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San Francesco: Cantico di Frate Sole. Vita, parafrasi e commento
San Francesco
San Francesco 
01 Dicembre 2008
 

La letteratura umbra del Duecento ha carattere esclusivamente religioso, perché mira al rinnovamento morale dei fedeli. Immune da interferenze politiche e sociali, differisce pertanto dalla letteratura religiosa dell'Italia settentrionale, che, sorta in un contesto storico diverso - quello dei liberi comuni in lotta contro il feudalesimo - rispecchiò, invece, le aspi­razioni della borghesia e del popolo al rinnovamento della società da rifondare, basandola non più sui privilegi di casta, ma sull'uguaglianza, sulla giustizia e sulla libertà.

II principale esponente della letteratura religiosa dell'Umbria fu S. Francesco d'Assisi, che esercitò una straordinaria influenza sulla cultura italiana del Medioevo.

S. Francesco nacque ad Assisi nel 1182 da un ricco mercante di panni, Pietro Bernardone, e da una francese, Pica di Provenza, II suo nome di battesimo era Giovanni, ma egli fu chiamato comune­mente Francesco sia per l'origine francese della madre, sia per l'attività del padre, che commerciava in panni « franceschi », cioè fabbricati in Francia. Da giovane ebbe un’accurata educazione, come tutti i figli della ricca borghesia del tempo, e partecipò alla vita gaudente e spensierata della città insieme agli altri giovani di Assisi; ma poi una profonda crisi religiosa e morale lo trasformò interiormente e lo indusse a dedicarsi interamente ad una vita di penitenza, di preghiera e di carità, al ser­vizio dei poveri, dei malati e dei deboli.

Il padre cercò di distoglierlo da questi propositi, ma non essendoci riuscito, lo citò davanti al vescovo di Assisi (il tribunale ecclesiastico aveva spesso anche funzioni di giurisdizione civile), per indurlo a rinunciare ai beni paterni. Francesco davanti al vescovo non solo rinunciò ai beni, ma si spogliò degli stessi abiti che indossava e li restituì al padre.

Ricevuto in sogno da Cristo l'ordine di restaurare la Chiesa, si dedicò interamente a questa mis­sione, fondando con i primi seguaci (Bernardo, Egidio, Leone, Pacifico, Silvestro ecc) l'ordine dei Frati Minori, ed ottenendo prima un riconoscimento verbale dal papa Innocenzo III, poi quello scritto da papa Onorio III. Dopo aver tentato invano, con dodici compagni, di predicare il Vangelo in Oriente tra gli infedeli, ritornò in Italia, dove continuò la sua missione di pace e di carità, spo­standosi tra la Toscana, l'Umbria e l'Abruzzo.

Nel 1224, sul monte della Verna, che separa la valle dell'Arno da quella del Tevere, ricevette mira­colosamente le stimmate, cioè i segni delle cinque piaghe di Cristo: Dante considerò tale evento come « terzo sigillo », o Terza approvazione, questa volta divina, della sua opera. Mori nel 1226, la sera del 3 ottobre; secondo la leggenda, tra il canto delle allodole. Prima di morire, si fece deporre nella chiesa della Porziuncola sulla nuda terra, pregando i compagni che lo assistevano di cantargli il Cantico di frate Sole da lui composto nei 1224, con le lodi finali della sorella Morte « da la quale nullu homo vivente pò skappare ». La Chiesa lo proclamò Santo nel 1228 e tuttora ne celebra la festa il 4 ottobre di ogni anno.

 

 

San Francesco, nella sua produzione in volgare, fu uno dei primi a predicare nella “nuova” lingua. Compose inni e preghiere in volgare, duqnue, pera bbattere la barriera tra religione dei chierici e la religione popolare e per imprimere meglio nel cuore degli uomini umili le grandi verità della fede.

 

 

Uno di questi inni è il Cantico delle creature o di Frate Sole, tramandatoci col titolo di Laudes creaturarum. Lo compose nel 1224 nell'orticello di S. Damiano, dopo una none di grandi sofferenze e di disagi per una invasione di topi nella cella. Quella notte, durante una visione, aveva avuto la « certificazione », cioè l'approvazione divina dei suo operato e la promessa della salvezza eterna, e per ringraziamento levò a Dio l'inno della lode e della riconoscenza.

Il Cantico di Frate Sole è scritto in prosa ritmica, alla maniera dei salmi biblici, con rime ed assonanze sparse liberamente, in volgare fondamentalmente umbro, però nobilitato, depurato cioè degli elementi e dei suoni più rozzi, e impreziosito da latinismi (laudato, onne, nullu, cum...).

Esso svolge un motivo centrale della concezione francescana dell'uomo e dell'universo: l'uomo è una creatura così misera che non è degna nemmeno di nominare Dio, essere perfet­tissimo; tuttavia, inserito in un universo i cui elementi - gli astri, l'acqua, il fuoco, la terra e Ì suoi frutti - sono tutti una palese testimonianza della grandezza e della bontà di Dio, avverte di essere anche lui figlio di Dio e di sentirsi legato da vincoli di fraternità con tutte le altre creature, che sono suoi fratelli e sorelle e di cui si fa interprete e portavoce, innalzando a Dio, coralmente con esse, un inno di lode e di ringraziamento.

Questo concetto non viene espresso aridamente, ma poeticamente, frantumandosi ed artico­landosi in una serie di descrizioni suggestive degli elementi costitutivi dell'universo, dei quali si colgono con immediatezza di impressioni e semplicità di linguaggio, la bellezza e l'utilità, fino all'esortazione finale rivolta a tutte le creature a lodare, benedire e ringraziare il Signore e a servirlo con grande umiltà.

