri ancora». DEMOCRITO: «Sai quanti sono gli atomi originariamente?» GIANFRANCO: «Infiniti». DEMOCRITO: «E sai che il movimento degli atomi nel vuoto è sia deterministico che causale?» GIANFRANCO: «Si perché l’intero processo della formazione degli infiniti mondi è generato solo dall’urto e dal movimento degli atomi ciascuno dei quali è determinato a muoversi come si muove solo perché esistono delle determinate condizioni in cui esso si trova. Ed è un processo causale perché non c’è traccia di finalismo nella tua filosofia». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21186 Giordano Bruno|di Gianfranco Cordì «Giordano, ciao» faccio io all’indirizzo di Giordano Bruno, filosofo nolano nato nel 1548. BRUNO: «Ciao. E grazie per questo aperitivo all’Ápeiron». GIANFRANCO: «Non so se tu sai niente di questi miei incontri. Voi filosofi arrivate per caso qui all’Ápeiron ogni sabato e io ne approfitto per offrirvi un aperitivo». BRUNO: «E per discutere con noi sulle nostre teorie». GIANFRANCO: «Dopo io trasformo tutto in un articolo che invio alla rivista telematica Tellusfolio». BRUNO: «Quella diretta da Enea Sansi». GIANFRANCO: «Allora sai tutto». BRUNO: «Non so solamente perché non ci hanno servito le polpette di ceci e pecorino». GIANFRANCO: «Arriveranno. Carmelo il cameriere sta servendo ancora gli stuzzichini». BRUNO: «Vorrei anche la crema di topinambur». GIANFRANCO: «Nelle due chiacchiere che noi facciamo io ti chiedo qualcosa della tua dottrina, come giustamente hai detto tu ma nel tuo caso ricadiamo in un momento delicato perché questa dottrina ti è costata la vita». BRUNO: «Sono stato arso vivo». GIANFRANCO: «Con te bisogna andare veramente con calma: non vorrei risvegliarti brutti ricordi». BRUNO: «Mi ha mosso sempre uno sterminato amore per la vita che io ho proiettato nell’infinito dell’universo. Tutto è amore e tutto è infinito». GIANFRANCO: «Hai anche respinto Dio come qualcosa che cadeva al di fuori della tua interrogazione perché per te Dio è la natura stessa». BRUNO: «La mia è una religione naturale». GIANFRANCO: «L’universo poi, come voleva Cusano, è un’infinità che si realizza in una molteplicità di cose». BRUNO: «In fondo questo è come affermare, con Melisso di Samo, l’infinità dell’essere, uno e perfetto, di Parmenide». GIANFRANCO: «Dove lo vedi questo infinito nel mondo degli uomini?». BRUNO: «Noi siamo natura e il simile si conosce solo con il simile per questo noi ci amiamo». GIANFRANCO: «Hai scorto anche la coincidentia oppositorum affermando che nell’universo, nella sua infinità coincidono il massimo e il minimo». BRUNO: «La mia speculazione è monistica come quella di Talete di Mileto, di Anassimandro di Mileto e di Anassimene di Mileto: tutto si riduce alla natura (che è Dio) e che possiede gli attributi del Dio di Cusano». GIANFRANCO: «Dalle tue parole traspira amore per il tutto». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21172 Parmenide di Elea|di Gianfranco Cordì Ospite del mio aperitivo del sabato qui all’Ápeiron è il filosofo presocratico Parmenide che è nato in Campania vicino Paestum a Elea. GIANFRANCO: «Tu sei vissuto nel VI secolo avanti Cristo ma hai segnato con la tua speculazione una via che è rimasta ontologicamente tale nella storia dell’Occidente: la tua è la prima riflessione sull’essere in quanto tale». PARMENIDE: «Passami i salatini». GIANFRANCO: «Il tuo scritto poi è un poema, è scritto in versi, come nella storia della filosofia faranno dopo di te Empedocle e Lucrezio». PARMENIDE: «Buono questo aperitivo. È analcolico?» GIANFRANCO: «Sei stato condotto su un carro trascinato da cavalle davanti a una Dea». PARMENIDE: «Oh, Gianfranco. Era molto bella la Dea». GIANFRANCO: «Essa ti ha indicato tre vie di ricerca». PARMENIDE: «La prima via di ricerca indicatomi dalla Dea era quella verace, quella vera. La seconda quella sempre falsa e la terza quella di un opinione, che resta sempre un fatto umano legato ai deprecabili sensi, plausibile». GIANFRANCO: «L’una che “è” e che non è possibile che non sia». PARMENIDE: «L’altra che “non è”, e che è necessario che non sia». GIANFRANCO: «E poiché tutte le cose sono state denominate luce e notte,/ e le cose che corrispondono alla loro forza sono attribuite a queste cose o a quelle,/ tutto è pieno ugualmente di luce e do notte oscura,/ uguali ambedue, perché con nessuna delle due è il nulla». PARMENIDE: «L’essere è e non può non essere». GIANFRANCO: «Dunque l’essere ha due proprietà: 1) esso è; 2) esso non può mai non essere». PARMENIDE: «Sì, l’essere esiste: questa è la via della verità». GIANFRANCO: «Mi vengono in mente, non so perché, la potenza e l’azione aristoteliche. Una coppia che non ha ancora fatto l’amore ha in potenza il fatto che possa un giorno nascere un figlio chiamato Pietro. Ma secondo la tua teoria solo l’essere è: quindi questo fatto in potenza è nulla». PARMENIDE: «C’è solo quello che c’è e non può non esserci». GIANFRANCO: «Dunque tu giustifichi Auschwitz: visto che c’è solo quello che c’è e non può non esserci, non ci sono alternative al genocidio ebraico perpetuato da parte di Hitler: esso doveva essere quello che effettivamente è stato». PARMENIDE: «Lungi da me. Io rifletto sull’essere». GIANFRANCO: «Questo essere ingenerato, incorruttibile, tutto intero, immobile, tenuto assieme ad potenti legami, permanente sempre identico nel medesimo stato, uno, continuo, indivisibile, tutto uguale, tutto pieno di essere, finito, tutto raccolto nel presente, alla fine questo essere che cos’è?» PARMENIDE: «Lo stesso è il pensiero e ciò a causa del quale è pensiero,/ perché senza l’essere nel quale è espresso/ non troverai il pensare». GIANFRANCO: «Dire e pensare l’essere è la stessa cosa che l’essere». PARMENIDE: «Lascia stare l’ermeneutica di Gadamer che non c’entra niente». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21158 György Lukács|di Gianfranco Cordì György Lukács e io ci troviamo, per un aperitivo all’Ápeiron, seduti in un tavolino del locale gestito da Bruno Muratori. Avendo come mio ospite, questa volta, il maggior rappresentante del marxismo ortodosso sono sicuro che il mio dialogo con Lukács sarà accompagnato da Muratori stesso. Infatti costui si fa vedere e viene fuori, durante i miei aperitivi all’ Ápeiron, solo quando sono con me importanti teorici del marxismo, del comunismo e della lotta di classe. GIANFRANCO: «György, ascolta, il tuo capolavoro Storia e coscienza di classe è del 1923: risale a 94 anni fa. Ha senso, secondo te, ripensare ancora oggi le categorie fondamentali del comunismo?» MURATORI: «Non gli dare retta: Non c’è lotta, non c’è conquista senza un forte Partito Comunista». LUKÁCS: «Non è questo il punto. Il punto è quello di domandarsi, oggi ancora una volta, se esistano o meno le condizioni per il comunismo nel mondo». GIANFRANCO: «In fondo la tua domanda equivale all’interrogazione che chiede: è la globalizzazione un destino? Ovvero: il sistema economico capitalistico è l’unico veramente degno di essere perseguito nel Pianeta?» MURATORI: «Non ve la prendete con me con la scusa che sono il proprietario dell’Ápeiron. Caffè offerto a tutti e due se non ve la prendete con me!» LUKÁCS: «Nella mia opera io ho tracciato