In tal modo S. Francesco riconcilia l'uomo con quella Natura che l'ascetismo medievale aveva rinnegato e considerato come fonte di peccato, e preannuncia la nuova civiltà del « Rina­scimento ».

 

 

CANTICO DI FRATE SOLE

 

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

 

 

PARAFRASI E COMMENTO

Possiamo individuare tre parti: la prima ha carattere lirico-descrittivo; la seconda drammatico e didascalico; la terza, brevissima, riassume e conclude il cantico.

 

La parte lirico-descrittiva (vv. 1-22) si apre con una sublime invocazione a Dio, di cui si ricordano i caratteri metafisici, la purezza della sua essenza (Altissimu), la potenza della sua opera creativa (onnipotente), l'amore e la bontà verso le creature. Perciò a lui solo spettano le lodi, gli onori ed ogni benedizione, mentre l'uomo, nella sua miseria, non è degno nemmeno dì nominarlo.

Segue, Immediatamente dopo, una suggestiva rassegna di elementi naturali, chiamati « fratelli » e « sorelle », la cui bellezza ed utilità dimostrano la grandezza e la bontà di Dio: dapprima il sole, la luna e le stelle; poi gli elementi dell'atmo­sfera, il vento, l'aria, le nuvole, il cielo sereno e le variazioni delle stagioni; infine la terra con i suoi aspetti più utili e belli; l'acqua, il fuoco, i campì, con la varietà dei frutti, dei fiori, delle erbe e delle piante.

  

Altissimo, onnipotente, buon Signore, sono tue (cioè spettano solo a te), le lodi, la gloria e l'onore e ogni benedizione. A te soltanto, O Altissimo, si addicono, e nessun uomo è degno di nominarti.

 Sii lodato, o mio signore, insieme con tutte le tue creature (perché esse portano il segno della tua potenza e bontà), specialmente, tra queste, fratello sole, signore di tutti gli astri, il quale porta la luce del giorno, e tu ci illumini per mezzo di lui. Ed egli è bello e raggiante con grande splendore: di te, o Altissimo, è il simbolo.

Sii lodato, o mio Signore, per [aver creato] la sorella Luna e le stelle: in cielo le hai for­mate lucenti, preziose (di grande pregio e utilità) e belle.

Sii lodato, o mio Signore, per (aver creato) il fratello Vento e l'aria, le nuvole e 0 cielo sereno ed ogni tempo (cioè tutte le stagioni), per mezzo delle quali dai vita alle tue creature.

Sii lodato, o mio Signore, per (aver creato) la sorella Acqua, la quale è molto utile e umile e preziosa (insostituibile) e pura.

Sii lodato, o mio Signore, per (aver creato) il fratello Fuoco, mediante il quale illumini la notte, ed esso è bello e gioioso (pieno di vitalità), e gagliardo e potente.

Sii lodato, o mio Signore, per (aver creato) la nostra madre Terra, la quale ci mantiene e nutre, e produce diversi fruiti ed inoltre coloriti fiori ed erbe.     

  

La seconda parte (w. 23-31) ha carattere drammatico e didascalico. Tra le crea­ture dell'universo c'è l'uomo, la cui vita, però, è vista dal Santo nel suo dramma di peccato e redenzione. Infatti, mentre le altre creature, obbediscono alla legge dell'ordine e dell'armonia universale per l’istinto impresse in esso da Dio, l'uomo ha un privilegio insieme terribile e sublime: il libero arbitrio. Per lui l'obbedienza alla legge dell'ordine e dell'armonia non è un sentimento passivo, ma attivo, vissuto con una libera scelta, che, secondo come è fatta, può portarlo o alla gloria del Para­diso o alle pene dell'Inferno.

Da questo dramma deriva l'esortazione che il Santo rivolge a tutti gli uomini: a perdonare le offese, a sostenere con rassegnazione infermità e sofferenze per amore di Cristo, e ad accettare la morte, anch'essa nostra sorella, perché fa parte della suprema armonia universale ed è conforme ai disegni imperscrutabili di Dio.

 

Sii lodato, o mio Signore, per (aver creato) gli uomini che perdonano le offese per l'amore che hanno verso di Te e sopportano malattie e afflizioni.

Beati quelli che le sopporteranno con rassegnazione, perché da Te, o Altissimo, saranno premiati (avranno cioè la corona, l'aureola della beatitudine).

Sii lodato, o mio Signore, per la sorella nostra Morte fisica, alla quale nessun uomo
vìvente può sfuggire: guai a quelli che moriranno in peccato mortale; beati quelli che (la morte troverà docili alle tue santissime volontà  -cioè nella tua grazia -, perché non li dan­ neggerà la seconda morte - ossia la dannazione -, che è come la morte dell'anima).        

 

L' ultima parte (vv. 32-33) riassume il significato del cantico e contiene l'invito a tutte le creature a lodare, benedire e ringraziare coralmente il Signore per la sua infinita bontà, a servirlo con grande umiltà, riconoscendo i propri limiti e la saggezza della sua volontà.

 

 

Lodate e benedite il mio Signore, e ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.  

 

Noi che oggi viviamo in un'epoca in cui la natura, per colpa nostra, è tutta inquinata nei suoi elementi essenziali e vitali, leggendo il Cantico delle creature e le belle parole con cui il poeta descrive l'acqua, l'aria, la terra, sentiamo più pro­fondo il rammarico per lo scempio perpetrato a danno dell'ambiente, e ci augu­riamo ardentemente che rinasca in tutti gli uomini lo stesso rispetto per la natura che ebbe San Francesco.

  

 

 

                                                        Cristoforo  Attalienti


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276