un quadro. L’essere marxisti è una faccenda di metodo non di cose che si dicono. In questo senso il metodo di Marx è la dialettica. Per cogliere la realtà non vi è che un unico metodo: la dialettica che riesce a vedere le cose come totalità. E le classi sociali rappresentano il punto di vista del soggetto dialettico. Cioè del soggetto che, di fronte all’oggetto, deve pensare se stesso attraverso un oggetto colto come totalità». GIANFRANCO: «Ma oggi le classi sociali sono erose. Pensa alla fine della famosa classe media…» MURATORI: «Io sono l’ultimo esponente della middle class…» LUKÁCS: «Ma oggi esiste chi sta sopra e chi sta sotto rispetto alla ricchezza. Esiste una forte diseguaglianza economico-capitalistica fra i possessori della ricchezza globale e chi ha solamente la propria prole come ricchezza». GIANFRANCO: «I nuovi borghesi e proletari!» MURATORI: «Chiamali come vuoi, la sostanza del discorso è adamantina: oggi che un grande gap tra chi ha e chi non ha». GIANFRANCO: «Mascherato da chi illustra le dinamiche della società attuale profetizzando un gap tra chi è connesso, on line, e chi non è connesso, off line, rispetto alle grandi reti della comunicazione globale». LUKÁCS: «Insomma anche oggi ci sono i proletari. E io nella mia opera affermavo che solo con l’apparire del proletariato la società può riuscire a scorgersi come un intero». MURATORI: «In questo senso il principio che fa la storia è la coscienza di classe». GIANFRANCO: «Quando il proletariato riesce a prendere coscienza di se stesso come classe, solo allora si ha la storia». LUKÁCS: «I nuovi poveri di oggi forse non sono proletari e forse lo sono. Sono persone che sono relegate nel gradino più basso della scala sociale. Ma la mia analisi è corretta anche oggi perché io ho analizzato il capitalismo e mi sembra che questo sistema economico sia ancora oggi quello che vige su tutto il Pianeta». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21137 Il n’y à pas de hors-texte|di Gianfranco Cordì Il mio aperitivo, qui all’Ápeiron, con Jacques Derrida, e il nostro colloquio, è finito. Ripercorro mentalmente le tappe del mio conversare col filosofo franco-algerino. DERRIDA: «La strategia decostruzionista consiste nell’inversione della metafisica della presenza». GIANFRANCO: «Andiamo piano! Tu dici che la tradizione filosofica occidentale è stata fino adesso una tradizione logocentrica: che privilegia la presenza piuttosto che l’assenza, la parola piuttosto che la scrittura». DERRIDA: «Sì. È qui che si innesta la mia strategia decostruzionista: invertire il processo per mezzo del quale è stato costruito un testo». GIANFRANCO: «Già: perché per te esiste una differenza fondamentale tra un libro e un testo». DERRIDA: «Tra la voce e la parola, tra la scrittura e la manifestazione vocale di un concetto, tra l’esporre le cose in maniera organica e coerente attraverso dei segni e il dire». GIANFRANCO: «Torniamo un attimo indietro: cos’è una strategia decostruzionista?» DERRIDA: «È la messa in opera della différance». GIANFRANCO: «Insomma la tradizione filosofica occidentale ha sempre prediletto la presenza all’assenza. La presenza di una parola detta piuttosto che l’evidenza di un testo scritto: è questa la differenza fra testo e libro. Naturalmente tu affermi che si debba privilegiare il testo». DERRIDA: «La messa in opera della différance è proprio questo: il negativo, l’assente, il non pensato può essere protagonista di una post-filosofia pienamente post-moderna». GIANFRANCO: «Ma per far questo devi decostruire». DERRIDA: «Nella tradizione filosofica occidentale tutto il male è attribuito alla scrittura». GIANFRANCO: «Insomma bisogna chiudersi in un testo». DERRIDA: «E da lì iniziare a decostruire: fare emergere quelle opposizioni che sono il sale della dialettica hegeliana e nelle quali consiste tutta la tradizione occidentale». GIANFRANCO: «Fare emergere la differenza del testo scritto rispetto al detto parlato». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21119 Gianfranco Cordì. Senofane il protorealista «Principio di tutte le cose è la terra. O la terra e l’acqua: su questo punto non sono sicuro» afferma Senofane di Colofone mentre stiamo consumando un aperitivo all’Ápeiron. GIANFRANCO: «Tu nella vita sei stato un rapsodo: non hai mai avuto una patria fissa. Te ne sei andato per tutta l’Ellade a recitare e cantare a memoria poesie e versi di Omero ed Esiodo». SENOFANE: «Sì». Intanto il filosofo di Colofone stava armeggiando nel suo cellulare: ogni tanto gli partiva pure qualche chiamata. GIANFRANCO: «Perché giochi col cellulare?» SENOFANE: «Questo interessante ordigno comunicativo assomiglia al luogo della mia nascita». GIANFRANCO: «Colofone?». SENOFANE: «Sì. Coll’ofone». GIANFRANCO: «Un po’ inglese e un po’ italiano. Ma rendi invece tutta la parola inglese: ti accorgerai che tu devi sempre chiamare gli altri». SENOFANE: «Call o phone». GIANFRANCO: «Sì». SENOFANE: «Ma torniamo a noi. Non sono sicuro del principio ma sono sicuro che: “Attribuirono agli dèi, sia Omero sia Esiodo,/ tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onte e di vergogna:/ rubare, commettere adulterio e ingannarsi a vicenda”. E poi: “Ma i mortali credono che gli dèi nascano/ e che abbiano vesti, lingua e figura come loro.” E ancora: “ma se i buoi i cavalli e anche i leoni avessero mani,/ e con le mani potessero dipingere e compiere le opere che compiono gli uomini,/ i cavalli dipingerebbero immagini di dèi simili ai cavalli,/ e i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli dèi/ tal quali essi stessi hanno, ciascuno secondo il proprio aspetto”. Ed infine: “E gli Etiopi affermano che i loro dèi sono camusi/ e neri, e i Traci che hanno occhi azzurri e capelli rossi”». GIANFRANCO: «Niente da dire: sono d’accordo su tutto». SENOFANE: «Ma... c’è un “ma”. O sbaglio?» GIANFRANCO: «Il “ma” è il seguente: il tuo problema sembrano essere solo gli dèi, non gli uomini. L’antropocentrismo è un problema degli uomini non degli dèi». SENOFANE: «Però io ho sollevato il problema». GIANFRANCO: «E lo hai risolto in termini di una critica all’idealismo». SENOFANE: «Cos’è questo idealismo? Ancora Platone doveva arrivare ai tempi miei. Nella storia della filosofia è segnato molto dopo di me». GIANFRANCO: «L’idealismo afferma che le cose sono quelle che sono perché le sta osservando un certo soggetto». SENOFANE: «Anatema! Anatema!» GIANFRANCO: «Mi sa che tu sei realista ma non è tanto questo, è la tua attenzione per il mondo degli dèi che sembra fuori luogo». SENOFANE: «Ma mettiti nei miei panni. Ai miei tempi non si parlava d’altro». GIANFRANCO: «Maurizio Ferraris avrebbe detto che Venere era lo stesso Pianeta della “stella del mattino” e della “stella della sera”. Sono modi idealistici diversi per dire la stessa cosa». SENOFANE: «Pianeti! Si, ho capito: tu ci metti la scienza, io ci metto il mondo degli dèi». GIANFRANCO: «Ma la critica coglie nel segno. È corretta. Direi che è irrefutabile». SENOFANE: «Che vuol dire?» GIANFRANCO: «Vedi, la realtà non è passibile di ulteriori determinazioni… Sia che sia io a guardare e interpretare la realtà sia che sia tu: essa è sempre uguale». SENOFANE: «Gli uomini attribuiscono significati diversi agli dèi per come li stanno osservando e guardando». GIANFRANCO: «Sei proprio un protorealista». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21098 Improvviso movimento laterale|di Gianfranco Cordì «Parmenide di Elea diceva: “Lo stesso è il pensiero e ciò a causa del quale è pensiero,/ perché senza l’essere nel quale è espresso,/ non troverai il pensare”» dico a Theodor Wisengrund Adorno, mio ospite questa mattina all’Ápeiron per un aperitivo. Carmelo, il cameriere, ci sta servendo i piattini con le olive e gli arancini piccoli. ADORNO: «Sì. E tutto il problema sta nell’identità fra la cosa e il concetto, fra la realtà e il pensiero che la pensa, fra il singolo essere umano che sta consumando un aperitivo in questo momento e la teoria che lo vuole descrivere». GIANFRANCO: «Ah, povero Hegel». ADORNO: «E povero Kierkegaard». GIANFRANCO: «Perché “povero Kierkegaard”? Lui almeno aveva capito il singolo in relazione alla teoria hegeliana». ADORNO: «Povero nel senso che aveva perfettamente ragione». GIANFRANCO: «Vediamo un po’ più da vicino questa tua teoria… Ti va?». ADORNO: «Moltissimo, ma solo per sprazzi e frammenti: se no sarei un filosofo sistematico. La filosofia ama le cose piccole. Per questo Talete è caduto nel pozzo». GIANFRANCO: «Tu critichi profondamente la dialettica hegeliana perché essa, a tuo dire, giustifica tutto». ADORNO: «Ma si, ma si: una stessa cosa è essere e pensare. Tutto il reale è razionale e tutto il razionale è reale. Così anche Auschwitz diventa un fatto razionale. Insomma la logica del sistema. Io ce l’ho col sistema, con la pretesa di poter afferrare, in forza del pensiero, la totalità del reale». GIANFRANCO: «Quella di Hegel sarebbe una realtà completamente disvelata, priva di zone d’ombra, di scarti, di rinvii, di momenti in cui non accade niente». ADORNO: «Esatto». GIANFRANCO: «Questa è la pars destruens. Ma come pars costruens cosa proponi?». ADORNO: «Appunto: lo scartoサ. GIANFRANCO: «Sarebbe come dire: io non posso completamente conoscere la realtà, la mia realtà, perché c’è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa che non è possibile incapsulare. La realtà poi è inemendabile e quindi non si può fare a meno di occuparsene. La realtà preme. Reclama i suoi diritti ma resta sempre al di là di ogni mia possibile interpretazione». ADORNO: «La realtà reclama i suoi diritti: pensa che io già partivo svantaggiato!». GIANFRANCO: «Perché?». ADORNO: «Perché sono nato a Francoforte sul Meno, non sul Più». GIANFRANCO: «Insomma lo scarto fra il soggetto e l’oggetto!» ADORNO: «Se ti piace: tra la parola e la cosa? Tra tutto quello che ho nella mia mente e la stessa mia vita che ho davanti». GIANFRANCO: «La tua è una Dialettica negativa perché predilige il differente, lo sconnesso, l’eterogeneo, il disorganico». ADORNO: «C’era bisogno di uno scarto di fronte a questo capitalismo globalizzato arrogante che riduce tutti gli esseri umani a dei clienti». GIANFRANCO: «Sacche di resistenza?» ADORNO: «No. Delle vere e proprie resistenze. Lì dove il pensiero non può arrivare: lì sono io». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21077 Il facitore di enigmi|di Gianfranco Cordì «AAA cercasi (cerca sì)/ Storie dal gran finale/ Sperasi (spera sì)/ Comunque vada panta rei/ And singing in the rain/ Lezioni di Nirvana/ C’è il Buddha in fila indiana/ Per tutti un’ora d’aria, di gloria» canta la radio dell’Ápeiron in una fredda mattina di marzo. Io me ne sto qua a pensare a Francesco Gabbani, questo nuovo filosofo del XXI secolo che pare avere aggiornato le dottrine di Eraclito di Efeso? Perché sembra che Gabbani le abbia aggiornate? Per l’aspetto demistificante della sua canzone che cerca di mettere in burla tutte quelle dottrine orientali cui era tanto legato Eraclito. In più Gabbani spera nel πάντα ῥεἳ. Cioè egli mette in evidenza quello che nel frammento rimastoci di Eraclito si dice: «Se uno non spera, non potrà trovare l’insperabile, perché esso è difficile da trovare e impervio». Gabbani non si limita ad auspicare una concreta dottrina eraclitea, egli critica (sia pure in maniera sorniona) tutto l’orientalismo a buon mercato di cui in questi ultimi tempi in Italia si fa incetta. Già nel 1979 nell’album L’era del cinghiale bianco (EMI Italiana) in una canzone dal titolo “Magic shop” Franco Battiato cantava: «E più si cresce e più mestieri nuovi/ Gli artisti pop, i manifesti ai muri/ I mantra e gli Hare Hare a mille lire/ L’esoterismo di René Guenon». La critica da occidentali alle false mode dell’Occidente è dunque molto fondata nella canzone italiana. Ma Eraclito cosa critica? Che le cose sono quello che sono una volta per tutte. E questa è una dottrina orientale? Più che altro essa sembra una dottrina di Parmenide di Elea. Negare la staticità, per esempio del pensiero, equivale a far propria una dottrina che nega gli assunti fondamentali della dimensione mistica di quelle filosofie orientali che vedono Dio conoscibile solo attraverso la dimensione razionale. E si parla di filosofie quali il buddhismo, il taoismo e l’induismo. Ma stamani, qui all’Ápeiron io non mi trovo con Francesco Gabbani, mi trovo insieme a Eraclito di Efeso. GIANFRANCO: «Che ne pensi di Francesco Gabbani?». ERACLITO: «Non solo il sole è nuovo ogni giorno, ma è sempre nuovo di continuo». GIANFRANCO: «Non so di cosa tu stia parlando: ne sono all’oscuro». ERACLITO: «Se c’è un cinema e le luci si spengono perché inizia il film». GIANFRANCO: «Non so niente». ERACLITO: «No, quello è Socrate, non sono io». GIANFRANCO: «Sei piuttosto oscuro, oggi, Eraclito. Perché hai postulato il logos come il regolatore dell’armonia dei contrari, che tra l’altro si fanno la lotta, secondo i criteri della misura e del momento opportuno?» ERACLITO: «Se tutte le cose che sono diventassero fumo, a conoscerle sarebbero i nasi». GIANFRANCO: «Bevi il tuo aperitivo». ERACLITO: «Quelli che cercano oro, rivoltano molta terra, ma trovano poco oro». GIANFRANCO: «Sul letto del fiume ci sono i contrari». ERACLITO: «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume». GIANFRANCO: «Perché?» ERACLITO: «Immortali mortali, mortali immortali, la vita di questi è la morte di quelli, la morte di questi è la vita di quelli». GIANFRANCO: «Fermati, facciamo un ragionamento. Tu parti da una sorta di perenne fluire di tutte le cose. Alla Lavoisier: tutto si trasforma. E va bene. Esprimi poi questo dinamismo universale con l’immagine del fiume. E va bene. Il perenne fluire di tutte le cose è regolato da una cosa che si chiama logos. E va bene. Poi dici delle cose incomprensibili, almeno per me». ERACLITO: «La via in giù e la via in su sono una sola e medesima via». GIANFRANCO: «Sì, senz’altro. Eraclito ascolta. Tu affermi che il perenne fluire di tutte le cose in realtà è un passare dei contrari dall’uno all’altro. I contrari sono in guerra ma sono anche conciliati in una suprema armonia. E tutte le cose sono generate dal fuoco». ERACLITO: «Di questo logos che sempre gli uomini sono incapaci di comprensione, né prima di aver sentito parlarne, né dopo aver sentito parlarne la prima volta; e anche se tutte le cose avvengono secondo questo logos, essi si mostrano inesperti, quando si cimentano in parole e in azioni, quali quelle che io presento, distinguendo ciascuna cosa secondo la propria natura, e spiegando come essa è. Ma gli altri uomini non sanno ciò che fanno da svegli, così come dimenticano ciò che fanno dormendo». GIANFRANCO: «Senz’altro, Eraclito!» ERACLITO: «Fuoco- Logos- Guerra: è tutto quello che ho da dire». GIANFRANCO: «Ma cosa c’entra il fuoco?» ERACLITO: «Se verrà la guerra marcondiro’ndero/ Se verrà la guerra marcondiro ‘ndà». GIANFRANCO: «I contrari sono conciliati in una suprema armonia gestita dal logos nella quale continueranno a opporsi l’uno all’altro ma saranno sistemati in una misura unica e quindi si alterneranno senza che nessuno di essi prenda il sopravvento sull’altro». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21049 René Descartes ci pensa su|di Gianfranco Cordì Incontro René Descartes, all’Ápeiron, in una fredda mattina di gelo. Il filosofo francese è da qualche giorno nella nostra città, ospite in casa di amici. Non si sente volare una mosca nell’Ápeiron: tutto sembra distante, tutto sembra che sia stato già pagato. Probabilmente, penso, questo è l’effetto che fa Descartes al mondo degli uomini. Il livellatore, l’uomo che ha inaugurato il pensiero moderno fondando ogni cosa sulla ragione e sulla soggettività. Un cameriere alto ci serve l’aperitivo. GIANFRANCO: «Ho scritto una poesia che ti riguarda». DESCARTES: «Come si intitola?» GIANFRANCO: «L’uomo che aveva ragione». DESCARTES: «Se ti va puoi recitarmela». GIANFRANCO: «Eccola». Cominciai così a recitare alcuni versi: «In vita non sono stato mica un fesso Io feci del mio problema me stesso Così pronto a ogni situazione Formulai il principio dell’unità della ragione Gli elementi del mio metodo, fai attenzione Sono tali solo se presentano chiarezza e distinzione E adesso? Mi sono nascosto in un recesso: Avendo paura del lupo di Gubbio Misi tutto quanto in dubbio Alla fine, dopo un goccio di rum Restava solo che: cogito ergo sum Questa era la grande verità Il fondamento è la soggettività». Descartes parve apprezzare: «Molto bella» disse. GIANFRANCO: «La verità è che tu hai creduto molto nell’uomo: gli hai dato una chance». DESCARTES: «In cos’altro dovevo credere?» GIANFRANCO: «Ma dopo di te l’uomo sarà sempre più decentrato. Copernico dirà che non è il centro dell’universo. Freud che contiene dentro di sé delle parti inconsce, inconoscibili, Darwin che sopravvive solo grazie a dei meccanismi di evoluzione di tipi adattativo e che quindi non ha alcuna forza e alcuna gravità centrale che lo sorregga». DESCARTES: «Il mio problema era diverso: volevo scoprire il metodo con il quale opera la ragione in riferimento ai processo di conoscenza». GIANFRANCO: «Sì. Tu volevi scoprire ciò che è vero e ciò che è falso». DESCARTES: «Infatti». GIANFRANCO: «E hai trovato una giustificazione e un fondamento per tutti gli esseri umani». DESCARTES: «Infatti. Il mio cogito, ergo sum al di là di tutti i dubbi che uno può avere è l’unica certezza originaria». GIANFRANCO: «Io penso, siamo d’accordo». DESCARTES: «Se non pensassi non potrei mettere in dubbio ogni cosa». GIANFRANCO: «Io sono sostanza». DESCARTES: «Sì, res cogitans: sostanza pensante». GIANFRANCO: «Non sono l’oggettività dell’estensione rispetto agli altri caratteri dei corpi». DESCARTES: «Ci sono la res cogitans e la res extensa». GIANFRANCO: «Io sono sostanza pensante: penso, metto tutti in dubbio e salvo solo me, che penso tutto quanto questo: io devo essere alla fine qualcosa se sto pensando». DESCARTES: «Io penso, dunque sono». GIANFRANCO: «Io penso dunque penso». DESCARTES: «Ho capito dove vuoi arrivare: a tuo giudizio ho caricato l’uomo di troppe responsabilità. Ma l’unica cosa che non ho potuto mettere in dubbio è proprio la soggettività umana». GIANFRANCO: «Potevi farlo. Potevi dire: io sono pensato da qualcosa…» DESCARTES: «Non c’è dubbio ma esiste un evidenza chiara e distinta: io stesso sono pure qualcosa». GIANFRANCO: «Ma tu potevi mettere in dubbio anche questo: io stesso non sono che una cosa che dubita e una cosa che dubita è solo un particolare stadio di un essere umano. Una sua particolare conformazione». DESCARTES: «Come lo è il pensare». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=21024 Qua si campa d’aria|di Gianfranco Cordì «È domenica e tu chissà che cosa fai/ ti rivedo sempre lì che mi dici che mi vuoi/ la mia voglia è grande, è scandalosa ormai/ c’è una gatta accanto a me e non rinuncia a lei./ Aria, ti respiro ancora sai/ nell’aria, ti scaccio ma ci sei/ Voglia, tanta voglia dentro me/ una febbre che mi assale, io mi sento così male». La radio dell’Ápeiron suona questo vecchio successo di Marcella Bella. Io ed Anassimene di Mileto siamo seduti a un tavolino, nel bel mezzo di due famigliole che fanno chiasso, del noto locale del centro di questa nostra città. Anassimene sta gustando il suo aperitivo: anch’io, del resto, ne ho ordinato uno per me. GIANFRANCO: «Per via di rarefazione e di condensazione nascono tutte le cose?» ANASSIMENE: «Sì dall’aria che si rarefà alla fine arriva il fuoco; dall’aria che condensa alla fine arriva la terra». GIANFRANCO: «Dunque noi siamo fatti della stessa sostanza dell’aria?» ANASSIMENE: «No. Noi siamo aria». La radio in quel momento cambiò programmazione e scelse, per quella occasione, una vecchia canzone di Sammy Barbot. «Seguir la scia di un aeroplano/ scoprir lo scoglio dove un gabbiano va/ oh va/ che fa la nave lasciato il porto/ perché un viaggio non è finito mai/ oh mai/ e la mente torna/ a sognare un’onda/ un cielo blu/ aria aria di casa mia». GIANFRANCO: «Sì lo so che l’anima è soffio vitale e probabilmente tu hai preso queste idee anche da questo fatto. Ma l’aria sembra più trascendersi che appartenerci». ANASSIMENE: «L’aria è dentro di noi. Noi non potremmo vivere senza dell’aria». La radio dell’Ápeiron propose un altro vecchio successo: «Canto per te che mi vieni a sentire/ suono per te che non mi vuoi capire». GIANFRANCO: «Che vento oggi! C’è una corrente d’aria…» ANASSIMENE: «In fondo è semplice. Tutte quante le cose sono fatte d’aria. L’elemento più immateriale. Tutte quante le cose hanno un'origine quasi trascendente». GIANFRANCO: «E questo aperitivo?» ANASSIMENE: «Una perdita d’aria». GIANFRANCO: «E questo paninello?» ANASSIMENE: «Tutto racchiuso in una bolla d’aria». GIANFRANCO: «Anassimene, guarda che non è aria! Qui va tutto molto male. C’è qualcosa di immateriale che informa di sé e dirige tutta quanta la materialità. Mi sembra a dir poco arrischiato cercare l’aria dove vi è solamente farina, cereali e acqua. Questo mio panino non vuole dire affatto nessun’altra cosa fuorché se stesso. E se è fatto di aria ed io stesso sono fatto di aria si ha alla fine che occorrerebbe chiedersi: tutto il mondo è fatto di aria. Per quale diavolo di motivo, visto che nessuno potrebbe respirarla?» ANASSIMENE: «Tu la puoi respirare». GIANFRANCO: «Ma io sono fatto di aria». ANASSIMENE: «Insomma c’è aria in più sul Pianeta Terra». GIANFRANCO: «Abbonda l’aria». ANASSIMENE: «Questa è aria che nessuno deve respirare». GIANFRANCO: «Sembra un dogma metafisico». http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=51&cmd=v&id=20999